Un dramma nell'Oceano Pacifico

Part 14

Chapter 143,106 wordsPublic domain

Collin, il capitano e i marinai guardarono nella direzione indicata, e videro apparire, a circa sei o settecento metri sul versante della montagna che stava loro di fronte, una testa.

Scomparve subito, ma quel momento era bastato.

— Mac Bjorn! — esclamarono tutti.

Asthor e Fulton puntarono rapidamente le carabine e fecero fuoco. Si videro i cespugli agitarsi rapidamente, poi più nulla.

Avevano le palle colpito nel segno, o i due forzati si erano nascosti o allontanati strisciando?

— Accorriamo, — disse il capitano. — Ormai non ci sfuggono più!... —

CAPITOLO VENTESIMOSETTIMO.

Bill preso.

Per i due miserabili era finita; la loro cattura, non era più che questione di ore, forse di minuti. Ormai la loro fuga non poteva riuscire, dacchè erano stati scoperti ad una così breve distanza.

È vero che attraverso a quelle intricate boscaglie, mezzo chilometro era tuttavia un bel vantaggio; ma Mac Bjorn doveva essere stremato di forze e il suo compagno non poteva accelerare il passo, ferito come era e zoppicante.

Collin e il capitano, che sospiravano il momento di agguantarli, si slanciarono dietro a Paowang che era già partito, seguito dai marinai e dai dieci indigeni.

Attraversata la cresta della collina, scesero in una piccola valle e ripresero la salita di quella seconda montagna, procurando di dirigersi verso il luogo ove avevano veduto apparire la testa dell’allampanato Mac Bjorn.

Abbattendo con furore le piante che loro impedivano il cammino, dopo venti minuti di rapida ascensione raggiungevano la macchia di cespugli, contro la quale Asthor e Fulton avevano fatto fuoco nella speranza di abbattere i due forzati.

— Li vedi, Paowang? — chiese Collin.

— Non vedo che un cappello, — rispose il selvaggio.

— Da’ qua!... —

Paowang gli porse un berretto da marinaio che aveva trovato in mezzo ai cespugli.

— È quello di Mac Bjorn, — disse il capitano.

— Ed è forato da una palla, — soggiunse Asthor.

— Cerchiamo, — riprese Collin.

— To’!... Cos’è questo! — esclamò Mariland indicando delle erbe macchiate di rosso.

— È sangue, — affermarono i due comandanti.

— Che Mac Bjorn sia stato ferito? — chiese Asthor.

— O lui o Bill di certo, — rispose il capitano.

— Tanto meglio; li raggiungeremo più facilmente, — disse Collin. — Vedi nulla, Paowang?

— Sì, — rispose il selvaggio che guardava in alto. — Ho veduto ancora i cespugli muoversi.

— Dove?

— Lassù, a trecento passi. —

In quell’istante una detonazione echeggiò in alto, e una palla fischiò agli orecchi del capitano abbattendo un selvaggio che gli stava dietro.

Una nube di fumo si alzò in mezzo ad una macchia, disperdendosi lentamente.

— A terra! — gridò Collin.

— Diamine, grandina! — esclamò Asthor gittandosi dietro il tronco d’un albero. — Ci sono molto vicini, a quanto sembra.

Collin e il capitano puntarono le loro carabine verso il cespuglio, su cui ondeggiava ancora la nuvoletta di fumo, e fecero fuoco simultaneamente.

Un urlo di dolore rimbombò sulla montagna, seguíto poco dopo da una voce che gridava:

— Questa volta ci sono!...

— È Mac Bjorn! — gridarono i marinai.

— È toccato! — gridò Collin.

— Attenti alle teste! — tuonò Asthor.

Un macigno del peso di mezzo quintale scendeva rimbalzando giù per i fianchi della montagna, schiantando sul suo passaggio i cespugli ed i tronchi dei piccoli alberi. Passò a soli cinque metri dalla piccola banda.

— Non hai l’occhio giusto, Mac Bjorn! — gridò Asthor.

— Si fa quello che si può, — rispose il bandito col suo solito accento beffardo.

— Ma noi faremo di più pel tuo collo, brigante! — gridò Collin.

— Se mi troverete vivo!...

— Avanti, ma attenti ai sassi e alle palle, — disse il capitano.

— Un momento, signore, — disse Asthor, fermandolo. — Ora gli manderò uno dei miei confetti. —

A rischio di ricevere una palla nel cranio, s’arrampicò sull’albero che fino allora lo aveva protetto, si pose a cavalcioni di un ramo, procurando di confondersi fra il fogliame e puntò la carabina mirando con profonda attenzione.

Un minuto dopo premeva il grilletto. La detonazione fu seguita da un secondo grido.

— Ci sei? — chiese Asthor.

Nessuno rispose; ma poco dopo si udì una voce fioca, ma ancora beffarda che diceva:

— Ho avuto il mio avere!...

— Ha dell’audacia quel manigoldo! — esclamò Collin pieno di stupore. — È una disgrazia che sia una canaglia di tre cotte.

— Ma Bill, dove sarà? — chiese il capitano.

— Sarà morto, — disse Asthor.

— O a quest’ora fugge, — rispose Collin.

— Zitti! — esclamò Fulton.

Sulla montagna si udiva ancora Mac Bjorn che diceva con voce sempre più fioca:

— Fuggi.... io ormai.... sono spacciato.... e la vista mi.... si intorbidisce.... Bah!... così.... dovevo.... finire!....

— Bill ci sfugge! — esclamò Collin. — Avanti! avanti! —

Ripresero l’ascensione dell’alta montagna in fila indiana, cioè uno dietro all’altro per perdere minor tempo ad aprirsi il passaggio. Paowang, il più pratico dei luoghi, si trovava sempre alla testa e recideva le liane e i rami con una sciabola d’abbordaggio.

Raggiunta la macchia superiore, trovarono disteso Mac Bjorn. Il miserabile non dava più segno di vita e il sangue gli usciva in copia da due ferite che aveva sul petto, una a destra e l’altra a sinistra.

Quel furfante pareva che dormisse, e sulle sue labbra vedevasi ancora l’ironico sorriso che non lo abbandonò mai.

— Beffardo visse e beffardo morì! — esclamò Asthor. — Tale doveva essere la sua fine. —

A pochi passi dal bandito si trovava la sua carabina, e più in là Grinnell raccolse una cassetta, quella che Bill aveva rubata al capitano.

Fu subito aperta, ma non conteneva che pochi dollari e poche carte.

— Dove sono andati gli altri? — si chiese Asthor.

— Se li sarà presi Bill, — rispose il capitano.

— Ci tiene ai denaro rubato, l’assassino! Eppure mi sembra che non sia il momento opportuno per caricarsi di tanto peso.

— In marcia! — gridò Collin.

— Eccolo! — gridò Fulton in quell’istante. — Ha lasciato il bosco. —

Tutti gli occhi si volsero verso la cima della montagna. Su di una zona che appariva sgombra di piante, si vide Bill, il quale saliva faticosamente zoppicando e barcollando.

— Fermati, o faccio fuoco! — gridò Collin.

Il forzato si volse, e vedendosi osservato si levò di spalla la carabina come se avesse intenzione di scaricarla; ma poi riprese la salita con maggior rapidità raggiungendo un’altra macchia.

Collin, furioso, puntò il fucile; ma il capitano glielo abbassò.

— È inutile, — disse Hill. — Ormai è nostro. —

Infatti pel forzato era proprio finita. Soli trecento metri lo separavano dai suoi insecutori; la sua gamba ferita e la stanchezza non gli permettevano più di camminare lesto, e la cresta della montagna era ancora alta.

— Un ultimo sforzo, amici, — disse il capitano.

Quantunque fossero tutti spossati da quella caccia all’uomo che durava da parecchie ore e dalla lunga marcia fatta nel mattino, salirono quasi a passo di corsa la ripida costa e raggiunsero il margine della foresta.

Più oltre il terreno era quasi spoglio di vegetazione, sparso solamente di poche graminacee e di rocce. Bill, che non poteva più nascondersi, faceva sforzi disperati per guadagnare la cresta della montagna, forse sperando di trovare un rifugio nei boschi dell’opposto versante; ma si capiva che non poteva più reggersi.

Si udiva ansimare fortemente e si vedeva aggrapparsi agli sterpi e alle rupi per aiutarsi, fermarsi per riprendere lena; e poi continuava la salita traballando come un ubbriaco.

— Fermati, o ti spezzo le gambe! — gridò Collin.

Il forzato non rispose e continuò a salile.

— Fermati! — ripetè il tenente con tono minaccioso.

Bill questa volta si fermò. I suoi accaniti insecutori erano distanti pochi passi, e avrebbero potuto ucciderlo colla massima facilità.

Incrociò le braccia sul petto, dopo aver gettata via la carabina, e guardandoli fissi disse con voce rotta:

— Ho perduto la partita: pago!... —

Poi si lasciò cadere su di una rupe, prendendosi il capo fra le mani.

Collin che precedeva tutti, gli si precipitò addosso puntando contro di lui il fucile.

— Mi riconosci, miserabile?! — gridò.

Bill alzò il capo mostrando il viso, che in quel momento era più bianco d’un panno lavato, e disse con voce lenta, misurata:

— Vi riconosco; si vede che i morti talvolta ritornano.

— Ed io sai chi sono? — gli chiese Hill, che lo aveva raggiunto.

Un lampo d’odio brillò negli occhi del forzato.

— Voi! — esclamò. — Per quale arte diabolica siete qui e vivo? Credevo le tigri vi avessero divorato.

— Ti sei ingannato, assassino, incendiario e ladro. Sono vivo ancora, e qui giunto per farti scontare le tue infamie.

— Uccidetemi adunque, se così vi piace. Ho perduto, e sono pronto a pagare.

— No, la morte sarebbe troppo dolce.

— Cosa intendete di fare? — chiese il forzato con inquietudine.

— Ti ricondurrò alle isole di Norfolk. —

Il viso di Bill divenne ancora più pallido e i suoi lineamenti si contrassero ferocemente.

— È viva ancora vostra figlia? — chiese egli improvvisamente.

— Sì, Dio l’ha protetta.

— Ma perderà voi! — esclamò il bandito.

Poi rapido come il lampo si trasse dalla giubba una pistola già montata e la puntò contro il capitano; ma Grinnell che gli stava accanto lo fece stramazzare al suolo con una calciata di fucile. Il colpo partì, e la palla si perdette altrove.

— Sii maledetto! — ruggì il forzato.

— Legatelo, — disse Collin.

I marinai si gettarono su Bill e lo legarono strettamente, nonostante la sua disperata resistenza. Asthor prima lo frugò facendo piovere dalle tasche i biglietti rubati nella cabina del capitano.

— Stanno meglio nelle saccocce del suo proprietario che nelle tue, — disse il pilota. — E poi, ai forzati che vanno alle isole di Norfolk il denaro è inutile, vecchia canaglia.

— Ritorniamo, — disse Collin. — La notte cala e la via è lunga. —

Ad un suo cenno quattro selvaggi levarono Bill e lo trasportarono giù dalla montagna.

Asthor prima di lasciare la vetta guardò in giù, nelle sottostanti pianure e vallate. Nel fondo, presso la collina, alla cui base aprivasi la caverna, egli scorse dei fuochi giganteschi brillare fra gli alberi.

— Guarda, — disse rivolgendosi a Grinnell che lo precedeva.

— I selvaggi banchettano colla carne bianca, — rispose il marinaio.

— Buon appetito! — gridò Asthor.

E questa fu l’orazione funebre dei compagni dell’infame Bill, degli evasi dal penitenziario delle isole di Norfolk!

CAPITOLO VENTESIMOTTAVO.

Conclusione.

Pochi giorni dopo le vicende narrate, i naufraghi della _Nuova Georgia_, aiutati dai selvaggi che ubbidivano sempre al proprio re che ai loro occhi si era fatta una grande riputazione dopo la distruzione dei forzati, presero a demolire il vascello per costruirsi una grande scialuppa.

Ormai non avevano più nulla da fare a Tanna, e tutti sospiravano il momento di giungere in paesi civili.

I lavori, sotto la direzione del capitano e di Collin, furono spinti così alacremente, che quattro settimane dopo veniva varata la nuova imbarcazione o meglio il bastimento, poichè poteva chiamarsi tale, stazzando quasi cento tonnellate.

Attrezzatolo a _cutter_ e approvvigionatolo coi viveri che erano rimasti sulla _Nuova Georgia_ e che erano stati gelosamente conservati in un apposito magazzino costruito sulla spiaggia, condussero a bordo Bill che venne rinchiuso in una solida cabina, ma strettamente legato. Queste precauzioni erano però superflue, poichè il miserabile pareva rassegnato alla sua sorte.

Collin dovette molto faticare per rinunciare al trono, poichè quei buoni isolani non volevano lasciarlo partire, tanto lo amavano. Dovette promettere di ritornare fra breve, se volle imbarcarsi in compagnia del capitano, di Anna, di Asthor e dei tre marinai.

Prima della partenza, Hill fece regali d’armi a tutti i principali capi dell’isola, ed agli altri fece dono degli avanzi della _Nuova Georgia_, con tutto ciò che ancora contenevano.

Finalmente un bel mattino il piccolo _cutter_ spiegò le vele e si spinse in alto mare, accompagnato per un buon tratto dalle piroghe degli isolani, i quali piangevano vedendo partire il loro re.

Dopo ventisei giorni di felice navigazione, avvistavano le coste dell’Australia, e una settimana dopo sbarcavano a Brisbane, dove consegnavano Bill alle autorità inglesi.

Il miserabile, nel momento in cui la polizia coloniale lo arrestava a bordo del legno, disse al capitano:

— Vi auguro di essere felice. —

Poi volgendosi ad Anna:

— Se foste diventata mia, sarei divenuto un altr’uomo; ma era troppo tardi: dimenticate le mie infamie, e se lo potete, compiangetemi. —

Poi si lasciò condurre a terra senza opporre resistenza.

I naufraghi della _Nuova Georgia_ rimasero due settimane a Brisbane, in attesa d’un legno che li trasportasse in America.

Prima di partire seppero che Bill era stato ricondotto alle isole di Norfolk, dove doveva scontare vent’anni di lavori forzati per assassinio. La sua pena, per gl’infami attentati commessi sulla _Nuova Georgia_, era stata portata alla detenzione perpetua.

Dopo quarantacinque giorni sbarcarono nel Messico, ad Acapulco e di là tornarono agli Stati Uniti, ma il loro soggiorno in terraferma fu di poca durata.

Il capitano Hill, acquistata una nuova e più grande nave alla quale diede il nome di _Nuova Georgia_ per ricordo dell’altra, riprese poco dopo i suoi viaggi oceanici, conducendo con sè due figli invece di una sola: il tenente Collin e sua moglie Anna Hill!

Non occorre dire che l’allegro Asthor, Mariland, Fulton e Grinnell si erano imbarcati insieme con loro.

SPIEGAZIONE DEI TERMINI MARINARESCHI

USATI NEL PRESENTE VOLUME.

=Alare al molinello=, girare il molinello o argano per ritirare sulla nave le àncore o per operare una forte trazione delle funi legate a terra.

=Albero di trinchetto=, albero situato a prua della nave.

=Albero di bompresso=, vedi= Bompresso.=

=Ancorotto da pennello=, piccola àncora con due sole branche o _patte_, come si chiamano in termine marinaresco.

=Aspe=, specie di travicelli che servono a far girare l’argano.

=Babordo=, fianco destro della nave.

=Bagli=, pezzi di sostegno ai puntelli del ponte.

=Baleniera=, chiamasi così una scialuppa che è di forme svelte.

=Bancazze=, sporgenze situate sui fianchi delle navi per l’appoggio delle sartíe e dei paterazzi.

=Barra all’orza=, mettere la ribolla del timone o asta a destra od a sinistra, secondo che la nave si trova sottovento o sopravvento.

=Beccheggio=, quel movimento che fa la nave da prua a poppa, per le scosse delle onde.

=Bompresso=, albero situato sulla prua della nave, e che invece di essere verticale è orizzontale.

=Boscelli=, grosse carrucole.

=Bracciare le vele=, chiuderle, ammainarle.

=Bracci di manovra=, funi che servono a chiudere le vele ed a voltarle secondo il vento.

=Cala=, luogo vicino al fondo della nave, che fa parte della stiva.

=Canoa=, piccola barca scavata nel tronco di un albero.

=Cassero=, ponte che si trova a poppa, sopra la coperta.

=Castello di prua=, sorta di ponte, più elevato della coperta, e che s’inalza a prua.

=Coffa=, largo pezzo di legno semicircolare, che trovasi ad un terzo d’altezza degli alberi d’un bastimento: serve d’osservatorio e di sostegno alle scale di corda.

=Coltellacci=, piccole vele che si aggiungono alle estremità delle altre per prendere maggior vento.

=Contrapappafico=, quarta vela dell’albero di trinchetto.

=Coperta=, ponte di un vascello, che chiamasi anche _Tolda_.

=Corbetti=, costali di un bastimento.

=Corcome,= cordami arrotolati per esser più pronti a sciogliersi.

=Crocette=, traverse di legno, che si trovano presso la cima degli alberi sotto l’ultimo alberetto, e servono di appoggio agli ultimi paterazzi.

=Cubie=, grandi buche le quali si trovano a prua a fior del ponte, che servono di passaggio alle catene delle àncore.

=Delfiniera=, piccola asta situata sotto l’albero di bompresso, a sostegno delle corde o trinche dell’albero.

=Deriva=, deviazione della nave dalla propria direzione per causa o del vento o delle onde.

=Fiocco=, piccola vela di forma triangolare, che si spiega sull’albero di bompresso e che si unisce all’albero di trinchetto.

=Frangenti=, piccoli scogli a fior d’acqua.

=Frapponte=, sorta di ponte situato sotto la tolda o coperta, a metà dell’altezza della stiva.

=Frapponte proviero=, parte del frapponte presso la prua della nave.

=Gabbiere=, marinaio incaricato della manovra delle vele alte, gabbie, pappafichi, contrapappafichi, ec.

=Gomena=, fune, ed anche misura di lunghezza che viene calcolata ordinariamente in 150 braccia.

=Griselle=, scale di corda.

=Grue di cappone=, pezzi di legno arcuati, situati a prua, che servono di sostegno alle scialuppe.

=Imbrogliare le vele=, manovra che significa serrarle, chiuderle.

=Manichelle=, trombe di tela o di gomma.

=Montare all’abbordaggio=, assalire il ponte d’una nave e il suo equipaggio.

=Murate=, parapetti della nave.

=Ombrinali=, piccoli fori che servono di scolo all’acqua sopra il ponte della nave.

=Pagaie=, specie di remi adoperati dai polinesiani.

=Pappafico=, vedi =Vela di pappafico=.

=Paterazzi=, funi di sostegno.

=Patte=, vedi =Ancorotto=.

=Pennone di pappafico=, asta che serve di sostegno alla vela detta di pappafico.

=Picco della randa,= pennoncino dell’albero di mezzana, che serve di sostegno alla vela detta randa.

=Piroga=, scialuppa scavata nel tronco di un albero, in uso presso i polinesiani.

=Ponte di comando=, sorta di piccolo ponte, situato sopra la coperta, e riservato al capitano ed agli ufficiali.

=Quadro di poppa=, quella parte della poppa riserbata alle cabine, salotti, ec., per gli ufficiali.

=Raffica=, impetuoso colpo di vento.

=Randa=, vela in forma di trapezio che si stende verticalmente.

=Ribolla=, barra o asta del timone.

=Risacca=, il ritorno disordinato dell’onda respinta da un ostacolo.

=Rollío=, quel movimento che subisce la nave da destra a sinistra, o da sinistra a destra.

=Sartíe=, funi di sostegno degli alberi delle navi.

=Scopamari=, piccole vele che si aggiungono all’estremità di quelle quadre, per raccogliere maggior vento.

=Sopravvento=, il trovarsi la nave in direzione favorevole al vento.

=Sottovento=, il trovarsi la nave in una direzione contraria al vento.

=Stazzatura=, portata o tonnellaggio di una nave.

=Stiva=, ventre della nave, e serve per collocarvi le merci.

=Straglio=, fune che corre in senso obliquo fra l’albero di trinchetto e quello di maestra, e che serve per spiegare una vela triangolare, che chiamasi appunto _straglio_.

=Terzaruoli=, cordicelle che servono a ridurre la superficie delle vele.

=Tolda=, vedi =Coperta=.

=Tramezzate=, pareti di divisione dell’interno d’una nave.

=Tribordo=, fianco sinistro della nave.

=Trinca=, corde di sostegno all’albero di bompresso.

=Trinchettina=, una delle tre vele triangolari dell’albero di bompresso.

=Trinchetto,= vedi =Albero di trinchetto=.

=Uomini di quarto=. Uomini di guardia.

=Vela di mezzana=, prima vela dell’albero di mezzana, collocato a poppa della nave.

=Vela di pappafico=, è la terza vela che porta l’albero di trinchetto e l’albero maestro.

=Vela di parrocchetto=, seconda vela dell’albero di trinchetto.

=Velatura=, l’insieme di tutte le vele d’una nave.

=Virare di bordo=, dirigere la nave a destra od a sinistra.

INDICE DEI CAPITOLI.

CAPITOLO PRIMO. — _Un assassinio misterioso_ Pag. 3 SECONDO. — _Il Naufrago_ 13 TERZO. — _Le isole di Santa-Cruz_ 23 QUARTO. — _Le bizzarrie di Bill_ 34 QUINTO. — _Gli antropofagi dell’Oceano Pacifico_ 44 SESTO. — _Il delitto del naufrago_ 53 SETTIMO. — _I frangenti_ 61 OTTAVO. — _Arrenati sulle scogliere di Figi-Levù_ 72 NONO. — _L’arcipelago di Figii_ 82 DECIMO. — _Un re sepolto vivo_ 93 DECIMOPRIMO. — _I compagni di Bill_ 101 DECIMOSECONDO. — _L’assalto degli antropofagi_ 110 DECIMOTERZO. — _Il domatore di tigri_ 119 DECIMOQUARTO. — _La grande marea_ 126 DECIMOQUINTO. — _Bill si svela_ 136 DECIMOSESTO. — _L’incendio della nave_ 146 DECIMOSETTIMO. — _L’assalto delle tigri_ 155 DECIMOTTAVO. — _La fuga dei forzati_ 164 DECIMONONO. — _Sul rottame_ 174 VENTESIMO. — _Il naufragio della «Nuova Georgia»_ 182 VENTESIMOPRIMO. — _Il naufragio_ 190 VENTESIMOSECONDO. — _Il primo selvaggio_ 197 VENTESIMOTERZO. — _Il re bianco_ 204 VENTESIMOQUARTO. — _I forzati_ 213 VENTESIMOQUINTO. — _La banda di Bill_ 218 VENTESIMOSESTO. — _L’assalto della caverna_ 227 VENTESIMOSETTIMO. — _Bill preso_ 236 VENTESIMOTTAVO. — _Conclusione_ 244 Spiegazione dei termini marinareschi usati nel presente volume 249

NOTE:

[1] Presso i Battias, popoli che abitano la costa settentrionale dell’isola di Sumatra, fra il regno di Achin e il mare, si fa quasi lo stesso. Quando i padri non possono più lavorare vanno a legarsi ad un albero e aspettano che i parenti vadano a mangiarli! E si noti che i Battias godono una certa civiltà, e non recente.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.