Part 8
Al riguardoso pissi pissi tornò a succedere il clamore; ma questa volta non erano più voci di collera e di minaccia: erano strida di spavento, d’orrore.
Cos’era accaduto?
Giunto a capo della via, senza che — per una ragione che non tarderemo a spiegarci — i suoi aggressori fossero pervenuti a raggiungerlo; Terremoto aveva, con bel garbo, deposto a terra Neruccio, indi erasi dato a sgomberarne l’uscita, col trarre a sè e gittarsi a tergo le grosse pietre, ch’egli stesso — poche ore prima — vi aveva accumulato.
In breve n’ebbe remosse già tante da schiudersi un primo varco, pel quale uno impaziente guizzo di luce s’insinuò nella via sotterranea e — lambendone il terroso pavimento — la rischiarò, come pallido raggio di luna, sino all’opposto lato su cui scendeva la scala.
Un’orribile vista si affacciò allora a quel tanto di nicelleschi che tuttavia vi si accalcava.
Nello spazio che li divideva da Terremoto, spalancavasi una nera voragine, entro la quale erano andati man mano precipitando tutti coloro che li avevano preceduti.
Quella voragine era un pozzo riquadro, coperto d’una specie di cateratta collegata a cerniera ad uno de’ suoi cigli e che — facendo girare sopra sè stesso un caviglione di ferro infisso alla parete — gli cascava nello interno, tutto irto di larghe lame ricurve a mo’ di falci fienaie suggellate alla camicia e co’ taglienti e le punte rivolti allo insù.
Era il così detto _pozzo delle cento taglie_, del quale, Luca Rinolfo aveva confidato il segreto al figliuolo, anche prima che questi s’introducesse la prima volta nella rôcca, ma senza che allora se ne fosse potuto servire, e perchè incalzato troppo da vicino, e perchè con ambe le mani occupate, l’una nel sostenere Bianca della Staffa, l’altra, il da Niceto.
In compenso se n’era valuto adesso e con qual esito è facile imaginarlo.
Il primo de’ suoi inseguitori erasi improvisamente trovato a mettere un piede in fallo e traboccare nel vuoto. Chi gli stava alle reni aveva necessariamente dovuto fare altrettanto: poi un terzo, un quarto, un quinto, e via via. — Le falci — ingegnosamente alternate così da non lasciar passare nè trattenere alcunchè — facevano il resto: li squarciavano, li mutilavano, li affettavano. — E tutti vi sarebbero andati a finire come pecore di Panurgio, se la provida striscia di luce, inviata loro dallo stesso Terremoto, non fosse giunta in tempo da trattenere i sopravenienti, che arretrarono esterrefatti.
Un moto istintivo di paura li respinse fuori del sotterraneo a cercare l’aria libera, la chiara luce del sole. — Ivi si chiamarono a nome l’un l’altro, si noverarono: ventun di loro mancavano all’appello; altrettanti doveva averne inghiottito il baratro traditore.
Scemato tuttavia il primo terrore, un sentimento di vergogna a un tempo e un desiderio di vendetta, li animò a tentare la riscossa. — Le tavole, su le quali avevano valicato la fossa circuente il castello, potevano medesimamente servire per traversare l’orifizio del pozzo. — Accorsero a munirsene e scesero di nuovo nella via sotterranea.
Ma troppo tardi.
Il colosso, nel frattempo, ne aveva sgombro completamente lo sfogo esterno e se l’era dato a gambe trasportando seco il loro commilitone ferito.
CAPITOLO XIII.
Amore.
Sul medesimo lettuccio, che accoglieva poco prima il cadavere della madre di Terremoto, giaceva adesso il nostro Neruccio, che — nel tragitto dal castello di Camia alla capanna dello antico castaldo — era uscito di sentimento.
Al suo capezzale tenevasi seduta s’uno scannello Bianca della Staffa; da’ piedi del letto, lo stesso castaldo.
Esaurita la prima parte della missione affidatagli dalla sua padroncina, Terremoto erasi immediatamente riposto in cammino per adempiere alla seconda: la ricerca del suo vecchio signore.
Nè Luca Rinolfo stette guari a seguirlo, per andarsi a situare come in vedetta su la soglia della propria casipola.
A ciò lo aveva consigliato il figliuolo, suggerendogli che — qualora vedesse accostarsi qualcuno in apparenza nimica — aiutasse il giovine ferito a trarsi di letto ed, insieme a Bianca, lo facesse nascondere entro una piccola grotta naturale, che s’incontrava a breve tratto al di là della Chiappa sul piede di monte Osèro.
Per conseguenza, quando Neruccio — riavendo i sensi — aperse gli occhi e li girò intorno meravigliati, si trovò solo con Bianca.
La vista della gentile donzella gli richiamò d’un subito alla memoria tutte le traversìe della notte e di quella istessa mattina; onde — giungendo le mani quasi in atto di rendimento di grazie:
— È, dunque, a voi, madonna — le disse, con tenera voce — che io vo’ debitore della mia salvezza?
— Tsitt! — fece la giovinetta, toccandosi con l’indice della mano destra la punta del naso e profferendogli, con l’altra mano, una ciòtola colma di un liquore giallastro — prima che vi fatichiate, bevete di questo cordiale, che vi rimetterà in forze, e poi applicatevi alla ferita queste filacciche imbevute di balsamo imperiale, che vi saranno un tocca e sana.
E glie le porse, dopo ch’egli s’ebbe bevuto il cordiale. Indi continuò:
— Io non so davvero se quel nostro fedele di Terremoto, nel trasferirvi qui, vi abbia più presto giovato che nociuto.... i miei intendimenti non si spingevano tant’oltre; ma solo ad avere vostre contezze... è già la seconda volta che voi mi rendete servigio, per cui vi sono legata da un debito di riconoscenza, che mi tarda di solvere.... siete voi lieto che vi si abbia tolto via di frammezzo a’ vostri?
— Non lieto: felice!
— Se la è così, tanto meglio, perocchè mi torni oltremodo piacevole il potervi giovare.... ma voi soffrite della vostra ferita!
— Al contrario, madonna!.... oltre il balsamo imperiale che v’è piaciuto offrirmi, ho, per sanarmi, il balsamo della vostra presenza!.... se ho avuto uno schianto è stato quello di cadere laggiù, senza potervi nè difendere, nè salvare; ma adesso, al fianco vostro io sono così contento che mi sarebbe gioia il morire!
— O perchè dite.... perchè pensate codesto?
— Perchè la mia esistenza è sì misera e triste, che non merita nissun rimpianto.
— Non più della mia, certo!
— Permettetemi di dubitarne.
— Ormai, sono tutta sola al mondo.
— Ed io, dunque?
— Voi pure?
— Non mi resta nemmanco il conforto della vendetta, cui avrei potuto consacrare il mio intelletto ed il mio braccio, dove la reverenza dovuta a un estinto non me lo avesse vietato.
— Avete, dunque, molto sofferto?
— Oh, tanto, tanto!
E qui il giovane soldato narrò per diffuso la dolorosa istoria delle sue vicende alla vezzosa fanciulla, che — di rimpatto — gli espose le sue.
C’era una strana e quasi fatale conformità ne’ casi di que’ due giovinetti: orfani amendue, del paro allevati dalla loro terra natia, del paro nati di gentilesco casato e man mano scesi così in basso, che ormai la miseria rimaneva il loro unico retaggio.
Terminando la propria narrazione, Bianca si celò il volto tra le mani e ruppe in singhiozzi.
— Perchè piangete, madonna? — le domandò con premura Neruccio ch’erasi, nel frattempo, sollevato a sedere sul suo letticciuolo.
— Perchè piango? — gli rispose tra le lacrime la giovinetta — ma se Terremoto non giunge a salvare il mio vecchio nonno come ha potuto fare di voi; se i Nicelli me l’avessero ucciso, come mi hanno ucciso lo zio Gilberto e lo zio Malvicino; cosa volete che avvenga di me?
— Non avete verun altro congiunto?
— Qui, che mi voglia bene, nissuno!.... de’ Camia ce n’è disseminati per tutta la valle, ma la benvolenza e la predilezione del conte Giovanni hanno fatto sì che m’invidiassero assai più che non mi amino... oh, se il nonno mi manca io sono abbandonata!
— Badate, madonna, che Dio c’è per tutti!... so bene anch’io come le parole di conforto e le promesse di assistenza, che un meschino ferito pronunzia dal suo letto di dolori, non possano avere bastevole autorità a tranquillarvi!... ma, fra non guari... lo spero almeno.... sarò risanato, ed allora, quanto varranno queste mie due povere braccia, e le poche capacità della mia mente, e i molti.... e tutti gli affetti dell’animo mio; io ve li offro, madonna.... voi potrete disporne come meglio vi paia opportuno.
— Oh, grazie, messere!... voi siete un nobile e generoso cuore!... ma, a quale titolo.... ditemelo voi stesso... potrei io accettare coteste vostre proposizioni?
— A quello che più vi tornasse gradito: sarò, per voi, un amico, un fratello....
— Un fratello?....
— E vi amerò come tale.... e anche più, Bianca, inquantochè vi giuro, per la santa memoria di mia madre, che... dal mio nascere sin qui... nissuna donna valse mai ad ispirarmi i teneri e soavi sentimenti che voi mi destaste... e sino dacchè c’incontrammo l’anno passato a Parma.... il solo vedervi bastò per darmi come un trabalzo al core!.... mi pareva non fosse quella la prima volta che in voi m’imbattessi... avervi visto altrove, non fosse che ne’ miei sogni di fanciulletto, ne’ miei dormiveglia di adolescente....
E Neruccio diceva il vero.
Sono misteri dello spirito umano codesti, mille volte osservati, ma inesplicati sempre, che forniscono argomento a cui mette fede nella palingenesi e nelle nuove dottrine di Alano Kardec e di Flammarion. Certo che da essi non si giunge a trarre veruna diretta illazione; sfuggono ad ogni analisi psichica e fisiologica e si smarriscono in quello sterminato oceano che si chiama: il caso. Certo parimente, tuttavia, che esercitano soventi una grandissima influenza su le umane vicende.
Gli amori improvisi, subitanei, determinati da un semplice sguardo, quasi scintilla determinante lo incendio, noi mal sappiamo spiegarceli, se non per via di cosiffatti amori, i quali — nella genesi dell’amore — sono come i tempi preistorici in quella dell’uomo.
Quando una di cotali donne, che — relativamente a voi potrebbesi chiamare predestinata e fatale — vi cade la prima volta sott’occhio, voi non avete più indagini a fare, nè dimande a rivolgere al vostro cuore: amate già, amate quasi di un affetto antico, congenito: quella donna pare che, in qualche guisa, o sia già stata o debba indubiamente esser vostra, sicchè vi appartenga ad ogni modo; onde voi — da quel primo istante — la seguite, pigliate interesse ad ogni suo moto, ad ogni sua parola, ad ogni suo sguardo, non diversamente appunto che se si trattasse di persona a voi legata dai vincoli più sacri.
Tanto era avvenuto di Neruccio a proposito di Bianca.
E la giovinetta subiva tanto più il fascino degli orizzonti affatto nuovi e completamente ignorati, che le andavano schiudendo le calde dichiarazioni del suo amatore, inquantocchè la situazione istessa in cui si trovava rimpetto a lui, aggiugnesse loro irresistibili attrattive.
La circostanza che glie lo aveva fatto incontrare la prima volta, era stata di natura da legarla a lui con un nodo indissolubile: quello della riconoscenza. Il transito da questo affetto, già per sè medesimo sì dolce, a quello anche più dolce dell’amore — sovratutto col valido efficente delle idee disperate che la predominavano — doveva necessariamente operarsi spontaneo e rampollare come cosa da cosa.
L’isolamento da cui sentivasi minacciata, le paure che le ispirava l’avvenire, non potevano che concorrere a spingerla tra le braccia dell’uomo, che in tanta miseria le profferiva, come refugio, il suo amore.
— Ebbene, sì — ella gli rispose, arrossendo — vi sono grata, messere, de’ sentimenti vostri, e li accetto tanto maggiormente di cuore, che non è più alla nepote invidiata del ricco e possente castellano, ma alla povera orfanella, priva omai di tetto come di famiglia, che si rivolgono le generose vostre proposizioni!... noi uniremo insieme i nostri dolori, per formarne una gioia: quella del nostro reciproco amore; poichè anch’io vi amo, Neruccio, ah, sì.... e anch’io sino da quella sera funesta che fu l’origine di tutte le mie sventure.... ci staccammo allora l’uno dall’altro e per sempre, e pure un’arcana voce del core mi andava susurrando tratto tratto che vi avrei riveduto.... la vostra imagine mi stava sempre dinanzi!
— E così a me la vostra, madonna! io la serbava nel più intimo del core, siccome reliquia di Terrasanta, e ogni giorno le inalzava una prece, un voto, che in questo punto Dio mi concede la suprema gioia di veder sodisfatta!
Con quelle rapide transizioni, a cui — auspice amore — si abbandona così facilmente l’età giovanile, i due innamorati dimenticavano d’un tratto, l’uno le proprie ferite, l’altra le proprie sventure, per slanciarsi a volo nello sconfinato empireo de’ loro sogni amorosi ed intessersi un avvenire tutto di fiori.
In simili affettuosi ragionari — sospesi solo un momento dal rientrare del vecchio Ridolfo, che ammanì loro qualche poco di pasto — i giovinetti trascorsero tutta quanta la giornata.
Neruccio contava — appena le sue ferite gli consentissero di trarsi di letto — di pigliare ingaggio come capo bandiera negli eserciti imperiali, che — malgrado la tregua — tornavano ad ingrossarsi per le spedizioni contro de’ turchi e de’ barbareschi; e l’ardimentosa fanciulla — qualora veramente il suo avolo fosse rimasto vittima dei Nicelli — si proponeva seguirlo dovunque.
Nella loro miseria, nelle loro sventure, que’ due poveretti si sentivano felici.
Tuttavia, man mano che s’inoltrava la notte, i tristi pensieri riprendevano il sopravvento nell’animo trangosciato di Bianca, che, dal prolungarsi dell’assenza di Terremoto, traeva i più funesti presagi.
Poco prima della mezzanotte e mentre le pupille del ferito cominciavano a farsi pesanti sotto un sonno riparatore; il colosso — con l’aria stravolta ed i segni del più profondo dolore impressi su le laide sembianze irruppe finalmente nella stanzetta.
— Ebbene.... ebbene? — gli si fe’ incontro a chiedergli ansiosamente la giovinetta.
— Ah, eccellenza, — le rispose, con voce rotta e tremante il suo fedele vassallo — quale orrore, croce del Gesù benedetta!... io n’ho la pelle anserina!...
— Il nonno, forse?... — interrogò quella con visibile trepidazione.
Terremoto rivolse i suoi occhioni cerulei al soffitto, mettendo un fragoroso sospiro.
— Sola? — gemè la fanciulla accostandosi istintivamente a Neruccio, che, ridesto di trabalzo al sopraggiungere del gigante, erasi rimesso a sedere sul letto — sola!... non mi resta dunque, più nulla!
— E qui ci scotta, eccellenza! — riprese a dire Terremoto. — questo, madonna, non è più luogo per voi.... bisogna ve ne allontaniate al più presto!
— Perchè?
— Perchè i Nicelli hanno giurato di sterminare quanti avanzano di vostra famiglia, di non darsi requie sinchè un Camia respira!
CAPITOLO XIV.
Il cofanetto dello abate di San Savino.
Il punto nel quale i nicelleschi — dopo la presa della rôcca di Camia — avevano posto il loro bivacco, era una sorta di forra desolata, tutta paduli e fratte rimbrullite, schiusa tra Borgo San Bernardino e Roncovero sul margine di un picciol rivo, che sbocca nella Nure e che — d’allora in appresso — assunse il nome di _Barbarone_.
Quando — per lo allarme recato da’ tre corbellati da Terremoto — il grosso dell’orda si restituì tumultuariamente al castello con alla testa il Monte Ochino ed il marchese di Cattaragna, pochi scherani soltanto rimasero a custodia del prigioniero, che giaceva sempre nel bel mezzo del campo, steso boccone e co’ polsi allacciati alle reni.
Le fatiche della notte e — più ancora — il caldo della stagione che — sin dalle prime ore del giorno — si manifestava soffocante; aveva indotto il più di quegli uomini a sdraiarsi in su l’erba, dove l’un dopo l’altro, non istettero molto a cadere immersi nel sonno.
Due soli — a mo’ di sentinelle avanzate — teneansi ritti, dando le terga allo accampamento, l’uno rivolto a mezzodì, l’altro a settentrione.
Costretto dalla sua scomoda postura a premere il suolo col buzzo enorme ed a pungersi la faccia contro i brocchi e le ortiche; Giovanni il Grosso penava crudelmente. — In giunta, un raggio obliquo del primo sole lo feriva in pieno nel mezzo del capo che aveva scoperto e nudo così di cappello come di capelli.
A breve andare, si sentì divorare da una sete ardente, e cominciò a rangolare, chiedendo a bere in carità, prima con calma e dignitosa preghiera, indi con alto e disperato vociare.
I dormienti non però ruppero il sonno, nè gli badarono i vigilanti.
Solo uno, ch’era pur esso sdraiato a terra e pisolava, o fingeva — al reiterarsi di quelle grida strazianti — si levò su le ginocchia, e, sguaraguardato sospettosamente in giro per farsi certo che nissuno lo avertisse, strisciò carpone sino al ciglio del Barbarone e — dal filo d’aqua che in esso correva — tanta ne attinse da ricolmarne una sua borraccetta che portava a tracolla.
Con questa in mano, sempre catellon catellone, si avvicinò al prigioniero, e:
— Bevete, padron mio! — gli susurrò a voce smessa — bevete!
E gli profferse il refrigerio.
Giovanni il Grosso piegò la faccia di sguincio, e, raffigurato il suo Longino:
— Ah, sei tu Stefanaccio? — gli disse — ti ringrazio sai, il mio figlioccio.... oh, ti ringrazio molto!
Ed avidamente pose le labra alla fiasca.
Stefanaccio non apparteneva alla geldra nicellesca. Era uno dei navichieri della Nure, il quale — dopo aver aiutato il proprio padre e uno zio traghettare i conquistatori del castello di Camia — aveva lasciato i burchielli e mischiatosi loro un po’ per curiosità, ma molto più per lo interesse grande che gl’ispirava il suo vecchio signore.
La sua famiglia era suddita di Giovanni il Grosso, ed egli personalmente gli professava una particolar devozione, perchè s’era degnato servirgli di padrino al fonte battesimale.
Stefanaccio godeva fama di briacone e malvagio. — Forse non l’era; ma nissuno lo amava, nemmanco i suoi di famiglia ch’egli ripagava a misura di carbone.
D’un unica virtù gli si faceva concessione, quella di attenere scrupolosamente le promesse, quante volte lo avesse giurato per la salvezza dell’anima sua.
Stefanaccio era sovrammodo superstizioso.
Bassotto, tarchiato, tozzo, con le gambe alquanto sbilenche e le braccia più lunghe del convenevole e così male appiccicate alle spalle che le gomita gli toccavano costantemente i fianchi, e con una faccia olivigna, dalla fronte depressa, il naso camuso e le labra sottili e sbiancate, quas’interamente offuscata da’ cerfuglioni della lunga ed arruffata capellatura e dalle setole dell’ispida barba, che gli rampollavano sin dal sommo de’ zigomi; tal’era l’uomo ch’erasi di traforo accostato al prigioniero.
Come si fu dissetato:
— Figliuolo — soggiunse questi in tono insinuante di prece — io avrei mestieri parlarti, dimandarti un servigio che confido non sarai per niegarmi.
— Quando, santolo? — interrogò il navalestro.
— In su l’atto.... so io, per avventura, se mi avanzi solamente un’ora di vita?
— Canchero, messere!.... ma come ho a fare adesso?.... mi sbirci solo uno di que’ scampaforche, ed aggravignarmi e conciarmi per il dì delle feste, e’ sarebbe tutt’uno.
— Ripóniti appanciolato a due passi da me, fingi dormire, e non temere di nulla!... nessuno ti baderà!.... una tua risposta mi basta.... io t’ho a richiedere di cosa, che non ti costerà nè fatica, nè scomodo, nè timori, nè rischi.... mi giuri tu di compierla nel modo che t’indicherò io?
— Sì, padrone.
— Per la salvezza dell’anima tua?
— Per la salvezza dell’anima mia.
— Bene! dammi retta! ormai non ti domando altro!
Stefanaccio s’avvoltolò due volte per lo lungo su di sè stesso tanto da scostarsi un cotal poco dal vecchio Camia e s’acconciò in sorta da parere addormentato.
— Io non mi fo’ illusioni — cominciò questi allora, tenendo la bocca rivolta verso di lui e soffiando, per così dire, le parole sul suolo — tra poco, dacchè il Nicelli da Monte Ochino sia di ritorno, io avrò cessato di vivere.... ho i miei settanta ben conti e di tribolazioni a questo mondo ne ho già patito più che nol comportasse misura.... la morte, dunque, può canzonarmi di poco!.... ma ho un segreto, figlioccio, un segreto del più alto momento, il quale mi pesa abbia a scendere sotterra con me!.... però badami bene!.... a pena non ci sia proprio più scampo.... e non ce ne può essere! e che tu mi vegga e mi sappia finito; renditi difilato presso di Arcangelo Rinolfo.... tu lo conosci; Terremoto, il figlio del nostro antico castaldo.... lo rinverrai alla Chiappa, in casa del suo vecchio padre.... trovatolo, piglialo a quattr’occhi, ma così bene in disparte, che nissuno, manco l’aria, possa rubarti una sillaba, e ripetigli quanto adesso avrai udito da me.... sai dov’è che si sta costruendo la Torre Farnese?
— Lo so, padrone — mormorò Stefanaccio — lo so!
— Finora — continuò Giovanni il Grosso — non ne sono che gittate le fondamenta; ma a destra e sinistra vi si trovano già praticate due brevi ed anguste scalucce, le quali menano sotto i vôlti di sostruzione, che hanno a servire di casematte.... ebbene: che Terremoto lasci venire la notte, poi vi si rechi guardingo e scenda per quella a destra, verso mezzodì.... giunto al piè della scala, si ponga ritto con le calcagna proprio rasente l’alzata dell’ultimo gradino e dia cinque passi misurati in avanti in linea dritta al suo naso.... al fine di questi, si pieghi e troverà vicino allo zoccolo della muraglia una pietra riquadra del pavimento più larga delle altre e con un piccolo foro nel mezzo... vi conficchi un ferro auncinato.... gli basterà un grosso chiodo alquanto ricurvo in punta.... e tiri a sè con tutta forza chè la pietra non mancherà di venire.... bada bene a non dimenticare la minima indicazione!.... ripeti!
— La torre Farnese...
— La scaletta a destra...
— Noverare dal suo pie’ cinque passi....
— In linea diritta...
— Chinarsi presso il muro e trovare una pietra dello impiantito più larga dell’altre...
— E con un bucherello nel mezzo...
— Piantarvi dentro un rampino e tirare a sè.
— Bene!... e allora, prenda su ciò che vi troverà sotto: è un cofanetto di legno di rosa con capocchiette di argento.... lo porti seco gelosamente e, subito subito, senza darsi un attimo di riposo, lo vada a consegnare a donna Costanza di Santafiora, contessa di Castell’Arquato, e le dica solo: questo, eccellenza, è il cofano di cui voi tenete la chiave.... hai inteso?
Ma Stefanaccio non gli dètte risposta. Un nugolo di polve ed un confuso bisbigliare lo aveva in quel punto avvertito del retrocedere dei Nicelli e — per scansare ogni rischio — s’era stimato in dovere di sbiettare quatto quatto dal suo posto per ritornarsi a sdraiare sul margine del Barbarone.
Giovanni Camia mise un profondo sospiro.
A un grido di allerta dell’uomo in vedetta verso mezzogiorno, i dormienti si scossero e balzarono in piedi in subbuglio, stirandosi e sbadigliando mentre riafferravano le armi.
I loro compagni riedevano sminuiti di numero e maledettamente rabbiosi per quanto era loro intervenuto nella rôcca di Camia.
Il conte Giovanni Ochino li capitanava sempre.
Scorgendo il prigioniero:
— A costui adesso! — gridò.
E, fattoglisi vicino, gli assestò un formidabile calcio alle costole.
— Non vi sapessi di ritorno — gemè il meschino mal trattato in tal guisa — e me lo annunzierebbe codesto vostro nobile tratto, conte di Monte Ochino!
— Per la croce! — sclamò questi ghignando — non mi stimare in uzzoli da badare alle tue ciance!... ormai dobbiamo intenderci e non altro....
E — come aveva fatto la prima volta — gli si piegò ginocchioni presso, dopo averlo rivoltolato con la faccia allo insù.
— Sai che t’ho detto — continuò abbassando la voce — o rivelarmi dov’hai riposto quel tuo còfano, o preparati a subire le più atroci torture.
— Sono pronto.... disponete!
— T’incocci assolutamente al silenzio?
— Ve lo ripeto: io so nulla di quanto esigete da me.
— Per non rimetterci di coscienza, ti vuo’ anzitutto particolareggiare quanto ho in animo di farti patire; poi ti deciderai!... spogliato che ti avremo di quelle tue vesti, ti farò vergare a sangue.... la pena de’ valletti, a te, nobiluomo!....
— Fate! fate! sono pronto!