Terremoto

Part 18

Chapter 183,552 wordsPublic domain

La poverina volle mandare uno strido; ma costui — stringendola vivamente col braccio sinistro, e dando una spronata al proprio cavallo che spinse di nuovo in direzione di Perugia — con l’altra mano, le fece balenare sul petto l’acuta lama di una misericordia, e le intimò con voce rauca:

— O taci, o ch’io ti scanno in su l’atto!

Bianca fu per svenire.

Brancaccio — quel medesimo sbirro che l’aveva strappata di sella — dètte col palmo della mano un forte sculaccione alla di lei giumenta, che, galoppando, riprese lo interrotto cammino. Per tal modo, quand’anco Bartolomeo ed i suoi — non iscorgendo più la loro giovine parente — si fossero, alla loro volta, arrestati e decisi, per avventura, di retrocedere; quel galoppo doveva rinfrancarli e tenerli ancora per alcuni momenti in sospeso.

Poscia Brancaccio, co’ suoi tre degni associati, si slanciò di trotto serrato su le orme di Tre-Grazie.

Il ratto era compiuto.

CAPITOLO XXXI.

Un’altra Clorinda.

Ma — come lo abbiamo già detto — non sempre, quando il diavolo fa le pentole, sa pur farne i coperchi.

I cavalieri procedenti da Perugia ed il cui scalpitare aveva già tanto sorpreso ed allarmato Tre-Grazie, s’erano, nel frattempo, di molto avvicinati e tanto più presto dovevano trovarsi di fronte a’ rapitori di Bianca, inquantochè questi trottassero a briglia sciolta verso di loro.

Non tardarono, infatti, a giungere in vista gli uni degli altri.

I cavalieri non erano che tre; ma erano appunto: quel giovane, pallido e melanconico capolancia, che, nella bettola presso l’Arco di Augusto, vedemmo prestare ascolto al colloquio di Tre-Grazie con Brancaccio; il gioviale suo collega, che lo aveva indotto a mettere il piede, per la prima volta, in quel lurido luogo, ed un altro loro commilitone.

Il giovine, che faceva parte dello esercito baglionesco, sino dacchè messer Ridolfo ne avea formato il primo nucleo, partendosi da Firenze pel Pontassieve e la Incisa, si era sempre distinto per un odio acerrimo, tutto suo personale, contro il duca di Castro.

Il suo ingaggio in quello esercito erasi compiuto in istraordinaria maniera.

Mentre il Baglione faceva tappa al Pontassieve, con tre o quattro de’ suoi capitani e pochissimi ancora de’ primi gregari; se l’era visto apparire dinanzi tutto lacero, scalzo, semignudo.

— Cosa vuoi? — gli aveva chiesto.

— Prima di tutto — gli rispose il misero giovine — due risposte ad altrettante mie domande.

— Parla.

— È egli vero che voi siate su le mosse, per accorrere in difesa de’ vostri compatrioti di Perugia?

— È vero!

— È vero altresì che, contra de’ perugini, militi in persona monsignor Pierluigi Farnese, duca di Castro?

— È vero altresì!

— Ebbene, messere: io vi supplico in grazia di prendermi al vostro soldo.

— Oimè, nol rifiuto; ma tu, poveraccio, se’ lì senz’armi e senza nemmanco vesti di che cuoprirti.

— E voi mi rifornirete del tutto, messere; poi vi risarcirete man mano, col trattenermi le paghe.

— Interamente?

— Interamente.... pur che mi provediate eziandio di un cavallo e di vettovaglie per me e per esso.

Avido come era, il Baglione non poteva desiderare di meglio, e s’affrettò ad accettare il convenevole patto.

In seguito — essendosi il giovine assai distinto e per capacità e per disciplina, — lo creò capolancia e — da quell’ora — gli cominciarono a correre le paghe.

Ne’ pochi fatti d’arme, ch’ebbero luogo durante la difesa di Perugia, egli erasi mostrato sempre primo al fuoco: si batteva con passione, con entusiasmo, con una specie di delirio e — nel più fitto della mischia — si guatava curiosamente d’intorno e a quanti gli stavano presso:

— C’è il Farnese? — soleva richiedere ansioso — c’è il Farnese all’attacco?

Ma giammai gli fu dato vederlo.

Come ci è noto, cotesto giovine ufiziale — dopo aver sorpreso le alcune parole rivolte sommessamente da Tre-Grazie a Brancaccio, allusive ad un qualunque tradimento in pro del Farnese — aveva mormorato fra sè:

— Bene! vi terrò d’occhio!

E lo aveva fatto.

Apparteneva alla istessa sua lancia un napolitano di Santa-Maria-Capua-Vetere, amico intimo d’uno de’ tre birbaccioni, di cui Brancaccio aveva procacciato il concorso a Tre-Grazie. Per mezzo di colui — il quale gli doveva gratitudine perchè gli doveva nientemeno che la vita — egli s’era, quindi, messo a portata di conoscere tutti gli andamenti ed i progetti di costoro. Ignorava, ben vero, a danno di chi fossero precisamente rivolti; ma, in isgrosso, sapeva in che consistessero; sapeva, cioè, come Tre-Grazie lavorasse sott’aqua in prò e forse per conto e per mandato di Pierluigi Farnese, e come scopo precipuo di un tale lavorìo fosse il rapimento di una fanciulla. E non c’è bisogno di soggiungere che s’era proposto d’impedirlo.

Si confidò al suo gaio collega, Jacopo Barizello da Lodi, detto _Il Felciata_, quello stesso, che lo aveva introdotto nella taverna dell’Arco di Augusto; si aggiunsero un altro capo di lancia, certo Valentaccio Ciprigni di Macerata: e — tutti tre uniti — come seppero Tre-Grazie ed i suoi usciti di Perugia e trovandosi pienamente liberi, perocchè prosciolti dal Baglione; si posero su le costoro pedate.

Tre-Grazie li vedeva inoltrarsi non senza molto dispetto misto a qualche po’ di paura. Perciò, appunto, dava sempre più forte di sproni ne’ fianchi del proprio cavallo, sperando poterli incrociare e passar oltre tanto velocemente, ch’e’ non dovessero badare all’umano fardello, che si recava in braccio.

Ma nella istessa guisa e nello istesso mentre che l’avanzarsi di que’ tre metteva a lui nel cuore dispetto e paura; un debole raggio di speranza s’insinuava, per la medesima cagione, nel core di Bianca. — La poverina, alla loro vista, erasi un cotal po’ rianimata e, facendo forza delle braccia per sollevarsi più alto del suo rapitore, stava già nel procinto di chiamare al soccorso; quando un lungo grido partì dal gruppo de’ tre cavalieri, cui ella rispose con un altro grido:

— Bianca?...

— Neruccio?...

Sì; il pallido e melanconico capolancia, che cavalcava tra il Felciata ed il Valentaccio, non era altri che il nostro Neruccio Nerucci, da noi lasciato ferito ai piedi di monte Osèro, nel povero casolare della Chiappa, in mano del vecchio Luca Rinolfo, padre di Terremoto.

Risanato; ma senza più aver novella nè di costui, nè della sua Bianca; ma senza aver modo al momento di guadagnarsi la vita; e’ si tolse un bel mattino di là, e, _pedibus calcantibus_ tirò via per Parma, Bologna, Firenze, nel duplice scopo di rintracciare l’amata fanciulla e di procacciarsi qualche onesto mezzo di sussistenza.

Durante la sua lunga peregrinazione, sciupò le vesti e quel po’ di quattrini, che gli rimanevano nel borsello; dovette vendere armi ed arredi per ritrarne alquanti altri, che furono bentosto pure esauriti ed a Firenze — nudo, crudo, disperato — sarebbesi visto nel duro stremo di basire d’inedia, se non gli fosse giunta in tempo a salvarlo, la notizia della impresa, cui s’accingeva il Baglione. L’odio suo non mai sopito contro Pierluigi Farnese lo trasse ad accorrere sotto le bandiere di lui e sappiamo in qual modo ed a quali patti: il caso — o la providenza — lo traeva adesso dinanzi alla diletta donzella, con tanta solerzia e sempre indarnamente ricercata.

— Bianca!

— Neruccio!

Al chiaror della luna, i due giovani s’erano riconosciuti e questi — cacciando inanzi a spron battuto il proprio cavallo — erasi già avventato ad arrestare pel morso quello di Tre-Grazie.

L’urto fu violento.

Gli animali s’impennarono, rincularono rovinosamente e misero i cavalieri a un pelo di traboccar giù d’arcione. Malgrado ciò, poterono mantenersi in equilibrio e — risospinti inanzi i cavalli — sguainarono entrambi la spada, apparecchiandosi alla lotta.

Senonchè Neruccio trovavasi nella più sfavorevole situazione, non potendo drizzar la punta contro il proprio avversario, senza correr rischio di ferire, in pari tempo, anche la sua Bianca, della cui persona quello facevasi abile schermo. Tentò, quindi, con una svelta manovra, di buttarsi da un lato per coglierlo alla sprovista.

Ma Tre-Grazie lo prevenne.

Mentr’egli faceva girare il proprio cavallo, che, scalpitando, andò quasi a rasentare quello di Tre-Grazie; questi, che tenevasi aquacchiato dietro il corpo di Bianca e col braccio destro penzolo verso terra, con un rapido movimento, rialzò questo braccio e stese inanzi la spada con tutta la forza della sua gracile persona.

Il cavallo di Neruccio — nel cui ventre la spada del giovine capitano era penetrata fin presso all’elsa — s’inarcò su le gambe deretane e — con un lungo nitrito di dolore — precipitò sul fianco, traendo seco, nella caduta, il proprio cavaliere.

Intanto Brancaccio ed i suoi tre camerati avevano raggiunto il loro comandante e — tratta a lor volta le draghinazze — si scaraventavano su Valentaccio e il Felciata.

Nella loro qualità di capi di lancia, erano costoro assai meglio sperti in ischerma e nel maneggio delle armi, chè nol potessero i semplici ribaldi seguaci di Brancaccio. N’ebbero però ben presto ragione e a suon di stoccate, li cacciarono l’un dopo l’altro giù di sella, mandandoli a vomitar nella polve l’ultima loro bestemmia. Ma rimaneva il più duro; rimaneva Brancaccio, il quale — come il lettore ricorda — aveva imparato da Gaspardo di Feltz certo suo particolare colpo di stocco a cui nessuno sfuggiva. E doveva essere un maledetto colpo dassenno, poichè non andò guari, che — prima il Felciata, poi Valentaccio lasciando redini e staffe, rotolarono anch’essi sul battuto della strada e andarono a tener compagnia ai loro caduti avversari.

Spigliatosi così d’ogni altro intoppo, Brancaccio volò a prestar soccorso a Tre Grazie, che lo chiamava a sè ad alte strida.

E n’era tempo!

Comunque trascinato a terra dalla caduta del proprio cavallo, Neruccio erasi immediatamente raddrizzato, per balzar di nuovo alle briglie di quello di Tre-Grazie ad impedirne la fuga.

Bianca intanto lo aiutava del suo meglio.

Siccome il suo rapitore aveva dovuto abbandonare la propria spada nel ventre della misera bestia proditoriamente scannata, ella pensò di disarmarlo affatto, strappandogli di cintola la misericordia e lanciandola lontano al di là delle siepi. Così Tre-Grazie, completamente inerme, venne a trovarsi senz’altro mezzo di difesa se non il far rinculare la propria cavalcatura e schivare le botte che gli ammenava il suo assalitore, occultandosi il meglio possibile dietro le spalle della fanciulla.

Un tal giuoco per altro, non poteva durare a lungo. Laonde il giovine capitano che prevedeva prossima la propria sconfitta s’era dato a gridare al compagno:

— Ehi, Brancaccio!... smetti, smetti dal battagliare.... accorri qui.... pigliati costei, e, via.... di galoppo!... recala al campo de’ papalini.... nella tenda di monsignor Pierluigi Farnese.... consegnala a lui, a lui solo, e digli....

Ma, al momento, non potè completare la frase.

Nello istesso punto, che Brancaccio — liberatosi degli altri due antagonisti ed obbedendo alle sue ingiunzioni — gli toglieva Bianca di braccio e spronava il cavallo verso Perugia; la spada di Neruccio penetrandogli nel fianco, lo trapassava fuor fuora.

Tre-Grazie rovesciò di sella mandando un gemito e — con flebile voce:

— Digli — mormorò cadendo — che è l’ultimo dono che gli fa l’amor mio.

Neruccio rimase come stupido.

Brancaccio, con la fanciulla rapita erasi già dileguato, rapido come un lampo. Pensare a inseguirlo, duplice follìa, e perchè impossibile raggiungerlo, e perchè, s’era veramente diretto verso il campo pontificio, tanto avrebbe valso il gittarsi a capo inanzi entro un abisso senza fondo. Che fare?

Intanto, a pochi passi di distanza cinque uomini contendevano alla morte i loro ultimi soffi vitali dibattendosi nelle strette dell’agonia, e dinanzi a lui un giovinetto dalle feminili sembianze arrovesciavasi a terra entro un lago di sangue.

— Un dono del suo amore? — pensò Neruccio, stranamente impressionato dalle parole profferite da costui — e quell’uomo, quel mostro, può ispirare di simili affetti!

Poi mutò alcuni passi e chiamò:

— Jacopo?

Era il nome proprio del Falciata.

— Valentaccio?

Ma nessuno gli rispose.

Si avvicinò loro. — Li palpò. — Non davano più segno di vita.

Il colpo di stocco insegnato da Feltz a Brancaccio era davvero tremendo. I due suoi compagni erano morti.

Degli altri tre non credette occuparsi e, riaccostatosi invece a Tre-Grazie, s’inginocchiò a terra al suo fianco, per riconoscere se tuttavia respirasse.

Toccandolo gli surse uno strano dubio.

Gli sbottonò il nero farsetto; gli levò varie carte di tasca; gli sciolse la camiciuola; lo esaminò attentamente e al termine di tale perquisizione:

— Poter del mondo — sclamò, tornando a rizzarsi in piede — una donna?

— Sì, — gli rispose allora, con voce a bastanza secura, il personaggio, che abbiamo conosciuto sinora coi nomi o di capitano Tre-Grazie, o di Pier Schianchino de’ Mattei — sono una donna e però mi confido mi userete, benchè nimica, qualche riguardo.

— Tutti — disse il capolancia — ma.... ad una condizione.

— Quale?

— Che mi direte perchè abbiate rapito donna Bianca della Staffa e speditala adesso a Pierluigi Farnese.

— Oh, è facile!... perchè Pierluigi n’è invaghito ne è pazzo, e la vuole.

— E voi?

— Ed io faccio ogni suo piacere, perchè amo lui a mia volta e perchè quella fanciulla l’aborro!

— Disgraziata! — ruggì Neruccio, mettendo di nuovo mano alla spada — l’aborrite?... perchè?... che vi ha ella fatto?

— Nulla — rispose cinicamente la donna ferita — ma aborro in lei la sua leggiadria, la sua giovinezza, la sua stessa virtù.... Pierluigi l’ama perchè è pura ed immacolata; io voglio cessi di esserlo, affinchè cessi anche l’amore di lui!

— Ah! — sclamò di nuovo Neruccio con un gesto d’orrore, brandendo ferocemente la spada.

— Volete finirmi? — fece la donna — e sia!.... è il vostro dritto!.... se altri poi vi chiegga di me, dite loro che avete ucciso, non il capitano Tre Grazie come mi chiamano tutti, ma sibbene.... donna Olimpia de’ Marazzani.

A quel nome, Neruccio udì risuonare dietro di sè una rauca voce, che mal sarebbesi detto se di gioia o di minaccia.

Il giovane si volse e si vide intorniato da una decina d’armigeri, alla testa de’ quali un uffiziale con la visiera calata e tutto chiuso in bruna armatura.

Era il Cavalier Nero.

Costui — senz’altro chiedere — ordinò agli uomini che lo seguivano di legar ben stretto Neruccio e tenerlo prigione e — d’altro lato — di abattere alcuni rami d’albero, de’ quali formare alla meglio una lettiga.

Composta che fu, vi fece adagiar sopra donna Olimpia de’ Marazzani e — traendosi dietro Neruccio — ripartì con essa in direzione di Perugia.

Poco stante, giunse sul medesimo luogo Bartolomeo della Staffa.

L’arrivo della giumenta di Bianca lo aveva posto in sospetto di qualche sciagura. Fatto però arrestare il rimanente della sua famiglia in sul punto dov’erano pervenuti, s’affrettò a retrocedere per correre alle indagini.

L’incontro dei cinque cadaveri, che trovò stesi al suolo, dov’erasi impegnata la mischia fra Neruccio e Tre-Grazie ed i loro seguaci; lo rese certo della temuta sventura ed — un po’ pel giusto timore di non esporre sè ed i suoi a qualche maggiore pericolo; un po’ per altra ragione, che non tarderemo a conoscere — stimò prudente ritornarsene su i propri passi e continuare la via dell’esilio.

CAPITOLO XXXII.

Terremoto ritorna in scena.

Brancaccio, non ismettendo un attimo dallo stimolare il proprio cavallo, girò in breve ora intorno a Perugia e giunse agli avamposti dello accampamento pontificio. Ivi, senza declinare il proprio nome, si annunziò quale emissario del capitano Tre-Grazie e domandò di essere immediatamente ammesso alla presenza di Sua Grazia, monsignor duca di Castro.

Pierluigi Farnese stava, in quel punto, chiuso nella migliore stanza di un modesto casolare di Pretola, dove aveva posto quartiere, bisticciandosi acremente con Alessandro Vitelli, che non voleva, per nessun conto, menar buoni e ritenere per validi i patti concertati fra l’Orsino e il mandatario di Ridolfo Baglioni. Indarno osservava il Farnese essere troppo tardive le rimostranze: il Vitelli non voleva chetarsi. Ad interrompere il litigio si fe’ inanzi opportunamente la chisciottesca figura del Trentacoste avvertendo il suo signore e padrone del sopraggiungere di Brancaccio.

A pena udito il nome di Tre-Grazie; il figlio di Paolo III, che ne attendeva forse ansiosamente le novelle, non istette a badar oltre allo impetuoso vocìo del suo immediato subalterno e — pregatolo, più o meno cortesemente di lasciargli sgombero il posto — dètte ordine a Trentacoste d’introdurre il messo del suo prediletto aiutante.

Brancaccio entrò, trascinandosi dietro la misera Bianca più morta che viva.

Quando la poveretta si vide in faccia all’uomo, che già aveva voluto sì villanamente oltraggiarla, una fiamma di verginale rossore le avvampò in volto e dovette appoggiarsi, per non cadere, al braccio istesso di colui, che la teneva stretta come prigioniera.

— Ah! ah! — ghignò Pierluigi, ringalluzzendosi e schizzando favolesche di concupiscenza da’ suoi grandi occhi, iniettati di sangue — ah! ah! la tortorella è, dunque, ricondotta al suo nido... che ti diceva io, mia bellissima, quando nel castello della mia buona sirocchia, ti saltò il grillo in capo di farmi la schizzinosa!.... mi son tale, ti dissi, che, come una volta abbia voluto e sempre ottengo quello che voglio!

Poi, indirizzatosi al berroviero:

— E chi sei tu? — gli chiese aggrottando la fronte — cosa t’ha incaricato Tre-Grazie di riferirmi?

— Io — rispose il malandrino inchinandosi con ipocrita unzione — non sono che un umile ed indegno servitore della Grazia Vostra, monsignore.... uomo d’armi, lancia spezzata, capace anche, se occorra di capitanare una bandiera e, per coraggio tanto, a prova di misericordia e bombarda.... sono nato tra Viterbo e Montefiascone in un luogo di cui non ricordo esattamente... nato in campagna; da chi?... vattel’a pesca.... e mi hanno messo a nome Brancaccio....

— Forse perchè ti piace abbrancare?

— Sì, monsignore... ma sempre per conto e benefizio di chi mel comanda.

— E che t’ha detto Tre-Grazie?

— Poco, monsignore.... poco, perchè il poverino non ha avuto l’agio di dirmene di più.

— Gli è forse intervenuto qualche cattivo incontro?

— Il più cattivo di tutti, monsignore: un incontro, che gli ha mozzato il respiro.

— Come?... che?... — sclamò il principe, facendosi anche più rosso in viso — Tre-Grazie?....

— L’ho lasciato, monsignore — fece Brancaccio — con tanto di spiedo che lo trapassava da parte a parte.

— Per la croce di Dio!.... e com’è accaduto!

Allora lo sbirro gli narrò per filo e per segno tutte le vicende, che avevano preceduto ed accompagnato il ratto della fanciulla.

— Quando io mi son preso costei fra le braccia — terminò — il vostro povero capitano danzava l’ultimo trescone sul suo ginetto e nel cascar giù rovescio: «digli, mi disse, che è questo l’ultimo dono dell’amor mio!»

— Infelice! — mormorò Pierluigi, passandosi una mano su la fronte come per scacciarne un molesto pensiero.

Indi:

— Trentacoste? — chiamò.

Il magro ufiziale sporse inanzi i suoi due baffi auncinati.

— Ti consegno una recluta — proseguì il Farnese indicandogli Brancaccio — mettilo alla testa d’una decina degli uomini di Castel Torsciano e.... te lo raccomando!

— Monsignore! — fece lo sgherro, inchinandosi anche più servilmente — io vi proverò coi fatti la mia inesauribile riconoscenza!

Ed uscirono.

Pierluigi e Bianca rimasero soli.

A pena soli, la fanciulla si lasciò cadere piangendo a’ piedi di lui e:

— Messere — implorò, con voce singhiozzante — non vogliate rapirmi ciò che solo al mondo mi avanzi: il mio onore!... non ho più nulla, nè patria, nè genitori, nè parenti, nè amici!.... abbiate pietà di una meschina!.... il signore Iddio ve ne terrà conto, meglio che d’un pellegrinaggio a’ luoghi santi, poichè chi preserva una innocente, salva un’anima dalle malebolge d’inferno!....

— Hai ragione, hai ragione, figliola — le disse in tono beffardo il Farnese, forzandola della mano a rialzarsi — ned io, se mi fossi in tutt’altra congiuntura, niegherei ascolto a’ tuoi pietosi suggerimenti.... ma, cosa vuoi?... tra me e quel signore Iddio, di cui tu, niente niente, mi minacci le collere, ci corre quasi un grado di parentela.... siamo, per così dire, in famiglia e non ci ho nulla a temere da lui.... vedi, dunque, figliola, che, se dovessi ottemperare al tuo consiglio, io farei un sacrificio che non ha ragione di essere!

— Oh, mio Dio! mio Dio! — mormorò la fanciulla.

— Piuttosto — riprese il duca — siccome tu se’ ancora un po’ troppo agitata e piagnolosa e che, d’altronde, la notte non è per anco di molto inoltrata; ti farò grazie di alquanti momenti per rimetterti; c’è una stanzuccia qui presso, ben chiusa, ben custodita, un vero nido di rondine, dove potrai gemere e sfogarti a tua posta e tutta da sola.... eccola!

E aperse un uscio.

Poi continuò:

— Ritirati qua dentro; fa il tuo esame di coscienza; convinciti che lottare con me è tempo e fatica sprecati e, quando ti sarai un pochino fatta più calma, io ti verrò a raggiungere; ma non ti nasca lo stolto pensiero di sottrarti alle mie volontà... sono generoso: ti concedo una remora, ma, come direbbe il mio messere Apollonio, _quod difertur non aufertur!_

E spinse la fanciulla nell’attigua stanza, dopo averle posto fra mani un lumicino che accese alla lampada ardente su di un tavolo.

Era una cameretta disadorna, in cul di sacco, col solo uscio per cui Bianca vi era acceduta, una sola finestra sprangata di ferro ed aperta su la campagna, un piccolo e semplice letticciuolo, due sedie ed una panca.

Bianca si lasciò cadere su di questa, appoggiò i gomiti alle ginocchia, il volto alle palme, e stette qualche tempo lacrimando sommessa, tutta assorbita nei suoi dolorosi pensieri.

Pierluigi si affrettò a rinchiudere l’uscio a chiave e ad allontanarsi con la chiave in tasca.

Alla remora concessa alla infelice giovinetta ed alla sollecitudine di nasconderla e di scostarsi da lei, lo costringeva un convegno preso sin dal meriggio co’ suoi due capitani Savelli ed Orsino, i quali lo avevano pregato di riceverli la sera, per concertarsi secolui intorno alla spedizione contro ai Colonna.

L’Orsino era congiunto alla di lui moglie Gerolama di Pitigliano, epperò non voleva potesse essere in alcun modo testimone di quelle sue scapate da discolo.

Non aveva infatti così allontanato la fanciulla, che il solito Trentacoste gli annunziò i due capitani.

Pierluigi li ricevette con ostentata affabilità, udì quanto dovevano esporgli in punto a quella spedizione; assentì ad ogni loro osservazione e proposta, affine di troncare al più presto il colloquio e — a pena l’ebbero lasciato libero — licenziò Trentacoste, si chiuse in camera da solo, e si slanciò ansioso in quella attigua, dove trovavasi Bianca.