Terremoto

Part 7

Chapter 73,751 wordsPublic domain

Inetto ad improvisare, lì per lì, qualche acconcia fiaba da rispondere alle loro domande — la quale poi, o perchè troppo marchiana, o perchè destituita di ogni fondamento, avrebbe potuto farli insospettire e metterli in su l’aviso — egli si limitò a gesticolare, ripetendo:

— Ma guardate.... guardate che orrore!....

Tra una filatessa di _oh_, di _ih_ e di _ah_, da non rifinirne.

L’arte casuale attinse lo scopo.

I tre — l’un dietro l’altro — valicarono il ponte e si slanciarono di corsa su per la strada di approccio.

Terremoto, nel contempo — giovandosi della perfetta sua cognizione del luogo — corse sollecito nella vicina stanzuccia del castaldo; abbrancò i piuoli del verricello e con cinque o sei rapidi giri, tirò a sè le catene del ponte e lo sollevò.

I nicelleschi s’accorsero subito del tiro briccone che loro si preparava e retrocessero a perdilena; ma non giunsero a toccare l’orlo del fossato prima che il ponte fosse già alto e la serracinesca cadesse cigolando a sbarrare la porta del castello.

Terremoto rimaneva padrone della piazza.

Solo gli occorreva riconoscere quanti altri uomini, oltre a que’ tre posti sì felicemente fuori d’azione, vi si potessero trovare racchiusi.

Dalla camera del castaldo, scese, quindi, nel cortile e, mascherandosi dietro un pilastro, tese ansiosamente l’orecchio.

Tutto era silenzio.

Preso da ciò maggiore animo, si fece inanzi in punta di piedi e — sguisciando tra’ pilastri de’ porticati fiancheggianti il cortile — si portò sino all’opposto suo lato, dove si aprivano le scale e dove — secondo le indicazioni della sua giovine signora — sperava rinvenire, morto o ferito, quel tale soldato, cui ella tanto vivamente s’interessava.

Taluni frammenti d’arme sparsi più in qua più in là e varie macchie di un rosso nerastro, che chiazzavano il lastrico, erano testimone della lotta accanita ivi combattuta, ma nessun’altro indizio de’ combattenti, eccetto tre cadaveri che ingombravano i gradini ed il ripiano al sommo delle scalinate.

Quello situato più in basso e che necessariamente si guadagnò pel primo l’attenzione di Terremoto, non presentava omai più che un lurido ammasso di carname arsiccio ed abbrustolito.

Era il cadavere del misero Gilberto Camia; ma in così sconcia maniera reso diforme e ributtante, che — per quando il suo fido vassallo si arrestasse lungamente a considerarlo — non era possibile il raffigurasse; e questo gl’insinuò un primo dubio nel cuore.

Nel secondo ravvisò Cristoforo Chinello e, nel terzo, Alfisio Malvicino, il genero di Giovanni il Grosso.

Salì a’ piani superiori; rovistò gli appartamenti, le sale, le terrazze; non lasciò luogo inesplorato e, quinci e quindi, insieme alle traccie sanguinose, rinvenne cinque nuovi cadaveri: quelli cioè, di Battistino e Franceschino Zazzera, di Domenico de’ Maggi, detto _Monte Osero_, di suo figlio Marino e d’un birro soprannominato _Tiraluscio_. Ma del giovine soldato, che ricercava, non il più leggero vestigio.

Laonde si ribadì viemmaggiormente nel suo dubio che a costui dovesse appartenere lo sformato cadavere giacente a’ pie’ delle scale, tanto più che vi concorreva anche il luogo su cui Bianca diceva averlo visto cadere.

Simile persuasione stava per deciderlo ad abbandonare sollecitamente il castello, dove le sue indagini avevano fallito lo scopo, per condursi altrove a raccogliere notizie del suo disgraziato signore.

Era già sceso di nuovo nel cortile e lo attraversava frettoloso, allorchè il suono di una voce, che usciva da una stambergaccia a terreno, dov’era il dormitorio del servidorame, lo rattenne di botto e richiamò tutta la sua attenzione.

Si accostò a piccoli passi a quel dormitorio e — postosi in ginocchio — applicò l’occhio ad una finestrella ferrata che gli dava luce e vi mise dentro gli sguardi.

Sei uomini, e tutti di parte nicellesca, occupavano il vasto stanzone: quattro corcati su di altrettanti grossolani pagliaricci, e due, che parevano servir loro da custodi — o meglio — da infermieri, essendo chiaro come quelli fossero o feriti o malati.

Terremoto non istette guari a dar loro un nome a ciascuno. — De’ giacenti, nell’uno riconobbe il capitano Lorenzo Villa, nell’altro il conte Melchiorre da Niceto, que’ medesimi ch’egli aveva sì spietatamente malconci, buttandoli a mo’ di proiettili, contro la linea irta di spade e di picche de’ loro istessi seguaci: nel terzo un venturiero lombardo, che sapeva a’ soldi del marchese di Cattaragna, e nei due, che fungevano da serventi, due suoi convalligiani servi a’ Nicelli. — Solo il sesto gli rimaneva ignoto, nè poteva scernerne le fattezze del volto, perchè sdraiato in modo che gli voltava le terga.

Il suo vestito era, tuttavia, quello di un lanzo.

Tale osservazione lo impressionò.

Che fosse appunto colui, per raccapezzare il quale erasi sobbarcato alla perigliosa impresa d’introdursi nella rôcca di Camia?

Non c’era nulla d’inverosimile. — Bianca gli aveva espressa la sua convinzione ch’egli pure militasse contra de’ suoi: dunque, a sua volta, egli apparteneva a’ nicelleschi; ovvio però che costoro lo avessero raccolto quando era caduto e se ne pigliassero pensiero.

Nè Terremoto mal si apponeva.

I nicelleschi, che lo avevano incalzato lungo la via sotterranea — riconosciuta la impossibilità di raggiungerlo — s’erano decisi a battere in ritirata e — nel farlo — avevano man mano raccattato di terra i loro qualche feriti. — Tra questi — oltre a’ due ricordati — trovavasi appunto il nostro Neruccio, di cui — se nissuno doveva interessarsi — ebbero pietà i suoi commilitoni di Piemonte.

Quantunque la spada del Monte Ochino — penetrandogli tra le spalle sotto la scapola destra e scendendo in linea verticale — gli fosse andata a riuscire poco più giù della mammella; egli respirava ancora.

L’uno sotto le ascelle, l’altro sotto le anche, così se lo pigliarono i compagni, e, insieme a’ tre ricordati più sopra lo trasportarono nel dormitorio dei servi, dove, pressati com’erano dal Monte Ochino, impaziente di attendere ad altre bisogna, li affidarono tutti quattro al governo di due de’ loro, non feriti, ma per urti e cadute, rimasi alquanto pesti e contusi.

Vedremo nel seguito come e perchè abbandonassero poi tutti la rôcca, non lasciandovi che altri tre uomini a guardia ed anche de’ meglio noti per gli attributi del coniglio e del lepre.

Ritorniamo intanto a Terremoto.

Le vesti che indossava lo sconosciuto giacente gli avevano posto in capo l’idea dovesse essere non altri che l’uomo ricercato dalla sua padroncina.

Fosse stato più arguto, e molti diversi avvedimenti gli sarebbero forse soccorsi per accertarsene; ma egli non era nemmanco da tanto da trattenersi ad escogitarli. — S’appigliò, quindi, al più elementare e più spiccio: quello di richiederne coloro istessi che vedeva far da custodi.

Si drizzò in piedi, s’appoggiò delle larghe palme al davanzale della finestruola, e, col fare più naturale di questo mondo:

— Ehi, voialtri!... — gridò loro, con la sua rauca voce taurina.

I due guardiani si volsero trasalendo, e:

— Chi è là? — sclamarono, nello affisare estatici, ed anche un po’ atterriti, il colosso che otturava col suo immenso torace quasi tutto il vano della piccola finestra.

In pari tempo, taluni de’ feriti mutarono fianco su loro giacigli e rivolsero eglino pure la faccia verso di lui.

Del novero fu il nostro Neruccio.

Al primo scorgerlo, Terremoto constatò come rispondesse esattamente a’ connotati, che Bianca gli aveva fornito, e prese maggiore animo; tanto più che, nel contempo, si avvide del come i due guardiani lo considerassero ad occhi sgranati e in atto di sempre crescente paura.

I due guardiani credevano di riconoscerlo.

— Sono io! — rispos’egli al loro appello — sono un uomo che non ha nissuno intendimento di arrecarvi male; patto siate secolui compiacenti e rispondiate esatto ad una sua domanda.

— Quale? — balbettò uno dei due.

— Che mi diciate chi sia e come si nomini colui de’ vostri compagni, che giace là, alla vostra mancina.... quello che adesso mi guarda fiso e che ha la corazza di bufalo tutta imbrodolata di sangue.

— Io?... — domandò con flebile voce lo stesso Neruccio.

— Appunto voi, messere, se non vi dispiace — fece placidamente il colosso.

— E perchè cotesta dimanda? — tornò a chiedere il ferito, sollevandosi a gran fatica su l’uno dei gomiti.

— Perchè? — gli rispose Terremoto — oh, il perchè lo saprete, ma lo saprete a suo luogo, messere!... per adesso tanto, comanda chi può e obbedisce chi deve: questo vi basti!... e ditemi solo: siete voi, o non siete, un tale ser Neruccio Nerucci?

Il ferito non ebbe mestieri di rispondere.

Il vivo incarnato di cui si soffusero improvisamente le sue pallide guance, ne constatavano a bastanza la identità, perchè il gigante — malgrado la sua corta intelligenza — avesse duopo di prove più evidenti.

— Lo siete, dunque — egli soggiunse.

— Ebbene? — gli dimandò timidamente l’altro dei due scherani.

— Oh, un nonnulla, figliuoli.... sono venuto a pigliarlo e me lo porto con me!

E — senz’altro attendere — Terremoto girò alla sua sinistra, dov’era l’ingresso del dormitorio, e vi si cacciò dentro resolutamente.

I due non fecero altri moti, che per slontanarsi da lui; non mutarono altri passi, che per indietreggiare sin contro la parete opposta alla porta d’entrata.

Il terrore li rendeva imbecilli.

— È lui, è lui! — si andavano susurrando l’un l’altro all’orecchio — è Terremoto.... che Gesù buono e la Madonna Santissima ci scampi!

E osavano a pena guardarlo.

Il figlio di Luca Ridolfo, addatosi — siccome si era — della battisoffia che la sua presenza aveva incusso ne’ suoi nemici, stimò prudente ribadirgliela viemmeglio in corpo col distruggere ogni avanzo di dubio che loro potesse restare sul conto di lui. Nello entrare, si alzò, per conseguenza, la visiera mettendo in luce le sue sgraziate sembianze, cui le cicatrici del naso e della bocca davano impronta di ributtante ferocia.

Quindi si avvicinò al pagliariccio, sul quale il giovine soldato erasi lascialo ricadere supino, e, situando un ginocchio a terra:

— Messere — gli disse, con voce sovrattenuta così che gli altri nol potessero udire — io vengo a voi, per ordine e conto di madonna Bianca della Staffa, mia ottima signora e padrona.

Ad un tal nome, le guance di Neruccio tornarono ad imporporarsi e:

— Salva.... — mormorò egli sommessamente, rizzandosi di nuovo sul fianco — ella è salva?...

— La è stata, messere; la è stata, mercè il Dio buono, che ha voluto assistere e secondare gli sforzi di questo indegno suo servitore... e com’ella lo è, vuole che voi pure, per mio mezzo, lo siate!

— Che dite mai?... ella vuole?...

— Vi trovate voi tante forze che bastino a sostenere gli strapazzi di un trasporto da qui a più di un miglio di distanza?

— Oh, sì, sì... l’un di costoro m’ha assai valentemente medicato le mie ferite e.... pur che qualcuno mi sorregga....

— Ma io stesso, messere, vi porterò su le mie braccia.

— Voi?

— Oh, non temiate che vi lasci cascare.

— Non è codesto.... ma una sì rude fatica per voi?

— Croce del Gesù benedetta!... ma non sapete ch’ei mi parerà d’avermi in collo un marmocchino da latte?

— Quando così vogliate.

— Siete pronto?

— Pronto ed ansioso!

Terremoto si rimise su le sue due gambe, poi — come appunto una mamma avrebbe potuto farlo col proprio poppante — sollevò il giovine soldato dal suo pagliariccio e delicatamente se lo recò su le spalle.

In quella, uno scoppio fragoroso rintronò pe’ chiostri del cortile e gli tenne dietro un confuso vociare.

I due birri si rincantucciarono anche più allibiti di spavento; il capitano Villa strabuzzò gli occhi e il da Niceto uscì in una truce bestemmia, mentre l’altro ferito mormorava una preghiera.

Costoro pure avevano raffigurato Terremoto, e s’imaginavano fosse il vanguardo de’ Camia, che ritornassero alla riscossa.

Il gigante, tuttavia — col suo umano fardello tra le braccia — erasi affrettato ad uscire, per raggiungere la porta maggiore.

Suo intendimento era quello di riabbassare il levatoio e di trarsi dalla rôcca.

Ma, a pena nel cortile, s’avvide d’aver fatto male i suoi calcoli.

La porta — giusto in quel momento — cedendo al formidabile impeto di una bombarda, volava in schegge e — per la breccia — una mano di nicelleschi, capitanati dal Monte Ochino in persona e dal marchese di Cattaragna, erompevano furibondi nel cortile, brandendo ferocemente le spade e mettendo urla bestiali.

CAPITOLO XII.

Il pozzo dalle cento taglie.

Diciamo un tratto come fossero andate le cose.

Vendicare la morte del cugino Stefano — se il principale — non era stato l’unico movente del conte di Monte Ochino, il quale — impadronendosi della rôcca di Camia — mirava eziandio ad altro scopo e — come si suol dire — a pigliare due colombi ad una fava.

In quell’anno medesimo, tutta la valle erasi vivamente commossa per un’atroce scena di sangue, ond’era stata teatro l’abazia di San Savino, discosta un tiro di freccia da quelle ruine, entro cui vedemmo Terremoto rinvenire legato ed abbavagliato il proprio genitore.

Reggeva quell’abazia un conte Giambattista Marazzani, uomo bisbetico ed originale che — al dire de’ valligiani — occupavasi più assai di scienze occulte e d’alchimia che non del proprio breviario, e nelle quali occupazioni aveva spesso compagno e confidente il conte Giovanni il Grosso de’ Camia.

Col Marazzani conviveva una giovine donna — non bellissima — ma sovrammodo piacevole ed attraente, ch’egli faceva passare come propria sorella, ma che le dicerie de’ villici accusavano di ben altro.

Malgrado ciò, uno de’ meglio illustri e valenti cavalieri piacentini, il conte Giovanni Anguissola, erasi così perduto di amore per lei, da porre in dimenticanza il livore antico che — per ragioni di parte — divideva la sua famiglia da’ Marazzani, e destreggiarsi in ogni più acconcio modo per rendersi propizio l’abate ed insinuarsi in sua casa.

I loro buoni rapporti non ebbero tuttavia che la durata dell’ignoranza dell’ultimo circa i veri motivi che gli traevano l’altro sì di frequente tra’ piedi.

Come li indovinò, provide subito a’ casi propri, allontanando segretamente da sè la sorella ed affidandola alla custodia di donna Costanza di Santafiora, contessa di Castell’Arquato, senza che anima viva ne trapelasse e senza mutare però il suo contegno verso del nuovo amico.

Ma altrettanto non accadde dell’Anguissola.

Com’era consueto fare un giorno almeno ogni decade, costui si rese una volta ancora all’abazia, nello esclusivo intento di rivedere l’adorata sua Olimpia, — che tale era il nome della sorella.... o quel che altro fosse del Marazzani. — L’abate lo accolse con l’ordinaria benevolenza, gli fece festa, lo convitò anche, ma di Olimpia non gli tenne parola.

Olimpia non c’era.

L’altro attese paziente l’ora del desinare, persuaso che, a questo, non dovesse mancare d’intervenire. — E l’ora ne giunse, e la campana refettoriale l’annunziò con la sua chiama, e i vari convitati, tra’ quali Giovanni Camia, si assisero a mensa. — Ma non un segno di Olimpia; nemmanco la posata al suo solito posto.

Decisamente Olimpia non c’era.

Messo in sospetto e desioso in pari tempo di uscire d’incertezza, l’Anguissola si volse all’abate, che gli siedeva presso, e francamente glie ne chiese. — L’abate, sbirciandolo di sottecchi con uno sguardo maligno, tutto suo peculiare, crollò un momento la testa in aria beffarda, poi gli rispose Olimpia trovarsi così lontana, che neppure su l’ippogrifo del mago Merlino avrebbe potuto raggiungerla, e si togliesse bene dal capo la matta speranza di mai più rivederla.

Tale risposta risvegliò tutto l’antico e mal sopito odio gentilizio nel cuore dell’Anguissola e gli fece montare il sangue al cervello. — Non disse verbo, non mise fiato; ma — sgranando tanto d’occhi spiritati e digrignando i denti — si scagliò su l’abate e — trattosi di cintura il pugnale — glie lo immerse replicatamente nel petto.

Il Marazzani dètte uno strillo e cadde rovescio.

I convitati accorsero a sollevarlo.

L’Anguissola — quasi uscito di senno — gittò il ferro sanguinolento sul desco, corse alle scuderie, inforcò il suo cavallo e si evase.

Poche ore dopo l’abate spirò.

Ma corse voce che — prima di spirare — egli consegnasse in segreto e gelosamente raccomandasse al Camia un cofanetto di sandalo, borchiellato d’argento, entro il quale indubiamente custodito un tesoro. — Chi diceva diamanti e zaffiri e smeraldi a dovizie già appartenenti a quello infelice Zizimo fratello di Bajazet II, che vuolsi papa Alessandro VI facesse avvelenare; chi preziosi amuleti e talismani, riportati di Terra Santa da un Ugo Marazzano, che aveva seguito Carlo d’Angiò all’ultima crociata; chi, finalmente, lo specifico infallibile per fare la _grande opera_.

Già il modo di fabbricare _oro ispanico_ era divenuto il segreto di Pulcinella. — Conveniva riporre due galli vecchi tra i dodici e i quindici anni entro una camera sotterranea tutta di pietra, con due finestruole, per cui appena si vedesse traverso, ed ingrassarli di guisa che prendessero caldo ed accoppiatisi insieme facessero ova. A covare queste ova — tolti via i galli — mettere rospi, nutrendoli di mollica di pane, sicchè ne nascessero pulcini maschi, come quei delle chiocce, ai quali, in capo a sei o sette giorni, spuntavano code di serpente. — Questi erano basilischi. — Si pigliavano allora, s’intromettevano in certe bombole di rame a bucherelli, che si sotterravano, lasciando che i basilischi si nodrissero di terra per sei mesi consecutivi: quindi si traevano e, circondate le bombole di fuoco, si faceva che vi abbrustolissero dentro. Macinati poi, vi si misturava aceto, sangue umano e rame rosso, — e l’_oro ispanico_ era fatto.

Ma molti vi si erano cimentati, senza a nulla approdare.

Più de’ gioielli, più delle reliquie di Terra Santa, sarebbe quindi stato prezioso il contenuto di quel cofanetto, se realmente avesse potuto insegnare la vera ricetta per fabricare quell’oro.

Qualunque fosse, d’altronde, tutti convenivano nello attribuirgli uno immenso valore, epperò tra le mire del Monte Ochino eravi appunto quella di venirne in possesso.

Vinti completamente i Camia, allontanato ogni pericolo di nuove sorprese, sua prima cura fu, dunque, rovistare da capo a fondo la rôcca, facendo man bassa su tutto quanto gli parve valerne la pena.

Ma il cofanetto non giunse a trovarlo.

Chiese allora di Giovanni Camia e — risaputo come un drappello de’ suoi gli avesse fatto traghettare la Nure e trascinatolo nell’aperta campagna poco stante da Borgo San Bernardino — vi accorse con tutti gli altri, non lasciando a guardia della rôcca che i tre soli sgherri, che vedemmo sì bene mistificati da Terremoto.

Giunto in sul luogo dove trovavasi il Camia, steso boccone su la nuda terra e con le mani legate al dorso, cominciò a punzecchiarlo con la punta della spada alle reni gridandogli brutalmente:

— Ehi, maledetto stregone, sono qui, perchè regoliamo i nostri conti.... e ne abbiamo di assai vecchi ed infogniti!

— Datemi la morte! — gli rispose pacato il vegliardo — io non vi chiedo altro!

— Ma io ti chiedo di più — gli mormorò all’orecchio il Nicelli, che, per far questo, erasi posto su le ginocchia.

— E che mai?

— Ti chiedo dove tu abbia riposto quel famoso còfano, che ti venne consegnato prima ch’egli morisse, da monsignor abate di San Savino.... che il Signore abbia in gloria.

— Il còfano?.... e quale còfano?.... io di còfani mi so nulla!

— Bada! — ruggì il Monte Ochino — bada che, di grosso che ti si chiama e che sei daddovero, io ti fo divenire sì mingherlino ed allampanato da passare a tuo agio pel taglio delle catene di un ponte!... bada che, se non mi indichi, e subito, dove posso raccapezzare quel còfano, io ti faccio soffrire tali e così acerbe torture, che quelle della Corte di Giustizia.... cosa dico?.... gli stessi spasimi dello inferno, saranno carezze al paragone.

— E voi obedite alla collera vostra, conte Giovanni; ma non isperate con ciò darmi possibilità di sodisfare il vostro desiderio.... di quanto voi dite, ve lo replico, conte.... io so nulla!

— Tu menti per la gola, come un dannato di facitore d’ubbìe, che tu sei!

— Dio mi ascolta e mi giudica!

— Invoca Dio a tutore dell’anima tua scellerata, non delle tue menzogne.

— Conte, io vi dico il vero.

— Sei ben deciso al silenzio?

— Non posso fare altrimenti.

— Preparati, dunque...

— A morire?

— No, ma a penare, come fosti tra le ugne di Satanasso.

E, profferite fra’ denti queste tremende parole, il Monte Ochino si raddrizzò in atto d’impartire a’ suoi birri qualche iniquo comando.

Ma in quel medesimo punto, giunsero correndo dalla banda del torrente i tre, che Terremoto aveva sì felicemente burlato.

Alle dimande che rivolse loro il Monte Ochino, e’ risposero con le esclamazioni di chi sa d’aver fatto una triste figura e vuole non apparire dappoco, e narrarono, esagerando, come fossero stati sovraccolti da uno spaventoso gigante tutto ricoperto di piastre di ferro, il quale li aveva ghermiti, ad uno ad uno, pel collo e lanciati venti passi al di là del ponte; poi — sollevato questo quasi per incanto — precluso loro il reingresso.

La tema di qualche imprevisto tentativo e d’una sorpresa in sul meglio del ballo da parte degli altri Camia, o de’ loro parziali; fece sì che il Nicelli smettesse, pel momento, i suoi crudeli propositi contro Giovanni il Grosso e, col maggior nerbo de’ suoi, si riconducesse alla rôcca.

Prevedendo, per altro, quali ostacoli gli convenisse superare per rientrarvi — transitando pel casolare di Borgo San Bernardino, dove giaceva grosso deposito di materiali edilizî e di arnesi da guerra, destinati alla costruzione ed al munimento di una torre, che papa Paolo III faceva erigere lì presso, per albergarvi i suoi commessarî di giustizia — eccitò taluni de’ suoi birri a provedersi di tavole e scale e a pigliar su una petriera e trascinarsela dietro a forza di braccia.

Sul luogo, la caricarono sino all’orifizio della sua tromba, con la polvere che ciascuno teneva nel fiaschino e con pietre raccattate intorno intorno; poi, — lanciate le scale e le tavole sul fossato — ve la spinsero sopra sino a farla combaciare della bocca co’ ritti della serracinesca, ed allora le misero fuoco.

Fu lo scoppio di quella bombarda che mandò in fascio la porta e che sorprese Terremoto, nel mentre usciva dal dormitorio col suo giovine ferito sovra le spalle.

Al vederlo, i nicelleschi, che il riconobbero perchè teneva la visiera ancora alta:

— Dàlli! dalli! — si misero a urlare.

E gli corsero sopra in massa serrata.

Terremoto comprese d’un tratto come non potesse lottare contro tanto nugolo di gente, senza esporre — se non sè stesso — il suo protetto ad inevitabile morte.

Unico scampo, gittarsi di nuovo per quella via sotterranea, che già una volta gli aveva servito per trarre a salvamento la sua signora.

E non esitò.

Ma la foce esterna di quella via, egli stesso l’aveva nuovamente otturata.

Consci di ciò:

— Bene! meglio! — sclamavano intanto molti dei suoi avversarî — il lupo s’accalappia da sè medesimo!... lo sfogo è ristoppato!.... addosso! addosso!

E si cacciarono inanzi con maggiore irruenza.

Ma — perchè giorno chiaro — non avvisarono di procacciarsi lume, e dentro quel cunicolo, angusto così, che due costa a costa penavano ad inoltrarvisi, regnava il buio cieco della notte.

Malgrado ciò, proseguirono animosi ad accalcarsi sotto la sua volta depressa, tra le sue umide pareti, pigiandosi l’un l’altro alle reni, nell’ansia che animava gli ultimi di raggiungere i primi.

Alle grida clamorose, era susseguito un bisbigliare sommesso, quasi il silenzio.

Era il portato delle tenebre.

Quella infornata di carne umana spariva lenta lenta per l’entratura della intercapedine. — Si capiva che i primi procedevano tastoni. — Ormai non rimaneva più al di fuori che una coda di pochi, i quali _marcavano il passo_, scalpicciando come i cavalli impazienti.

Quando improvisamente si manifestò un moto regressivo e come di regurgito.