Tempeste

Part 4

Chapter 43,625 wordsPublic domain

Fiammanti i casi orrendi e battaglieri A una turba di bimbi estasïata?... V'è una snella mammina affaccendata, V'è un babbo serio dai gran baffi neri?...

.... Dite, ditelo a me!... Stretta s'allaccia L'edera appassionata ai vostri muri: Traversa i cieli radïosi e puri Un'allodola, ed io tendo le braccia;

Tendo le braccia al sole e a la gaiezza: M'entra ne l'imo cor la nostalgia D'un volto amato, d'una mano pia Che mi sfiori con trepida carezza:

D'un profumo svanente di vïole, D'un nido ove s'effonda alta quïete: La nostalgia di voi, casette liete, Casette bianche sfavillanti al sole.

INVANO

Ne l'abituro ove morì stanotte Il vecchio pellagroso, Veglia sul freddo, altissimo riposo La vanga sola, viva ne la notte:

Guatando il letto che somiglia un trono, In suo linguaggio prega. E prece è questa che singhiozza e nega: Che di fede non è--non di perdono.

E dice: Vecchio, hai lavorato indarno: Indarno il sangue hai dato: E piangesti e non fosti consolato, E dolcezze non ebbe il corpo scarno.

E dice: L'implacabil malattia Che infesta la risaia, Che nei tugurî senza sol si sdraia, Mista d'odio, di fame e di pazzia,

L'implacabile e scialba malattia Ti prese, ebete, nudo, Affranto; e nel rigor d'un verno crudo Ti condusse a la morte.--Così sia.--

Spiran con te, dovunque, a mille a mille, I tuoi compagni.--Intanto Commove l'aria, da lontano, un canto Di guerra, e squarcian l'ombre auree faville:

È un grido a l'avvenir d'appassionate Coscïenze in tumulto, È un affannoso accorrere, un singulto Fierissimo d'elette alme inspirate:

A colpi d'ascia ogni menzogna è spenta: Splenderà il Sol domane Sovra le gioie e le grandezze umane, Sovra la terra da l'amor redenta!...

.... Ma tu, vecchio, non odi.--È la tua salma Rigida come pietra: Fra i cenci e l'abbandono, ignuda, tetra, S'agghiaccia in atto di sdegnosa calma.

Niun può ridar lo spento soffio a questa Materia tua!... la bella Di giustizia e d'amore opra novella Che le infamie del secolo calpesta,

Che i brandi spezza e infrange le catene, Del sangue tuo succhiato Goccia a goccia dal solco derubato Non renderà una stilla a le tue vene;

Non una sola ai venerandi e forti Compagni tuoi, traditi Da la terra e sotterra seppelliti. Ora e in eterno.--Chi risveglia i morti?...

PAX

Io vidi in sogno, come vanni d'aquila Belle, giganti e fiere, Elevarsi del Sol fra i lampi torridi Più di mille bandiere.

Mai non arrise ai verdi campi e a l'aure Più luminosa aurora: Cielo e mare avvolgean fiamme d'incendio Nel delirio de l'ora:

Salia dai boschi e da le zolle un palpito Di forza germinale, E largo il vento, come il sogno a l'anima, Dava a le fronde l'ale

E i lucenti vessilli in alto ascendere Come trofei di gloria Io vidi, e ognun parea cantare a l'aura D'un popolo l'istoria.

Crivellati di palle erano, e laceri, Con l'aste mutilate, Come trafitti da pugnali innumeri In mischie disperate;

Chiazze nere e vermiglie e fumo e polvere Ne copriano i colori: Polve di schioppo o di mitraglia, e giovane Sangue di gladiatori;

E molti d'essi, a l'orïente roseo Assurgendo giganti, Nel maestoso volo avean terribili Suoni di ceppi infranti.

Ad un tratto (era sogno) da un magnetico Soffio d'amor sospinti, Dimentichi de l'epiche battaglie, Dimentichi dei vinti,

Tutti si strinser quei vessilli in crocco, In universo abbraccio, E fu di pianti, di memorie, d'anime, Di spemi e forze un laccio;

E non rimase ne gli azzurri spazii, Vivido al par di fiamma, Sciolto a le brezze come velo d'angelo, Che un unico orifiamma;

E a lui, balzando da gli antichi ruderi, Da le pianure intrise Di sangue, da l'orror dei morti secoli, L'umanità sorrise.

EPPUR TI TRADIRÒ....

Eppur ti tradirò.--Verrà ne l'ora Che di mistero avvolge e terra e mar, Un demone dal vasto occhio di fiamma La mia fronte a baciar.

Ed io, tutta vibrante e tutta bianca, Tremando scenderò da l'origlier; E seguirò ne l'ombra il maestoso Passo di quell'altier.

Egli susurrerà sul labbro mio Cose sublimi che l'ignoto sa.-- E dal mio petto e dal mio cor, dinanzi A l'âtra immensità,

Liberamente sgorgheranno i canti Di quel dèmone al soffio avvivator: I canti che singhiozzan ne la morte, Che ridon ne l'amor:

Che sul tumulto dei dolori umani Parlano di speranza e di pietà, Schiudendo l'invocata e folgorante Porta dell'_al di là_;

Che san tutte le colpe e tutti i sogni, Che squarcian d'ogni frode il bieco vel: Che son fatti dei gorghi d'ogni abisso, Degli astri d'ogni ciel!...

Oh, non esser geloso.--Oh, non strapparmi A quell'ora d'ardente voluttà: A quell'ora di gioia e di follìa Che solo il genio dà!...

Come prima, sommessa e innamorata A le tue braccia mi vedrai tornar: Smorta nel velo dei capelli sciolti Il tuo bacio implorar.

E la mia fronte candida, che solo Sfiorò de l'estro il labbro vincitor, Come timida fronte di bambina Ti dormirà sul cor!...

IL PASSAGGIO DEI FERETRI.

Commemorazione delle Cinque Giornate, avvenuta in Milano il 18 marzo 1895.

Folla e tumulto.--Spingesi E s'accavalla al par d'onda sovr'onda, Torrente irrefrenabile Che abbatte con gigante urto la sponda:

Mare in tempesta, unanime Fiorir di sogni e battere di cuori Affratellati: bacio Di cruente memorie e di dolori

In una sola, trepida Gioia che accende i petti e le pupille; Che lancia ai glauchi spazii Risa, speranze, cantici, faville;

Che va fra cielo e popolo Su l'ali di magnetiche parole: Che sfolgora per l'aere Coi fulvi raggi del novello Sole.

.... Silenzio.... è l'ora.--Scindesi La folla in due compatte ali frementi: Serpe nei cori un brivido: Tra il solenne sfilar dei reggimenti,

Tra l'ondeggiar dei candidi Vessilli ai venti radïosi e puri, Tra il suon degl'inni e l'epico Clangor dei bronzi e il rullo dei tamburi,

--O Eroi di Marzo, o fumida Ancor di sangue patria visïone!...-- Lento un corteo di feretri S'avanza su gli affusti di cannone.

E in un con le reliquie Da la notte di lunghi anni redente, Alta ne la memoria, Viva nel cuore de le turbe intente,

Passa l'Iddia terribile, L'Iddia vermiglia de le barricate, Che, inerme ed indomabile, Per vie ruggenti e piazze disselciate,

Al lampo degli incendii, Ebbra di sangue e polve e fumo e schianti, D'un avvilito popolo Fece ad un tratto un popol di giganti;

E il quinto giorno un magico Grido innalzò di gioia e di vittoria: --Qui comincia l'Italia!... E un'ampia le rispose eco di gloria!

.... Silenzio.--I morti sognano: Ne le bare che passan lentamente Un riso erra, dolcissimo, E culla e bacia quelle forme spente.

--Per Essi ora la patria A l'aulente suo crin tesse ghirlande: Per Essi da' suoi fertili Giardini al mondo arride, onusta e grande:

Per Essi, per le lacrime Degli occhi loro, pel sangue che i forti Lor petti a rivi sparsero. Per quell'immenso amor!...--Sognate, o morti.--

*

La patria è grande.--Imperano Sovra l'umido pian di Lombardia, Furie dal negro artiglio, La fame, la pellagra e l'anemia.

Da le brumose e fetide Maremme, da l'incolto Agro Romano, Da le ruine càlabre Prorompe, disperato, un pianto umano.

A cento a cento, i siculi Schiavi, nei pozzi de la zolfatara, Trovan fra le venefiche Aure il pane, l'ergastolo e la bara.

Mentre, fidando, partono Da le materne vacillanti braccia Baldi e robusti militi Di novi servi e d'afri allori in traccia,

Là fra le accese sabbie Dei deserti, a dar morte ed a morire, Là su le terre sterili Il vessillo a piantar de l'avvenire,

Languono ovunque l'itale Plebi, ed ovunque la miseria piange: «Pane, pane» singhiozzano Donne e bimbi; ma a scoglio erto si frange

Come spuma d'Oceano Che rimbalzando su di sè ripiomba, La strazïata e supplice Prece dei vinti, ed a sè stessa è tomba.

In basso e in alto sfasciansi Le fedi e van le coscïenze infrante: Taccion nei fiacchi spiriti I santi affetti e le collere sante

Ma, come invitta quercia, Libera Italia sta!...--Non vi svegliate, O Morti.--Ora e nei secoli Il vostro sogno trïonfal sognate,

Che ne la rossa mischia A voi mordenti il fango de la via, In canto di letizia Il rantolo mutò de l'agonia.

SULLA FOSSA DI GIUSEPPE GRANDI

_in Val Ganna_

Senza gloria di marmi e senza croce, Qui ove giunge al tuo cor, lieve su i venti, De l'alpine freschissime sorgenti L'eterna voce;

Qui fra i macigni ruïnosi e foschi Guatanti dal silenzio de le alture I vellutati pascoli e le oscure Linee de' boschi;

Qui, solingo, sdegnoso, abbandonato, Dormi in eccelso oblìo presso le stelle, Ferreo Titano de l'idea, ribelle Come sei nato!...

Errar ti vider queste vette e queste Boscaglie, un giorno: quando a le tue nude Tempie battea lo spirto audace e rude De le tempeste;

E il sangue acceso fumido ondeggiante In larghe ondate al cerebro fluiva, Pòlline sacro a fecondar la diva Idea balzante.

A l'opra, in lotta con l'informe creta, Ti vider questi cieli e queste valli, Del marmo e degli ignivomi metalli Sire e poeta;

E gli aquiloni che da l'erme creste E dai vergini ghiacci immoti e soli Piomban, rotando in procellosi voli Per le foreste,

Mugghiando a fascio ne la valle e intorno A la povera casa orribilmente, Salutarono, o Grande, il tuo fuggente Ultimo giorno.

Qui dunque resta, o Grande, ora e per sempre Lungi da i molli rètori bugiardi. Larvàti in fronte e nel ferir codardi!... Ora e per sempre

Sotto i baci dell'èriche il profondo Tumulo giaccia senza cippo o nome!... Tutta Val Ganna il glorïoso nome Singhiozza al mondo.

Passino sul tuo capo albe e tramonti, I sogni e gli astri de le calme sere, E le battaglie de le nubi nere In groppa ai monti;

Passin gli spirti de le rocce, i canti De la luce, i letarghi de le nevi, I rimbombi de l'alte acque e de' grevi Massi frananti:

Assorba, assorba il tuo vigor d'Iddio, E in raggio lo trasmuti, in tronco e in fiore Questa che t'arse d'indomato amore Terra d'oblìo.

---- Val Ganna, settembre 1893.

MATTINATA INVERNALE

Ricordo.--Era il Dicembre: La campagna apparìa smorta di neve, Irta di ghiacci.--L'alba tersa e lieve Animava il silenzio.

A l'orïente gelido Il sol rifulse: e allor, trasfigurata, La neve palpitò come baciata, E si fè tutta rosea:

Sovra le rame squallide, Su l'erbe vive ancor, su le brughiere Palpitò di dolcezza e di piacere Nel mattino purissimo.

LA VEDOVA

Io la vidi.--Sul volto estenüato L'insonnia tormentosa Un sudario di tomba avea calato. Era scalza, disfatta.--Sui ginocchi Tenea l'ultimo nato.

I suoi capelli, un dì sì neri e folti, M'apparver tutti grigi. Cadeano a ciocche, ruvidi, disciolti, Irritati.--Nessuno ella guardava Coi folli occhi stravolti;

Nemmeno i figli.--Intorno, a bassa voce, Si parlava del morto. Inghiottito l'avea, presso la foce Del tristo fiume, a l'improvviso, un gorgo.... Dio! che agonia feroce!...

Bello: trent'anni: i muscoli possenti, Come sculti nel bronzo. L'avean cresciuto i balsami tepenti De le patrie boscaglie, i nembi, il sole, I lieti inni de' venti!...

Ed or?...--Certo ei, sott'acqua, avea lottato Con furore d'istinto, Palmo per palmo, oncia per oncia.--E urlato Certo avea, con demente urlo d'angoscia.... Poi più nulla.--Annegato.--

.... Ella non ascoltava.--Un fisso, acuto Pensier la rimordea: Per sè, pei figli il queto pan perduto, Il forte braccio inerte, il focolare Spento ed il letto muto;

E la miseria, la miseria!...--Ai campi Dunque, gracile donna, O fischi il vento o sia che l'aura avvampi, Alla zappa, alla vanga.--Ora sei sola, Niuno v'ha che ti scampi!...

Alla risaia dunque, alla risaia, Ove il capo percote Il sol piombante come una mannaia, Ed il mïasmo fetido s'infiltra: Penoso non ti paia

Il sacrificio.--La fatica immane Tu sempre sosterrai, Dal rodente pensier de la dimane Spinta--pei figli, per la rozza casa, Per un tozzo di pane!...

*

Già la sera calava a poco a poco: E le donne pensose Accosciate per terra e intorno al foco, Pïamente intonarono il rosario Con un bisbiglio rôco.

Ella tacque--distratta e come stanca Spogliò l'ultimo nato. Mormoravan le donne a destra, a manca, «Ave....» e lei cadde, rigida, a ginocchi, Presso la culla bianca.

IL SOGNO

E d'inseguirti io non mi stanco mai, O sogno ammaliator de la mia vita: Tutto già mi prendesti e tutto avrai, La giovinezza ardita,

I tumulti del sangue e i desiderî, L'ansie, le veglie, le preci, le lotte, Il battagliar dei vividi pensieri Che riddan ne la notte.

Tutto ciò che sorride e che non mente, Tutto ciò che s'eleva e non dispera, E de l'ingegno mio triste e fremente La luce e la bufera.

E tu lasci ch'io levi a te la faccia, Ma distogli i raggianti occhi fatali: E tu lasci ch'io stenda a te le braccia, Ma non raccogli l'ali:

E, attirandomi, fuggi.... e forse, quando, Bellissima di gioia e di desìo, T'afferrerò, da l'imo cor sclamando: --Ho vinto e tu sei mio,--

Sazie le brame, tisica la fede, Spenta l'illusïon, rotto l'incanto. Cadrai, rovina inutile, al mio piede, Come un balocco infranto.

OPERAIO

A me dintorno la città sorgea, Desta a la prima aurora. La gran città che nutre e che lavora Nel sole a le giganti opre movea.

Era un gridìo di chiare voci ignote, Un fluttuar di suoni, Un aprirsi di porte e di balconi, Fischi di treni, turbinar di rôte:

Era l'accorrer gaio e vïolento Di mille forze umane Verso il lavor che dà salute e pane E innumeri vessilli affida al vento.

Tutto avea luce, palpiti, sorrisi Di festa mattinale, Ogni cosa parca sciogliesse l'ale, Speme e gioia ridean su tutti i visi,

Quand'io lo scôrsi.--Era possente.--Il volto Pallido di pensiero Nobilmente s'ergea con atto fiero Sul bronzeo collo da ogni fren disciolto:

Collo di tauro, petto di selvaggio, Guardo e parola ardita: In quelle vene un rifluir di vita, Vampe d'amore e vampe di coraggio!...

Sonante il passo, come un vincitore, S'avanzò, nella luce. E a me disse il mio cor: Non forse è un duce?... Non forse, in mezzo a l'infernal clamore

D'un'officina, splendido nel saio, Egli soggioga i mostri Ch'ebber dal genio umano artigli e rostri, Alma di fuoco e muscoli d'acciaio?...

Non forse in lui la fonte d'energia Zampilla, prepotente, Che riviver farà questa languente Êra, gialla di vizio e d'anemia?...

Oh, dolce, dolce esser la sua diletta.... Attenderlo, la sera, Presso il desco frugal, con la sincera Ansia gentile di chi amando aspetta:

Dolce coglier da lui, siccome il giglio Bianco da l'ape d'oro, Il bacio di chi sa lotta e lavoro. Esser tutto il suo bene, e dargli un figlio:

E in questo figlio bello ed innocente Che la virtù paterna Possegga, un voto, una speranza eterna Riporre, e i gaudii de l'età cadente:

E sognare per lui continüata. Ne i secoli venturi La razza degli indòmiti, dei puri, A luminosi dì predestinata

La schietta razza dei redenti schiavi Che mieterà fra i canti Messi di libertà nate da i pianti, Dal sangue e dalle viscere de gli avi.

ETERNO IDILLIO

Mentre del Sol di giugno i raggi effusi Con infrenata voluttà d'amore Baciano i fiori largamente schiusi;

Mentre da l'aure in fiamme e dal fulgore Dei sommi cieli a le campagne piove Di giovinezza un trionfal vigore,

Il contadin ne la sua terra smove L'ardue zolle col nitido strumento, E a pacata canzone il labbro move;

E va de la canzone il ritmo lento Col pispiglio dei passeri e l'olezzo Dei fieni, su l'errante ala del vento.

Di fianco a l'uscio de la casa, al rezzo, La tranquilla compagna offre il bel seno Al suo lattante, con materno vezzo:

Sgorga, fonte purissima, dal pieno Petto, la vita: succhia avidamente Il fanciullo: fiorisce al ciel sereno,

Nel meriggio, dinanzi a l'innocente Letizia de le cose e a la vittrice Opra dell'Uomo, il gruppo, santamente:

Ride Natura intorno, e benedice.

SENZA RITMO.

A Nice Turri.

_Clair de Lune_

_di Beethoven. _

Passa pel chiuso salotto il brivido cupo dell'ombra: i tasti animati singhiozzano sotto le dita tue bianche, o Nice, e tu sei vestita di bianco come un fantasma.--Suona.--

*

O Pallida, o Pallida, io so che ben presto morrai, che quando la tosse t'affanna ritiri dal labbro la tela macchiata di rosa. Tu non mi parli, suoni: non vedo il tuo volto, non vedo gli occhi sognanti ove langue un desìo di carezze ove par che una lagrima tremi sempre: vedo l'abito bianco, vedo i lunghi capelli di seta, e sento l'anima, l'anima, l'anima tua, Nice!... vibrar ne le note.

*

È Beethoven.--Quand'egli creava la solenne armonia, tu non vivevi, Nice, io non vivevo: ma ciò che l'artista crea tutto il mondo lo beve, lo fa sua carne e suo sangue: ed ora, più di qualunque parola, questa musica dice ciò che tu senti, ciò che io sento.--Suona.

*

Narran gli accordi gravi l'occulta rovina del corpo tuo così bello, minato dal male: narran la tua gioventù che non vuole morire, narran che tu sei sposa, narran che tu sei madre, che il bimbo tuo balbetta le prime vezzose parole, e che per lui, per lui t'aggrappi alla vita!...

*

Narran gli accordi gravi che mentre tu passi lasciando nel mondo l'amore io vivrò disamata. O Nice, ancora vent'anni, ancora trent'anni dovrò trascinare nel mondo, sola!... Poi che amore ti chiama vivi, e lascia ch'io, non rimpianta, muoia!...

*

Tu non volgi la testa: non vedo il tuo volto, non vedo i tuoi occhi sognanti ove langue un desìo di carezze, ove par che una lacrima tremi sempre.-- A terra mi prostro e bacio l'abito bianco io umana a te divina, a te che domani morrai. E dicon gli accordi gravi: Tu che resti nel mondo, tu che invochi l'amore, non perder tempo, non perder tempo, ama: ama chi soffre e non spera: tu debole e sola pei deboli e i soli diventa robusta e possente: fa che la gelida morte dischiuda al tuo corpo la fossa quando l'anima divisa in frementi brandelli, sciolta in milioni d'atomi luminosi, abbia già baciate le dolci anime sole, piangenti su la terra: ama, l'amore è infinito poi che infinito è il dolore.

SCONFORTO

S'io potessi per sempre soffocare Questa voce che sorge dal profondo, E piange, piange senza mai cessare:

Oh, s'io potessi soffocar nel fondo De la coscienza e non udir più mai Questa voce che sorge dal profondo!...

Però ch'essa mi dice: No, giammai: Non vedi che cammini ne la notte?... Chi ti schiara la via?... Bada, cadrai:

Sei sola, sola ed hai le membra rotte, E niuno ha fede in te: non vincerai, Non vedi che cammini ne la notte?...--

ADDIO

Va dunque, o libro austero, Di rogo eterno luminosa fiamma, Ch'io m'illusi, in un sogno battagliero, Di regger alto come un orifiamma!...

Va.--Tu mi porti via L'anima a brani.--Ora che tu sei nato, Sento il peso glacial de l'agonia Sul cerebro e sul cor.--Vissi--ho creato.--

È la fine del dramma, È il vuoto, è la rinuncia ultima, oscura. O libro nero a lettere di fiamma Un suggello sei tu di sepoltura.

I GRANDI

Ammiro i Forti che, baciati in fronte Da bocca sovrumana, Anelanti a più fulgido orizzonte, A un'altezza sovrana,

I sorrisi del genio, i lampi, i canti Ebbero e le follìe, E sepper tutti i voli e tutti i pianti E tutte le armonie;

E lanciaron dal culmine a l'intento Mondo sacre parole; E moriron fra un sogno ed un concento Circonfusi di sole.

Amo i Ribelli che, morsi nel cuore Da un'angoscia suprema, Avvinti da un divin laccio d'amore A chi piange, a chi trema,

Ai maledetti che Gesù redense E i fratelli han tradito, Per terra e mare fra le turbe immense Nova legge han bandito;

E disser l'inno delle età venture, Sublimi nel delirio De l'ideale; e, ceppi o corda o scure, Sorrisero al martirio....

... Ma piango il sangue del mio cor sui Grandi De la tenèbra.--Sono Gli Affamati, gli Oppressi, i Venerandi, Che tregua nè perdono

Ebber da la natura empia e nemica, E pur non hanno odiato: Che per altri fiorir vider la spica, E non hanno rubato:

Che bevver fiele e lacrime, vilmente Frustati in pieno viso Da l'ingiustizia cieca e prepotente, E pur non hanno ucciso:

Che passaron fra i geli e le tempeste, In basso, ne l'oblìo, Senza sol, senza pane, senza veste, Ed han creduto in Dio:

Che uno strato di paglia per dormire Infetto e miserando Ebbero, e un ospedale ove morire, E sono morti amando.--

LA FIUMANA

.... E sale, e sale.--Con sinistro rombo S'accavalla nel buio onda sovr'onda: Qual torrente d'inchiostro urge a la sponda, E trema l'aria, pavida, al rimbombo.

È la fiumana dei pezzenti.--E sale,-- Son cenci e piaghe, son facce scarnate, Braccia senza lavor, bocche affamate, Cuori gonfi d'angoscia.--E sale, e sale,

E con sè porta un greve tanfo umano, Il tanfo dei tuguri umidi, infetti; E un grido erompe dai dolenti petti: «Dateci il nostro pane quotidiano.»--

Ma ognuno a la gran voce è sordo e cieco.-- L'immota calma che precede i lampi Del tonante uragan pesa su i campi, E il fiume ingrossa, il fiume avanza, bieco:

I granitici, immensi argini atterra, Lordo di sangue, livido di pianto: Domani, in nome d'un diritto santo, Mugghiando allagherà tutta la terra....

.... Ah!... l'ora è sacra.--Una virtù d'amore Infinita, immortal come il Creato, O forti, può guarir quel disperato Cumulo di miserie e di dolore:

Basterebbe che incontro a le diserte Anime singhiozzanti i vincitori Movessero fra siepi alte di fiori, Benedicendo con le braccia aperte.

_Fine_

Nota dei trascrittori

I seguenti refusi sono stati corretti (tra parentesi il testo originale):

11 Per l'âtre [atre] forre e le crollanti vòlte 11 È [E] l'inferno che s'apre su quelle teste umane 11 È [E] il lor corpo a la vita con delirio d'istinto 153 Ai piè de la motrice che ruggìa [ruggia] 165 È [E] troppo breve pel nostro gioir 225 È [E] la miseria mia