Part 3
Ma le giovinette pensose che solo conoscono le sofferenze sane, e nelle loro aspirazioni alle gioie pure non hanno altri presentimenti che quelli dell’ignoto dolore, adorano la malinconia delle cose. Elisa si sentiva riprender possesso del paesaggio, ora che tutti quegli importuni se n’erano andati. Come prima essa di nuovo confidava al _suo_ lago tutto quanto non sapeva esprimere, e le pareva che i suoi più segreti pensieri fossero compresi da quell’ammirevole natura.
Una mattina, in una di quelle dolci e inquietanti giornate autunnali in cui si vorrebbe poter camminar sempre, come nei racconti di fate, alla scoperta di paesi sconosciuti, Elisa, spinta dal rinnovato fascino d’una delle sue passeggiate abituali, si era lasciata andare un po’ troppo lontano, e si perdette. Il suo vestito di panno marrone, artisticamente rialzato sui suoi graziosi stivaletti, il suo cappello di feltro a tese rialzate messo da una parte sopra i suoi bei capelli, il suo giovane viso un po’ rosso per la crudezza dell’aria, ella camminava speditamente, e guardava lontano dinanzi a sè, come cercando l’orizzonte, mentre il suo pensiero si perdeva ben più lungi ancora. Accorgendosi ad un tratto che non sapeva più dove si trovasse, s’arrestò. Poi, riflettendo, tornò indietro, ma varii piccoli sentieri profondi e una strada si offrivano a lei. Indecisa, si avventurò sulla via più larga, a caso, rallentando il suo cammino nella speranza di scorgere qualcuno a cui chiedere una indicazione. Finalmente, vide a breve distanza un uomo che le voltava la schiena, e che, con la testa bassa, pareva cercasse qualcosa per terra. Lo credette un contadino, e lo chiamò. Vivacemente egli si voltò e le corse incontro; ma, quando le fu vicino, ella dovette arrossire un poco e fu con una voce assai timida che gli fece la sua domanda.
Egli non era un contadino, sebbene fosse vestito come potrebbe essere il figlio d’un fittabile. Il suo costume un po’ grossolano contrastava con un bel viso regolarissimo e bianco sotto l’imbronzatura del sole, coi fini capelli castani, con gli occhi di un azzurro cupo e con una speciale eleganza nell’andatura. Egli sollevò il suo cappello sformato dalle pioggie, e, un poco turbato a sua volta, le chiese il permesso di rimetterla sulla strada giusta.
Scambiarono qualche parola, imbarazzati, poi camminarono in silenzio. Elisa si accomodò alla situazione un po’ difficile. L’italiano purissimo ed il modo corretto ed anche alquanto ricercato d’esprimersi del giovane, la stupirono e non giungeva ad indovinare chi fosse. Lo guardava attentamente, alla sfuggita, quasi suo malgrado. Era chiaro ch’egli conosceva i dintorni, ed il caso solo aveva vietato che non si fossero già incontrati più volte; egli poi sembrava conoscerla pure, lei e la sua famiglia.
— La lascierò quando scorgeremo la sua casa, — le aveva detto.
Certo doveva aver ricevuta una educazione superiore, ma sembrava povero. Mentre lei si rassicurava, ed arrischiava qualche frase, lui sembrava diventare più riserbato. Sulle prime l’aveva guardata, timido, come stesse per parlare, ma non vi si sapesse decidere; poi non aveva più osato rivolgerle lo sguardo. Una volta le stese la mano per aiutarla in un passo difficile; ma poi quando il sentiero, rovinato dalla pioggia, divenne decisamente cattivo, non lo fece più. Bruscamente, dopo un lungo silenzio, disse:
— Dev’essere stanca, signorina. Non si vorrebbe riposare un momento? Non siamo che a metà strada.
Ella si fermò e sedette sopra un grosso tronco d’albero ch’egli aveva ripulito; lui restò in piedi dinanzi a lei. Entrambi allora si sentirono imbarazzati assai. Il vento stormiva tra le ultime foglie. Non potevano vietarsi di ascoltare quel rumore. — Un pittore che li avesse veduti in quel momento avrebbe trovato un quadro bell’e fatto, tanto era seducente il contrasto fra essi ed il paesaggio circondante, tanto la freschezza della loro gioventù splendeva sul fondo imbrunito della natura.
Allora Elisa, felice un minuto prima, si sentì inquieta; ebbe quasi paura, ed il solo presentimento ch’egli stava per dire qualche cosa, la fece arrossire.
Ma impallidì quando finalmente egli susurrò turbato:
— Lei non mi riconosce dunque, signora Elisa? Io l’ho riconosciuta subito, sul battello, quest’estate. Ero in un angolo, tutto avvolto nelle coperte, poichè uscivo appena di malattia. E, siccome lei mi guardava, ho sperato per un istante, ed ho quasi avuto paura allo stesso tempo. Sono diventato orso del tutto, e sua madre mi ha sempre intimidito. Ma ecco ciò che desideravo: incontrarla sola.
Elisa si alzò, quasi spaventata, e fece una mossa per partire.
Egli sorrise.
— Davvero, — disse, — lei vuol fuggire? Sono dunque ben mutato?
Una inflessione della voce la scosse. Lo guardò con attenzione, stupitissima.
— Lui, — esclamò quasi involontariamente.
— Come s’è fatta bella, ed alta!
— Giulio Bardi! — disse lei.
Era lui, infatti, il suo antico compagno, il meschino collegiale di Firenze, diventato un bel giovane. Ella gli stese la mano con un sorriso stupito, e lui la strinse amichevolmente.
Poi ripigliarono il loro cammino. Ambedue avrebbero voluto parlare e non trovavano nulla da dirsi; pensavano che sarebbe stato naturale di discorrere, e che dovevano avere molte cose da raccontarsi, e tacevano. Elisa sentiva mille pensieri sorgerle nella testa, e guardava talora il suo compagno, il di cui inatteso incontro le ridava dei ricordi d’infanzia, ma c’era adesso un imbarazzo tra di loro.
Intanto lei si perdeva in congetture. In che modo era lì? Dove dimorava? Com’era che non si fossero già incontrati?
Finalmente lui pigliò coraggio, e in un modo un poco contorto, rispettoso e famigliare ad un tempo, le narrò in qual modo avesse perduto i suoi genitori, e fosse rimasto solo e povero. Per fortuna suo padre gli aveva dato una educazione utile, e lo aveva posto in grado di trarsi d’impaccio. Abbandonato giovanissimo alla propria attività, aveva acquistato una certa maturità precoce, la quale, visibile sul suo volto, gli dava una seduzione di più, contrastando con la sua giovinezza. — Elisa, guardandolo, osservava quanto fosse mutato, ma ritrovava anche le traccie degli antichi lineamenti, mezzo cancellate dalla sua memoria. Una piega del labbro, un’occhiata, un gesto, bastavano ad evocare innanzi a lei una scena della loro fanciullezza, ed, a momenti, egli le pareva talmente lo stesso, sebbene assai più alto e bello, che si stupiva di non averlo riconosciuto subito.
Egli le raccontò la sua vita, li ultimi anni di suo padre che lei rammentava benissimo, l’uscita dal collegio dove aveva tanto sofferto, i suoi rapidi studi alla università di Pisa, che aveva lasciato da poco con una laurea d’ingegnere.
Adesso era impiegato in una fabbrica situata a un paio di chilometri di distanza, appartenente a un suo cugino, il di cui padre aveva fatto fortuna nelle Indie dove possedeva diversi stabilimenti commerciali. Egli ora studiava praticamente le macchine, intanto che gli si cercava uno stabile impiego conveniente, poichè doveva lavorar molto e seguire seriamente la carriera prescelta. Occupatissimo di mattina e di sera, era talvolta libero nel pomeriggio, e faceva allora lunghe passeggiate. Già più volte aveva sperato incontrarla.
— E perchè non è venuto a casa, semplicemente?
— Non so. Non oso. Non vorrei....
— Ma ora verrà?
— No, preferirei non venire, almeno per adesso. Più tardi forse....
— Eppure bisognerà bene che si decida a venire, se mi vorrà vedere.
— Sì, ma....
Non finì, ma lei indovinò, poichè lo interruppe per fargli notare alcune barche che filavano velocissime sull’acqua.
Mentre Elisa mostrava a Giulio la propria casa, videro varie persone che si avvicinavano, appena celate da un gruppo di piante. Elisa udì la voce di suo padre e quella di Gorletti, e voltandosi vivamente verso il giovane gli disse “Addio!„ Lui capì, le strinse la mano rispondendo: “Arrivederci„, e s’allontanò prestissimo.
Ella rincasò un poco turbata. Era contenta assai di aver ritrovato il suo antico amico, e si sentì allegra, ad onta delle piccole punzecchiature di sua madre e della presenza di Gorletti a pranzo. A un certo momento, fu sul punto di parlare dell’incontro fatto, e non potè decidervisi; provava una invincibile ripugnanza a farlo, anche perchè non vi era autorizzata da Giulio.
All’indomani ella uscì abbastanza tardi, e se ne andò per una strada che non prendeva d’abitudine. Alla prima voltata, incontrò Giulio. Essi affettarono una completa naturalezza, si misero a camminare insieme senza dare importanza veruna al loro incontro, e più volevano parere a loro bell’agio, più si sentivano internamente imbarazzati. Per lei, codesto giovane, che non aveva subito riconosciuto il giorno prima, era ad un tempo un fratello ed un estraneo. Talora, in presenza di lui, credeva ridiventar bambina, e avrebbe voluto correre e giuocare come una volta; poi, le sembrava commettere una strana azione, passeggiando così sola con codesto giovane, e sentiva un indistinto rammarico che ciò fosse strano, ed una malinconia di non saper più giuocare. Egli le chiese s’ella avesse talvolta pensato a lui in tutto quel tempo, ed ella rispose negligentemente:
— Sì, spesso. E lei rammenta le nostre grandi dispute, nel salottino giallo, i giovedì sera, a Firenze?
Lui non aveva mai del tutto perduto di vista i suoi antichi amici, durante quegli anni. Chiedeva loro nuove in collegio, a quanti venivano. Aveva saputo dei loro viaggi, del loro ritorno, e che si erano poi fissati sul lago. Anzi fece perfino, con delicatezza, un’allusione alle loro disgrazie. Ed era stato ben contento di trovare — per alcuni mesi almeno — un impiego così vicino a lei. I primi giorni, appena giunto, n’era stato tutto felice, poi la sua selvatichezza gli aveva impedito di presentarsi in casa sua. Sovente aveva rigirato, come un ladro, intorno alla piccola villa. Assai commosso nel riconoscerla sul battello, quella volta, non aveva avuto il coraggio di mostrarsi. La sua idea fissa era d’incontrarla sola, per parlarle a lei in particolare, prima; e una volta l’aveva veduta infatti, ma non aveva osato. La trovava diventata imponente e non si sarebbe forse mai deciso ad indirizzarle la parola, se lei non lo avesse chiamato. Ciò la fece ridere. Gli chiese s’era stato felice. Egli le rispose:
— No, la mia infanzia è stata triste, lo sapete, ed ho trovato la vita dura fin dal principio. Ma ho buona speranza.
Poi aggiunse bruscamente:
— Resterete sempre qui?
— Non lo so. La mamma vorrebbe andare a Milano o a Firenze. Io, preferisco rimanere.
Discorsero a lungo; il primo imbarazzo si dissipava a poco a poco. Elisa fu sgridata quando ritornò a casa. Erano venute delle visite; l’avevano domandata; lei non c’era mai. Era una vergogna di correre sempre in quel modo per le strade, come una piccola selvaggia.
Restò due giorni in casa; uscì una volta sola, di sera, con sua madre. Il terzo giorno se ne andò di bel nuovo, ma senza incontrare Giulio. Si rimproverò di stupirsene, e fu adirata contro sè stessa, sentendosi involontariamente malinconica.
Intanto era venuto l’inverno. La neve cadde d’improvviso e per qualche giorno rigò di linee bianche il cielo ornato. Ma ben presto il sole prezioso della stagione morta riapparve. La luce ridiventò chiarissima, e le curve lontane s’accusavano sul fondo incolore dell’atmosfera, riavvicinando gli oggetti e rendendo visibili i minimi particolari. L’aria era sanissima ed il freddo diventava pungente. Sul cielo puro e grigiastro, con delle aperture di azzurro smorto, le cime delle montagne, già risplendenti sotto la bianchezza del loro primo manto, erano dorate dai timidi raggi del sole.
Non si sa abbastanza cosa sia l’inverno al lago di Como. In realtà, nulla è più bello. Ma, naturalmente, per abitudine e per moda, non vi si va che nella bella stagione, e solo alcuni privilegiati godono le magnificenze del gennaio, e le comprendono.
Le sponde brune e nude, i versanti spogli delle colline, la durezza dei contorni, fanno sì che, nelle belle giornate, il lago tranquillo sembra più piccolo e come più profondamente incassato nel suo bacino. Vi regna un silenzio straordinario, che sembra scendere dalle altezze nevose, e stendersi sull’acqua; e da tutto ciò scaturisce un intimo fascino, una pace che accheta l’anima nostra soavemente e ne dà delle idee tanto vere e sane, che perfino le ville tutte chiuse e come morte non ne affliggono, poichè, nella maestà vivificante di quella scena, la presenza dell’uomo ne sembra poco necessaria. È là che gli amici che si amano sinceramente, possono provare la buona illusione di credersi soli al mondo. Quanto si sta bene, in quelle belle giornate, nelle ore del pomeriggio, in una barca che fila rapidamente sull’acqua! Il rumore dei remi che solo turba il silenzio quasi solenne, ha, per chi sa ascoltarlo, un cullamento di singolare dolcezza. Ben coperti, si ha caldo, sotto il sole che diventa insopportabile qualche mese dopo, e che intanto ha soltanto la soavità di una carezza. E, in codesto benessere fisico completo, in questo calore dolce che non permette di rimpiangere Nizza, lo sguardo si bea del contrasto del paesaggio invernale che spiega tutte le sue fredde bellezze. Da certi punti dove la riva scende a picco, alcune prestigiose stalattiti facendo pendere le loro innumerevoli lame dai riflessi prismatici sono sospese alle roccie severe che ricoprono della loro ombra l’acqua.
Fu durante uno dei più incantevoli inverni immaginabili, sulla sponda destra del primo bacino del lago — il più caldo e il più riparato dai venti — che Giulio ed Elisa s’incontrarono assai spesso senza darsi ritrovo, e sentirono a poco a poco la loro antica amicizia rinascere in loro, e modificarsi. Elisa rifece con lui tutte le sue abituali passeggiate, e andarono insieme alla scoperta di altri posti ancora sconosciuti.
Una sera, scendendo in sala, ella ebbe una scossa e si soffermò sulla soglia, stupita. Giulio era là, seduto e discorrendo tranquillamente con la signora Valenti e una vicina che veniva spesso. Egli non aveva prevenuto Elisa, e dopo d’essersi lasciato pregare tante volte da lei invano, aveva messo da parte la sua selvatichezza e vinto la ripulsione che provava per i parenti della sua amica, ed era venuto per farle una sorpresa.
— Elisa, — le disse suo padre, — spero bene che non fingerai di non riconoscerlo. È il piccolo Bardi, il tuo compagno d’una volta.
Ella arrossì leggermente, stringendogli la mano, ma nessuna parola tradì il legame già esistente fra di loro. Giulio chiacchierò con naturalezza, parlò de’ suoi studi, de’ suoi progetti, ma, accomiatandosi, gettò a Elisa un’occhiata che voleva dire: a domani. Lei era contenta che si fosse deciso a venire, poichè l’idea di vederlo di nascosto le ripugnava. Ma ritrovandosi all’indomani sola con lui, pei viottoli, si sentì al contrario meno rassicurata, e, allo stesso tempo, un pericoloso senso di nuovo benessere la penetrò.
Il modo che s’erano ritrovati, i loro incontri che sembravano assegnati dal caso, davano alle loro relazioni una tinta di mistero, ch’era pieno di attesa. Potevano passeggiare insieme senza essere veduti da alcuno. I contadini, che talora li salutavano passando, li credevano fratello e sorella. Giulio ritornò ben di raro alla villetta, dove però era stato benissimo ricevuto. Seduti sull’orlo d’un sentiero, donde scorgevan il lago ai loro piedi, ammirando le grandi nuvole che scorrevano pel cielo, sopra le bianche creste delle Alpi velate di bruma, essi spesso tacevano, imbarazzati come il primo giorno. Un sentimento sorgeva tra di loro che si accentuava di momento in momento. Non ebbero giammai bisogno di dirsi che si amavano, tanto venne naturalmente, e fin dalla prima volta, se lo ripeterono.
I sentimenti si colorano a seconda dell’ambiente, e la cornice modifica la passione. Il loro amore, nato nella solitudine, ebbe qualcosa di primitivo; e, come nei tempi leggendari, la natura con la sua pace vivificatrice, con i suoi fascini profondi e le sue voci segrete, vi portò la sua innocente complicità. Fu cullato dalle calme bellezze di un inverno dolce e severo, in un paesaggio di una magnifica uniformità, e li avviluppò nella letargia delle cose.
Già forte quando ritornò la primavera, codesto amore scoppiò con gioia nel sordo gaudio universale. Il tempo aveva volato per essi come in un sogno. Presto si videro circondati dai grandi alberi frondosi, coperti dall’ombra dei rami, inebbriati dai profumi, guardati dagli uccelletti ch’essi non turbavano. L’azzurro tutto nuovo del cielo li riempiva di una smisurata fiducia. Ottennero la famigliarità della natura; nulla si disturbava per loro, non spaventarono nessuna bestiolina, nessun’ala si apriva al loro avvicinarsi. Compresero tutti i rumori, ed anche il divino silenzio delle cose. Lo splendore del sole sul lago e l’ombra dei boschetti li riempivano d’una uguale luce. La grande serenità sparsa entrava nei loro cuori; il vincolo che li univa si serrava ad esempio del vincolo della creazione, le armonie esteriori si ripercotevano in tutto il loro essere; il loro amore ingigantiva, derivando la sua forza da tutte le forze visibili, unendo tutte le potenze a tutte le purezze.
Elisa maturava rapidamente. La sua breve vita era stata abbastanza variata. Nei frequenti cambiamenti d’orizzonte, aveva acquistato delle vedute larghe e vere, e la sua eccezionale libertà le aveva dato una giustezza di giudizio, un certo coraggio ed un’abilità in ogni cosa, rare in società. E, sotto l’influenza della prova definitiva alla quale essa si sottometteva, tutte queste qualità si sviluppavano magnificamente in una quasi subita fioritura.
Spesso chiedeva a sè medesima in qual modo avesse potuto amarlo così presto, e non trovava risposta. Del resto, una stagione era scorsa appena dacchè il grande cambiamento era accaduto, e già le sembrava che un lunghissimo tempo fosse passato. La sua infanzia elegante, i ricordi dei giorni penosi, la vita all’estero, la solitudine degli ultimi mesi, come tutto ciò era già lontano! Come tutte codeste ore non erano state altro che una graduale preparazione all’ora presente tutta rischiarata da una luce rivelatrice! Le succedeva, in una delle rare visite di Giulio, a casa, alla sera, di guardarlo un pezzo di nascosto, mentre si discorreva senza badare a lei, e, contemplandolo, essa si stupiva di pensare che quel giovane da lei non riconosciuto poche settimane prima, era diventato padrone dell’anima sua; eppure trovava ciò naturalissimo.
Vi era una certa similitudine tra il destino di Elisa e quello del suo compagno d’infanzia; entrambi erano nati ricchi (poichè anche il padre di Giulio si era rovinato, non per colpa sua, è vero, ma completamente), ed entrambi si trovavano ancora al principio della vita, quasi poveri; per entrambi il problema dell’avvenire si presentava serio; lui doveva riconquistare una posizione; lei — e ciò era ancora più inquietante — si vedeva condannata a cercare nel matrimonio la fortuna prima della felicità. Giulio, serio, lavoratore indefesso, era giovane in un modo divenuto rarissimo a’ giorni nostri; pronto ad accogliere i sentimenti sani e vivificanti, amava la vita di campagna, l’aria libera e lo spazio, l’attività del corpo e della mente; egli ignorava il vizio, i morbosi desideri, le malate curiosità. Ed allo stesso tempo era altrettanto lontano dal sentimentalismo falso, dal romanzesco di convenzione; stava nella realtà, ma talmente rivolto verso la verità, che poteva avvicinarsi all’ideale. Il suo soggiorno alla fabbrica, i suoi studi misti a lunghe passeggiate solitarie, la sua vita pura di campagnuolo libero, lo predisponevano a ricevere quell’amore che, già da un pezzo — da quando aveva riveduto Elisa — riempiva a poco a poco il suo cuore.
Intorno ad essi la natura sola esisteva; si sentivano isolati e contenti di non dover nulla a nessuno; da sè si erano ritrovati, e si bastavano. D’altronde, pensavano a nulla; di rado sognavano all’avvenire, e senza fermarvisi. Ma, in fondo, intendevano bene che perfino il presente non apparteneva loro del tutto. Talvolta non era loro concesso che d’incontrarsi per un istante, in gran fretta, e restavano parecchi giorni senza vedersi, per non svegliare sospetti. Lui però era pieno di fiducia; lei, invece, sperava solo a momenti e d’improvviso presentiva la separazione. In giugno Giulio dovette partire diffatti. Lo zio suo materno, il padre del cugino presso il quale egli abitava, era giunto da Calcutta. Restò un giorno solo per visitare la fabbrica e portò via suo nipote, a Milano, dove molti affari lo attendevano. Gli addii furono tristi assai; questa prima separazione, che doveva pur essere brevissima, sembrava definitiva ai due giovani. I genitori d’Elisa, suo padre specialmente, si accorsero presto d’un grande mutamento che avveniva in lei. Una malinconia quasi fisica e che tentava invano dissimulare s’abbattè su di lei. Contando i giorni, aspettava; poichè Giulio ritornava appena partito lo zio.
Il giorno stabilito, Giulio non apparve. Elisa dissimulava sempre, ma c’era qualcosa di febbrile nei suoi gesti. Andava sola a fare i suoi passeggi — per i quali s’era ridiventati indulgenti — passo passo, riandava tutte le strade, tutti i sentieri seguiti con lui. Finalmente una domenica, mentre camminava più mesta che mai, Giulio le si parò davanti d’improvviso, uscendo da dietro un grosso tronco d’albero, in uno stretto viale. Era pallido assai, e sembrava un poco mutato. Al solo mirarlo, essa ebbe il presentimento d’una sventura.
Sulle prime egli non volle dir nulla, e, per alcuni minuti, si abbandonarono unicamente alla gioia del rivedersi. Infine, a poco a poco, con tutte le precauzioni possibili, studiandosi di celare il suo proprio immenso dolore, egli parlò.
Era semplice e terribile. Suo zio gli aveva fatto una splendida proposta: lo condurrebbe via seco lui, lo associerebbe alla sua impresa commerciale e lo aiuterebbe gagliardamente a rifarsi una fortuna. In una parola, egli offriva assai generosamente al figlio di sua sorella, diventato povero, un bellissimo avvenire che desolava il misero ragazzo. Aveva voluto rifiutare; suo zio allora lo aveva guardato in fondo agli occhi e gli aveva detto con un sorriso speciale: “Andiamo, non facciamo sciocchezze, signor nipote mio.„ La situazione era troppo evidente, d’altronde; ricusare sarebbe una follia.
Erano ai piedi dello stesso albero, sotto il quale, il giorno del loro primo incontro, Elisa si era riposata. Essa si lasciò cadere sul grosso tronco muscoso, con l’occhio fisso al suolo, pallida ora quanto lui, istupidita. Restò per qualche istante immobile, mentre lui, silenzioso, la guardava; poi si mise a piangere.
— Non vi può essere felicità per me, — disse Giulio finalmente, adagio, a capo basso. — Andrò laggiù, lontano, diventerò ricco orribilmente; a che mi servirà? Adesso la povertà è la mia disgrazia; allora, fra molti lunghi anni, la fortuna mi peserà come un’ironia, e aumenterà la mia disperazione. Sono assai positivo per la mia età, non mi faccio illusioni; allo stesso tempo sento in me un amore eterno; non amerò che voi in tutta la mia vita, anche se non dovessi più rivedervi. Voi, dovrete maritarvi, dimenticarmi, poichè il ricordo mio non potrà che rendervi infelice. Ah! tutto è finito!
— No, — rispose lei semplicemente, — non mi mariterò.
— E che farete dunque?
— Vi aspetterò.
Le disse ch’era impossibile; ch’ella non poteva sagrificarsi in tal modo, ma si sentiva commosso ed esaltato. Il loro amore, ancora troppo puro per essere altro fuorchè una infinita tenerezza, nel mentre riempiva a loro tutto il cuore, prendeva nel loro pensiero una forma di entusiasmo. In un magnifico slancio, dimenticando tutto, finirono per accettare la loro devozione reciproca e si fecero le sublimi promesse.
— Quanto tutto ciò è falso! — esclamò Elisa tutt’ad un tratto. — Che bisogno abbiamo noi di denari! La povertà non sarebbe mille volte preferibile alla separazione?