Part 7
— C’è che mentre il marito svapora da una parte, la signora dall’altra... si diverte...
— Ah!...
— E fa bene, per bacco, fa benissimo...
Il conte impallidì spaventosamente.
— Sì... si sa... Insomma, cosa volete dire?
— Sicuro, la contessa fu vista ad un ballo pubblico...
Il marchese nominò una sala da ballo notissima di una delle strade peggio riputate dei sobborghi.
— Non può essere! sclamò il conte con voce soffocata.
— È pur troppo, — per Dio, se è! — l’ha veduta un mio dipendente!
— Ed è venuto a contartelo? disse Emanuele indignato.
— No, io ho sorpreso le sue confidenze...
— Ê qui quest’uomo? voglio parlargli...
— Ti pare? Vuoi ch’io ti metta al suo confronto? — Son cose che si fanno?
— È vero, mormorò Emanuele, — e si lasciò cadere sulla sedia.
Dopo una pausa dolorosa egli disse esitando, come temesse di vedersi spezzato un ultimo filo di speranza:
— Sarà qualcuna che le assomiglia...
Il marchese fu crudele: lo sdegno non gli permetteva lume di riguardo.
— Sì, le assomiglia tanto che sta in casa tua.
— L’hanno seguita?...
— Già!
— Era sola?
— No, con uno straccione qualunque, un vagabondo che... so io... Ma non ha mica torto, — la colpa è tua...
Egli si voltò.
Emanuele s’era alzato, e se n’andava barcollando.
Il marchese gli fu sopra, — lo prese fra le braccia...
— No... sono una bestia io... tu sei stato troppo buono, ecco tutto... Ah bisogna farsi coraggio, che diamine, essere uomo; ci vorrebbe altro! perder la testa per una cosa di quel genere! Si fa così...
E crollava le spalle.
Come tutti gli imprudenti, gettata la sua rivelazione, si pentì, volle attenuarla, dimezzarla, rimetterla in dubbio.
Il conte non l’udiva più.
XXII.
Per due notti consecutive Emanuele stette in ascolto al buio nella propria camera: nulla si mosse nella casa.
La terza sera, sfinito, si buttò sul letto e s’addormentò. La sua naturale confidenza cominciava a rinascere in lui.
Ma le parole del marchese tornarono vive immagini a turbargli il sonno.
Si svegliò con grande sgomento. Invano si sforzò di riprender sonno.
Dopo un lungo battagliar fra il timore, la curiosità, il sospetto, la ripugnanza, non potendo quetare, si levò, accese un lume e mosse dritto alle stanze della moglie.
Nello spingere la porta del salottino urtò nel corpo di Nad, che s’era buttata a dormire attraverso la soglia.
— Dov’è Luscià? le domandò il conte.
— Dorme.
Il conte tirò innanzi verso la camera della moglie.
— Ella si sente poco bene, non la svegliate, soggiunse la vecchia con forzata naturalezza.
Il conte si fermò un minuto colla mano sulla gruccetta.
Poi con atto violento spinse l’uscio, entrò.
Luscià non c’era...
Emanuele balenò come se la scoperta gli venisse improvvisa.
Quando uscì, la vecchia era scomparsa, lasciando aperta la porta di strada.
Emanuele corse alla piazzetta vicina, chiamò un fiacre, — si fe’ condurre all’indirizzo indicatogli dal marchese.
Quando vi giunse gli orologi battevano la mezzanotte.
Si trovò in una fangosa via del sobborgo, fiancheggiata inegualmente da meschine casupole ed alti muri di officine.
Una plebe cenciosa si riversava nella strada dalle bettole, da certe porticine di losco aspetto, su cui penzolavano delle lanterne a grosse scritte. Gli esercenti spingevano fuori a malincuore, per rispetto della moralità ad orario fisso dei regolamenti di polizia, lo stravizzo che avevano sfruttato.
Frotte di ragazzacci e di donne avvinazzate venivano innanzi schiamazzando, e due guardie civiche si adoperavano alla buona di farle tacere; — ubbidivano, ma poco più in là le donne ricominciavano a strillare più forte e a beffare le guardie.
Alcune giovinette saltellavano in punta dei loro scarpini attraverso la belletta che correva in mezzo alla strada, tirandosi a bisdosso, sulle spalle nude, sulla testa irta di fiori finti, certi scialletti logori, luridi, inzaccherati, — e delle donne più attempate correvano loro dietro bestemmiando sconciamente e chiamandole con stranomi di carnovale.
Un fanale gettava su quel brulicame e su quel fango i suoi riflessi tristi, smorti, quasi compassionevoli.
Il fiaccheraio si fermò innanzi ad una di quelle porticine, su cui un largo trasparente recava scritto a lettere cubitali: _Sala da ballo_, — e disse:
— È qui.
La vista della carrozza diè pretesto alla folla che usciva dall’andito ad una quantità di lazzi:
— L’equipaggio di Suson, gridava uno.
— Lolotta, il tuo banchiere ti aspetta.
Qualcuno più impertinente cacciava la testa fra lo sportello e gittava in faccia al conte, che stava rannicchiato nell’ombra, una sciocchezza, una sconcezza, una nota di canzonaccia, con una ributtante vampa di ubbriachezza.
— Esmeralda, strillava un ragazzo, — il mio cuore in un fiacre!
Due voci, una di uomo, l’altra di donna, che fecero trasalire il conte, risponderono insieme:
— Alla paglia...
— Marmocchio!...
Il conte aspettò che la gente diradasse un poco, poi scese, licenziò la carrozza e tornò indietro a piedi...
Non tardò a raggiungere Luscià e Nick.
Camminavano l’uno a fianco dell’altro; egli fumava la pipa, ella morsicava tratto tratto una sigaretta; lo scialle, — uno stupendo casimira, — le cadeva dalle spalle, — spazzava il marciapiede lubrico. Egli vestiva un sucido abito borghese, ma portava il suo tondo _muchdi_ in testa.
Il conte li seguiva dalla parte opposta della strada.
Dopo un centinaio di passi entrarono da un acquavitaio che stava chiudendo la bottega, e si fecero servire un bicchierino. Uscirono cantarellando.
Emanuele pensava alle follie che avevano fatto insieme nel loro viaggio di nozze.
Poco più in là svoltarono in una viuzza quasi buia a dritta.
Il conte tenne loro dietro in un labirinto di sucide ed ignote straducole deserte, dove non si udiva più che il rumore dei loro passi.
Luscià si volse due o tre volte, e parve accorgersi d’essere seguita. Rallentò il passo.
Ella e Nick si bisticciavano a mezza voce. Pareva ch’egli volesse qualcosa e ch’ella se ne schermisse.
Sulla porta di un piccolo caffè si fermarono.
Nick prese il braccio della donna e lo strinse forte: ella mandò un piccolo strido lamentevole e allargò la mano: un oggetto cadde, e Nick si chinò a raccoglierlo.
Poi entrò borbottando nel caffè.
Luscià tornò indietro lentamente, fumando la sua sigaretta.
Il conte si nascose nell’andito buio di una porticina che stava socchiusa.
Ma la donna spingeva poco dopo la testa fra i battenti, entrava, li raccostava, e passando al buio accanto a Emanuele, gli disse:
— Vieni.
Il conte la seguì trasognato.
Fatti alcuni passi, ella si fermò.
Il conte sentì la mano di lei che cercava la sua: la prese.
Ella lo tirò su per una angusta scaletta a chiocciola.
Un piccolo sportellino si aperse e un viso scialbo di donna si affacciò un minuto, scambiò con Luscià un bisbiglio e disparve.
Sul pianerottolo una vecchia fante assonnita comparve con un doppiere di bronzo argentato, li precedette in una stanza, depose il lume sopra una tavola tonda nel mezzo e prima di uscire domandò:
— _Champagne_ o _Portos?_
— _Champagne_, rispose distrattamente Luscià — vero?
La fante uscì passando accanto ad Emanuele che era rimasto sulla porta; lo fissò con qualche po’ di attenzione.
Egli si guardava attorno sbalordito; la stanza era qualcosa tra la camera mobigliata e il camerino di _restaurant_; una toeletta di legno verniciata in verde, una larga ottomana, un armadio a specchio e alcune sedie sfilacciate; alcune orribili litografie colorate con cornici nere spiccavano sopra la tappezzeria scura dei muri: _Europa col toro, Dafne ed Apollo, Giuseppe e la moglie di Putifarre, Susanna al bagno_; profanazioni di mitologia sacra e profana.
Rientrò la fantesca col vino: trovò ancora il conte al suo posto e lo guardò di nuovo.
Egli pareva impietrito.
Luscià non s’era voltata ancora, s’era levato lentamente il cappellino, lo scialle, li aveva buttati sulla tavola; s’era lasciata cadere sopra una sedia e aspettava.
Il conte la trovava bella come non l’aveva mai vista. Tutto quel non so di triviale, di plebeo, di lurido che l’attorniava, non scemava, ma faceva risaltare i suoi vezzi. La sua bella testa greca, il suo collo flessuoso, avevano un fascino maggiore in quel fondo equivoco. Ella era al suo posto. Pareva più seducente, più viva, più altera.
Egli la contemplava e dimenticava nel guardarla ogni cosa.
Ad un tratto ella s’alzò e accostandosi allo specchio disse con impazienza:
— Dunque?... hai paura?
Poi levò gli occhi; il viso pallido, esterrefatto del marito apparve nel cristallo dietro il suo.
Si volse di repente.
Il conte si fe’ innanzi col pugno chiuso; un’onda di sangue gli passò innanzi agli occhi smarriti.
Ella chinò il capo sul petto nudo, ma gli teneva gli occhi in viso, e lo guardava fisso più meravigliata che atterrita.
Emanuele si arrestò:
— Che fai qui? le disse con voce rauca.
— Nulla, dobbiamo uscire? rispose Luscià senza turbarsi...
Il conte arretrò allibito; un singhiozzo gli eruppe dal petto.
Un grande ribrezzo lo prese, una ripugnanza, una compassione profonda a quella creatura abbietta e ignorante; a cui egli aveva donato il suo nome e il suo cuore perch’ella li trascinasse inconsciamente nel fango.
— Non capisce, mormorò, non capisce...
E fuggì a tentoni giù per la scala.
Mentre scendeva lo sportellino si apriva e una voce disse:
— Esmeralda è sola.
Qualcuno saliva dietro di lui.
Uscì in istrada.
Il caffè era aperto ancora. Nick giocava a un tavolino in fondo...
L’indomani, per tempissimo, il marchese Tornielli si vide capitare in camera il cugino, che pareva un uomo disfatto. Non ebbe cuore d’interrogarlo.
Il conte sedette accanto al fuoco, stette per oltre mezz’ora senza far parola: si passava la mano sul viso, si lisciava la barba.
— Sai? parto, disse finalmente.
— Parti?
— Ritorno a Peveragno e son venuto a salutarti.
Si abbracciarono, si baciarono, — il conte uscì.
Poco dopo rientrò.
— Volevo dirti che di tutto l’appartamento lascio padrona... lei...
— Non sarebbe meglio licenziare la casa... e consegnarle i mobili? non conviene ch’ella rimanga là... ti pare?
— Bene, come vuoi... addio, disse il conte.
— Arrivederci, rispose il marchese.
Poco prima che varcasse il limitare gli gridò ad alta voce:
— E coraggio, neh! davvero!
XXIII.
Cinque giorni dopo il conte di Peveragno scendeva colla posta dalla Gran Croce. Nella carrozza un prete savoiardo ed una donna attempata avevano riappiccato i loro sonni mattinali, nutriente ristoro dei vecchi.
I cavalli andavano lenti e faticosi giù per la china ghiacciata.
Un raggio di sole smorto, languido, si posava sopra la campagna coperta dalla neve come una fiacca gioia sulla canizie di un ottuagenario.
Il conte seguiva coll’occhio stanco, affaticato, con un’istintiva invidia, alcuni augelletti che svolazzavano fra i cespugli scotendone la brina densa e polverosa, pigolando il loro tripudio minuscolo in mezzo a tanta vastità di gelo, di solitudine, di desolazione.
Sul sedile davanti il vetturale discorreva con un montanaro che gli sedeva al fianco:
— Perchè ho lasciata la corriera di Annecy, voi dite? Oh l’è una storia curiosa. Il signor Molleton, il concessionario, non ve l’ha detto? Lo credo, non ha di che vantarsi. (Uh, uh, una schioccata.) Il signor Molleton ha l’abitudine di non consultar mai i suoi uomini sulla scelta delle bestie. Io glielo andavo ricantando. — Guardate, gli dicevo, voi non sapete cosa sia per noi vetturali un cavallo: l’ha da essere all’incirca come fra marito e moglie, — una intesa a fondo, limpida come l’acqua. — Non la voleva capire — e non se n’intendeva una maledetta. Fatto sta che un giorno che era tornato da Montpellier, mi ferma in istalla e mi mostra una bestiaccia d’inferno, — bella cavalla d’apparenza, nera come una mora, con un pennacchietto bianco sulla testa. Lui l’aveva tolta da un ufficiale francese, veniva dall’Africa o da casa del diavolo, che so io. — Io ho subito capito che l’era una malora — lui badava a dir — è bella, eh? — bella da imbalsamare, ho risposto. — Difatti me le avvicino, la piglio alla cavezza, la guardo, le apro la bocca, le caccio in gola il morso — pareva docile come un cagnolino. Mi volto — paf — il morso era caduto nella greppia. — Le mettevo la sella, colle zampe rompeva le cinghie e la buttava. — Ho cominciato ad attaccarla al biroccio una domenica, e ho fatto un giro, andava dritta finchè le tenevo le redini strette, rigide e la frusta sulla groppa; — guai a rallentarle un minuto; si buttava traverso la strada. Bastava che scendessi e la lasciassi, che pigliava il galoppo legno e tutto. Insomma io gli dissi, al signor Molleton: — la venda che non è affar mio — la bestia non m’intende, io non l’intendo; non siamo compatriotti — se stiamo insieme, uno dei due ammazza l’altro. Per fortuna sono stato io. L’attaccava da circa una o due settimane e la tenevo d’occhio e stavo all’erta. La diavolessa aveva un occhio che mi faceva paura — pareva sommesso, ma a fissarlo in fondo aveva certi guizzi pieni di perfidia. — Non passava dì che non me ne facesse una — o mi storpiava uno stalliere, o azzoppava un compagno, o mangiava i finimenti — insomma era stregata. Un mattino esco d’Annecy; l’oste della Scopa mi chiama per darmi una commissione. Scendo. Non ero entrato nell’osteria, che sento un gridìo in istrada. Mi son subito immaginato. — La diligenza partiva a precipizio. Dopo alcune rapide svolte si fiaccava contro una ripa. Nessuno si fece male — ma fu un brutto rischio. — Io addosso alla cavalla... era la causa di tutto, non si chiede manco; la mettevo nel mezzo — essa aveva preso a calci e a morsi le altre due bestie. — Ero fuori di me; non so come mi trovassi un coltello in mano, e l’ho scannata come un maiale. Poi piantai lì tutto: la diligenza e il posto. E nessuno venne a cercarmi — non sono mica fuggito; anzi passai sull’uscio di Molleton un’ora dopo. E non ebbe il coraggio di dirmi verbo. —
XXIV.
Il conte rientrò nel suo castello sull’imbrunire, quietamente, soprappensieri, come se tornasse dalle sue solitarie passeggiate di un tempo.
Chiese tosto d’Aurelia.
Dopo cena, non vedendo comparire la governante, ridomandò di lei — e allora soltanto intese la risposta del servo: Aurelia era morta.
Ripigliò un po’ più tristamente ancora le sue antiche consuetudini; con qualche restrizione però. Egli evitò nelle passeggiate qualche strada, condannò le finestre che guardavano verso San Nazario. Durante la sua assenza egli aveva venduto quel podere, la parte migliore dei suoi fondi, le antiche quercie erano state abbattute e di là un aratro non suo si spinse per la prima volta fin contro le mura del castello.
Questo era il marchio obbrobrioso che la manina sottile della piccola zingara aveva impresso sul vecchio dominio feudale, votandolo alla rovina.
Ma v’erano altri segni più dolorosi, che l’erede di Peveragno voleva dissimulare; e che la sua fronte calva innanzi tempo e il suo occhio incavato rivelava.
I giorni tornarono a scendere nel suo spirito lenti, monotoni, tristi come cade la goccia nell’acqua morta di una cisterna abbandonata in mezzo nel deserto.
Passò l’inverno, sbocciarono e caddero volta a volta i fiori dei pruni, dei meli, delle siringhe, delle gaggie, delle madriselve.
La verzura dei prati si fè oscura, ingiallì quella dei campi. Scoppiò fra i solchi lo strido della cicala e lo squittir delle quaglie raminghe.
Il viale dei tigli gettava l’ultimo tributo di profumi al sole di primavera.
XXV.
Fu una tempestosa mattina di giugno, aveva fatto temporale la notte, che Emanuele si trovò Luscià svenuta sulla gradinata del giardino; alcune pedate d’uomo che si perdevano nel parco indicavano che qualcuno l’aveva colà abbandonata alla sua misericordia.
Senza esitare un momento, senza perdersi in meraviglie, come l’aspettasse da un pezzo, la portò nella sua camera.
Ella aveva le vesti di seta a brandelli, gli stivaletti impastricciati di fango; il viso deformato da un morbo orribile; era disfatta, poco più d’un cadavere.
Il medico fu sbalordito di vederla in quello stato, — non diè alcuna speranza.
Emanuele le si pose d’attorno, lottò contro il male con l’energia disperata della sua indole soldatesca, non pensò alla incertezza della vittoria — l’ottenne.
Dopo molte settimane ella tornò in sè stessa.
Aperse gli occhi, lo guardò, accettò le sue cure senza ombra di rimorso e di riconoscenza, — pacata, serena, come non fosse mai uscita dal castello.
La malattia tirò in lungo quasi tutta l’estate.
Emanuele non lasciò mai ad altri il suo posto del capezzale. Non le lasciò accostare nessuno. Non riposò che ad ore spezzato sul divano — la notte ella stava peggio del giorno. — Egli la vegliava attento, nel cupo silenzio della campagna non interrotto che dal canto triste dei risaiuoli, che andavano a scambiare la fame colla febbre.
Raccolse tutti i suoi lamenti, tutte le sue parole, tutti i suoi sguardi — non ebbe da lei nè una lagrima di rammarico, nè un ringraziamento. Non glielo chiese. Forse non ci pensava.
Alla fine d’agosto cessò il pericolo.
Poi ella si riebbe rapidamente. Il suo viso rifiorì, rivestì una nuova grazia, una nuova purezza.
Quando il medico le annunciò la guarigione — battè le mani con gioia infantile, non pensò neppure a guardare il marito che l’aveva salvata.
Emanuele non le ricordò il passato.
Egli però qualche volta pensava con isgomento all’avvenire: ma finchè durò il male diceva fra sè: quando starà meglio; — e quando essa fu convalescente: lasciamo che guarisca; — poi si contentò di crollare le spalle e qualche volta aggiungeva: vedremo che farà lei.
Ma ella non fece assolutamente nulla: — s’alzò, ricominciò la sua vita di due anni prima; tornò a cantare, ad annoiarsi, a girellare un po’ nei dintorni, — tutto come prima.
Emanuele non aspettava quasi più di «vedere.»
Il presente l’opprimeva — ma aveva paura dell’avvenire. Non era una paura infondata.
Una notte, dopo la vendemmia — sentì un leggero rumore nel suo studio.
Da qualche settimana si lamentavano dei furti nei paesi vicini: accese un lume, prese una vecchia pistola che teneva carica nel comodino, e andò a vedere.
Trovò lo scrigno aperto e vuoto. Qualcuno si allontanava pel corridoio. L’inseguì.
Un’ombra fuggente spiccava nel vano della porta aperta, rischiarata dalla luna. Gli parve riconoscere Nick.
Appuntò la pistola... sparò.
Il ladro si chinò rapidamente, una figura bianca apparve e cadde.
Un cachinno di scherno si dileguò nel giardino.
Emanuele tornò pel lume; accorse — vide Luscià distesa a terra.
La recò nella vicina stanza di sua madre.
Era ferita, il sangue le usciva a fiotti dal petto: spirava al posto dove l’aveva incontrata la prima volta, senza mostrargli rancore d’averla uccisa, come non gli aveva mostrato riconoscenza del suo amore — lo fissava con quello sguardo impassibile, impenetrabile nella gioia, come nel dolore, — uguale nello stravizzo e nell’agonia.
CASCINA E CASTELLO.
I.
Ad Ormeto e nei dintorni, parecchi si ricordano ancora di quando il castello, — uno dei più vistosi dell’Astigiana, — occupava tutta la spianata in cima alla collina e i suoi giardini scendevano giù a ripiani per le falde ed erano chiusi da un grosso bastione munito di barbacane, di spaldi e di guardiole che gli davano l’aspetto di una fortezza. — Costoro dicono che allora, proprio in faccia alla torricella esagonale, che difendeva la porta del bastione, a destra, sulla strada che da quella conduce al villaggio, giaceva una meschina casupola di contadini con una stalletta, un piccolo fienile e un po’ d’aia davanti: — si chiamava la _Cascina della trena_ con voce del paese, che risponde alla toscana _trapelo_, perchè una volta, da tempo immemorabile, quelli che ci stavano avevano, con tanti altri obblighi, anche quello di venir colle loro bestie incontro ai veicoli del conte d’Ormeto giù nella valle, e quindi trainarli su per l’erta salita fin nei cortili interni del castello; la quale servitù, quantunque dichiarata nel 1771, con tutte l’altre feudali, redimibile da un decreto di re Carlo Emanuele III, aveva continuato ad esercitarsi, per avarizia o miseria dei gravati, fino all’epoca della conquista francese.
Finchè il castello mantenne intera la sua maestà, quell’abituro accosciato ai suoi piedi doveva far la figura del cane di san Rocco nelle immagini dei piloni rustici. Ma poi, poco alla volta, il castello era diventato una stamberga e la _cascina_ un caseggiato vasto ed opulento.
La trasformazione aveva durato sessant’anni.
Quel che l’uno perdeva l’altra guadagnava. Era stata una lotta sorda, lenta, ma incessante, implacabile, a corpo a corpo.
La _cascina_ aveva cominciato ad allargarsi quetamente fino ad occupare tutto il terreno che le rimaneva ai due lati; e s’alzò d’un piano.
Poi spinse innanzi due ali ai fianchi e attraversò la strada privata che girava tutto intorno sotto il bastione ed era una volta il fosso di questo, e venne ad appoggiarle al muro.
Poi, dopo un po’ di sosta, un bel giorno sfondò il bastione, squarciò il terrapieno che stava dietro e spianatone un buon tratto, chiuse il suo cortile con un gran portico che congiunse le due ali. La torricella del portone feudale, rimasta serrata in un angolo, nascose vergognosa i suoi merli sott’una gronda plebea e si mutò in piccionaia.
Poi la cascina diventò casa civile e gettò il rustico dietro le spalle, facendo per questo un’altra breccia nel muro e un altro squarcio nel terrapieno signorile.
Poi tutto il bastione fu levato e i suoi materiali servirono alla fabbricazione di un altro portico e d’un’altra stalla smisurata, che sorsero dal lato opposto della collina.
Allora la _cascina_ si spinse arditamente innanzi dalle due bande e si strinse intorno al castello: poi prese a scalzarlo, a cacciarvisi sotto, a ficcarvisi dentro, a scavarne le fondamenta, a strappargli le viscere, a scrollarlo, ad abbatterlo.
La facciata e i due corpi laterali caddero ad un tratto lasciando aperto il cortile. E cadde con essi il grande terrazzo della facciata, rudere venerando dell’epoca longobarda, sul quale nelle solennità della famiglia si alzava lo stendardo stemmato; e al suo piede dalla parte di fuori s’appoggiava una volta la tribuna di pietra donde il signore amministrava la giustizia. — Sparirono allora il doppio portico a centine e i vasti cameroni del pian terreno.
Dopo qualche anno si misero le piccozze e le zappe nel fabbricato del fondo, corpo principale del castello, che mostrò le sue viscere lacerate, i suoi appartamenti storici, dove hanno alloggiato D. Ferrante Sanseverino principe di Salerno e Bernardo Tasso: — spaccati da cima a fondo i suoi anditi pieni di misteri e di tradizioni, le sue alcove ricche di memorie e di segreti: — le costruzioni di tanti secoli accatastate l’una sull’altra, sepolte l’una sotto l’altra, veri strati di una storia famigliare e patrizia, i macigni rozzi dell’età remote, gli edifizi semigotici della media, i barocchi dei tempi più vicini, le colonne tozze, senza base, dai capitelli mostruosi, i solai a modiglione, gli stretti fenestrelli binati, le lesene, gli stucchi, gli stipiti, le cornici dorate, i muri dipinti, vennero fuori ad un tratto per sparire insieme in un sol mucchio, per confondersi in un polveraccio comune, per diventare terra e macerie. Pareva venuto proprio l’ultimo giorno, per il vecchio maniere d’Ormeto. Ma ad un tratto, quando già metà della fabbrica era stata abbattuta, le picche si arrestarono come per incanto. — Si spazzò il terreno dai rottami, si puntellarono i muri rovesciati che ancora rimanevano in piedi, si turarono alla meglio le fessure. E sulla collina si fe’ silenzio.
Questa tregua dura da dieci anni.
La cascina si chiama ancora con questo nome, e i proprietari di essa sono ancora chiamati _quei della trena_.
II.
Al castello, nell’antica stanza matrimoniale, sta agonizzante la vecchia signora Maria Cristina Matilde di Roveglio, contessa vedova del conte d’Ormeto, di Ronco e di Valonghera, che fu dama d’onore della regina Maria Teresa.