Tenda e castello

Part 11

Chapter 113,823 wordsPublic domain

Poi anche gli confida la triste monotonia degli ultimi anni, quando, morto il padre, fu raccolta dalla nonna fra nuovi dolori e nuovi stenti assai più penosi... Talvolta, senza volerlo, lascia capire le durezze patite dalla vecchia contessa, animo altero, carattere forte, inasprito dalle sciagure. Essa tuttavia la rimpiange sinceramente: non pronuncia mai il suo nome senza piangere, e, quando s’accorge che le proprie parole possono lievemente offenderne la memoria, si diffonde in lunghe giustificazioni, che non sempre ottengono l’effetto desiderato, ma sono sempre prova incontestabile dell’amore di lei. Il dottore ascolta con attenzione, fa qualche osservazione, e poi il discorso si avvia tranquillamente; e, alla fine, si separano riconoscenti l’uno all’altro, lei d’aver potuto ricordare, egli d’esser riuscito a dimenticare.

X.

Così sono trascorse quasi quattro settimane, nelle quali Pasquale non è rimasto colle mani in mano: subito nei primi giorni inquietato dalle intimazioni di Maurizio, s’è recato dal giudice del mandamento, il quale gli ha detto che avuto riguardo all’infermità della contessina, questa poteva rimanere al castello fino a guarigione finita ed occuparvi due stanze; ma l’ha consigliato a rimettere tutto il resto senz’indugio, perchè il contegno della contessina non avesse l’aria di una _detenzione abusiva_.

Veduto poi che il male si dileguava, si diè attorno per trovar di allogare la contessina; non sapendo s’ella avesse parenti ne ha scritto ad un vecchio cavaliere, amico della contessa, che molto tempo prima veniva tutti gli anni ad Ormeto a farle una visita. L’amico ha risposto così evasivamente che de’ parenti, che potessero alla contessina venire direttamente in aiuto, non ne conosceva; che unico partito conveniente per lei sarebbe quello di entrare nel _Ritiro delle vedove e nubili_, sulla collina di Torino, _luogo decente e arioso_; che se la contessina voleva, ne avrebbe parlato al marchese Pamparato per farvela ricevere, che anzi la consigliava di scriverne ella stessa al marchese.

Intanto Maurizio ha installati al castello nelle stanze del piano terreno due famiglie d’inquillini, quattro creature sue; e da parecchi giorni quattro paia d’occhi e altrettanti d’orecchi si danno la muta nel vegliare sugli interessi del proprietario. Pasquale è fuori dei gangheri, egli brontola tutto il giorno e lancia moccoli contro tutti quei della _cascina_, non escluso il dottor Giulio di cui, a dir il vero, egli comincia ad aver piene le tasche.

Un bel giorno entra nelle stanze della contessina dopo una visita piuttosto lunghetta di Giulio, e, sempre coll’usato rispetto, ma con piglio di visibil malumore, domanda:

— Cosa dice di bello il _medichino_?

Maria risponde sorridendo:

— Curioso! mi dice tante belle cose.

Pasquale si lascia sfuggire un gesto dispettoso, ma subito si pente e rimane afflitto, mortificato.

Maria gli viene accanto, e postagli una mano sulla spalla, gli dice carezzevole:

— Suvvia, hai da dirmi qualche cosa: dilla; tu sai che qualunque cosa sia detta da te non può spiacermi.

Pasquale la guarda intenerito e con rispetto.

— Cos’hai da dirmi?

— Io sono uomo grossolano, ma comunque sia ho le mie opinioni; e non so capire cosa voglia il _medichino_. Io dico che il meglio di tutto sarebbe ch’egli s’intromettesse per liberarla da questi cani, per farla rispettare, egli che lo può, e poi le dicesse:

— «Stia qui finchè non ha trovato un posto dove andare...»

Maria gli pone la mano sulla bocca e dice in fretta:

— Zitto, zitto, se lo potesse l’avrebbe fatto.

E soggiunge:

— Egli non sa nulla.

— Come? viene due volte al giorno e non vede cosa si fa lì abbasso? Coloro là non sono forse suoi dipendenti? non li conosce? Dica piuttosto...

— Cosa?

— Che... anche lui è della famiglia.

— Oh! Egli è stato così buono con me...

— Anche gli _altri_ sono buoni; buoni a tutto... fuorchè a far del bene...

La contessina non è persuasa, ma le parole di quell’uomo affezionato la scuotono dolorosamente.

Pasquale continua:

— Se sapesse come la conosco io quella razza lì; quando fanno bella ciera è quando ne studiano qualcuna delle più triste; essi non sono come noi, non parlano per farsi capire ma per non lasciarsi capire.

Maria dice con qualche amarezza:

— Insomma, di’ subito che non sei contento che il dottore venga a vedermi...

— Oh, lei è padrona di fare quel che vuole.

— Ma tu non sei contento... io lo vedo; e, senti, io voglio fare tutto quello che mi dici... sai bene che voglio ascoltarti in tutto... Perchè non mi consigli... non mi dici schietto il tuo parere?... Guarda; per farti piacere, il dottore non voglio più vederlo.

Così dicendo si volta dall’altra parte, s’allontana e va a sedersi nella poltrona accanto al camino.

Dopo qualche minuto ripiglia:

— Ma di’, come si fa, quando viene, a mandarlo via?

Pasquale non sa cosa rispondere.

— Finchè sono qui in casa sua, per questi pochi dì che ci devo rimanere, non posso chiudergli l’uscio in faccia, non è vero? non posso.

— No... — mastica Pasquale fra i denti.

La contessina s’alza vivamente, s’avvicina di nuovo a lui.

— Bisogna ch’io continui a riceverlo; ma, senti: tutte le volte che viene tu starai qui a farmi compagnia; sì, sì, lo voglio.

Pasquale fa qualche ritrosia e poi si lascia persuadere; non avrebbe mai osato proporre una cosa simile; l’avrebbe creduta un’irriverenza bella e buona verso la contessina; ma, poichè lei lo vuole, questo fa piacere anche a lui. Egli accetta di buon grado questa nuova funzione e comincia subito nella sera stessa. Quando viene il dottore dopo cena, egli rimane là in un canto, silenzioso, riverente, ma immobile, duro come una pietra.

La contessina Maria accoglie il dottore con un fare contegnoso che non è tutto volontario; i discorsi cadono più presto del solito, e il dottore se ne va di buon’ora.

Lo stesso avviene all’indomani mattina; Giulio s’inquieta, pare accorgersi di qualche cosa, e la sera non si fa vedere.

Pasquale fa di tutto per intrattenere la contessina, che è molto distratta e di malumore.

Il giorno dopo uno degl’inquilini del pian terreno, con pretesto di venir a cercar Pasquale, penetra fin nella camera della contessina; uscito di là, egli se ne va difilato da Maurizio a dirgli che la signorina è alzata, sta benissimo e che la storia della malattia è una famosa carota tallita.

Maurizio fa _in conformità a questa cognizione_ i suoi _passi_ per costringere la signorina a sloggiare.

Nello stesso tempo arriva una lettera del vecchio cavaliere, colla data di due giorni prima; egli scrive «che ha parlato al marchese di P***, il quale si mostrò favorevolissimo alla sua preghiera, e gli ha detto che la contessina può considerarsi come accettata nel ritiro; che però non si tratta più che di sapere il giorno in cui potrà essere presentata e che a questo effetto egli ha per l’indomani un appuntamento col marchese. La contessina si tenesse dunque pronta a partire quando che sia.»

Questa buona notizia non fu accolta da Maria con troppa gioia, e anche Pasquale, che l’aspettava con tanta ansietà, pensando alla partenza della contessina, finisce per non provarne tutta la soddisfazione che credeva.

— Però è una cosa questa, — dice all’ultimo, ed è un comando ch’egli dà alla sua ragione di persuadere il suo cuore.

Il dottore non venne neppure quel giorno.

La mattina di poi egli manda alla contessina un bel canestro di moscatella sana e ghiotta quanto mai.

Maria ne va in solluchero e ne fa una gran festa, tanto che non s’accorge di Pasquale che è entrato in quel punto e che colla sua ciera stravolta fa un singolare contrasto con lei.

Il poveretto ha ricevuto anche lui allora allora un regalo, anzi due.

Il primo da parte di Maurizio, e glie l’ha portato l’usciere della giudicatura; è un regolare diffidamento _in forma_ per la contessina di _sgombrare, evacuare, dismettere i locali da lei occupati direttamente o per mediata persona, e ciò subito o almeno entro il termine di due giorni_ dall’intimazione, sotto _le comminatorie legali per la forzata dismessione e pene conseguenti_.

L’altro regalo è una lettera da Torino, che porge alla contessina dicendo:

— Vediamo questa.

È ancora del cavaliere; due sole righe:

«Mi recai oggi dall’Ill. marchese di Pamparato; trovai che era partito improvvisamente da ieri per Parigi, dove rimane per qualche tempo. Perciò non c’è altro da fare per ora che aspettare il suo ritorno.

Con dispiacere

Vostro umiliss., ecc., ecc.»

Pasquale resta fulminato; si butta sopra una sedia, si pone una mano sulla fronte, sugli occhi, si soffia il naso e riflette lungamente in silenzio:

— Signorina, — dice poi, — bisogna cercare per adesso un altro luogo per lei.

— Perchè?

— Perchè lei deve uscire di qui fra tre giorni; e l’ordine è venuto insieme coll’uva del medichino. Glie l’ho detto io che gente sono quelli là!

La contessina resta senza fiato.

— Bisogna cercare un qualche posto provvisorio; le toccherà contentarsi di quel che si può avere.

— Ma, povero Pasquale, dove vuoi ch’io mi trovi il posto provvisorio, — esclama piangendo la contessina, — dove vuoi che vada a cercarlo? perchè lo dici a me questo?...

— Egli è che... se lo vuole, il posto, così com’è, io l’avrei trovato... un buco, un letto.

— Dove?

— In casa mia.

— Oh Pasquale, mio buon Pasqualone!

— Vuole? — domanda trepidante il contadino.

— Ma sì, ma sì; io starò meglio di qui con voi altri due: qui mi annoio.

E la contessina, tutta rasserenata, scuote a Pasquale le due mani, e Pasquale ride anche lui tutto contento. Maria però si rannuvola tutto ad un tratto.

— Ma, povero Pasquale, io vi darò fastidio a voi altri.

— Oh giusto! lei mi farà un grande onore.

XI.

Quella mattina la moglie di Pasquale, incontrato il dottore, l’ha informato dell’imminente partenza della contessina; ella ignorava il contrordine venuto da Torino, perchè non aveva visto ancora la signorina; il marito, come dice lei, è un _rusticone_ che non le dice mai nulla.

Giulio càpita al castello nel pomeriggio, in ora insolita, e trova Maria sola, intenta a raunar le sue robe per farle recar a casa di Pasquale.

La saluta, si siede e pare aspetti ch’ella cominci.

Ma la contessina lascia da parte le sue faccende, come volesse fargliene un mistero; siede e tace anche lei; il dottore, stupito, ha un’interrogazione sulle labbra, ma non osa farla.

Finalmente le dice:

— Contessina Maria, son venuto a salutarla prima di partire.

— Lei parte?

— Sì, domani mattina: torno a Torino.

— Ah! — esclama seria seria Maria.

Giulio aspetta certo qualche altra parola; è preso d’una curiosità invincibile che gli si pinge sul volto.

— Anche lei... se ne va? — soggiunge poi dando un’occhiata espressiva agl’involti che sono sulla tavola e sulle sedie.

— Oh sì, me ne vado, — risponde arrossendo la contessina.

— E... va anche lei a Torino...

— No... resto...

— Come?

— Qui ero così sola, questa casa è tanto triste e a quella buona gente riesce incomodo il venire fin quassù tutti i momenti per servirmi; io vado da loro... da Pasquale.

Ella parla in fretta, colla faccia in fuori, come se dicesse una bugia.

Giulio la guarda con attenzione e un sospetto gli attraversa la mente.

— Mi spiace... mi spiace che lei esca dalla sua casa in questi ultimi giorni.

— Perchè?

— Si possono pensare e dire tante brutte cose...

Dicendo queste parole tien gli occhi fissi su lei.

— Può sembrare... che... qualcuno le abbia... fatta... scortesia... e ciò mi rincrescerebbe molto.

La contessina pare molto confusa: non risponde.

— Spero che nessuno le avrà mancato... non è vero? Può lagnarsi di qualcuno?... Non mi dice nulla? è successo qualche cosa di spiacevole... qui in casa sua?

— Questa non è casa mia... io non ho casa...

— E per questo... via, mi dica francamente: le hanno fatta premura... Sì? sì dunque! Oh fino a questo punto!... mi dica cos’hanno fatto... no, non mi dica nulla... E pensare ch’io poteva, ch’io doveva prevederlo questo; che pure potevo impedire quest’ultima bricconata! ma dove avevo la testa io?... Adesso lei non crederà ch’io ignoravo tutto... che tutto s’è fatto a mia insaputa!...

— N’ero certa... interrompe commossa Maria.

— Sì... davvero? Ella crede alle mie parole?

Maria fa cenni affermativi colla testa.

— Ebbene, mi faccia un grande favore. Rimanga qui ancora... un sol giorno... almeno fino a domani a sera...

— Ma lei... non parte, lei, domani?

— No, non partirò: ci rivedremo... rimanga, abbia fiducia in me, rimanga; io ho bisogno di dimostrarle, se non altro, che tutta la mia colpa non fu che leggerezza in tutto questo... che se qualcuno... dei miei le ha fatto oltraggio, io la rispetto come si merita.

— Lo so, lo so.

— Ma un giorno può dubitare della mia lealtà, ed io non voglio che lei ne dubiti mai.

Maria si alza, e avvicinandosi gli stende la mano e gli dice colle lagrime agli occhi:

— Non ne dubiterò mai.

Giulio prende quella mano con tutte e due le sue, la stringe forte, la reca vivamente alle labbra, la bacia... Poi leva gli occhi; i loro sguardi s’incontrano, poi si sfuggono, poi si cercano ancora e s’abbassano...

— Non voglio prove... le ho...

— Grazie.

— Lei ha avuto compassione delle mie sventure.

— Non dica così!

— Non è vero forse? Lei è stato in questi giorni gentile, delicato, buono, e io... me ne ricorderò sempre... questa è la mia sola riconoscenza... la riconoscenza dei poveri come me... se vorrà ricordarsi di me...

— Se mi ricorderò? si figuri...

— Forse non ci rivedremo più... ma saremo amici.

Queste parole, che Maria pronunzia quasi sottovoce, a pause, con una intonazione calma, malinconica, mettono sossopra l’animo di Giulio che balza in piedi repentinamente:

— Ma io non posso lasciarla partire così da questa casa.

— Oggi o domani, non è lo stesso per me?

— Ma non per me...

— Che vuol fare?

— Non so, mi dia tempo a riflettere... ho bisogno di far qualcosa e farò qualcosa. La scongiuro, rimanga fino a domani.

E le prende nuovamente la mano e ripete:

— Rimanga! altrimenti non potrò credere alle generose parole che lei mi ha detto, e crederò invece che lei sia meco corrucciata...

— Ma no! no!

— Che non mi stimi più... che mi detesti...

Maria prorompe:

— Zitto, zitto; io detestarla! oh!... io che invece...

Ma s’interrompe tutto ad un tratto e s’allontana da Giulio rapidamente. Un passo d’uomo si fa sentire sulle scale.

Giulio rimane incantato; egli vorrebbe farle finir la frase che gli pare della massima importanza; — ma quel subito silenzio non è eloquente lo stesso e forse più?

Pasquale entra col suo fare grave e pesante, va dritto dalla contessina e le domanda:

— Vuol venire adesso?

La contessina, facendo uno sforzo per render calma la sua voce, risponde esitando:

— Non ho ancora potuto mettere insieme le mie robe...

— Non son quelle lì le robe?

— Non ci son tutte.

— Vuol che le dia una mano io?

— No... stassera non mi sento... sono stanca...

Pasquale china il capo in atto di rassegnazione e coll’usata discrezione va a sedersi in un angolo senza fiatare e senza rivolgere uno sguardo al dottore.

Maria soggiunge carezzevole:

— Povero Pasquale, t’ho fatto affaticare per me.

— Ah! — mormora Pasquale alzando le spalle.

— Verrò domani...

— La stanza è pronta, venga quando vuole.

Il dottore si alza a questo punto per uscire, e nel salutare la contessina la ringrazia tacitamente con una calorosa stretta di mano, che, se non fossero state le ombre della sera, avrebbe trovato il compenso in uno sguardo singolare di lei.

Anche Pasquale si muove augurando la buona notte a Maria, che gli corre dietro, lo trattiene sulla soglia e gli dice ancora:

— Pasquale, non sei mica offeso?

— Ah! Non è lei la padrona?

— Non posso proprio, adesso... ma domani verrò...

— Le manderò la mia donna anche stassera.

— Se non ti rincresce...

Pasquale esce. Maria ritorna a sedere nel vano della finestra: è notte chiusa, la campagna è scura, avvolta in una fitta caligine; il castello pare siasi sollevato fra le nubi, nello spazio.

Maria sta per lasciarlo il castello, e con esso staccarsi dalle ultime reliquie della sua famiglia; e poi? che sarà di lei... in quel nero orizzonte, in quell’avvenire più nero ancora?...

Un fioco lumicino brilla sotto la nebbia giù giù nella scesa: è alla _Cascina della Trena_...

— Cosa farà domani il dottor Giulio?

XII.

Pasquale e il dottore scendono insieme la collina, vengono insieme al villaggio; camminano silenziosi, impensieriti; Pasquale ha l’aria di non accorgersi affatto del compagno. Quando son giunti innanzi alla sua casa, il dottore gli dice:

— Avrei qualcosa da dirvi.

Egli, senza parlare, apre l’uscio e gli fa segno di entrare.

Attraversano una specie di bottega ingombra di assi e di arnesi da lavoro. Pasquale fa un po’ il legnaiuolo e alterna le occupazioni del mestiere con la coltura di alcuni piccoli fondi ch’egli possiede.

Riescono nella cucina, dove la moglie ha scodellata la minestra, e così per ingannare il tempo e l’appetito fa ripetere le orazioni a due ragazzi, che divorano cogli occhi il _pane quotidiano_.

La donna saluta sommessamente il dottore, gli pone una sedia accanto al fuoco. Pasquale si mette a desco. Cenano in fretta: poi i ragazzi vanno a letto e la donna ritorna al castello, dove, dopo la morte della contessa, suole passar la notte.

Quando sono rimasti in due, il dottore dice al legnaiuolo che gli volta le spalle:

— Pasquale, voi non mi volete bene.

Ma l’altro è tutto intento a sorbire la sua _monferrina_, cioè l’ultimo piatto di minestra condita col vino.

— Mi sono accorto che... non siete contento che io... parli con la contessina... Non siete contento?

— No.

— E... perchè?

— Perchè tutto il paese ci trova a ridire.

— E cosa dice il paese?

— Ci vuol poco talento ad immaginarlo. Che la signorina è sola, è giovane, e che lei, signor _medichino_, non può avere delle buone intenzioni...

— Ah!... e voi, Pasquale, cosa ne pensate voi?

— Cos’ho da pensar io?

— Non credete ch’io sia amico sincero della contessina?

— No.

— Anche voi credete ch’io abbia delle cattive intenzioni?

— Sì.

— Ebbene, voi non mi conoscete.

— Ah!... ho lì nell’orto un pero cotogno. Questa primavera ne levai un messiticcio e l’ho piantato; fra due anni porterà frutto: io giurerei che anch’esso farà pere cotogne... e lei?

Il dottore rimane dolorosamente colpito da questo sillogismo metaforico e non sa cosa rispondere. Dopo un breve quarto d’ora Pasquale gli domanda brusco brusco:

— Cos’ha da dirmi?

— Oh... volevo... persuadervi che mi giudicate male.

— Che cosa glien’importa a lei dei miei giudizi?

— Me n’importa assai.

— Uh!

— Sì, me n’importa assai; perchè voi siete un brav’uomo, il migliore ch’io conosca; poi perchè voi siete il confidente, l’aiuto, il sostegno di una persona per cui io ho moltissima stima...

— Eh!

— Sì davvero.

— Sì! non v’è angheria e malignità che i _suoi_ non abbiano fatta a quella povera famiglia; cose che gridano vendetta. Non parlo delle antiche, tutti le sanno; ma solo di quelle che ho viste io in questi ultimi dieci anni: appena occupato il castello l’hanno affittato a della canaglia: al ferraio che picchiava tutta la notte sull’incudine mentre la contessa era malata; ad Ambrogio che le faceva il letamaio sotto le finestre e glielo rivoltava tutti i giorni a mezzodì nell’ora del pranzo. Poi hanno cominciato a demolire con tanta buona grazia, che un muro comune rovinò e fu miracolo se la contessa non rimase sotterrata; poi le hanno lasciato rubare le tegole, intorbidar l’acqua del pozzo, saccheggiare il giardino, e l’hanno fatta schernire e ingiuriare da Maurizio ogni giorno... E ora lei mi dice che ha della stima! bell’avanzo per la contessina che non ha più casa, non ha più nulla, che ha il danno e le beffe di tutto il paese...

Pasquale s’è venuto a poco a poco scaldando e continua senza lasciar mezzo al dottore di aprir bocca.

— La cacciano di casa sui due piedi, senza carità, senza compassione, mentre è ancora mezza malata: questa è la stima. Le fanno una triste pubblicità, le fanno un’intimazione per mezzo d’usciere! E dopo questo lei vuol saper cosa penso io? io penso che lei dovrebbe lasciarla stare quella povera creatura; che dovrebbe lasciarle almeno quel po’ di buon nome che le resta. Il mio parere è questo; se le spiace, non so che farci; non doveva chiedermelo.

— Pasquale, voi avete ragione; ma sentite: di quello che hanno fatto... gli _altri_ io non ho colpa... mi rincresce e, ve lo dico fermamente, qui a quattr’occhi, me ne vergogno per loro. Non ho saputo che oggi quest’ultimo affronto; se avessi potuto impedirlo l’avrei fatto. Vi giuro, Pasquale, che se potessi dire alla contessina: — Stia dov’è, faccia conto d’essere in casa sua; — darei non so cosa. Ma, voi lo sapete, il castello e tutte le antiche proprietà dei conti d’Ormeto appartengono a mio nonno, e con lui non si può parlare di nulla... io non posso per adesso far contro le sue volontà.

— Nessuno le chiede nulla a lei...

— Eppure io vorrei fare qualcosa: vorrei avere il mezzo di rimediare al male che si è fatto: son venuto qui per questo... perchè mi aiutiate a cercare questo mezzo...

Pasquale si volta allora per la prima volta, si alza dal tavolo su cui stava appoggiato colle gomita, viene a piantarsi in faccia al dottore e lo guarda con grande curiosità.

— Dunque, cosa mi dite?... — riprende Giulio.

— Ma!

— ... Se la contessina volesse... se si contentasse... vorrei farle una proposta... volete incaricarvene voi?

Il dottore s’appressa a Pasquale e gli sussurra nell’orecchio una sola parola che ha la virtù di mozzargli il fiato e fargli rifluire il sangue al viso.

— Come!... davvero? — esclama Pasquale non appena riesce a snodare la lingua.

— Vi do parola d’onore... Volete voi aiutarmi, Pasquale?

Pasquale leva un bicchiere dalla scansia, lo pone sopra un piatto di maiolica a fiorami turchini: lo riempie di vino e lo presenta al dottore.

Egli non aveva ancora offerto da bere al compagno, e questa mancanza, che colà non può essere involontaria, è uno dei più gravi insulti che un contadino dell’Astigiano vi possa fare.

Colma anche il suo bicchiere, e, sporgendolo per _toccare_ col dottore, risponde alla domanda che questi gli ha fatta:

— Se lei parla da galantuomo, sì, con tutta l’anima.

Versa quindi nuovo vino al dottore e poi domanda:

— Dica un po’, quando?

— Ma... se la contessina... acconsente... io non chiedo altro... subito...

— Alla buon’ora!...

Il dottore vuole andarsene e Pasquale vuole accompagnarlo _per discorrere_. Ma per istrada nessuno apre bocca.

Sulla porta della _cascina_ Pasquale dice sottovoce:

— Dunque, ho proprio da parlare alla signorina?

— Ma sì, ricordatevi che avete promesso d’aiutarmi... di far tutto quello che potete.

— E lo farò: ma guardi di far l’_uomo_, che poi non ci manchi!

— Non temete;... quando le parlerete?...

— Domattina.

— Bene, verrò io da voi a mezzodì a prendere la risposta... Mi raccomando!

Pasquale ritorna verso casa, e a poco a poco rallenta il passo come fosse sopraccolto da gravi e moleste riflessioni. Sull’uscio si ferma perplesso. Poi dà volta ancora e adagio adagio rifa la strada innanzi alla _cascina_, sale al castello; trova la moglie che sta per porsi a letto nella stanza attigua a quella della contessina e le chiede:

— Che fa la signorina?

— Dorme.

Egli esce, passeggia per qualche mezz’ora sulla spianata benchè soffi un rovaio indiavolato, poi scende, passeggia ancora a lungo innanzi e indietro con precauzione avanti la porta dei Bellardi, e finalmente si decide, di malavoglia, a ritirarsi. Egli ha un sospetto. Perchè la contessina ha voluto rimanere quella sera? Aveva parlato col dottore... Se fosse un tranello...

All’indomani per tempissimo egli è in piedi, ritorna al castello e quivi chiede di nuovo alla moglie:

— La contessina dorme?

— Certo che dorme; che volete che faccia a quest’ora? — risponde la donna stupita.

Egli allora ridiscende a girellare intorno alla _cascina_ finchè, verso le nove, vede uscirne il _medichino_.