Tenda e castello

Part 6

Chapter 63,751 wordsPublic domain

— Vuoi ch’io resti? disse ella placidamente.

— Non voglio io, non voglio mai nulla, lo sai; — ma se tu volessi... se tu volessi, capisci...

Il medico sopraggiunse in quel punto.

— L’abbiamo passata; ella sta meglio, signor conte, un po’ meglio, disse, ma ci vuol calma, una gran calma.

E voltosi a Luscià, come allora la vedesse, le fe’ un inchino frettoloso.

Trasse un piccolo pacco da tasca.

— Le ho portato questo, che le procurerà una buona nottata. Dov’è Aurelia, che le dia le istruzioni?

— Dia qui, resto io, stanotte, disse Luscià.

Il medico la guardò meravigliato.

— Bene, signora contessa, ogni ora e mezza una di queste cartine in un cucchiaio d’acqua; del resto la solita limonata — e calma!

Luscià ammanì la prima pozione, la diede al marito e riprese il suo posto; trasse le gambe sulla poltrona, vi si raggomitolò dentro.

Le tranquille opere dei servi cessavano a poco a poco: un lieve rumore di pedate riguardose, un sommesso bisbiglio saliva le scale, si perdeva nei meandri dei piani superiori, qualche lieve cigolare di vecchie porte sugli arpioni arrugginiti, qualche eco indistinta e morente, — poi il castello si addormentava nel silenzio vasto della campagna.

Luscià socchiudeva le palpebre, si crogiolava fra il sonno e la veglia, in quel sopore conscio, volontario della pigrizia che ci si sente e ci si gode: il sopore dei servi, degl’infermieri, delle sentinelle; nel quale il corpo dorme, e lo spirito, raccogliendovisi, lascia una leggera percezione, un piccolo lume d’intelletto a guardia del suo riposo.

Luscià restava immobile finchè al pendolo del caminetto batteva l’ora della pozione d’Emanuele. Allora si moveva, svolgeva lentamente le molli curve della sua persona, si strofinava gli occhi, il viso, stendeva le gambette sottili, le lisciava con felina delizia passando le manine sopra la seta delle calze, le calava a terra l’una e poi l’altra, cercava colla punta del piede breve, arcuato, la pianellina di raso bianco. Si rizzava, si accostava al letto con un dondolio pieno di grazia. Compiuto il suo ufficio, tornava prontamente a rifugiarsi nella sua nicchia morbida e tepida di velluto turchino, nel cui abbracciamento la sua personcina pareva un gioiello nella busta.

Ricuperava la sua posa, la testa leggermente ripiegata, la persona curva sopra un fianco, le mani intrecciate sopra un ginocchio; la veste di casimiro bianco a palme si apriva un po’ sul petto, e lasciava scorgere le trine candide della camiciuola e il principio del seno.

Il lume della lucerna velata la circondava di penombre rosee, di trasparenze alabastrine tremolanti come un’onda diafana e sottile.

Sotto il candore brunito delle gote era soffuso un leggero incarnatino.

Emanuele non ne staccava l’occhio un minuto. Sul suo volto, acceso dalla febbre, guizzavano baleni di passione, di tenerezza, di affanno, di dispetto, di collera.

Una volta egli la trattenne.

Ella non fe’ resistenza; abbandonò sul suo petto la flessuosa persona. Socchiuse gli occhi, — riposava nell’aria densa della camera, fra le braccia convulse di lui, fresca fresca come sopra un tappeto di fiori. Sorrideva.

Egli singhiozzava, rabbrividiva.

Ad un tratto ebbe un sussulto sì forte, che ella si riscosse bruscamente.

Emanuele levò le mani verso di lei:

— Oh Luscià!...

Ella si curvò con un po’ di diffidenza e gli baciucchiò le labbra ardenti.

Egli la respinse.

Luscià si alzò tranquilla e si scostò.

Allora Emanuele si lanciò verso di lei, l’avvinghiò colle braccia, se la tirò contro il seno.

— Non sono i tuoi baci ch’io voglio, quei tuoi baci freddi, forzati, — è il tuo cuore, sono i tuoi pensieri, bisogna ch’io sappia se tu mi ami o mi disprezzi...

E la scoteva fortemente.

— Tu sei tranquilla mentre io soffro, tu stai otto giorni senza chiedere di me, tu sorridi quando piango — e poi mi baci — perchè mi baci?... dimmelo, perchè mi baci?... le carezze si danno quando si vuol bene — ora io ti sono increscioso. Guarda, meglio che tu Io dica, già io lo veggo... che ti sono increscioso...

Ella taceva.

Emanuele attendeva ansioso una risposta, desiderava di essere contraddetto, — di potersi illudere.

Le gridava con voce soffocata:

— Parla, parla...

Le stringeva convulsivamente le braccia, la premeva delirante sul petto. Le faceva male.

Ella non si lagnava, non si schermiva — lasciava fare silenziosa, impassibile.

Era l’alba; la lucerna impallidiva: l’aria si faceva più pesante; una subitanea stanchezza sottentrava al parossismo. Emanuele ricadeva spossato sui guanciali. Un freddo sudore gli gocciolava dalla fronte.

Lagrimava, gemeva, si assopiva domandandole perdono, con la profonda codardia dell’innamorato.

Quando si risvegliò egli credette d’aver sognato: Luscià era queta, calma al suo posto. Un fil di sole le carezzava le crespe dei capelli.

La chiamò a sè, le sorrise, le baciò le mani, le fe’ un mondo di tenerezze, le disse che si sentiva meglio, ch’ella lo aveva guarito...

Per parecchi giorni, finchè Emanuele non cominciò ad alzarsi, ella non uscì dalla camera.

Ogni donna, specialmente nelle razze primitive, è naturalmente infermiera.

Emanuele era commosso: le si mostrava riconoscentissimo di questi riguardi, che egli scambiava per devozione, per qualcosa di più profondo ancora.

La ricambiava con ogni maniera di premure, di gentilezze: le mandava a prendere tutte le leccornie possibili. Erano tornati gli abbandoni dei primi giorni dopo le nozze; la prostrazione fisica lo risospingeva alle debolezze d’una volta. I sensi, fiaccati dal male, irritati dalla inerzia, rimanevano sotto l’ascendente dei vezzi di Luscià.

XVIII.

Però Emanuele, causa la cattiva stagione, ebbe una convalescenza lunga e penosa.

Le forze stentavano a ritornare.

La pioggia quasi incessante lo costringeva ad una prigionia rigorosa fra le mura del castello, dove dal cielo nebbioso, rannuvolato, scendeva un barlume crepuscolare, una grigia caligine, una cupa mortificazione della mente e del cuore.

Anche Luscià pativa di quella vita rinchiusa. Insensibile alla austera poesia del focolare domestico, di un affetto solitario, rimaneva sopraffatta da un grave torpore. Il castello le pareva un carcere che la vastità rendeva più triste. Non si arrischiava ad attraversare gli androni oscuri; gli echi profondi le facevano paura.

Il più del tempo se ne stava nella sua camera, raggomitolata, avviluppata, di panni d’ogni sorta, intirizzita, rattrappita, immobile come un filugello nel proprio bozzolo.

Due volte al giorno, all’ora del desinare e della cena, il marito veniva a cercarla per condurla in sala; si facevano servire dinanzi al vasto camino, dove ardevano grossi ceppi di quercia: ascoltavano la triste conversazione dei tizzi che cigolavano coll’acqua che grondava di fuori.

Spesso, allo sparecchiar della mensa, ella si addormentava. Emanuele osservava allora il suo viso smorto, languente, cui il tedio dava l’apparenza di un subitaneo deperimento. Egli ripensava alla visione persistente della sua malattia: alla giovinetta prigioniera, e degli strani sgomenti lo prendevano: se fosse stato il presentimento di una sciagura...

Il suo sguardo ansioso la vedeva talvolta peggio di quel che fosse: sparuta, disfatta.

Ella però soffriva veramente.

Un singolare malessere si rivelava in lei: l’assaliva spesso uno sbadiglio ostinato, morboso, opprimente. Pareva una dissoluzione della gioventù, della vitalità soffocata.

Invano Emanuele cercava di rianimarla: si stillava il cervello per trovarle distrazioni, senza riuscire ad altro che a deplorare la povertà della propria inventiva.

La vita del castello diventava sempre più triste e monotona: le giornate sempre più brevi e buie: la solitudine cresceva intorno a loro e fra loro, una solitudine uggiosa, piena di molestie.

Nella tetra solennità di quella stagione e di quel luogo per discorrere bisognava avere delle cose molto serie da dirsi. La conversazione si riduceva sempre alle solite frasi, ai saluti d’uso.

La sera il conte riconduceva la sposa assonnata nel suo appartamento; le diceva: — buon riposo, cara, vuoi nulla?

Ella faceva cenno di no.

Egli ripeteva: — buona notte, a domani.

Ma una volta entrò con lei e aggiunse:

— Sai, ho pensato di condurti fuori di qui, andremo a Parigi, sei contenta?

XIX.

Presa la risoluzione, Emanuele, al suo solito, ne affrettò con furia i preparativi.

Una settimana dopo, lo stretto necessario per mettere in sesto le faccende più pressanti, Emanuele e Luscià partivano.

Sarebbe stato molto più facile rimanere a Torino, dove egli possedeva una palazzina; ma la sua disgrazia a Corte e lo screzio colla nobiltà gli avrebbero fatto colà una posizione intollerabile, avrebbero tracciato intorno a lui una specie di quarantena d’appestato.

A Parigi, dove era stato parecchi anni, aveva lasciato degli amici, dei compagni di studi, di aspirazioni.

Appena arrivati, i due sposi vi trovarono accoglienze affettuose, compagnia, inviti, cortesia pronta e premurosa.

Luscià, per la stranezza stessa della sua avventura, che sarebbe stata nella chiusa società torinese d’allora, un peccato originale indelebile, incontrò rapidamente in quella capitale cosmopolita, avida della novità, della singolarità.

La baronessa di Cortrans, dama savoiarda, congiunta di Emanuele, si affrettò a presentarla nel mondo elegante, ne fece l’attrattiva della sua sala, ritrovo rinomatissimo in quel tempo dell’alta emigrazione italiana.

Molti degli uomini, che comparirono poi nella grande epopea della nostra rivoluzione, venivano da lei quasi tutte le sere, confortando l’esiglio con le memorie e le speranze; mettendo in comune il loro patrimonio di alti propositi, di generose utopie, che con diversa fortuna svanirono o prosperarono alle prove della realtà.

Si radunavano col barone nella biblioteca.

Intanto la signora, ancora giovane e oltremodo gentile benchè non bella, faceva gli onori delle sale dove traevano in folla i _lions_ della migliore società parigina, artisti in voga, i quali cercavano svago alla conversazione brillante, alle civetterie nervose dei crocchi del paese, nella contemplazione delle superbe e scultorie beltà italiane.

Luscià ebbe colà il suo momento di successo: diventò per tutto un inverno la bellezza alla moda.

Ella non ci si trovava neppure troppo a disagio per le qualità morali, perchè poche di quelle donne allevate colle rigide massime dei _rusteghi_, erano realmente più côlte di lei.

Quanto agli uomini, anche intelligenti, essi perdonano sempre con grande indulgenza l’ignoranza ad una bella donna; anzi se ne compiacciono come di un vezzo, di una piacevolezza.

Luscià si lanciò dunque avidamente incontro al successo che le si presentava. I suoi muscoli giovanili, irritati dall’ozio sonnolento di Peveragno, tripudiavano di quel moto continuo.

Divideva le sue giornate in due parti: quella in cui si divertiva, quella in cui si preparava a divertirsi.

Un’ansia, un sussulto nervoso, quasi un brivido foriero di febbre la prendeva quando s’appressava l’ora del festino. Ell’era sempre vestita parecchie ore prima; si agitava nella sua stanza, fra lo scompiglio ed i salti di Nad, come un corsiero robusto impaziente di lanciarsi alla corsa.

Poi ella correva da Emanuele: lo costringeva ad uscire: la loro carrozza era sempre la prima ad arrivare e così presto che erano costretti qualche volta a fare un lungo giro prima di entrare. Allora ella si rovesciava sui cuscini; si copriva il volto colle mani, cercando di reprimere con uno sforzo di calma il fremito che l’agitava.

Il primo tocco d’archetto, la sera di ballo, la trovava sempre al suo posto, accanto alla padrona nel piccolo crocchio di damigelle premurose di non perdere una battuta; silenziosa, sorda a quel che le dicevano; già lanciata col desiderio nel vortice del valzer o della galoppe.

Appena il direttore delle danze aveva gridato il _Messieurs à la queue_, tutti i suoi nervi scattavano ad un tratto come galvanizzati da una scarica prepotente d’elettricità. Ella era sicura di non rimanere indietro: si buttava fra le braccia del primo cavaliere che le passava innanzi, senza guardarlo in viso e partiva, trascinandolo attraverso la sala, inebbriata, frenetica.

Tutta assorta nello sfogo meccanico delle membra, ella non aveva preferenze, non faceva distinzioni, dimenticava tutto e tutti — anche il marito, che se la vedeva passar innanzi cogli occhi accesi, fissi nelle fiammelle agitate delle lumiere: il suo viso prendeva in quei momenti il pallore brunito fosforescente della passione delle donne del Murillo. Egli, seduto in un angolo, ritto contro lo stipite di una porta, l’aspettava dell’ore intere, la contemplava senza ottenere da lei uno sguardo. Del resto il marito non poteva essere geloso; quando ella ballava con lui mostrava lo stesso piacere o almeno la stessa indifferenza. Ella non pensava all’uomo, ma solo si valeva delle braccia del ballerino.

I sentimenti di Emanuele, usciti dall’ambiente morboso della solitudine di Peveragno, s’erano un po’ alla volta tranquillati. L’atmosfera vivace della società aveva ristabilito un po’ di equilibrio fra i suoi sensi e il suo spirito. La serietà del suo carattere riprendeva, a sua insaputa, stimolata dal pudore, dal decoro del mondo, il sopravvento. Il pensiero ritornava a lumeggiare quella fronte, cui un principio di calvizie precoce rendeva più vasta e più solenne.

L’incontro degli antichi compagni, il riannodarsi di antiche amicizie, lo aveva ricondotto agli studi, alle aspirazioni d’una volta.

Egli era rientrato nel crocchio di quella generosa aristocrazia italiana che, a scapito della propria ricchezza, ad onta dei propri privilegi, preparava le future grandezze del proprio popolo: che rinunziava volonterosa alla patria per darne una a tutti gl’italiani.

I nuovi pensieri, il ritorno di un più alto ideale, dovevano necessariamente smorzare la sua passione — che, d’altra parte, nulla veniva allora a riaccendere.

Veramente, i primi giorni, il trionfo di Luscià l’aveva un po’ inquietato; il vederla passare, la sera di ballo, fra le braccia di tanta gioventù, il vederla sempre circuita da un codazzo di ammiratori lo mortificava. Ma poi s’era calmato: il contegno di Luscià era irreprensibile. Ella attirava tutti, non tratteneva nessuno.

Dopo tre mesi era impossibile avvertire intorno a lei quel diradamento di adoratori, quella progressiva solitudine che segnala la fortuna di un solo: impossibile scoprire nei suoi modi quell’apparente sazietà, quella rinunzia al dominio leggero delle feste, onde si tradisce in una donna la scelta, il concentramento di una preferenza. Non la si vedeva mai seduta negli angoli; invano la si voleva staccare dalla gran sala; fuori di là non c’era per le attrattiva di sorta; non ne usciva che per partire al braccio del marito.

Ella non aveva mai cercato di ricevere, non aveva mostrato alcuna ambizione di prendere un appartamento elegante: la sua stanza non aveva per lei altra importanza che quella d’un camerino d’attrice, in cui ella indossava le sue preziose toelette, di cui era passionatissima.

Tutta la sua vita era fuori, allo sbarbaglio dei lumi, nelle feste, nei teatri, agli occhi di centinaia di persone.

In casa non veniva che qualcheduno dei più fidati amici di Emanuele: uomini seri, innamorati di un’idea, assorti in un grande obbiettivo, i quali non osservavano Luscià più che se fosse un mobile dell’appartamento.

Tranquillato così, Emanuele si era lasciato andare alla sicurezza tranquilla del possesso maritale, e poi insensibilmente a quell’indifferente abitudine di convivenza che era l’ideale dell’alta società parigina d’allora, — in cui molti mariti si contentavano di peggio.

Egli non era uomo da darsi mezzo: altrettanto violenta era stata la sua passione, altrettanto profonda fu la sua rassegnazione all’insensibilità morale di Luscià a suo riguardo.

Cominciò a far vita a parte: — il giorno non la vedeva più che all’ora della tavola, passando il resto chiuso nella sua camera o nelle biblioteche. La sera l’accompagnava in qualche casa, e quivi lasciandola, usciva con un amico a carezzar con esso i comuni progetti.

Poco alla volta anche Luscià parve sfreddarsi, stancarsi della società, frequentarla meno, e poi abbandonarla affatto.

Emanuele continuò tuttavia per molto tempo a venir tutte le sere a chiederle se voleva escire, — ma al suo diniego non insistette che le prime volte, poi si lasciò dolcemente tentar dalla nuova libertà e non gli parve vero di trarsi in disparte da quel faticoso turbinío di feste. Ne fu anzi gratissimo alla moglie. La sera, ritirandosi di buon’ora nel suo studio, sentiva una viva soddisfazione di veder già tutto buio nelle stanze di Luscià.

Le cose andavano per lui alla meglio, lisce come olio.

XX.

Però verso il fine di aprile un grave incidente venne a turbare la serenità di quella sua pace.

Un giorno che egli aveva dimenticato un libro nel salotto della moglie, venne a ricercarlo.

Intese, appressandosi all’uscio, un sussurro sommesso, ma concitato, nelle stanze di Luscià. — Non comprendeva le parole, ma distingueva le cadenze del gergo.

Pareva che Luscià si lagnasse e supplicasse.

Credette che ella si bisticciasse con Nad, e stava già per andarsene, quando lo colpì una voce virile, meno prudente, che diceva:

— _Balischi!_ — una sozza ingiuria.

Riconobbe Nick.

Allora l’antica indignazione contro il vagabondo lo prese; non potè contenersi: entrò nel salotto.

Trovò lo zingaro in una gran collera, che smaniava col suo fare da gradasso per la stanza, balbettando minaccie, rampogne contro Luscià, la quale, seduta sopra uno sgabellino, piagnucolava. Egli aveva levato il suo giubbetto magiaro e mostrava la libertà di un uomo in casa propria.

Il conte lo interruppe a mezzo della sua invettiva con un terribile:

— E poi? — che lo fe’ voltare di balzo.

Lo zingaro balbettò qualche cosa.

— Uscite! disse il conte.

L’altro obbedì, prese il suo abito, lo buttò sulle spalle e varcò la soglia senza far motto, guardandosi intorno col fare confidente e soppiattone di animale malefico che cede alla minaccia di una forza superiore.

Il conte prese la candela e lo seguì verso la porta.

Nell’androne, Nick si volse e disse sfrontatamente:

— Che ho fatto?

— Uscite, vi dico! — Vi par poco minacciare la contessa, mascalzone che siete?

— Voi credete ch’io l’abbia afflitta? vi sbagliate. Voi non conoscete le nostre donne, aggiunse con ironia.

— Qui non ci sono più donne della vostra razza.

Nick tentennò il capo:

— Ebbene, disse, volete vedere che Luscià non è in collera con me? — fate la prova, — chiedetele se voi dovete scacciarmi, e se ella lo vuole, mettetemi pure fuori a calci, io sono contento.

Il conte era sconcertato da tanta impudenza.

Nick, rinfrancandosi, continuò indossando la sua giacca:

— Vi ricordate: chi ve l’ha condotta quella sera a Peveragno? Io sono vostro amico; se avessi voluto portarla via, ella mi avrebbe seguito in capo al mondo. Non conoscete le _romni_ voi. Guardate, scommetto che con tutte le vostre bontà, — perchè dicono che voi siete buono, — ebbene, scommetto che io so ancora adesso farmi rispettare da lei più di voi. — Io credo che fareste bene a lasciarmi venir qui qualche volta: io darei alla mia parente dei buoni consigli; le donne hanno mente corta, non vedono oltre la loro bocca, — e per far loro comprendere il bene che ad esse si fa bisogna saper parlare sul serio. Davvero che fareste bene a tener di conto Nick. Andiamo, io non sarò troppo esigente, — mi contenterò di pranzar qui in cucina qualche volta, finchè resto a Parigi. Va bene?

Il conte lo guardava sbalordito: nel suo cuore la collera lottava colla sua solita temperanza di gentiluomo.

Lo zingaro riprese:

— Vi va? Anzi, se mi lasciaste dormir qui in un bugigattolo qualunque — eh? in un corridoio, nel cantuccio della legna, un buco purchessia, eh?

Finalmente il conte non ne potè più. Con un gesto impetuoso gli indicò la porta, e lo guardò tanto minaccioso che l’altro non attese altro e sgattoiolò in istrada.

Alla fine dell’anno il conte si dovette accorgere d’aver scompigliato seriamente i suoi affari. I prodotti agricoli valevano poco; e le rendite che ne ricavava, bastevoli a dargli in Piemonte una certa opulenza, erano scarse per vivere in Parigi con larghezza signorile. Egli invece s’era abbandonato ad una grande prodigalità: le sole toelette di Luscià gli costavano qualche centinaio di mille lire. Fu costretto, per mantenere gli impegni, a scantonare il suo patrimonio. Ma in quel tempo, anche il vendere i fondi era cosa malagevole. Si trovò in gravi angustie, e pensò di ridurre le sue spese.

Rinunziò alla carrozza e a metà della servitù; cambiò l’appartamento in un modesto quartierino, e a malincuore cercò di far capire alla moglie la necessità di una più sobria regola di vita. Ella al solito si mostrò rassegnatissima; appena fu se una piccola contrazione si disegnò agli angoli delle sue labbra.

Il conte non se ne avvide neppure.

La maggior intimità delle abitudini avrebbe potuto riavvicinarli: e difatti il conte, grato a Luscià della sua docile sommessione, fu verso lei più premuroso. Ma ella non si mostrava più sensibile di prima: s’era fatta pigra, indolente, dormigliona; si ritirava poco dopo l’imbrunire, e spesso all’ora della colazione era in letto ancora; poi, alzata, rimaneva assonnita le poche ore che mancavano a far notte. Questa vita, del resto, le conferiva moltissimo; la sua persona si arrotondiva mollemente, e pareva che la materia soffocasse in lei anche la esigua fiammella dell’anima.

L’unione loro, come tutte quelle a cui mancano affinità originarie, era rimasta infeconda.

Emanuele, poco alla volta, si rituffò nelle sue abitudini, nei fidati colloqui de’ suoi compagni di studii. Egli arrivò a non veder più Luscià neppur una volta al giorno.

L’inverno era incominciato con le sue feste e i suoi numerosi divertimenti; — Emanuele non se ne accorgeva punto: il quartiere dove dimoravano era tranquillo e silenzioso. Quanto a Luscià, colla distrazione del dotto, egli non pensava punto a scandagliarne i desideri. La vedeva sempre calma, sonnolenta, gli pareva contenta, — non chiedeva di meglio.

XXI.

Era allora ministro di Baviera a Parigi un marchese Tornielli, oriundo del Piemonte, congiunto di Emanuele, a cui voleva un gran bene, e non mancava di mostrarglielo coi rabbuffi di un tutore stizzoso e bonario. Egli era uomo sulla cinquantina; ottimo carattere, che le traversie di una carriera stentata avevano ravvolto di una corteccia un po’ ruvida.

Emanuele andava di quando in quando a trovarlo, — e pigliava con un sorriso tra il distratto e il tollerante le sue ramanzine.

Egli biasimava i suoi studi, il suo genere di vita, tutto, ma poi si entusiasmava di tutte le sue idee, e, scapolo, era orgoglioso di lui come di un figlio pieno d’avvenire.

Un dì Emanuele entrò nello studio della legazione. Il marchese era occupato; un usciere aspettava certi premurosi dispacci. Emanuele voleva uscire; ma egli serio serio gli disse di trattenersi che doveva parlargli. Era accigliato più del solito, e di sotto il suo cipiglio trapelava una vera e profonda afflizione.

Finito che ebbe, spedito il corriere, si levò e cominciò a misurare a passi ineguali la camera. Ad un tratto si piantò davanti al cugino: le parole gli scattavano dagli occhi, dalle rughe della fronte scarna. Ma subitamente si voltava e continuava a passeggiare più concitato di prima.

Finalmente Emanuele gli domandò:

— Cosa c’è?...

La collera del marchese non aspettava che questo per traboccare.

— C’è, disse, che, caro il mio savio, mentre tu guardi alle nuvole capitomboli nella fossa... c’è questo.

Emanuele, avvezzo alle esagerazioni del cugino, sorrise...

— Questo al figurato, — ma in termini più positivi?

— Oh! non c’è punto da ridere.

Sbuffò; camminò a più riprese.

— Al fatto; te l’ho detto io che bisognava occuparsi un poco della casa... e della moglie?

— Della moglie? di quale moglie?

— Eh per bacco, della mia no sicuro...

— Ma che c’è?