Un dramma nell'Oceano Pacifico
Part 13
Di quando in quando giungevano dai villaggi più lontani altre bande di guerrieri, i quali facevano la loro entrata nella capitale con un baccano indiavolato. Si capiva che l’entusiasmo era al colmo, e che tutti volevano prendere parte alla spedizione, essendo la guerra quasi un divertimento pei popoli selvaggi, anzi una festa.
All’alba Collin, il capitano e i marinai erano in piedi, pronti a partire. Quando comparvero sulla piazza, furono accolti con grida entusiastiche.
Quasi trecento guerrieri, armati di mazze, di lance, di scuri di pietra, di archi, erano schierati dinanzi alla capanna coi loro capi alla testa.
— Partiamo, — disse il capitano abbracciando Anna. — Non temere, figlia mia, che torneremo tutti sani e salvi. Il nostro numero è tale da costringere i forzati alla resa, senza bruciare molta polvere.
— Sii prudente, padre mio, — disse la giovanetta commossa. — Non ho che te sulla terra, e se tu venissi ucciso, non so cosa accadrebbe di me abbandonata su quest’isola, fra degli antropofagi.
— Ci saremo noi, miss, — rispose Collin. — Coi nostri petti faremo scudo al padre vostro.
— Non vi sarà bisogno, tenente, — disse il capitano. — I forzati non opporranno molta resistenza.
— Koturè! — gridò Collin.
Il selvaggio si fece innanzi.
— Lascio questa donna sotto la tua protezione, — gli disse il re. — Bada che è più preziosa del mio trono, e ti avverto che se ella avrà da lagnarsi di te o dei tuoi, faccio tuonare il cannone sul vostro villaggio e lo distruggo da capo a fondo.
— Per toccarla bisognerà che mi uccidano, — rispose il selvaggio. — Questa donna è _tabù_ (cioè: sacra, inviolabile).
— Sta bene; partiamo! —
Il capitano abbracciò un’ultima volta Anna, e la schiera lasciò il villaggio accompagnata per qualche tratto dalla rimanente popolazione.
Paowang col fratello, e dodici dei più valenti guerrieri, aprivano la marcia; dietro veniva il piccolo drappello degli uomini bianchi, poi tutti gli altri disposti su una doppia fila. Il cannoncino, portato a braccia da quattro uomini che si scambiavano ogni tratto, veniva ultimo.
La spedizione discese il versante opposto della montagna, aprendosi il passo a colpi di scure, attraverso i fitti boschi; discese in una valle stretta, ombreggiata da un numero infinito di banani che si piegavano sotto il peso dei loro giganteschi grappoli, e interrotta qua e là da piantagioni di canne di zucchero.
Paowang si orizzontò col vulcano, il cui cratere vomitava sempre fiamme, fumo e pezzi di rocce ardenti, quindi condusse la truppa attraverso alle piantagioni per rimontare una collina.
— Sono vicini al vulcano i miei nemici? — chiese Collin, raggiungendo la guida.
— A poca distanza, — rispose l’isolano.
— Allora non accampano sulla spiaggia.
— Il mare è lontano dalla caverna che essi abitano.
— E perchè si sono così allontanati?
— Perchè quella costa è quasi priva di alberi. Devono essersi allontanati per trovare un grosso tronco da scavare.
— Comprendo, — rispose Collin. — Meglio per noi e peggio per loro. Bada però, Paowang, che se ci scoprono fuggiranno nei boschi.
— Ci avvicineremo con prudenza, capo. Quando ci vedranno saranno ormai circondati.
— È isolata la loro caverna?
— Si trova ai piedi di una collinetta.
— È boscosa l’altura?
— Solamente il versante opposto. —
Alle otto del mattino, dopo una marcia di tre ore, salendo e scendendo colline e attraversando vallate e burroni, Paowang si arrestò ai piedi del vulcano.
— Ci siamo? — chiese Collin.
— Fra breve, — rispose l’isolano. — Che il grosso della truppa rimanga qui e noi coi vostri amici bianchi raggiungiamo la vetta di quella collina. —
Fecero sdraiare le truppe fra le macchie raccomandando a tutti il più profondo silenzio; poi il capitano Collin e Paowang salirono l’altura cacciandosi fra i cespugli e gli alberi. In meno di venti minuti raggiunsero la cima e di là girarono lo sguardo sul paese circostante.
All’est, a una distanza di un miglio e mezzo, si vedeva l’Oceano le cui ondate si frangevano con fragore contro la spiaggia; in faccia a loro s’alzava il vulcano avvolto fra nuvoloni di fumo e di scintille, che di quando in quando il vento lacerava lasciando vedere l’immensa colonna di fuoco che erompeva dal cratere, e all’ovest sorgeva una piccola altura addossata a un colle, priva di vegetazione da un lato, ma coperta dall’altro da fitte macchie e da gruppi di alberi di cocco e di fichi.
— Si vedono? — chiesero ansiosamente Collin e il capitano.
— Sì, — rispose l’isolano, dopo alcuni istanti di acuta osservazione. — Eccoli laggiù.
— Dove?... dove?...
— Ai piedi dell’altura. —
Il capitano e Collin guardarono nella direzione indicata, ed infatti scorsero sette uomini, sette marinai, a giudicarli alle vesti che indossavano, intenti a lavorare un tronco d’albero di dimensioni gigantesche, per trasformarlo senza dubbio in un canotto.
— Sono essi! — esclamò il capitano. — Ecco là Mac Bjorn che dirige il lavoro; quello corpulento è Mac Doil, il terzo è O’Donnell, il quarto Brown, il quinto, quello che manovra la scure, è Dikens, il sesto è Kingston e l’altro è Welker.
— Ma dov’è l’ottavo, l’infame Bill? — chiese Collin coi denti stretti.
— Eccolo là, sdraiato ai piedi di quel banano, — rispose il capitano. — Il miserabile è ancora vivo, malgrado le sue due ferite. —
Collin aprì il cespuglio che li nascondeva e guardò. Infatti, sdraiato all’ombra di un banano, vide l’ottavo forzato che riconobbe subito.
— Bill! — esclamò con inesprimibile accento d’odio. — A noi due, furfante!
— E la caverna? — chiese il capitano.
— Non vedete quell’apertura? — rispose il tenente. — Guardate là, presso quel cespuglio.
— La vedo.
— Come disporremo i nostri uomini?
— Paowang con cento uomini s’imboscherà fra quei cespugli che si estendono verso l’est; suo fratello, con altrettanti, si celerà in mezzo a quel bosco di fichi che si stende verso l’ovest, e noi prenderemo posto dinanzi, fra quelle macchie. Se i forzati saliranno la collina, ci riuscirà facile ad allargare le tre bande e accerchiarla.
— Vado a dare gli ordini necessari, — disse Collin. — Aspettatemi qui; poi scenderemo attraverso a questo bosco e prenderemo posto dinanzi alla collina. —
Il tenente e Paowang discesero l’altura e il capitano rimase in osservazione.
Mezz’ora dopo, Collin era di ritorno accompagnato dai marinai che portavano il cannoncino e da una cinquantina di guerrieri, scelti fra i più valorosi.
— Sono partiti gli altri? — gli chiese il capitano.
— Fra pochi minuti saranno anche a posto, — rispose il tenente. — Scendiamo, capitano. —
Tenendosi al coperto dai cespugli attraversarono l’altura e passando fra i boschi raggiunsero il piano calandosi in mezzo a due immensi fichi baniani che da sè soli formavano una piccola foresta.
Asthor postò il cannoncino dinanzi all’altura puntandolo verso la caverna, e Collin distese i suoi guerrieri a destra e a sinistra, appiattandoli dietro ai numerosi tronchi dei fichi colossali.
Avevano appena terminato quei preparativi di combattimento, quando si videro i forzati interrompere bruscamente il loro lavoro, guardare all’intorno con visibile sospetto, quindi fuggire precipitosamente verso la caverna preceduti da Bill che zoppicava.
— Fulmini e lampi! — esclamò Asthor, che stava caricando il pezzo. — Ci hanno scoperti!...
— Meglio così, — rispose Collin. — Ora non possono più scapparci. —
Così dicendo sparò un colpo di fucile in direzione della grotta.
A quel segnale urla feroci s’alzarono nei boschi che circondavano l’altura e si videro apparire i selvaggi, i quali agitavano furiosamente le loro armi, impazienti di venire alle mani.
— Intimiamo la resa, — disse il capitano.
— Quelle canaglie non si arrenderanno, — rispose il pilota.
— Guarda! guarda! — esclamarono Fulton e Mariland.
Un forzato era uscito dalla caverna tenendo in mano un fucile e cercava di rendersi conto di ciò che stava per accadere. Senza dubbio, non sapendo ancora chi erano gli assalitori, doveva essere sorpreso di aver udito, fra quei selvaggi clamori, un colpo di fucile che annunciava la presenza di uomini bianchi.
— Chi vive? — gridò. — Amici o nemici?
— Sono io, mastro Brown! — esclamò Hill, uscendo dal bosco. — Mi riconosci?... —
Il forzato nel vedere il capitano della _Nuova Georgia_ che credeva ormai morto o molto lontano, retrocesse bruscamente e lo guardò con due occhi che parevano quelli d’un pazzo.
— I morti ritornano! — balbettò.
— Sì, ma per appiccarvi tutti!...
— E cosa volete? — chiese il miserabile, pallido come un morto.
— Appiccarvi tutti!... — risposero i naufraghi, uscendo dalle macchie.
— Prima vi bisogna il nostro permesso, — gridò una voce beffarda.
Mac Bjorn, l’antipatico luogotenente di Bill, era comparso sul limitare della caverna e guardava sogghignando, con una insolente bravata, gli ultimi superstiti dell’incendio e dell’assalto spaventevole delle tigri.
— Mille folgori! — riprese egli. — Bisogna dire che avete la pelle dura, capitano, per trovarvi qui ancora in ottima salute; ma vi accerto che è dura anche la nostra e che la cravatta di canapa che dovrebbe appiccarci non è ancora stata filata. Orsù, in ritirata, Brown, e bada alle palle!...
Il pilota e Fulton, furiosi per l’insolenza e l’ironia di quel furfante, fecero fuoco, ma il forzato con un balzo si rifugiò nella caverna, seguito subito da Brown.
— Vi prenderemo, state certi! — gridò Collin. — Orsù, a posto di combattimento!... —
Tre o quattro colpi di fucile partirono dalla caverna, ma il tenente ed il capitano avevano avuto tempo di ripararsi dietro ai tronchi dei fichi baniani. I selvaggi udendo quelle fucilate, emisero spaventevoli vociferazioni e risposero con una nube di freccie, ma senza alcun risultato, essendo i forzati solidamente trincerati e nascosti dietro a enormi pezzi di roccia, che avevano fatto rotolare dinanzi al loro fortino.
— Bah! Non sarà coi vostri stuzzicadenti che li farete sloggiare, — disse il pilota. — Ci vuole della mitraglia per quei furfanti, ma ci siamo noi, e fra poco li faremo cantare, ma non di piacere. —
Puntò il cannoncino e lanciò la prima scarica le cui palle scrosciarono contro le roccie. Nella caverna si udirono urla di furore e una voce, quella di Brown, che gridava:
— Son morto!...
— Quello ha cantato, — disse il pilota. — Un furfante di meno che ci darà da fare.
— Fuoco! — comandò Collin.
Le carabine cominciarono a fischiare mescendo le loro acute detonazioni a quelle sonore del piccolo pezzo, ai sibili delle freccie e alle vociferazioni dei selvaggi.
I forzati però, solidamente trincerati, non si sgomentavano e opponevano una fiera resistenza, rispondendo colpo per colpo e abbattendo con matematica precisione i selvaggi che osavano lasciare la macchia per lanciare le loro zagaglie contro l’apertura.
Di quando in quando, attraverso al fumo che usciva dalla nera galleria, appariva qualche testa, che subito tornava a nascondersi, e si udiva la voce sarcastica di Mac Bjorn gridare:
— Fuoco su quei dannati americani! Mirate giusto e picchiate sodo!... —
Invano Asthor lanciava la mitraglia del suo pezzo proprio dentro la caverna sgretolando le rocce; invano il capitano, Collin e i tre marinai scaricavano senza posa le loro carabine e i selvaggi scagliavano lance e freccie: i forzati resistevano con disperata energia e non accennavano ad arrendersi e, quello che è peggio, non cadevano, riparati come erano.
Già dodici o quindici isolani giacevano senza vita fra i cespugli, stecchiti dal piombo di quei ribaldi, quando il capitano tuonò:
— Finalmente sono nostri!...
— Si arrendono? — chiese Collin.
— No, ma li costringeremo.
— In qual modo?
— Affumicandoli.
— Asthor, lascia il cannone; prendi dieci uomini e va’ a incendiare i cespugli che stanno dinanzi alla caverna.
— Pronto! capitano, — rispose il pilota.
— Bada alle palle!
— Non mi coglieranno: ho già scelta una via sicura.
— Va’, adunque, e spicciati. —
CAPITOLO VENTESIMOSESTO.
L’assalto della caverna.
Quello dell’affumicatura era l’unico modo per costringere i forzati alla resa. Trincerati dietro alcune salde rocce che sfidavano la mitraglia e le palle delle carabine, potevano tener fronte ad un intero esercito.
È vero che si poteva assediarli fino all’esaurimento dei viveri o fino alla mancanza delle munizioni; ma ciò richiedeva forse un tempo troppo lungo, e l’entusiasmo dei selvaggi poteva raffreddarsi, non essendo abituati alle lunghe resistenze, decidendo le loro battaglie in pochi quarti d’ora.
Asthor prese con sè Grinnell e dieci isolani, si gettarono in mezzo alle macchie strisciando come serpenti, e raggiunsero il gigantesco tronco che i forzati avevano atterrato per fabbricarsi l’imbarcazione e che giaceva a soli quindici passi dalla caverna. Dietro a quel riparo, non potevano temere le palle dei difensori della caverna.
— Presto, diamo fuoco ai cespugli, — disse Asthor. — Il vento soffia dalla costa e spingerà il fumo nella caverna. Bella idea che ha avuto il capitano! —
Accese l’esca, sparse fra le piante e gli sterpi vicini della polvere da sparo e vi diede fuoco. Quasi subito una fiamma si alzò allargandosi rapidamente e investendo le frondi e i rami delle macchie, i quali si contorcevano scoppiettando.
I forzati che si erano accorti della manovra degli assedianti e che comprendevano il grave pericolo che stavano per correre, vedendo quelle fiamme che sprigionavano nuvoloni di fumo, si misero a urlare come dannati e drizzarono i loro fucili verso i vicini cespugli credendo che gli incendiarii fossero allo scoperto; ma le loro palle non riuscivano a toccare nè i due marinai nè gl’isolani che si tenevano accuratamente riparati dietro il gigantesco tronco.
Furiosi per questo scacco e pel fumo che il vento spingeva verso la caverna, balzarono fuori per sloggiare i nemici che erano così vicini, ma il capitano e Collin non li perdevano di vista e lanciarono un nembo di mitraglia.
Due forzati caddero fulminati; gli altri fuggirono precipitosamente nella caverna, trascinandosi dietro un compagno ferito.
— Ecco altri due che se ne sono iti, — disse Asthor. — Peccato che quel figuro di Mac Bjorn non sia del numero! Mi pare però che non abbia più voglia di canzonarci.
— Fra poco non ci canzonerà più, — disse Grinnell che cercava di assestare una palla a qualche altro di quei furfanti. — Se il fuoco non si spegne, riempirà la caverna di fumo in modo da non lasciarli più respirare.
— Avanti! — si udivano gridare in quel momento il capitano e Collin.
A quel comando i selvaggi si gettarono carponi e si misero a strisciare attraverso ai cespugli tentando di avvicinarsi alla caverna. Asthor, Grinnell ed i loro dieci compagni fecero altrettanto, tenendosi dietro alle vampe che procedevano sempre divorando le piante che incontravano sul loro passaggio.
I forzati tiravano sempre, incoraggiandosi con grida feroci; però la loro resistenza non era tenace come prima e per di più parevano pochissimi, imperocchè non tuonavano che tre sole carabine.
Erano tutti morti gli altri o il fumo gli aveva ridotti in tale stato da non essere più in grado di sostenere la lotta?
— Che gatta ci covi? — si chiedeva Asthor, cercando di vedere ciò che succedeva nella caverna. — Uhm! non so cosa dire e temo una brutta sorpresa. —
I selvaggi coperti dal fumo e dalle fiamme giunsero a soli venti passi dalla caverna. Abbandonata ogni cautela balzarono in piedi e lanciarono le loro zagaglie e le loro frecce, mentre i bianchi facevano una scarica generale delle loro armi.
Gli assediati risposero con una salva d’imprecazioni, poi attraverso il fumo si vide apparire un uomo che si reggeva a stento in piedi; ma fatti pochi passi all’aperto, stramazzò a terra.
— È Dikens! — esclamò il pilota, che lo aveva riconosciuto. — Un altro che va a trovare messer Belzebù.
— Un’altra scarica, — comandò Collin, — e poi tutti avanti! —
Cinque colpi di carabina echeggiarono, mentre i selvaggi lanciavano attraverso all’apertura le loro scuri di pietra; ma i forzati non risposero.
Asthor che era giunto a pochi passi dalla caverna, si rizzò in piedi tenendo in mano la carabina e guardò al di là delle fiamme, ma non vide in piedi nessun uomo.
— Tuoni e lampi! — esclamò. — Come va questa faccenda?
— Li vedi? — gridò il capitano.
— Aspettate.... vedo attraverso il fumo un uomo che si dibatte; ma gli altri?... Ah! ne vedo altri due che mi pare abbiano finita la loro brutta esistenza.
— Avanti! — gridò Collin.
I selvaggi colle lance dispersero i tizzoni, abbatterono i cespugli che ancora bruciavano, e giunsero dinanzi alla caverna contemporaneamente ad Asthor ed a Grinnell.
— Non vedo che dei morti e un moribondo, — gridò egli, saltando dentro.
Il capitano e Collin lo raggiunsero, ma dovettero retrocedere per cagione del fumo. Appena però si fu diradato, s’inoltrarono cautamente attraverso la nera apertura che pareva si addentrasse profondamente nei fianchi del colle.
Quattro uomini giacevano dietro le rocce che avevano con tanta ostinazione difese. Erano Brown con la fronte spaccata da una palla, Mac-Doil col petto coperto di sangue, Kingston e O’Donnell che erano stati uccisi dalle lance dei selvaggi. Il quinto, Welker, rantolava appoggiato alla parete.
— E gli altri? — chiese Collin, girando intorno un rapido sguardo.
— Dikens è caduto fuori, — disse Asthor.
— Ma Bill e Mac Bjorn? — chiese il capitano.
— Eh! per mille vascelli non si vedono! — esclamò il pilota mostrando i pugni.
— Eppure non devono essere fuggiti, — disse Collin.
— Welker, — disse il capitano avvicinandosi al forzato.
Il miserabile udendo pronunziare il suo nome aprì gli occhi, e vedendosi dinanzi Hill borbottò, forzandosi a sorridere:
— Appiccherete un morto, capitano.
— Dove sono Bill e Mac Bjorn? —
Negli occhi del moribondo brillò uno sguardo d’odio.
— Vili!... — esclamò. — Ci han...no abban...donati.... tra...diti!...
— Ma come?...
— Là!... là!... — mormorò egli additando il fondo della caverna. — Fug... giti!...
— Una parola ancora, — disse il capitano. — Chi siete voi? —
Un pallido sorriso sfiorò le labbra di Welker.
— Son.... mor...to, — disse. — Non.... im...porta.... sia...mo forz...ati di Nor.... —
Non finì: un tremito generale lo prese, alzò le braccia portandosi le mani raggrinzate alla gola e si accasciò su sè stesso rimanendo immobile. Era morto!...
— Affrettiamoci, — disse Collin, — o quei miserabili ci fuggiranno. —
Si slanciarono verso il fondo della caverna e scoprirono uno stretto corridoio oscuro. Senza badare al pericolo a cui si esponevano, si cacciarono dentro tenendo le armi in pugno e dopo aver percorso cinquecento metri si trovarono dinanzi ad una apertura che pareva scavata di recente a colpi di piccone o di scure.
L’attraversarono e uscirono all’aperto. Si trovarono sul versante opposto dell’altura, il quale si univa colla base di una collina che addossavasi al vulcano.
— Fuggiti! — gridò Collin, strappandosi i capelli.
— Ah! miserabili! — esclamò il capitano.
— E si sono portati via anche i vostri danari, signor Hill, — disse Asthor che aveva frugato in tutti gli angoli della caverna.
— Ma li raggiungeremo anche se si dovesse frugare tutte le foreste dell’isola, — disse Collin.
— E dove si saranno diretti? — chiese il capitano. — Non possono avere molto vantaggio su di noi, tanto più che Bill è ferito e zoppica. —
In quell’istante Paowang, che da qualche minuto osservava attentamente il terreno, si avvicinò a Collin e gli disse:
— Ho scoperto le loro tracce, capo.
— Dove si dirigano?
— Salgono la collina.
— Saresti capace di seguirli?
— Sì; e senza smarrirli.
— Allora partiamo. Che dieci guerrieri si uniscano a noi. —
Collin chiamò dieci isolani e si mise in marcia dietro a Paowang, seguito da Hill, Asthor e dai tre marinai.
Continuando le tracce lasciate dai due fuggiaschi che si vedevano impresse sulle erbe che qua e là apparivano calpestate, o fra i cespugli che si vedevano qua e là strappati, salirono la collina, l’attraversarono e scesero l’altro versante.
Giunti al basso, Paowang si fermò indeciso.
— Hai perduto le tracce? — gli chiese Collin.
— No, ma tornano indietro.
— È impossibile!
— Eppure non m’inganno.
— Ma noi non li abbiamo incontrati. —
Il selvaggio non rispose. Guardava attentamente le boscaglie e pareva che un pensiero profondo lo tormentasse.
— Aspettatemi qui, capo, — disse poi.
Si gettò a terra e si mise a studiare attentamente le erbe, guardando con viva attenzione i rami dei cespugli che si vedevano spezzati di recente, poi si mise a camminare carponi descrivendo un semicerchio che terminava verso la collina. Poco dopo però si vide tornare indietro e dirigersi verso la base del vulcano.
— Ha salito la montagna tremante, — disse.
— Hanno salito, vuoi dire. —
Paowang scosse il capo.
— No, — disse poi, — poichè la traccia è una sola.
— Che si siano divisi? — disse il capitano.
— Ma le tracce dell’altro?
— Avete ragione, Collin.
— Indovino, — disse Asthor.
— Cosa intendi di dire? — domandò Hill.
— Voglio dire che Mac Bjorn si è preso Bill fra le braccia per non affaticarlo. Voi già sapete che quell’infame è ferito in una gamba, poichè l’abbiamo veduto zoppicare.
— Hai ragione, Asthor. Deve essere così; ma tanto meglio per noi, poichè faremo più presto a raggiungerli.
— Ha le gambe lunghe quel Mac Bjorn, — disse Asthor, — e temo che ci farà sudare assai. È magro come uno scheletro, ma, perdinci, è tutto nervi ed è capace di farci correre un bel tratto col suo compagno sulle spalle.
— Avanti, — disse Collin.
Paowang si era già messo in cammino dietro la traccia, inoltrandosi traverso ai boschi che si arrampicavano sui fianchi della montagna tremante. Hill, Collin e tutti gli altri lo raggiunsero.
Il cammino diventava sempre più difficile, a mano a mano che salivano. Un numero immenso di liane s’attortigliavano agli alberi o si allungavano sul terreno come serpenti, intrecciandosi in mille guise, descrivendo curve e serpentine d’ogni dimensione e impedendo il passo al piccolo drappello. Ora invece si stendevano fitte macchie formate d’una specie di nocciuoli coi rami assai uniti, oppure immense zone di certe canne che somigliavano ai _bambù tulda_ e che erano strette le une alle altre, da non permettere il passo se prima non venivano abbattute.
I marinai e gli indigeni lavoravano di sciabola e di scure con una specie di furore, ma in certi momenti si trovavano imbarazzati a farsi largo fra quegli ammassi di vegetali che pareva volessero soffocarli. Paowang aveva smarrito la traccia da parecchio tempo, ma continuava a salire la grande montagna. Il suo istinto lo guidava ed era certo, certissimo, di aver dinanzi i due fuggiaschi.
Di tratto in tratto si arrestava, e dopo d’aver raccomandato il più profondo silenzio, ascoltava attentamente sperando di raccogliere qualche rumore che indicasse la presenza dei due nemici; ma i continui boati della montagna soffocavano ogni cosa.
Alle tre pomeridiane il drappello, trafelato per la lunga marcia, era giunto presso la cresta di una collina che si addossava al vulcano, quando Paowang che camminava sempre in testa a tutti sfidando la nera cenere che il vulcano eruttava, si fermò dinanzi ad uno stagno le cui acque fumavano, mandando uno sgradevole odore di zolfo.
Si curvò ed esaminò la polvere nera che copriva le rive di quella sorgente d’acqua calda.
— Ecco le loro tracce! — esclamò! — Sono quelle di due uomini e seguono la cresta della collina.
— Che abbiano intenzione di deviare? — chiese Collin.
— Sì.... ma.... silenzio! —
L’isolano si era bruscamente rialzato e i suoi occhi si erano fissati sui fianchi di una vicina montagna, assai più alta del vulcano e che pareva si dovesse prolungare in direzione della costa. Salì su di una roccia tenendosi nascosto dietro ai rami di un niaulis, e riparandosi gli occhi colle mani, per difenderli dai raggi del sole, continuò a guardare.
— Ho udito rompersi alcuni rami, — disse poi, — e vedo i cespugli agitarsi lassù.
— Ancora?...
— Sì, eccoli!... —