Part 10
Dalla cucina sbuca fuori la Martina, e guardandolo con occhio inquisitorio, sta aspettando che le dica quel che vuole.
— Giacomo è alzato ancora?
— Sì, perchè?
Maurizio, che fumava seduto sulla pietra del fuoco, si alza, e viene anche lui incontro a Pasquale, il quale riprende:
— Vorrei dirgli due parole, a Giacomo.
— Andate lì, nel tinello, — soggiunge bruscamente la donna, e gli volta le spalle.
Maurizio invece tien dietro a Pasquale, ed entra con lui nel tinello. Il vecchio è di malumore, lo si vede subito; è in piedi, ma le gambe lo sorreggono a stento, ed è costretto ad appoggiarsi con ambe le mani alla stufa. — Quando entrano, fa un moto per rizzarsi sulla persona, e aguzza gli occhi stracchi in volto a Pasquale, che sta sulla soglia pensoso, come inchiodato colà dalla ripugnanza che gli danno quell’uomo e quella stanza.
Il vecchio continua a fissarlo senza parlare.
Maurizio gli dice:
— Non lo riconoscete? — è Pasquale.
— Lo conosco benissimo, — brontola Giacomo; poi, volgendosi a Pasquale, soggiunge:
— È uscita... colei?
— La sora contessina, — spiega Maurizio in tono ironico.
Pasquale risponde a mezza voce:
— Non ancora...
— Cosa? — domanda Giacomo.
— Ha detto di no... — grida Maurizio.
— Ho già capito, — ribatte il vecchio stizzito. — E dimmi un po’, quando fa conto di andarsene?
Pasquale fa qualche passo avanti, e comincia:
— Abbiamo scritto a Torino, a’ suoi parenti...
— Quali parenti? — chiede Maurizio, — quelli di sua madre?
— Abbiamo scritto che vengano a prenderla, — ripiglia Pasquale parlando in fretta, come chi dice una bugia; — se siete contenti che stia ad aspettarli al castello... fra otto... o dieci giorni al più... qualcuno verrà.
— Quanti giorni? chiede Giacomo.
— Sette od otto, — risponde Pasquale, che ha capito d’aver chiesto un termine troppo lungo.
— Ventiquattr’ore... con...cedo, — ribatte il vecchio.
Pasquale rimane sconcertato.
Giacomo soggiunge:
— Domani... che prenda i suoi... stracci, e se ne vada.
— Là dentro, ci hanno ballato abbastanza, — dice Maurizio, — e non c’è più una sedia buona.
Pasquale si fa un po’ di coraggio, e dice:
— Dove volete che vada subito?
— Vada da’ suoi parenti, — risponde Maurizio ghignando.
Pasquale vorrebbe dire qualcosa a Maurizio, ma pensa alla signorina per cui è venuto, e per paura di nuocerle si contiene, e, rivolgendosi sempre al vecchio, continua con santa pazienza:
— Volete che vada a Torino da sola?
— Eh, sua madre ha girato il mondo da sola... e così è divenuta contessa, — dice Maurizio.
— Massime in questi momenti, — prorompe Pasquale, — essa non sta bene...
— Pretesti, — borbotta Giacomo fra i denti.
— A voi cosa fa... giorno più, giorno meno...
— Ho detto... ventiquattro ore.
Pasquale resta là confuso, sbalordito, come un condannato a cui hanno letto la sentenza; che vorrebbe protestare, e vede ch’è inutile il farlo, e non sa capacitarsene.
— Hai inteso? — riprende il vecchio imperiosamente, dopo qualche minuto di silenzio, e poi gli volta le spalle, con atto che significa: non seccarmi più, e vattene.
Pasquale si volge lentamente. Maurizio ride sempre, il Napoleone dell’orologio ha la sinistra nel cappotto, e coll’altro braccio gli intima anch’esso di uscire.
Egli esce, e quand’è fuori affretta il passo, come se il terreno gli scottasse i piedi. All’entrata del paese, incontra il suo ragazzo che correva alla sua volta; egli è già stato a casa, per dirgli che al castello è preso male alla contessina.
— Anche questa ci vuole, — geme Pasquale, e ritorna di trotto sulla strada percorsa.
VII.
Il dottor Giulio è uso a fare ogni sera, quando il tempo è buono, due passi sulla spianata del castello.
Il cielo si è rasserenato verso il tramonto, ed è limpido e chiaro: l’aria è fredda, ma tranquilla. Giulio passeggia col capo chino sulla stradicciuola erbosa che taglia obliquamente l’altura in mezzo ai filari sull’area degli edifizi abbattuti, fino all’incontro d’un angolo del corpo di fabbrica superstite. Quivi alza gli occhi e guarda il muro lacerato, pieno di screpolature, per le quali è cresciuta l’erba e si sono arrampicati il luppolo ed il rovo. Poi corruga dolorosamente la fronte, si volta, e, come per cacciare un pensiero molesto, gitta uno sguardo sull’orizzonte, su quelle curve moltiformi, innumerevoli, che paiono ondate d’un mare burrascoso fatto immobile per incanto, ad un tratto: i campanili che emergono nelle creste hanno l’aspetto di fari spenti.
È uno spettacolo mirabile, fantastico. Qua e là spiccano sull’azzurro pallido del cielo profili neri, bizzarri come di scogli sgretolati dai marosi.
Erano i castelli di Corsione, di Mirabella, di Albereto, e sono adesso mucchi di rottami, sfasciumi di muri cadenti. Sotto, a mezza costa appaiono nell’ombra caseggiati vasti, bassi, quadrati, deformi: le case dei _ricchi_.
Giulio china ancora gli occhi a terra; ritorna verso la casa della defunta contessa, e volge un altro sguardo al muro screpolato, pendente visibilmente infuori: pare abbia a crollargli addosso da un momento all’altro.
Rifà nuovamente la strada sino al ciglio della spianata; al suo piede si stende il villaggio d’Ormeto, come un’_esse_ allungata: quante case! e chi porta il nome d’Ormeto non ha più una spanna di tetto!
Giulio continua la sua passeggiata innanzi indietro.
Dall’angolo del castello la stradicciuola rasenta, a sinistra, il giardino e scende alla _cascina nuova_, quella che suo nonno ha fatta edificare da circa quindici anni. Dopo molte giravolte, Giulio s’accosta alla chiudenda del giardino e guarda là dentro: sono ancora due brevi tronchi di viale ombreggiati da alberi centenari e in mezzo a quelli alcuni sedili di pietra; fra l’uno e l’altro albero vi sono siepi di mortella e macchie di arbusti.
A quindici anni, quando al collegio leggeva i primi romanzi, egli pensava a quel povero lembo di parco gentilizio, vi collocava le scene dei suoi libri favoriti, e la notte sognava vagare egli stesso nell’ombra di quegli alberi, al chiaro di luna, nel silenzio della campagna, solo con una damina al braccio, la sua damina, una contessa per lo meno, la regina dei suoi pensieri di collegiale, col lungo strascico di seta, con le mani bianche e le maniere aristocratiche, e di sedere su di uno di quei sedili: e la mattina svegliandosi avrebbe volentieri ceduto tutti i poderi della sua famiglia a chi gli avesse potuto far vero quel sogno.
Sogni di adolescente, da un pezzo svaniti! — Proprio svaniti del tutto?
Alla finestra del primo piano, proprio in faccia a lui, vi è lume; sui vetri si disegnano di quando in quando delle ombre e dei profili che passano e ripassano e spariscono e ritornano. Cosa succede in quella stanza? Anche in certi momenti gli par di udir delle voci confuse.
Poi sente a correre dalla parte opposta sul sentiero che sale dal villaggio; egli allora ritorna indietro qualche passo, entra in mezzo alla vigna, fa il giro del castello e viene dietro un filare donde si scorge la porticina.
In quel mentre arriva un ragazzo di corsa e dalla porticina del castello esce un uomo. Giulio riconosce Pasquale.
Il ragazzo trafelato dice:
— Il medico è fuori del paese.
Pasquale fa un’interiezione di dolore e soggiunge:
— Entra dentro, io vo’ dallo speziale.
E s’allontana con furia.
A Giulio il cuore batte in modo singolare.
Egli prende una risoluzione: esce dal suo nascondiglio, viene alla porticina e la spinge; entra in casa.
Il ragazzo che stava nel corridoio si spaurisce.
Giulio gli dice:
— Conducimi nella stanza della malata.
Il ragazzo lo riconosce ed obbedisce...
Trovano la contessina svenuta sopra un canapè e presso a lei la moglie di Pasquale che le stropiccia le mani, la chiama, singhiozza e non sa cosa farle.
Giulio s’accosta e chiede:
— Cos’è stato?
— Sarà mezz’ora che m’è svenuta e non c’è verso di riaverla... l’ho spruzzata d’acqua, le ho fregato i polsi, bagnate le tempie, tutt’inutile... Sor medichino ha fatto bene a venire, ha fatto proprio una carità.
— Avete fuoco acceso in cucina?
— Sì.
— Datemi un panno qualunque... sì, questo va bene, voi spogliatela in fretta e mettetela in letto.
Poi corre in cucina e fa scaldare il panno: in quella giunge Pasquale con un ampollino in mano, e, vedendolo, sbarra gli occhi in atto di meraviglia.
Ma Giulio non s’accorge; egli è in quell’istante medico, null’altro che medico: porge la pezzuola all’altro:
— Andate, gli dice, e fatela porre sul petto alla malata.
Gli strappa di mano l’ampollino, lo guarda, fa un gesto di disapprovazione, e dice:
— Questo non serve, — ed esce.
Tutto questo in un baleno.
Dopo alcuni minuti ritorna con un cordiale e con un cucchiaio, ne versa qualche goccia fra i denti della contessina. Poi dà parecchi ordini, ai quali Pasquale e la moglie obbediscono con premura.
Finalmente la contessina dà segno di riaversi, mette un sospiro che termina in un penoso sbadiglio.
Poi apre gli occhi e guarda intorno a sè.
Giulio si è ritirato in fondo alla camera, nell’ombra, e contempla pietosamente quel visino smorto e patito.
La fanciulla chiede con un filo di voce alla donna:
— Cos’è accaduto?
— Nulla, — risponde la donna. — Come si sente?
— Sono stanca, — e chiude gli occhi ancora.
Giulio esce fuori nel corridoio e con lui Pasquale e poi la donna.
La donna domanda:
— Cosa ne dice lei?
— Questo è passato e speriamo non sarà nulla, — risponde Giulio.
— Non sarebbe meglio darle qualche nutrimento, un po’ di brodo?
— Sciocca! — esclama Pasquale.
— Sciocca niente affatto, — dice il dottore; — il male della signorina è sfinimento. Datele pure il brodo; ma badiamo, poco e leggiero. Buonanotte; se accade qualche novità venitemi ad avvertire. Tornerò domani a vederla.
Uscito il dottore, Pasquale chiede col suo tono burbero:
— Chi l’ha chiamato?
La donna intimidita risponde:
— Nessuno, è venuto da sè.
Pasquale fa un moto di sorpresa, poi borbotta fra i denti:
— Diavolo; che il pruno voglia fare ciliege?
VIII.
L’indomani il dottor Giulio deve fare la visita promessa.
È quasi mezzogiorno e al castello non c’è stato ancora. Però sono due ore che egli ha preso il sentiero della collina. Maurizio, credendo che volesse visitare i piantamenti di viti, ch’egli ha fatto sulla spianata, gli è venuto dietro e, raggiuntolo, senza cerimonia gli si è posto ai fianchi. Poi ha cominciato a dipanare la filatessa delle sue spiegazioni.
Ma, arrivato in cima, il dottore s’è seduto su un rialzo di terreno, ha levato un libro dalla tasca del soprabito l’ha aperto e v’ha cacciati gli occhi dentro così bene, che Maurizio non ha potuto più farglieli alzare: perciò, stanco di parlare al vento, ha preso partito di andarsene, cercando fra sè d’indovinare il motivo del mal’estro che da due giorni osserva sul viso del suo _medichino_.
Giulio, rimasto solo, ha chiuso il libro, l’ha riposto in tasca; ha acceso un sigaro, l’ha lasciato spegnere, è restato lunga pezza immobile colle mani incrocicchiate attorno ad un ginocchio; poi s’è alzato e s’è posto a passeggiare; poi è tornato ancora a sedere.
La giornata è splendida, il sole caldo, l’aria tepida e queta; proprio l’estate di S. Martino. Ma il viso del dottore s’oscura sempre più.
La moglie di Pasquale gli passa accanto e lo saluta.
Giulio si scuote, e le chiede:
— Come sta?
— Meglio; non viene a vederla?
— Ah! sì...
S’alza e con la donna viene al castello, all’uscio della camera dove sta la malata. La donna entra: egli rimane sulla soglia; egli che allo stabilimento ha un passo così sicuro, che non aspetta mai nell’anticamera dei suoi clienti, perchè è avvezzo invece ad essere atteso.
La donna annunzia il dottore alla contessina e questa risponde:
— Venga, venga.
Giulio allora entra. La contessina si tira in fretta le coperte fino al mento e lo saluta con un cenno di capo.
Gli occhi di lei mostrano i segni del pianto di molti giorni, e sono pieni di lagrime.
Giulio s’inchina profondamente, s’avvicina in silenzio: le chiede del suo stato, l’esamina in fretta e poi ad un invito si siede al capezzale.
Tacciono tutti e due qualche minuto, poi la contessina dice:
— Dottore, so che lei è stato qui iersera, la ringrazio.
Giulio fa un’esclamazione sommessa e non risponde.
La contessina si volge a guardarlo e soggiunge:
— Sa che da me non l’avrei riconosciuto? l’ultima volta che l’ho visto era tanto giovane ancora, non aveva barba affatto: e sono quasi otto anni; era ad una festa al castello di Cortanze.
— Lei si ricorda di quel giorno?
— Altro che, e lei?
— Anch’io... lei portava un abito violetto a balze bianche.
— È vero.
— Io me ne stavo vergognoso in un canto ed in silenzio, intimidito da tutta quella compagnia di signori: e lei nel _cotillon_ venne a prendermi per danzare.
— Poi quando uscii io l’ho salutato e lei non mi ha risposto...
— Io non me ne sono accorto; non osavo guardarla...
— Aveva paura di mia nonna? — domanda con un leggiero sorriso la contessina; poi subito si abbuia e sclama sottovoce singhiozzando:
— Povera nonna!
Essa piange qualche minuto in silenzio, volgendosi dalla parte del muro; le sue treccie bionde si sciolgono e s’attortigliano sul guanciale.
Infine riesce a calmarsi e soggiunge:
— Lei sta a Torino?
— Sì.
— Tutto l’anno, anche la state?
— La state vo ad Acquasana.
— Torino! com’è bello Torino! come ci andrei volontieri!
— Ma non ci va ella adesso?
La contessina crolla malinconicamente la sua testina.
— Ma non ha i parenti colà?
— Ma... non so...
— Oh!
— Sì, forse qualcuno che non conosco, che non ho mai visto, che non sa neppure ch’io viva.
Poi aggiunse amaramente:
— Meglio così...
— Perchè?
— Perchè l’entrare in casa di gente che vi prende per farvi una grazia è cosa che mi spaventa; io...
— Dunque!
— Dunque ci penserà Pasquale a collocarmi; io sono stanca, non sono buona di pensare alle cose mie; me lo diceva sempre la povera nonna. Pasquale è la mia grossa provvidenza; io mi sono rimessa in lui.
— Pasquale, il suo servo?
— Pasquale non è servo; è nostro grande amico, egli vien qui per affezione... ha la disgrazia di volerci bene...
— Perchè dice disgrazia?
— Creda, è proprio così: ho notato che tutti i nostri amici sono stati sventurati, mentre quelli che ci hanno fatto del male, oh quelli hanno prosperato...
Queste parole dette così innocentemente, senza intenzione, feriscono il dottore; la contessina se ne accorge, se ne adonta, e tutti e due restano impacciati.
Giulio s’alza poco dopo, raccomanda le sue prescrizioni e prende congedo.
La contessina Maria, tratto fuori in fretta un braccio di sotto la coltre, gli porge con gentile franchezza la mano.
Il dottore la prende con la sua e gliela stringe con premura, quasi con riconoscenza; ed osserva involontariamente che quel candido e morbido braccio è coperto da una manica di tela grossa e bigia.
— Tornerò stasera, — egli dice.
— Grazie.
La sera ci ritorna difatti, e trova che la contessina è stata colta da una febbre ardente; egli le raccomanda il silenzio, la calma, fa un’ordinazione ed esce. Nello stesso modo succedono le due visite del domani e quelle del posdomani. La malata lo accoglie con un sorriso, con un altro sorriso lo congeda; egli non fa che le interrogazioni strettamente necessarie. La febbre scema al mattino e ripiglia forza alla sera. Ma nel pomeriggio del terzo giorno continua a sminuire e nella mattina del quarto è scomparsa del tutto.
La contessina Maria accoglie il dottor Giulio con un sorriso più bello del solito, lo saluta con voce quasi gaia, e porgendogli il polso gli dice:
— Dottore, mi dica subito che sto meglio, se no glielo dico io.
Giulio osserva che stavolta il braccio della contessina è chiuso in una manica di battista fina, benchè un po’ logora.
IX.
Egli si siede e conversa una mezz’ora con lei. Nei discorsi della contessina le nubi della malinconia si squarciano qua e là e compare qualche fugace lembo di azzurro. — La convalescenza è sempre una primavera, e, — quando si hanno vent’anni, — una festa, un ineffabile tripudio della vitalità entro le fibre, che invade a poco a poco lo spirito e lo riempie di gioia.
La contessina è sinceramente mortificata di non sentirsi afflitta come le pare di dover essere, e fa di tutto per spegnere le liete vibrazioni che il suo cuore manda al suo cervello: ma non sempre ci riesce: i moti del cuore si ribellano di quando in quando e la vittoria rimane a loro; — però è una vittoria fugace che il dolore sincero arriva ad imbrigliare in tempo.
Prima che il dottore sorta, vedendo che egli la saluta con gravità maggiore dell’altre volte, gli domanda con sollecitudine:
— Tornerà a vedermi?
— Stassera sì.
— E domani?
— Domani spero che lei non avrà più bisogno dell’opera mia.
La sera la contessina Maria è divenuta pensierosa; nel congedare il dottor Giulio, gli dice in un certo modo inesprimibile:
— Vedrà, domani sarò ancora malata.
E quando il giorno dopo Giulio entra nella camera e la trova bene oltre ogni desiderio, essa si abbuia in viso ed esclama:
— Vuol credere che sono stata malata fino adesso? almeno ero di cattivo umore; l’una cosa è segno dell’altra.
Infatti essa ha gli occhi rossi: ha pianto.
La contessina aggiunge ingenuamente:
— È curioso che quando ella è qui io mi sento benissimo, appena esce m’accorgo che avevo mille cosucce, una quantità di mali da confidarle.
Giulio, che per solito è sempre molto serio, sorride a queste parole, e con piglio che vuol parere scherzoso, ma non è troppo calmo:
— Ebbene, facciamo così: io tornerò finchè essa se ne ricordi, — oppure se ne dimentichi affatto... dei suoi mali.
Il tempo è freddo, invernale; perciò il dottore va a rilento nel permettere alla convalescente d’alzarsi, ed essa osserva scrupolosamente il suo divieto.
Poi le concede di lasciare il letto con precauzione, poco alla volta, solo per qualche ora nel mezzogiorno, e intanto continua le sue visite, nè più nè meno come prima, perchè la contessina è afflitta e piange sempre quand’egli non c’è.
Egli viene al mattino un po’ più tardi quando ella è alzata: — essa si siede in una poltrona accanto al camino, ed egli le tiene un po’ di compagnia.
I suoi consigli le fanno bene; ella si rasserena leggermente, — promette di non pensare a «cose brutte».
E ciò è tanto più singolare, che anche questi consigli egli li dà con viso scuro e malinconico.
Quando sono insieme, quello che ha più bisogno di conforto, di svago sembra lui, il dottore. Una volta essa, scherzando, glielo fa notare; e questo scherzo, invece di farlo ridere, lo turba.
Egli si mostra ogni giorno più triste: una sera la contessina gli domanda:
— Si ricorda quel che le dissi alla sua prima visita? La mia amicizia porta disgrazia. Si guardi dalla iettatura!...
Il dottore scuote il capo, e poi:
— Crede lei ch’io sia suo amico?
— Certo.
— E perchè lo crede?
— Ma... per il bene che mi ha fatto, per le sue premure...
— Tutto questo non è che dovere; sa lei che chi di noi due è creditore è ancora lei?
— Come! — sclama con stupore la contessina.
Il dottore non risponde; egli è inquieto, pare volerle dire qualcosa, ma si vede che non sa decidersi a cominciare.
La contessina Maria lo guarda fiso stupita, e ripete:
— Si guardi dalla iettatura, dottore.
Giulio risponde vivamente con gesto di dolore:
— Oh il iettatore credo d’esser io! e mi pare che tutto qui intorno, questi muri, questa casa mi insinuino il malefizio.
Maria è oltremodo sorpresa e chiede nuovamente:
— Come?
Ma anche questa volta il dottore non risponde.
Poco alla volta il malumore di Giulio si fa contagioso, e s’apprende anche all’animo di lei. I loro colloqui riescono scuciti, qualche volta penosi. Tutti e due fanno spesso strane imprudenze; toccano inavvertitamente dei tasti scabrosi, stridenti, e allora, — è finita, — una sgraziata, irreparabile atonia insorge tra loro; — la conversazione langue, gli sforzi per rianimarla staccano altre note discordi: non si capiscono più, dicono l’opposto di quel che vogliono dire, e poi non sanno più dir nulla e succedono lunghi quarti d’ora di uggioso silenzio. Dopo una lunga e inutile scherma si separano molto malcontenti di sè stessi.
Una sera Giulio arriva mentre Maria sta scrivendo: egli è spiacente di essere venuto a frastornarla e vuole andarsene. Maria lo prega di rimanere; egli insiste per partire, essa insiste per indurlo a trattenersi e soggiunge che non permetterà mai ch’egli sorta così; poi, approfittando del suo esitare, accosta una poltrona al camino e, tirandolo pel braccio con dolce violenza:
— Si segga, suvvia, un pochino soltanto. Vuol far cerimonie qui — in casa sua?
Giulio, a queste parole, corruga involontariamente la fronte; essa se ne accorge, s’accorge di avere incespicato in un ginepraio e rimangono tutti e due confusi e senza parola.
Finalmente Maria si fa coraggio e dice:
— Se lei mi promette di restare, io finisco la mia lettera.
Giulio siede. Maria torna allo scrittoio; in due minuti ha finito, piega la lettera e comincia la soprascritta; ma si ferma a mezzo e si volta a Giulio.
— Sa lei l’indirizzo del marchese di Pamparato? in via Borgonuovo, numero nove o numero diciannove?
— Mi pare diciannove, — risponde Giulio. Il marchese è suo parente?
— No, egli dirige il ritiro delle _Vedove e nubili_ a Torino, e siccome un dì o l’altro io dovrò uscire di qui...
— Perchè?
— La sua famiglia...
— Oh!
— Volevo dire che la sua famiglia ha premura — insomma bisogno dell’appartamento.
Nuova confusione e nuovo silenzio più lungo e più fastidioso del primo.
Stavolta è Giulio che domanda a Maria:
— Che pensa lei di... della mia famiglia?
— Io... nulla...
— Non sa delle animosità che esistevano tra la sua casa e... la _Cascina_? Non gliene hanno mai parlato?
— Sì, la nonna... So ch’essa e Giacomo... il signor... suo nonno, non andavano intesi...
— Da che parte crede stesse il torto?
— Io non sono buona di pensare alle cose serie, gliel’ho detto; è una storia lunga che non ho mai potuto capire, un vero garbuglio di liti, di vendite, di sentenze, di ipoteche... Lei saprà cosa sono...
— Sì, pur troppo, signorina, sono strumenti d’odio e di rancore, di un’avidità maligna, astiosa...
E Giulio s’interrompe, si morde le labbra. Poi:
— Che opinione ha lei di me?
— Chi?
— Lei...
— Io... certe cose, dottore, non si dicono in faccia.
Ma, parendole leggere un dubbio sul volto di Giulio, soggiunge con una dolce serietà:
— Come potrei pensar male di lei?
— Oh dei motivi ne avrebbe d’avanzo.
Maria non comprende. Giulio non sa o non vuole spiegarsi: egli si trova impacciato.
Cosa strana! finiscono così tutti i loro colloqui, nei quali essi, con gentile intenzione, per delicato riguardo l’un per l’altro, si sforzano di parere più sereni e più tranquilli; — lo scherzo, la celia più innocente lascia sempre nei loro discorsi una traccia sinistra, come quei razzi falliti che esalano uno sgradevole puzzo di nitro e di zolfo.
È molto meglio quando lasciano che l’anime loro si aprano liberamente nella conversazione; s’intendono allora, passano insieme delle lunghe ore senza sforzo, senza pena, di una malinconia soave che fa bene, che pare uno sfogo a tuttedue. La contessina Maria richiama i ricordi dolorosi, gli stenti, le umiliazioni, i trambusti della vita girovaga che ha menato col padre, e conchiude sospirando:
— Povero papà, era pur buono!