Terremoto

Part 19

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La sventurata fanciulla — come abbiamo detto — erasi gittata su di una panca in uno stato di profondo abbattimento. Dopo il primo stupore — durante il quale nemmanco s’era avuta agio di riannodare e comporre le proprie idee scombuiate — la infelice concentrò ogni suo pensiero su lo imminente pericolo, che le sovrastava, ed un brivido freddo, come di morte, le serpeggiò per tutte le fibre sino ad agghiadarle il core. La speranza, ultimo barlume di fede, che scoppietta ed illumina di fuggevoli guizzi anche l’agonia, le suscitò un momento nell’animo l’idea della fuga. Epperò — rizzatasi di sbalzo — corse prima all’uscio, che trovò chiuso di fuori a chiave, poi si dètte a tastare ansiosamente le quattro pareti della stanza nella illusoria fiducia potessero offrirle qualche àdito nascosto, od aprirsi d’improviso al suo contatto per virtù d’arte maga, o divino volere della providenza. Delusa, si ritrasse nel vano della finestra, si provò inutilmente a scuoterne le sbarre di ferro, che — comunque esigue ed arrugginite — non si smossero d’una linea sotto i suoi deboli sforzi e, finalmente, spossata anche più da tale ultimo vano tentativo, si appoggiò de’ cubiti sul davanzale e tornò a rompere in pianto.

Era da poco in quella postura e così assorta nel proprio affanno disperato, da non badare tampoco a quanto cadevagli sotto i sensi; alloracchè sentì sfiorarle la fronte un ardente soffio.

Alzò la testa e si vide dinanzi una faccia d’uomo così orribile e mostruosa, che a tutt’altri ed in tutt’altra occasione, avrebbe fatto rizzare i capelli in testa per lo spavento.

Ma a lei non punto.

Ella, invece, parve tutta rasserenarsi a quella sgradevole vista e — stendendo le braccia fuori della inferriata e soffocando a stento un’esclamazione di gioia, che stava per eromperle dal petto:

— Terremoto? — sclamò il più che potè a bassa voce — oh, salvami! salvami!

— Il Farnese? — domandò il gigante, riassumendo tutte le possibili dimande in questo semplice ed aborrito nome.

— È qui presso — rispose Bianca — nell’attigua stanza.... ma non può tardare a raggiungermi!

Terremoto si pose un dito su le labra indicandole di tacere; lanciò una occhiata d’ogni intorno per accertarsi di non essere osservato; quindi — fatto segno alla fanciulla di scostarsi dalla finestra — ne afferrò le sbarre con le due mani e curvandosi su la enorme persona e puntellandosi de’ piedi contro lo zoccolo del muro esterno — cominciò a trarle a sè.

Le sbarre erano tuttora a bastanza robuste e suggellate sodo nella grossezza del muro; ma la forza di trazione del colosso era, d’altro canto, sì prepotente che non poterono resistervi a lungo, e finirono per piegarsi nel mezzo ed uscire dai fori, cui erano assecurate le loro estremità.

Bianca seguiva i progressi di quella nuova fatica d’Ercole, con l’ansia febrile del naufrago che, esausto di forze, tenta le ultime bracciate a nuoto, per raggiungere la tavola salvatrice.

Finalmente la inferriata si staccò completamente dal muro e Terremoto cadde con essa rovescione sul terreno. L’erba — per buona ventura — attutì il rumore della caduta.

A pena si fu egli rialzato, che Bianca — arrampicatasi nel frattempo sul davanzale della finestra — era già fra le sue braccia.

In quel medesimo punto, Pierluigi Farnese — licenziati i suoi due capitani — penetrava risolutamente nella stanzetta.

Trovandola diserta, mise un grido di stupore; ma, scorgendo in pari tempo la finestra priva della sua ferriata, non durò fatica a indovinare, almeno approssimativamente, cosa potess’essere accaduto. Alla sua volta, si avvicinò, quindi, a quella finestra e guardò fuori per la campagna. A un venti passi, nulla più, scorse, infatti, la fanciulla portata via fra le braccia del suo gigantesco salvatore.

E allora non potè trattenersi dallo erompere in un grido di rabbia.

— All’armi!... ferma!... ferma! — si dette ad urlare.

A simili grida di una voce ben nota, in un batter di ciglia, l’intero campo pontificio fu levato a rumore: capitani, soldati, saccardi, tutti uscirono dalle case, dalle tende, in cui ricovravano; i dormienti, svegliati di soprassalto, s’affrettarono a sorgere in piedi, a balzare alle armi: era una confusione, uno scompiglio generale; pareva fosse imminente qualche terribile conflitto ed, invece, non si trattava che d’inseguire un fuggiasco, il quale, frattanto, correva via traverso i campi, col suo leggero carico tra le braccia e con tutta la maggiore velocità delle sterminate sue gambe.

CAPITOLO XXXIII.

Come Terremoto fosse ritornato in iscena.

Per rendere ragione al lettore del come Terremoto fosse ritornato in iscena e proprio — direbbero i francesi — _à point nommé_ per strappare anche una volta Bianca della Staffa agl’infami abbracciamenti di Pierluigi Farnese, ci è giocoforza retrocedere di alquanto su la via dei casi già da noi narrati e spiegare, anzitutto la presenza del Cavalier Nero sul luogo, che avea servito di palestra al singolar certame combattuto fra Neruccio Nerucci ed Olimpia de’ Marazzani.

Dopo la resa di Castel Torsciano, il Cavalier Nero, in forza della capitolazione della resa istessa, era passato — come ci è noto — a far parte delle truppe pontificie, in uno con Ascanio della Corgna ed Andrea di Arezzo, e gli era stato assegnato il comando di parecchie bandiere in formazione, alle quali appartenevano vari degli uomini, che avevano già militato sotto di lui, nella difesa di quel castello. Solo — e sempre secondo l’accennata capitolazione — ned egli, nè i compagni suoi dovevano partecipare alle offese contra Perugia, ma sibbene venire impiegati nella imminente spedizione contra i Colonna di Palliano e di Rocca di Papa.

Perciò — nel frattanto — trovavasi egli senza occupazione nessuna di molto rilievo, quasi nell’ozio. — Ma un fine lo attraeva e — seguendolo indefesso — sua prima cura, non a pena frammisto alle genti del Farnese, quella si fu di pigliar voce su le costui consuetudini, e massime su le persone di maggior riguardo che gli stavano più da vicino. Naturalmente, nel novero di queste, gli venne indicato e descritto il giovine capitano Tre-Grazie, il quale — a dire di chi lo informava — trovavasi allora assente con qualche segreta missione, relativa probabilmente alla presa di Perugia. — I contrassegni di un tal personaggio non lasciarono il minimo dubio nel Cavalier Nero che Tre-Grazie ed Olimpia de’ Marazzani, malgrado la nominale differenza di sesso, non dovessero essere che un solo e medesimo individuo. Fissò, quindi, in cervello un suo piano e — profittando della sospensione di ostilità, che necessariamente accompagnò e seguì i preliminari e le trattative della reddizione — si dètte a perlustrare le vicinanze della città assediata, con un drappello de’ suoi più fidi. — Se vero che il sedicente Tre-Grazie si trovasse dentro di quella o ne’ dintorni, appariva eziandio logico ed ovvio dovesse trar partito, a sua volta, di quella sospensione, per far ritorno al campo de’ papalini. Il Cavalier Nero si proponeva sbarrargli il passaggio, e in qualche modo, impadronirsi della sua persona.

Come fosse in ciò riuscito e fors’anco al di là di ogni sua presunzione, lo abbiamo veduto. Il caso, questo grande artefice de’ più strani avvenimenti lo aveva condotto presso a Tre-Grazie, o meglio, ad Olimpia de’ Marazzani, giusto nel punto che la feroce donna cadeva trafitta dai colpi del nostro Neruccio.

Fattala adagiare su la lettiga improvisata ed affidato alla custodia de’ suoi il povero Neruccio, che costoro si trassero dietro pel capo della fune strettagli a’ polsi, il misterioso Cavaliere, precedendo lo strano convoglio, s’indirizzò verso Perugia e fece sosta presso una misera casuccia a breve distanza dal luogo su cui sorge la bella chiesa di San Pietro.

La casipola, che si formava di due sole stanzette di pianterreno, era completamente deserta; il demone della guerra ne aveva cacciato il suo unico abitatore, ch’era un chierico non per anco ordinato prete.

Ivi s’aqquartierò il Cavalier Nero, facendo collocare, nella prima delle due stanze, la lettiga su cui giaceva donna Olimpia e chiudere a chiave Neruccio nella seconda.

Era questo un piccolo camerino, che il chierico faceva probabilmente servire da oratorio insieme e da studiolo, poichè, unitamente ad un grande crocefisso grossolanamente scolpito suggellato alla parete al disopra di un monumentale genuflettorio di rovere grezzo, vi si scorgesse, da un canto, presso la finestruola inferriata, un tavolinuccio a copertura di corame borchiellata allo ingiro da chiodetti d’ottone, sul quale un enorme calamaio di peltro e varie penne d’oca e, dall’altro, un tarlato e polveroso scaffale contenente alcuni messali e codici in pergamena.

Neruccio sedette al tavolino; vi si appoggiò su del gomito e ripassò dolorosamente col pensiero le diverse traversie di quella notte. Bianca, la sua diletta Bianca, un momento salva per opera sua, poi, di bel nuovo perduta e forse per sempre; gli si riaffacciava del continuo alla mente e gli metteva nel core un dispetto, una rabbia, una tortura d’inferno. Saperla in balìa del Farnese, su l’orlo del precipizio, che doveva inghiottire il suo onore, il suo avvenire, forse la sua vita; ed egli esser là prigioniero, costretto alla inerzia, impotente a difenderla; era tale schianto che il misero non ci reggeva. Gli pareva essere racchiuso dentro un àmbito di fuoco e che le fiamme di questo, restringendo sempre più il loro cerchio fatale, gli scaldassero il sangue, gli bruciassero le vive carni: le sue tempia martellavano, infatti, come per violento parossismo di febre; i nervi gli si contraevano spaventosamente; sognava ad occhi aperti, delirava.

In quello stato di esaltazione, cacciandosi, per caso, la mano entro una tasca del giustacuore; sentì di tenervi chiuse alcune carte, quelle stesse che aveva tolto a Tre-Grazie o, meglio, a donna Olimpia de’ Marazzani, nell’atto che le scioglieva il farsetto. Le trasse meccanicamente e le esaminò. Erano: una lettera senza firma nè direzione, alcune note insignificanti ed un salvocondotto col nome in bianco del suo portatore e in calce la sottoscrizione di Pierluigi Farnese, duca di Castro, capitan generale e gonfaloniere di Santa Madre Chiesa.

Mentre la vista di questo nome maledetto dava novello alimento alle strazianti sue smanie, Neruccio si udì chiamare sommessamente per nome da qualcuno, che lo stava contemplando dal di fuori della finestruccia.

Volse gli occhi da quella parte e scorse Terremoto.

— Voi qui? — sclamò allora scattando in piedi sollecito — voi qui?

— Sì, messere.... oh, se sapeste?

— Ditemi, ditemi!...

Il gigante si fece allora a narrargli, il più succintamente possibile, tutto quanto era occorso a lui ed alla sua padroncina, dal momento in cui aveva secolei lasciato il tugurio della Chiappa, per affidarla alla protezione dei Santafiora, sino a quando messer Bartolomeo della Staffa — temendo forte il Baglione non mancasse a presi convegni — lo aveva spedito per le terre dell’Umbria a fare ingaggio d’uomini e di cavalli.

A questo punto Terremoto continuò:

— Sono partito alli nove del mese scorso e tornavo stanotte dalle mie infruttuose ricerche.... nessuno, nemmanco una carogna ha voluto seguirmi.... maladetti!.... tornavo, dunque, quando, a mezza la via che mi riconduceva a Perugia, chi trovo?... messere lo zio di damigella Bianca, a cavallo, tutto solingo, tetro come un mare in procella, che andava via lemme lemme quasi sentisse rimorso di staccarsi dalla città dove ha aperto gli occhi.... la luna batteva in pieno su la mia grinta mal sagomata, ond’egli mi raffigurò di primo acchito e, spronandomi incontro il ronzino: — «Ah, Terremoto — mi disse — quale orribile sciagura!» — «Che è stato, messere? — gli domando io» — «la mia nipote, la tua padroncina....» — «ebbene, ebbene, messere?...» — «ebbene: me l’hanno rapita, strappata proditoriamente dal fianco e portata sa il cielo dove» — «dove? — feci io — non ci è nemmeno a stare un attimo a indovinarlo!... sarà quel dannato di monsignore il figlio di Sua Beatitudine che l’avrà fatta rapire» — «Pierluigi Farnese?» — sclamò messer Bartolomeo tutto compreso di stupore — «eh, sì, eh, sì — continuai io — non vi rammenta, messere, delle sue vituperevoli manovre in casa i Santafiora?» — «è vero; hai ragione; ma tanto peggio se la è così, che io nulla posso tentare a salvarla» — «e voi statevi, messere, che lo tenterò io!» — «tu?» — «io.... io!» — e sopra ciò, ci staccammo, lui continuando il suo ambio verso il Trasimeno; io mettendomi a galoppare come un disperato su’ miei due trampoli verso questa parte..... passando per qui, come è questa la prima abitazione che incontro, ho voluto sbirciarvi dentro per pur vedere.... non si sa mai....

— Ed è stato il Signore Iddio, che ve n’ha suggerito il buon pensiero — lo interruppe Neruccio, il cui volto erasi repentinamente illuminato di un raggio di speranza e quasi di gioia.

— Voi dite?

— Sì, Terremoto: come voi lo avete così bene arguito, donna Bianca è appunto nelle mani di Pierluigi Farnese.... ho udito io, con queste mie orecchie, la persona che l’ha rapita dar ordine ad un suo sgherro di portarla nella tenda di quel mostro e vi assicuro, Terremoto, che se io non fossi qui sotto toppa, prigioniero, schiavo....

— Eh, non c’è uopo vi scarmaniate a giurarmelo.

— Andate, dunque voi stesso.... correte.... strappatela, se vi riesce, alle ugne di quel maledetto.

— Non perdo un istante!

— Un momento, qual’è il vostro nome vero?

— Arcangelo Rinolfo, a servirvi, messere.

Neruccio si curvò un tratto sul tavolino; intinse stentatamente una delle penne d’oca nel calamaio di peltro, il cui inchiostro era già a mezzo essicato e, con essa tracciò su la lacuna lasciata in bianco nel salvocondotto tolto ad Olimpia de’ Marazzani il nome di Arcangelo Rinolfo.

Ciò fatto, porse il foglio al colosso e:

— Prendete — gli disse — con questo potrete facilmente introdurvi e liberamente circolare nel campo de’ papalini.

— Cos’è? — gli chiese Terremoto, guardando con stupore il foglio che doveva essere da tanto.

— È un salvocondotto firmato dallo stesso Pierluigi Farnese.

Terremoto non soggiunse verbo; intascò il foglio; traverso le ferriate della finestra, strinse ruvidamente la mano al giovane capolancia, e si allontanò di tutta corsa.

Ed ecco per qual seguito di circostanze era egli venuto a conoscere dove precisamente si trovasse Bianca della Staffa e per qual modo aveva potuto avvicinarsi sino alla stanza in cui ella era racchiusa.

CAPITOLO XXXIV.

Nuove gesta di Terremoto.

Primi ad accorrere alle grida del Farnese furono il Trentacoste, il Tomasoni, il Bombaglino ed altri suoi capitani. Richiesto di che si trattasse.

— Amici miei — rispose loro — io teneva qui una fanciulla.... la figliuola di uno de’ più acerrimi nemici di Santa Madre Chiesa.... volendo serbarla come statico, l’avevo chiusa in questa stanzetta.... ebbene: vedete!... un accidente di uomo, che io non conosco; uno specie di ciclope, ha scassinato le spranghe della finestra e me l’ha portata via, ed ora fugge, fugge secolei, in direzione della città di Perugia.... a voi!... chi si sente d’inseguirli?... su la mia fede di gentiluomo e di duca imprometto mille bei scudi imperiali di oro a chi me li riporti vivi, o viva almeno la fanciulla e sia pur morto il farabutto che me l’ha trafugata!

— Io.... io.... io!... — strillarono dieci voci ad un tempo.

— Lasciate andare, dunque! — sclamò Pierluigi con un gaio soghigno, usando la frase sacramentale delle giostre e de’ torneamenti — la corsa al pallio è aperta!... ma lesti! lesti!... il villanzone ha gambe più lunghe del colosso di Rodi e corre più veloce della gazzella da’ piedi di bronzo.... se perdete un solo attimo, egli vi scappa!

Non aveva il Farnese terminata ancora l’ultima frase di tale eccitamento, che già il Trentacoste ed il Bombaglino, con una serqua di loro barbute, si trovavano in sella, armati di tutto punto, e partivano, come altrettante frecce, nella direzione ch’egli aveva segnato loro del dito.

Terremoto, con la fanciulla in collo, s’era slanciato di tutta corsa verso Perugia; ma — sovvenendogli a un tratto quanto gli aveva detto messer Bartolomeo circa la imminente reddizione della città — stimò imprudenza il procedere più oltre e si gittò di repente, alla propria destra, tra un fitto di giovani querce e di faggi che costeggiava la via.

Dal vociare, che l’appello del Farnese, aveva d’improviso suscitato per tutto l’accampamento, gli era stato ovvio il comprendere come non dovesse tardar molto ad essere inseguito; epperò, abbandonando la strada e cacciandosi tra l’intricato meandro di quella boschina, si sottraeva meglio alla vista de’ suoi inseguitori e poteva tirare inanzi anche un po’ più a rilento, con minor tema di essere raggiunto.

Come si ritenne alquanto al securo, Bianca volle assolutamente scendere dalle sue spalle e camminare ella pure pedestre, per non stancarlo soverchio.

Volle bene opporvisi il divoto vassallo e, con mille goffe proteste e più goffe preghiere, indurla a rimanersene al proprio posto; ma non ci fu modo. La sventura aveva così temprato l’animo gentile della giovinetta, ch’ella non divideva più gli aristocratici pregiudizi della propria casta gentilesca e considerava l’ottimo Rinolfo, non più come un servo, ma come il più affezionato degli amici. Provava, quindi, vergogna e quasi una specie di rimorso nello imporgli quella parte umiliante di bestia da soma.

Necessariamente una simile risoluzione di Bianca obligò il gigante a restrignere le seste delle proprie gambe e a far passi più brevi e meno frequenti; locchè equivaleva ad una considerevole perdita di tempo ne’ progressi della loro evasione.

A un tratto il calpestio precipitoso di parecchi cavalli giunse alle loro orecchie.

Il rumore proveniva dal campo pontificio. Non c’era, quindi, da prendere equivoco: su ciascuno di quei cavalli doveva tenersi in arcione un nemico.

Terremoto si arrestò. Bianca, sbigottita, si restrinse tutta al suo fianco, com’ellera, che, per reggersi ritta, cerca di abbarbicarsi ai robusto tronco dell’olmo.

Siccome la boscaglia, per cui s’erano messi i nostri due fuggiaschi, andava vie via, assottigliandosi, sino a formare un angolo acutissimo che, alla sinistra, aveva per lato la strada battuta ed, alla destra, l’aperta campagna; tornava inevitabile che quei cavalieri, se pur seguivano la strada, com’era a supporsi, dovessero transitare a poca distanza da loro; attalchè il più leggero scricchiolìo d’un ramo, il minimo stormir di una foglia poteva destarne i sospetti, attirarne l’attenzione e determinare la loro perdita.

La fanciulla perciò dette un buon consiglio al suo salvatore: quello di coricarsi tra le alte erbe e gli sterpai che ingombravano il suolo del bosco e rimanervi immobili sino a che i loro segugi fossero oltre trascorsi.

E così fecero.

Non istette di molto, in fatto, che lo stuolo de’ cavalieri — una dozzina circa — passò, correndo di tutta carriera, a piccola distanza dal punto in cui e’ s’erano appiattati ed, in breve, si dilungò e si perse lontano nel buio e nel silenzio della notte.

Risorsero allora in piedi e proseguirono, più tranquillati, il loro cammino.

Uscendo dal bosco, poco al di là di Perugia, e traversando la strada, per cercare, dall’altro lato di essa, gli alberi, e le siepi de’ campi che servissero loro di schermo, Terremoto — al chiaror della luna che brillava sempre splendidissima — s’accorse d’esser giunto in prossimità della casa, in cui, pochi istanti prima, s’era trattenuto a discorrere col nostro Neruccio, e la indicò a Bianca, che aveva già messo a parte di quel suo colloquio.

La giovinetta, soffusa tutta di un caro rossore e palpitante di speranza e di gioia, espose naturalmente il desiderio di avvicinarsi e rivedere il suo amato; nè il buon Rinolfo — per quanto il tentarlo dovesse essere non immune da rischi — ebbe core di contrariarla.

La fece, quindi, accoccolare a piedi di un’annosa quercia, affinchè non giugnesse a scuoprirla chi, per avventura, fosse venuto a passare per quel punto; poscia, pian piano, in punta di piedi, s’accostò alla povera e antica dimora del chierico perugino.

Riconosciuta la finestra istessa, da cui, poco prima, aveva scorto Neruccio, vi si affacciò cautamente e vi lanciò dentro uno sguardo.

Ma la stanzuccia servente di oratorio e studiolo era completamente vuota; l’uscio, che la metteva in comunicazione con la stanza attigua, spalancato; e questa pure, a ciò che pareva, affatto deserta.

S’inanimì allora a girare intorno intorno alla catapecchia e a scandagliarne i pressi dal lato della porta di entrata.

Anche questa era aperta.

Vi si spinse dentro guardingo e riconobbe che, veramente, anche il primo ambiente trovavasi inabitato al paro dell’altro.

Tutta la casipola era deserta.

Un pensiero gli attraversò allora la mente, non troppo adusa alle pronte concezioni. La sua giovine signora doveva essere stanca di molto; l’alba — poichè s’era in pieno giugno — non indugiar guari a sciorre le dorate sue ali su la volta del cielo, fugandone il pallido raggio della luna e lo scintillìo delle stelle; periglioso, quindi, il restarsene errabondi pei campi e le strade campestri. Laonde pensò ricovrare, con la sua padrona, entro quell’umile casolare e trattenervisi sino a che lo scendere del bruzzolo novello consentisse loro di allontanarsi in maggiore securtà.

Bianca, ch’egli s’affrettò ad istruire di quel luminoso suo proponimento, fu, a sua volta, sollecita di accondiscendervi: il rammarico intenso, ch’ella provava nel dover renunciare alla dolce speranza di rivedere il suo Neruccio, colui che già tre volte aveva posto la vita a sbaraglio per salvarle l’onore, non poteva trovare un refrigerio che nel sostare alcun tempo nel luogo istesso dov’egli aveva dimorato, toccare gli oggetti caldi tuttavia del contatto della sua persona, respirare la medesima aria da lui respirata.

Penetrarono però nella casetta ed ivi soprasedettero alla continuazione del loro viaggio sino al calar della notte.

Nella prima stanza, trovarono un letticciuolo dalle coperte di grossa canepa sordide, sdrucite ed in vari punti chiazzate di sangue, sul quale Bianca — tolte via queste che destavano repugnanza — si sdraiò tutta vestita cercandovi un po’ di riposo; mentre Terremoto chiusa accuratamente e sbarrata la porta tenevasi ad una delle finestre in vedetta.

Durante la intera giornata fu per le campagne e vie circostanti, un continuo andare e venire di soldati, ufiziali, fanti, cavalieri, cittadini, villani, bagagli. Erano le genti di battaglia del Baglione, che uscivano di Perugia e si sbandavano: erano drappelli di papalini, che perlustravano i dintorni della città; erano taluni altri dei Venticinque che si mettevano in salvo, con le famiglie e le robe, prima dell’ingresso del duca di Castro; erano vassalli e servi che la certezza della pace riconduceva alle case disertate, ai ricolti derelitti, agl’interrotti lavori.

Ma Terremoto che — siccome il lettore ricorda — aveva lasciato Perugia, prima vi giungessero le truppe baglionesche, mal sapeva discernere, in quello andarivieni, quali gli amici e quali i nemici; e però tenevasi quatto, nella giusta tema di imbattersi nel lupo, quando appunto gli fosse parso di ricorrere al cane di guardia.

Senonchè lo struggeva il mancare affatto d’ogni vettovaglia, non tanto per sè, quanto per la sua giovine signora. Anche il suo stomaco digiuno da oltre ventiquattr’ore, provava gli atroci stiramenti della fame; ma, da lunga mano, il brav’uomo erasi abituato ad imporre silenzio a’ propri bisogni, per non pensare che a quelli de’ suoi cari.

Contemplava, con tacita angoscia, la nobile fanciulla stesa sul povero lettuccio ed immersa nel sonno e, tratto tratto, mandava un sospirone da far girare le ruote d’un mulino.

Così, nella inazione, nel silenzio, ragionando tra sè e sè col proprio appetito, trascorse per Terremoto quella giornata che gli pareva eterna.

Alla sera, svegliò Bianca tuttora dormiente, e si rimisero in viaggio.