Un matrimonio eccentrico

Part 2

Chapter 23,736 wordsPublic domain

Rammentava indistintamente il formicolio dei passeggiatori e la lunga fila di carrozze, alle Cascine, nelle calde giornate estive, mentre, sotto la frescura degli alberi, guardava pigramente uno spettacolo tanto splendido che ne rimaneva a momenti abbagliata, dal viale polveroso fino all’orizzonte sfolgorante nella pompa del sole cadente — ella si rivedeva seduta in una grande carrozza verde, nella quale talvolta non si riusciva a farla star cheta, bimba capricciosa com’era, annoiata dalla lentezza del cammino, e dove talora invece taceva e restava immobile, resa meditabonda dalla precoce ammirazione delle bellezze del paesaggio. Al giovedì, veniva anche il piccolo Giulio Bardi, il compagno fedele de’ suoi giuochi, al quale voleva tanto bene, ma che si stupiva sempre di vedere così serio, ne’ suoi abiti troppo stretti da collegiale, ad onta della gioia d’un giorno “d’uscita„ — e del quale si sforzava di non osservare troppo le povere scarpe ch’egli nascondeva sempre.

Rammentava un vasto e ricco quartiere, e le ricche acconciature di sua madre, che vedeva sovente alla sera, pronta per andare ad un ballo, tutta gioiata, mentre si abbottonava i guanti davanti allo specchio al quale gettava un ultimo sguardo; avea la vecchia Annunciata diritta dietro a lei, che le presentava un mantello tutto a ricami. E se sua madre la intimidiva sempre un poco, l’agghiacciava in quei momenti sopratutto. In quanto a suo padre, passavano settimane intere senza ch’ella lo vedesse; poi, una bella mattina, entrava bruscamente nella sua camera, l’abbracciava ridendo, le dava dei dolci o qualche piccolo regalo, e se ne andava.

Poi la scena mutava. Era il principio della rovina. Essa non dimenticherebbe giammai le angoscie indovinate, le sventure intraviste, le lotte, le dispute, le miserie alle quali aveva assistito senza comprenderle del tutto — e le sue prime malinconie, attraversate da risvegli di gioie infantili.

I suoi si decisero allora a partire, e viaggiarono lungamente. Dopo un soggiorno di alcune settimane a Cannes, dove si era molto annoiata, tra sua madre taciturna e triste, suo padre che fumava tutto il giorno, passeggiando sulla spiaggia, andarono a Parigi. Là, intimidita dapprima dal tumulto della grande città, quasi per poco rimpianse la sua cameretta, dove soffocava, ma la cui finestra s’apriva sul vasto mare, azzureggiante sotto il sole. A poco a poco s’interessò allo spettacolo continuo svolgentesi sotto ai suoi occhi. Amava fare dei lunghi passeggi con l’Annunciata; specialmente quando, stanche, prendevano l’omnibus per tornare a casa. Quanto le sembravano allora già lontani i bei giorni di Firenze! Passava quasi tutte le giornale con la vecchia domestica, e la sera con sua madre, che usciva di rado, e finiva ad addormentarsi, con un romanzo in mano. Suo padre le aveva lasciate per andare a Londra, dove, da quello ch’ella potè capire, sperava potere rifare una fortuna in una grande speculazione. Poco dopo egli vi si fissò ed esse lo raggiunsero. Elisa ebbe appena il tempo di vincere la prima impressione di tristezza, ma ripensò lungamente, dopo che fu ripartita, alle praterie d’un verde chiaro dei parchi pubblici sotto un cielo quasi incoloro dove brillava un sole rosso, a quelle lunghe sfilate d’erba tenera e verdissima che non si ritrova altrove.

Gli affari tentati dal padre non riuscirono, e ritornarono a Parigi. Poi, attraversando la Germania, rientrarono in Italia, e, sempre costretti a vivere modestamente assai, andarono a stabilirsi in campagna, in Piemonte dapprima, poi, definitivamente, al lago di Como. Sua sorella, lasciata in collegio a Firenze, perchè troppo bambina per viaggiare, li venne allora a raggiungere. Elisa, che l’amava moltissimo, ridiventò allegra giuocando con lei. Pure, all’età in cui le altre sono ancora bimbe, Elisa talvolta non lo era già più; e, durante le belle sere di quel primo estate passate in riva al lago, essa rimaneva a lungo appoggiata al davanzale della sua finestra, ripensando a tutto quanto aveva veduto, riflettendo già a ciò che sapeva della vita, e a ciò che tentava d’indovinare, volgendo nella sua mente quei primi pensieri vaghi ed inquietanti, che, se potessero esprimersi, formerebbero un poema sublime. Ma l’incanto di quelle malinconie si dissipò bentosto, poichè fu visitata dal vero dolore, che venne ad aiutare il rapido svolgimento dell’esser suo, aggiungendo le orribili sofferenze di un primo lutto a quanto avevano già compito la solitudine, la passione della lettura ed il raccoglimento. Un mese soltanto dopo ch’erano state riunite, sua sorella, quella bimba dalla testa bionda, possedente già l’adorabile bellezza degli esseri privilegiati che devono solo conoscere l’alba della vita terrena, si ammalò e lentamente morì, dopo una lunga lotta. — Quando Elisa potè alfine ritrovare un po’ di calma, credette sentire che già nel suo petto batteva un cuore di donna. Le sembrava che il dolore, venuto in tal modo a prenderla per mano fino dai primi passi, dovesse ora accompagnarla fino in fondo. La vita le appariva come una lunga e dura prova, e, al tempo stesso, si sentì forte per combattere. Ma si trovò ben sola.

Certo ella sentiva, nel forte slancio della sua gioventù appena incominciata, anche quasi dei presentimenti di felicità, ma dinanzi al suo sguardo teso, le lontananze apparivano melanconicamente velate.

Si desolava sopratutto di non amare i suoi genitori quanto avrebbe voluto. L’affetto per suo padre era in lei vivissimo, senza dubbio; ma egli si assentava troppo spesso, sembrava sempre preoccupato, ed era di pessimo umore quando veniva a casa; lui che tutti, in società, dicevano tanto divertente! E non poteva sentire per sua madre quella confidenza soave e illimitata che le sarebbe sembrata naturale — sebbene facesse ogni sforzo per amarla. Bisogna pur dirlo, l’attitudine della signora Valenti dava ragione a sua figlia. Sempre occupata di sè, inasprita contro tutti, non potendo mai rassegnarsi al cambiamento successo, essa non sapeva cercare nella sua creatura, unica oramai, quella consolazione di tutto, che avrebbe dovuto trovare in lei, e si accontentava di far finta di dirigerne gli studi. Elisa ne soffriva internamente, in silenzio, sforzandosi di sorridere e d’essere gentile, e imparando in tal modo — all’età della imprevidenza — a nascondere le sue pene e i suoi intimi pensieri.

La modesta casetta dove si erano ritirati, era situata sulla riva destra del lago di Como, come sospesa a metà della salita sul versante un po’ ripido della montagna — piccola, e tutta dipinta d’un orribile color lilla scuro con delle persiane giallastre. Un giardinetto, pieno di rose, sul davanti; a destra un orto, la strada a gradinata sulla sinistra; e dietro la montagna che potevasi quasi toccare dalle finestre posteriori del primo piano. Dal balcone sul davanti, al contrario, si godeva di una veduta spaziosa, che cambiava continuamente secondo le più lievi variazioni del cielo. Nelle belle giornate, lo sguardo riposava sul lago tutto azzurro e sulla riva opposta, sparsa di bianche ville, avente per sfondo le alte forme brune delle montagne; a sinistra il lago si rinserrava, svoltando; mentre dall’altra parte sembrava distendersi in una espansione infinita delle sue bellezze. Abbandonando la casa, camminando a destra, l’occhio era subito attratto in basso dal candore della Pliniana, contrastante con la sua corona di verde cupo, ed esalante, dal delizioso abisso che si prolunga dietro la villa, come il profumo d’una frescura ignota altrove — quasi divina.

Gorletti veniva allora spesso a trovarli, e impegnava lunghe conversazioni ora con Valenti, ora con la signora. Si avevano per lui i maggiori riguardi e sovente, ad onta di tutto, egli se ne andava con un’aria malcontenta.

Una volta Elisa lo sentì che si arrabbiava e sgridava suo padre, e quel giorno, con grande sorpresa di lei, gli si mostrò una cortesia ancora maggiore del solito, e, quando partì, lo si pregò con insistenza di ritornare.

Da quell’istante, ella cominciò a detestarlo davvero. Sua madre, invece, non cessava dal cantare le lodi del signor Gorletti in tutti i toni. Finì col dichiarare a sua figlia che quell’uomo avedutissimo, d’un gran sapere e di buon consiglio, era il loro migliore amico; e che, dal momento ch’egli si sagrificava per loro al punto di aiutarli nel loro affari, bisognava manifestargli vivissima riconoscenza, e confidare in lui completamente.

La loro posizione, infatti, migliorava un poco. Non già che potessero sperare di rifare la fortuna perduta; ma si era almeno giunti ad arrestarsi sul pendio di una rovina che li avrebbe condotti irrevocabilmente alla miseria — ed ora potevano guardare un po’ più pacatamente l’avvenire e vivere anzi un po’ meno male, con un benessere relativo. Con quali mezzi Gorletti aveva potuto compiere un simile miracolo? Ciò restava un mistero.

La signora Valenti, cui non piaceva il soggiorno del lago e ch’era sempre triste quando rimaneva sola, cominciava intanto a trovare qualche vantaggio nelle società delle famiglie del vicinato, e andava spesso a far visite, combinando le cose in modo di non dover poi ricevere, non amando di mostrare in qual modo fossero alloggiati. Erano dei milanesi che passavano là quasi tutto l’anno, per gusto o per economia; dei forestieri pressochè stabiliti, o venuti solo per un breve soggiorno, ma coi quali si faceva presto conoscenza — talvolta della gente un poco spostata e dei quali si susurravano ogni specie di storie, più o meno false. Ma la signora Valenti non era mai stata molto meticolosa in codeste cose, o lo diventava ancora meno; bastava che vi fosse un’apparenza di eleganza perchè non si curasse troppo del resto. Essa aveva conosciuto molta gente durante il soggiorno all’estero, e ad ogni momento ritrovava delle persone che aveva già incontrate, e di tutte diceva senza distinzione “sono vecchi amici„.

Intanto Elisa cresceva in libertà e si sviluppava moralmente e fisicamente, senza che si pensasse molto ad aiutare la natura. Sua madre, talvolta, le dava dei consigli sul modo di vestirsi, e non s’incaricava più della sua educazione, come aveva avuto la pretesa di farlo per lo addietro, giudicandola terminata. “Appena potrà abitare una città, si _formerà_ ben presto; tutto quanto è stato possibile nelle attuali circostanze, è stato fatto„, soleva dire. In realtà l’istruzione della fanciulla era stata assai negletta, e sarebbe rimasta quasi ignorante se l’amore alla lettura ed il suo innato desiderio di sapere, non avesse meravigliosamente supplito alla negligenza dei suoi.

La si lasciava libera, disapprovando però ad ogni momento ciò che chiamavano le sue manie. Così, per esempio, rimaneva talora delle giornate intere nella sua camera a leggere, mentre il tempo era splendido e tutti correvano fuori. Poi, non appena il vento pieghettava la superficie del lago e i grossi nuvoloni neri si ammonticchiavano in cielo, se ne andava a passeggiar interminabilmente, finiva per perdersi sui versanti boscosi delle colline, si spingeva a scoprire luoghi sconosciuti per i piccoli sentieri nascosti tra i rovi — per poi ritornare a casa, dopo varie ore di assenza, con la veste lacera, e spesso tutta bagnata dalla pioggia dirotta. Allora la sgridavano — il che non impediva che ricominciasse da capo. Sovente portava seco una valigietta, quasi partisse per un breve viaggio, e restava a leggere o a sognare con gli occhi aperti, accoccolata in qualche strano cantuccio, all’ombra di un albero, da dove si dominava il lago. Ogni giorno diventava più selvaggia, e rifiutava di accompagnare la madre nelle sue visite; non era però esente di una certa civetteria, e già imparava a vestirsi, benchè assai semplicemente e in un modo un po’ diverso dal convenzionale. Finì col conoscere tutte le strade, tutti i sentieri, tutti gli angoli e a famigliarizzarsi sempre più con l’incantevole spettacolo che la circondava, e del quale non poteva stancarsi, poichè era più variato de’ suoi pensieri di fanciulla, e sembrava volesse compiacerla, accordandosi tanto bene con i sogni della sua imaginazione.

Alla fine dell’estate, le ville o gli alberghi si popolarono. Da tutte le parti giungeva gente. La stagione elegante incominciava; si parlava di feste, di principi sovrani attesi con numeroso seguito, di regate, d’illuminazioni. La signora Valenti trovava il soggiorno del lago meno disaggradevole. Gorletti raccomandava l’economia. Elisa temeva che la sua solitudine non ne avesse ad esser turbata. Dovette, infatti, cambiare un poco le sue abitudini, moderare la sua passione di libertà, ed accompagnare sua madre a qualche ritrovo dov’era stata invitata. Si fecero delle escursioni sul lago. Una volta, per esempio, andarono a Como ad incontrare alcuni “amici„ che arrivavano direttamente da Venezia, per prendere a Colico la strada della Svizzera. Era un’occasione per vedere tutto il lago.

Partirono all’alba; la _breva_ aveva soffiato nella notte, ma sul far del giorno, sotto il cielo ridiventato tutto limpido, il lago era perfettamente calmo. Faceva un calore aggradevole; dal ponte del battello a vapore si scorgevano le due rive con la loro cupa verzura dove biancheggiavano le ville e, innalzandosi dolcemente al di sopra, le montagne dalle cime incoronate di sole. Grosse barche attraversavano il lago, senza fretta, da una sponda all’altra. Vicinissimo al battello, entro piccoli canotti di forma molto allungata, alcuni giovanotti e ragazze remavano allegramente, ridendo della lieve tempesta sollevata dalle ruote, e guardavano i passeggieri. A sinistra, dove la riva è talvolta quasi a picco, qualche casa sembrava sorgere dall’acqua; mentre a destra si vedevano correre delle carrozze sulla strada, dalla quale s’innalzavano dei grandi alberi di tanto in tanto. Davanti, in faccia, il lago si allargava, e lo sguardo si perdeva entro una nebbia luminosa; all’indietro scompariva lentamente la piccola città di Como, col suo porto in miniatura, la sua piazza ingombra di gente, e la cupola della sua cattedrale. V’era folla sul ponte del battello, quel giorno: uomini d’affari, forestieri, villeggianti. Elisa godeva internamente del raggiante spettacolo svolgentesi dinanzi a lei, ma parlava poco, e spesso il suo sguardo si faceva triste. Ella soltanto rispondeva macchinalmente alle domande che le venivano rivolte e che interrompevano la sua estasi tranquilla. Certi passeggieri la interessavano; osservò una donna di una bellezza affatto speciale, dalla figura giovanissima e dai capelli già bianchi, accompagnata da un vecchio signore dall’aspetto militare, suo padre probabilmente; poi un giovane, metà coricato sulla panchina, e che, malgrado il caldo, era avviluppato in un _plaid_ fino agli occhi — due grandi occhi neri che talvolta la guardavano fisso. La signora Valenti era gaia e discorreva con tutti, tra gli altri anche col marchese d’Astorre, che si trovava lì in compagnia di una famiglia inglese. Essa era orgogliosa di mostrarsi intima con un uomo così elegante ed altolocato. Egli indirizzò anche qualche volta la parola ad Elisa, e benchè lei non avesse simpatia per lui, riuscì a attirare la sua attenzione con le idee paradossali che sosteneva languidamente. Tutte le volte che per caso avevano incontrato d’Astorre, la signora Valenti aveva rimproverato a sua figlia di non esser stata abbastanza gentile.

Si passò davanti al falso castello dipinto color mattone, circondato dai magnifici alberi della Villa d’Este, ed Elisa, voltandosi verso la sponda di destra, cercò la loro casa. E vedendola, piccolissima, come un balocco da gigante dimenticato tra il verde, sentì che già l’amava con tutto il cuore, quel modesto rifugio tanto odiato da sua madre. Poi il lago s’allargò. Le rive erano meno abitate; solo si scorgeva qualche umile villaggio, e talora una timida casetta. Ai luoghi dove il battello non approdava, alcune barche piene di gente si fermavano un istante per prendere i nuovi arrivati.

V’erano mille cose da osservare sulla sponda più vicina. Si comprendeva al modo con cui certi vecchi erano appoggiati a un parapetto di pietra, che quella era la loro sola e quotidiana distrazione da moltissimi anni. Alcuni preti, corpulenti, col tricorno inclinato per ripararsi dal sole, e con un ombrello rosso in mano, saltavano pesantemente dal vapore nella barca, indirizzando con famigliarità la parola a qualche donna del popolo già seduta, con un fagotto tra le mani, un fazzoletto a fiori in testa, e che rispondeva con un largo sorriso. Sotto un pergolato, nel giardinetto di un’osteria, dei borghesi “in barracca„ sedevano a un tavolino, e quasi s’indovinava l’espressione delle loro grosse faccie, rosse per il caldo e per lo sforzo fatto nel volersi divertire.

A poco a poco la scena mutava carattere. Le montagne s’innalzavano più maestose, in una nudità bruna. Il lago si rinserrava da una parte; un promontorio formava una larga sinuosità, e al di là, in un piccolo golfo riparato dal vento, le case sembravano cuocere sotto il sole.

Elisa osservò una darsena circondata da un muro di pietra, terminata da una statua di vescovo annerita dal tempo e dalle vegetazioni parassite, che, con le dita in alto, sembrava benedire i passanti; alzando gli occhi li tenne a lungo rivolti allo svelto portico che sorge alla cima della collinetta sopra il promontorio, sopra la Villa Arconati, ed i cui tre archi eleganti, pieni di cielo azzurro, si disegnano nettamente nello spazio, e nelle giornate chiare acquistano una bianchezza splendente nella limpidezza dell’aria.

La sponda diventava aristocratica: non si vedevano che giardini dal verde cupo, e dalla sabbia fina, che cancelli pesanti a blasoni dorati. Un albergo, nuovissimo, con il suo lusso banale, appariva ad un tratto mentre si stava ancora ammirando un’antica villa all’italiana, abbandonata a metà, dove la natura aveva quasi ripreso possesso, e invadeva liberamente i pergolati architettonici, mettendo così in rilievo l’antitesi tra l’opulenza d’una volta e la prodigalità moderna. Talvolta passavano dei canotti, ornati a poppa da una bandiera stemmata, dove due barcaiuoli vestiti alla marinara, remavano con gusto. Seguendo con lo sguardo quelle barche che filavano rapide, si poteva imaginare tutta la vita delle persone che le occupavano. Spesso una finestra apertasi d’improvviso, una carrozza che si fermava ad una porta, un interno vagamente intraveduto, mostravano a Elisa del frammenti d’esistenze ch’essa, nella sua giovane mente, ricostituiva per intero.

A Cadenabbia, d’Astorre discese. V’era molta gente allo sbarco e dinanzi al grande albergo. Alcuni forestieri prendevano il tè, seduti davanti a un tavolino rustico. Una testa di fanciulla, bella come un ritratto di Laurence, apparve ad un balcone. La gente si urtava. Dal battello alla sponda era uno scambio di vociferazioni e d’ingiurie; dei pacchi erano buttati a rischio di farli cadere nell’acqua. I facchini, curvi sotto al peso dei bauli, bestemmiavano spingendosi. Mentre due signori si chiedevano scusa d’essersi leggermente urtati, un contadino li scostava con una gomitata, e passava oltre. Il segretario dell’albergo stava diritto nella sua tenuta corretta, e sorrideva ai forestieri.

Non si toccò Bellagio. Il paese prendeva ad ogni istante un aspetto più severo, e senza la caldura soffocante, si avrebbe potuto credersi in Svizzera. Il sole ardeva, ma si sentiva che certi soffii di brezza giungevano direttamente dalle Alpi. Il lago, sempre più largo, si biforcava allungandosi da una parte fino a Lecco, incassato fra le alte montagne aride che s’era stupiti di vedere disegnarsi sopra un cielo tutto azzurro. I passaggieri poterono soltanto gettare un lungo sguardo da quel lato, giacchè il battello continuò diritto il suo cammino.

Durante la tarda colazione a Colico, Elisa parlò un poco, ma al ritorno, sul ponte quasi deserto e silenzioso, al momento in cui sua madre non cessava dall’esprimere quanto le doleva di aver lasciato i suoi “amici„ e quanto le sarebbe piaciuto di continuare il viaggio con loro, essa ricominciò a sognare, mentre l’ombra saliva e invadeva lentamente le altezze. Invano suo padre tentò di scherzare. I suoi pensieri la tenevano lontana da quanto la circondava, e faceva uno sforzo per ricapitolare le impressioni di codesta giornata, che, nella monotonia della sua esistenza, ella non potrebbe facilmente dimenticare. Nulla le era accaduto; ma le sue idee avevano potuto prendere un nuovo indirizzo, e, all’epoca della vita in cui si trovava, i pensieri sembrano cose reali e hanno la importanza degli avvenimenti.

Settembre incominciava, ma, in quell’anno, il caldo sembrava più pesante che in luglio. Elisa ne soffriva; diventava pigra, non faceva più le sue lunghe passeggiate e stava per delle ore seduta all’ombra, sull’erba, con gli occhi semichiusi, contemplando. Era quella che si chiama “la bella stagione„, ma lei non l’amava, ed avrebbe preferito lo spavento d’una tempesta all’afa di quelle giornate tutte uguali, allorchè nella luce cruda, le tinte si confondono, e che sotto un cielo di una serenità snervante, il paesaggio appare tutto confuso in un pulvischio luminoso. Da un pezzo ella pensava che l’estate stava per finire, ma l’estate perdurava e prolungava le sue insopportabili giornate canicolari.

Essa piegava sotto il peso della solitudine. Le sembrava d’essere sola al mondo, e di dovervi rimanere sempre sola; tutti quelli che la circondavano erano per lei stranieri. E questo sentimento diventava sempre più forte; più le rive del lago si popolavano, più sua madre parlava ad ogni istante di nuovi venuti, e più si vedevano i battelli a vapore zeppi di gente passare fieramente, come accasciati dal caldo, sopra l’azzurro metallico dell’acqua, scuotendo il loro nero pennacchio di fumo nell’aria torrida.

Era ancora quasi impossibile di uscire in pieno giorno, e le ville ben chiuse, con le persiane chiuse e le tende abbassate, pareva facessero la siesta. Quelle che bagnavano nell’acqua sembravano più felici. Il marmo — codesto simbolo della freddezza — s’infiammava al sole. L’asfalto dei terrazzi si copriva di fessure sotto i raggi possenti. I mattoni e le tegole parevano cuocere di nuovo. I fiori troppo largamente aperti piegavano il loro fragile capo ed avvizzivano ad un tratto. I piccoli viali del giardino erano sparsi di foglie di rosa, sparpagliate dal soffio ostinato dell’estate; vanamente nella frescura relativa delle prime ore, Elisa rialzava gli arbusti cadenti, poichè sempre il meriggio li rigettava quasi a terra.

I contadini imploravano la pioggia. Venne alfine. I temporali scoppiarono, l’uno subito dopo l’altro. Brevi acquazzoni torrenziali rigarono con le loro mille freccie bigie il cielo oscurato. — Quelli che avevano combinato qualche gita per l’indomani erano desolati. — Ma Elisa, contenta, contemplava il magnifico cambiamento di scena, attraverso le persiane socchiuse. Poi, dopo quelle prime ardite battaglie, il cattivo tempo si stabilì, vincitore. Durante molti giorni una fine pioggia cadde incessante. Nei cieli svariati e talvolta stranissimi, grossi nuvoloni viaggiavano lenti, mutando forme e tinte, lasciando per caso scorgere qualche breve lembo d’azzurro, poi mescolandosi d’un tratto e stendendosi come un grande lenzuolo plumbeo. Tutto riviveva sotto la pioggia benefica — e l’estate, che aveva resistito tanto a lungo, bruscamente cessava.

Eppure alcune settimane trascorsero ancora prima ch’Elisa sentisse tutto l’incanto segreto e penetrante dell’autunno. Se ne accorse quasi all’improvviso. Negli stessi giorni, verso la fine di ottobre, i forestieri fuggirono intimiditi dai primi freddi; le foglie ingiallite coprirono il suolo nei giardini deserti delle ville — e là, nei posti dove tanti allegri cicaleggi erano stati accompagnati dal canto degli uccelli, il silenzio regnò subitamente sotto gli alberi nudi. Come sempre, sembrava che gli scoppii di riso che erano svaniti per l’aria, aumentassero la tristezza delle case chiuse.