Part 3
IL SUP. Sì... Vai... usciremo. _(Stanco, si abbandona su di una poltrona. Pausa. Si rialza, va verso il balcone. A un tratto, da un uscio sbuca un uomo forte e rude, attraversa la stanza, afferra Sergio alla gola, e lo scaraventa giù dal balcone. Poi, cauto e frettoloso, scappa di dove è venuto)._
ARNALDO CORRADINI E BRUNO CORRA
ALTERNAZIONE DI CARATTERE
MARITO. No! è inutile! è ora di finirla! non mi ingannerai più perchè io ti pianto immediatamente!
MOGLIE, _piangendo_. No! Carlo, no!... vieni qui... vieni qui... ascoltami!....
MARITO, _piangendo teneramente_. Perdonami, Rosetta!... perdonami!...
MOGLIE, _inviperita_. Perdio! se non la smetti con queste sentimentalità inopportune, io ti schiaffeggio...
MARITO, _al colmo della furia_. Basta!... o ti scaravento fuori dalla finestra...
MOGLIE. Amore! amore! _come, quanto_ ti amo!... la tenerezza mi stringe il cuore... dimmi ancora i tuoi deliziosi rimproveri...
MARITO. Ah! Rosetta... Rosetta!... amore mio infinito...
MOGLIE, _esasperata_. Se tu lo ripeti un'altra volta, io divorzio!... _precisamente_, io divorzio!...
MARITO, _esplodendo_. Ah! sciagurata!... va via!... va via!... va via!....
MOGLIE. Non mai ti ho amato più soavemente!
MARITO. Ah! Rosetta! Rosetta!...
MOGLIE. Basta!... _(e gli tira uno schiaffo)._
MARITO. Basta, dico io _(e le tira due schiaffi)._
MOGLIE, _languidissima_. Dammi le labbra! dammi le labbra...
MARITO. Eccole, tesoro!
_(Tela)_
ARNALDO CORRADINI ED EMILIO SETTIMELLI
UNO SGUARDO DENTRO DI NOI
STATO D'ANIMO SCENEGGIATO
_Scena fantasticamente sfumata. — È il fondo del nostro «Io interiore». — Una dolce statuetta spirituale nel mezzo della sala su di un rialzo di velluto. — Luce bluastra._
VOCI INTERNE, _misteriose_. Salire per averti, farsi grande per averti!...
VOCE MIA, _ringhiosa_, _aggressiva_. Ti giuro che saprò vincere! Te lo giuro, bellezza mia.... mia turchina speranza!... Amo l'amore! Non mi stanco nel lavoro! Lavorerò, lavorerò, e ti conquisterò... Arriverò lacero e ferito, ma arriverò fino a Te!...
UN CAMERIERE, _entra da una parte, con un vassoio carico di bicchieri con bibite_. Eccomi! Eccomi subito!
_(Una Cocotte seminuda ed elegantissima attraversa la scena e urta la statuetta, che va in pezzi.... Altri tre camerieri con bibite colorate. Altre tre Cocottes eleganti passano, ridono, inseguite da giovanotti eleganti. — Luce gialla, rossa, verde, bianca, irrequieta)_.
VOCI INTERNE. Tieni! Tieni! Ancora dello champagne! Ancora! Ancora!
UN GIOVANE, _entrando_. No! basta!... Mi avete già accompagnato in città.... Ma sì!... ho capito la profondità della vostra leggerezza.... Ora basta!....
_(Buio. Scena deserta. Poi luce bianca, diffusa)_. Avanti, luce dell'alba eroica... Alba... Salpare... Avere il passo alato!.. Oh! le belle Idee per cui si muore!... L'immortalità dell'amore... Disprezzare la donna che ci serrerà le ginocchia nel mattino eroico...
_(Il solito giovanotto attraversa la scena, libero, vigoroso, fischiettando una canzonetta capricciosa e leggera.)_
_(Tela)_
ARNALDO CORRADINI ED EMILIO SETTIMELLI
DALLA FINESTRA
TRE ATTIMI
PERSONAGGI
TUTTI GLI SPETTATORI SONNAMBULO PADRE SONNAMBULA FIGLIA.
_(Tutti gli spettatori che sono qui, personaggi-protagonisti, per comprendere il dramma devono porsi per suggestione nei panni di un paralizzato che non può nè muoversi nè parlare, a cui solo viva e chiara è rimasta l'intelligenza imprigionata nella carne morta e che si trova in letto presso a una finestra, con le persiane aperte dal vento nelle tre notti lunari di cui fan parte gli attimi della azione)._
ATTIMO 1º (Notte 1ª).
_All'alzarsi della tela si vede il muro altissimo di un castello profilarsi nella notte lunare. Raffica di vento. Suonano le 12 da un vicino orologio monotono. Appare da sinistra sul muro del castello un uomo completamente vestito, un sonnambulo che passa attraverso al vento (che fa svolazzare il suo mantello) con passo meccanico e sicuro. Scompare. Ogni spettatore si suggestioni fino a crederlo suo padre._
_(Tela)_
ATTIMO 2º (Notte 2ª)
_Stessa scena, stesso vento, stesso orologio, stessa ora. Viene da destra una giovane donna con gli abiti e gli sciolti capelli al vento. Attraversa la scena con lo stesso passo sonnambulesco, camminando sullo stesso altissimo muro del castello. Ogni spettatore si suggestioni fino a crederla sua sorella._
_(Tela)_
ATTIMO 3º (Notte 3ª)
_Stessa scena, stesso vento, stesso orologio, stessa ora. Compaiono contemporaneamente uno da destra, uno da sinistra, sul muro, nel vento, muovendosi incontro i due sonnambuli padre e figlia. Si avvicinano, si urtano, cadono nel vuoto mandando un orribile grido._
_Tela_
REMO CHITI ED EMILIO SETTIMELLI
PAZZI GIROVAGHI
_Notte._ — _In un giardino pubblico. — Presso un lampione._ — _Estate._ — _Su una panchina un pazzo, giovane, conta della ghiaia._
IL PAZZO GIOVANE. Uno... due... tre... quattro... cinque... sei... sette... otto... nove... dieci... undici... dodici... trecentomila!... 20.000! sera + sera = sera... e poi finalmente... (finendo in un sacco) Un miliardo!... Bello di notte contare i sassolini da uno ad un miliardo... peccato non c'è la luna... ma c'è il lampione... Ah! gli uomini sono furbi... sera + sera = sera... Il lampione!... sto meglio quando c'è la luna... il lampione è come una luna insecchita e impallidita... Sassolino + sassolino = luna + lampione = stelle e pulviscolo atmosferico fuori e dentro di noi... Sapevo una poesia nella notte... La capisco soltanto ora... che sia: sassolino + sassolino - luna + lampione = odore di gelsomino e di lampone... _(In questo tempo appare un vecchio, altro pazzo)._
IL PAZZO VECCHIO. Smetti di prender sassi per lanterne!... smetti!...
IL PAZZO GIOVANE. Sera + sera = sera... sassolino + lampione = odore di gelsomino e di lampone...
IL PAZZO VECCHIO, _impazientito_. Sì, guarda se con le scarpe ti riesce di soffiarmi il naso!...
IL PAZZO GIOVANE. Lo sai?... Ho capito ora una vecchia poesia che da bambino imparavo in un cantuccio... no! basta!... lo so... lampione di meno, ma luna di più....
IL PAZZO VECCHIO. Tu mi provochi la cancrena!... smetti di parlare e infilami il cappello in tasca!... ho fame, per dio!... ho fame... no! non ho fame... ho il cappello in capo.... però smetti di tormentare quel polpo e infilami il cappello in tasca!...
IL PAZZO GIOVANE. Una volta ho preso un gelsomino e l'ho pelato come un pollo... pareva un tacchino...
IL PAZZO VECCHIO. Basta! basta! ho fame!...
IL PAZZO GIOVANE. Il pane, vuoi?... ce n'ho tanto in corpo! Ho vent'anni, e ne mangio tanto tutti i giorni!... Hai fame!... Rovesciati la giacca!...
IL PAZZO VECCHIO. No!... le mosche vanno rispettate!...
IL PAZZO GIOVANE. Tormenta il fazzoletto immediatamente!... o il pomodoro è perduto... le cicale mi hanno sempre divertito! Io voglio salvarlo, il pomodoro rosso!... bada!... bada a te, che la notte è la notte...
IL PAZZO VECCHIO. Ah! vigliacco! te le darò io le storie dell'osteria!... _(e lo afferra alla gola)_, Mi fai ridere... sei buffo!... ora ti faccio un massaggio.... _(Lo strangola, lo lascia e il giovane cade a terra....)._ Accidenti! le scarpe nuove... È meglio andare nelle Pampas. _(E scompare)._
REMO CHITI
PAROLE
SUPPOSIZIONE
LA FOLLA
UN PORTIERE
_Sulla porta di un palazzo governativo: reggia o tribunale, parlamento o borsa. Sul portone, un Portiere, vecchio, bianco, automatico. Di fronte, la folla che parla e discute; attesa, dibattito. _Oggi la folla ha una volontà irremovibile_; un influsso estraneo sussurra qualcosa dalle sue bocche innumerevoli: da tutto sgorga un'irritazione irrefrenabile; nel grigiore dell'aria compressa e nera le pareti di macigno del palazzo trasudano una fatica enorme; mille volontà vi si arenano, vi battono e stramazzano in basso rovinate, abbozzate._
_La vita della piazza traboccante di conflitto accenna a formare d'intorno un _movimento determinato_; mille sguardi _colpiscono_ il Portiere che pallido e gallonato sbarra il portone._
La folla, (da vari punti).
.... e perchè SONO anche un.....
.... già! e in CINQUANT'ANNI non...
.... va là!, CHE sei abbastanza....
.... digli che ASPETTI qualche po'......
.... qui c'è QUALCOSA che non va....
.... lo misi ALLA PORTA e gli dissi...
.... chi meglio DI lui......
.... lo tenne in UN PALAZZO per....
.... e tu capisci CHE non sta...
.... provare NON vuol dire....
.... e non T'INTERESSA AFFATTO che....
.... ieri, OGGI, domani e...
.... non ne HO VOGLIA affatto...
.... e FINALMENTE gli dissi...
.... mi disse DI CONFERIRTI una...
.... è meglio UNA che due...
.... Sognare una META e poi....
.... se l'hai RAGGIUNTA, tieni...
.... c'è una COSA riprovevole....
.... non lo VORRESTI? dimmi....
.... c'è da MORIRE dal ridere...
.... l'hai tu, EVVERO? ebbene...
.... così presto SEI STANCO? non va....
.... più di CINQUANTA o di...
.... e gli ANNI passano...
.... dicono SEMPRE una parola....
.... di bene IN meglio se....
.... baciare i PIEDI al Papa....
.... se ne stanno SDRAIATI tutto il.....
.... oh! ecco FINALMENTE quello...
.... aspettare PER dopo non....
.... e sempre! SEMPRE! sempre così....
_Il Portiere vacilla e cade al suolo colpito da strano e improvviso malore._
REMO CHITI
PAROSSISMO
_Un salotto. Una signora guarda un orologio, mentre un giovine signore spunta non visto da una porta._
SIGNORA — _(sospira)._
SIGNORE + Son qua.
SIGNORA — _(si volta)._ Alle sette in punto, mio caro: stranamente puntuale. _(Gli va incontro)._ Buona sera!
SIGNORE + _(Sempre fermo all'uscio)_. Buona sera!
SIGNORA — Ebbene, baciami! _(Dopo avergli messo le braccia sulle spalle)._
SIGNORE + No.
SIGNORA — Cos'hai? cattivo, non farmi soffrire!
SIGNORE + E perchè non ridi?
SIGNORA — Perchè ti voglio bene.
SIGNORE + E perchè mi vuoi bene?
SIGNORA — Perchè sì.
SIGNORE + Sei una bambola a cui si tirano i sentimenti con i fili.
SIGNORA — Cattivo, cattivo!... ti ringrazio della puntualità, veramente inaspettata....
SIGNORE + Ringrazia la guardia civica che mi ha condotto da te.
SIGNORA — Come?
SIGNORE + Stasera, mi ero smarrito.
SIGNORA — Dove diamine ti sei cacciato, dimmi?!
SIGNORE + Nell'_Immensità_.
SIGNORA — _(Un po' smarrita suona il campanello)._
SIGNORE + Sono qua; è proprio incredibile. _(Si è seduto su un divano)._
SIGNORA — _(Alla cameriera ch'è venuta)._ Annetta, preparate e tenetevi pronta.
SIGNORE + _(Alla cameriera)._ Annetta, scoperchiate la casa, mi fa caldo!... _(La cameriera indifferente se ne va)._
SIGNORA — Amore mio, non hai dunque più una parola nè un bacio per me; ti prendi giuoco di me!?.... _(Si è messa a sedere su una seggiola a braccioli)._
SIGNORE + _(senza risponderle)_. Stasera non so camminare, ho imparato ad espandermi.
SIGNORA — Calmati, amore; cosa ti ho fatto, dimmi? ricorda tutta la passione che ci siamo dati; cos'è dunque il nostro grande amore!!
SIGNORE + Un gatto.
SIGNORA — Oh! mi vuoi burlare!
SIGNORE + No. Voglio entrare nella verità che ho intraveduta. _(Di qui in là parla senza guardarla)._
SIGNORA — Quale verità?...
SIGNORE + Guarda, tu non mi comprendi; ma io ti dico che mi fai orrore: la strada per venire da te è d'acciaio: questa casa si è cristallizzata nello spazio con una spaventosa immobilità: le cento scale che portano da te sono sempre cento. Tu, sei sempre la stessa; sempre uguale come un esemplare d'anatomia. Piangi come una bottiglia; non sai baciare che con due labbra; tieni pronte due grettissime braccia per prendermi: io non saprei se amare più te o cotesta seggiola su cui ti ripieghi. Tuttociò è molto meschino.
SIGNORA — Oh, mi fai morire!... _(Singhiozza)._
SIGNORE + Ecco! Perchè non hai saputo morire, stasera?! Abbiamo detto «qui alle sette» e ci troviamo qui esattamente insieme come le due lame di una forbice; ti trovo tranquilla, incredibilmente, palpabile, vera, carnosa. Dimmi, perchè non sai evaporare, perchè non sai essere qui e non esserci, perchè non sai occupare lo Spazio, perchè non ti sai distendere senza misura nel Tempo? Io ho incominciato a bere l'Azzurro. Tu non mi sai guardare senza gli occhi come nessun oceano sa rompere la tua strada d'acciaio....
SIGNORA — Cosa dici? Cosa dici? _(Si trova vicino alla porta, spaventata e smarrita)._
SIGNORE + Alzati nell'Etere se puoi! Ho intravisto la verità, cara mia! noi ci troviamo in un quadro dove le forme sono disegnate e stabilite in unico modo, per sempre: io voglio sfuggirvi! _(Si è alzato)._ La vita è un tratto solo, un gesto monco, senza speranza di sviluppo. Guarda, anche l'orologio pedestre ha segnato le sette perchè quattro e tre _devono_ fare sette: ma è dunque possibile questo? _(Apre le braccia e si dirige verso una finestra)._ Là! il gesto immenso! divenire la parabola infinita! Io voglio sfuggirvi. _(Salta sopra ad un tavolino vicinissimo alla finestra)._ Guarda l'Azzurro, lo Zenit vi è scomparso!... Io mi espan _(Salta la finestra e continua a parlare cadendo)_ do _(urlando)_... Io mi espando nell' - l'infini... _(Tonfo di un corpo sul lastrico)._
SIGNORA — _(È svenuta o fuggita)._
BALILLA PRATELLA
NOTTURNO
STATO D'ANIMO DRAMMATIZZATO
_In una soffitta, di notte._ — _La Moglie, seduta, coi gomiti sulla tavola e la testa fra le mani. In mezzo alla tavola, un moccolo acceso. Intorno, letto, sedie, mobili vecchi, ma pulitissimi._ — _Miseria._ — _A sinistra, un usciaccio con saliscendi. Nel fondo, un finestrone. Il Marito, silenzioso, guarda fuori nel buio, dai vetri sconnessi._
MOGLIE — A guardar le stelle non si riempie la pancia. _(Il Marito non risponde, forse non ode)._ Ah! che vita disgraziata! Io non ne posso più, proprio più!
_(La Moglie piange. Il Marito, come trasognato, si distacca dalla finestra, si accosta alla tavola e soffia sul moccolo, spegnendolo. Poi ritorna a guardare nell'oscurità)._
Anche al buio! _(Continua a piangere. Il Marito spalanca adagio il finestrone. Nessun rumore. Cielo meravigliosamente sereno e fiorito di stelle, sopra una distesa grigiastra di tetti nevicati)._ Buio, freddo! Tu vuoi farmi morire. Ah! me ne andrò; ti lascerò qui solo. E allora buttati anche dalla finestra, se così ti piace. _(Pausa. La Moglie balza in piedi furiosa e si attacca alle vesti del marito, tirandole e scuotendole con violenza)._ Ma sei di ghiaccio tu? Dormi il sonno dei morti?
MARITO _(voltandosi lento)_ — Ho conosciuto dieci milioni di stelle... Le rosse, le gialle, le verdi...
MOGLIE _(trasalendo ad un rumore misterioso)_ — Ah! Che cos'è?
MARITO — Quanti milioni di stelle!...
MOGLIE _(tremando)_ — Sono attorno all'uscio!.. Chi è?
MARITO _(ritornando nella posizione di prima)_ — Conoscerle tutte... tutte...
_(L'uscio si spalanca ed entrano tre ladri notturni; l'ultimo richiude l'uscio. Un Ladro accende un fiammifero e con quello il moccolo; gli altri due si pongono di fronte alla Moglie)._
MOGLIE _(atterrita)_ — Che cosa volete?
PRIMO LADRO — Siamo ladri.
MOGLIE _(alzando le braccia)_ — Fame, freddo, miseria...
SECONDO LADRO _(afferrandola)_ — Rubiamo le donne. Vieni con noi.
MOGLIE _(più tranquilla)_ — Verrò con voi...
PRIMO LADRO _(minacciandola)_ — E se gridi...
MOGLIE _(sorridendo)_ — No, non griderò.
TERZO LADRO _(scorgendo il Marito)_ — C'è un uomo...
_(Tutti addosso al Marito. Lo trascinano fino a metà della scena; egli impassibile non sente e non vede)._
MOGLIE _(allegra)_ — Mio marito. Lasciatelo stare, conta le stelle...
PRIMO LADRO — Ah! Conti le stelle? Guarda, bacio tua moglie...
SECONDO LADRO — Guarda, abbraccio tua moglie...
TERZO LADRO — Imbecille, crepa...
_(Pugno poderoso; il Marito traballa, incespica e cade senza un moto nè un grido)._
TRE LADRI E MOGLIE _(ridendo fragorosamente)_ — Ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah!
_(Fuggono abbracciati. Pausa di silenzio. Il Marito rinviene, si alza piano piano, va a richiudere la porta e la barrica. Spegne il moccolo e poi torna di nuovo presso il finestrone a contemplare estatico le stelle)._
_(Tela lenta)._
BALILLA PRATELLA
PRIMAVERA
STATO D'ANIMO DRAMMATIZZATO
FIGLIO _(Giovanissimo, mostro di natura)_. MADRE _(Giovane, bella)_. SIGNORINA _(Giovanissima, graziosa)_. CAMERIERA _(Giovane, belloccia, forte)_.
_Salotto moderno di casa signorile. — Nel fondo, vetrate aperte, poi terrazza bassa e giardino. Sole, fiori. — A sinistra, una porta con portiera. A destra, il Figlio, sul divano, silenzioso, dal volto contratto. Lì presso, la Madre e la Signorina in visita, sedute. Prendono il tè._
VOCI DI FANCIULLI _(dal giardino)_. Giro, giro tondo... _(Giocondità infantile)._ Ah, ah, ah, ah, ah, ah! _(Risata, indi silenzio)._
MADRE _(sorridendo)_ — Poverini, come si divertono!
SIGNORINA — C'è un sole!
MADRE — Ah! la cara primavera. Il nostro giardino è tutto fiorito.
SIGNORINA — Oggi faremo una passeggiata deliziosa. Andremo lungo la riva del fiume a cogliere le margheritine.
MADRE _(alzandosi da sedere)_ — V'invidio proprio... Permettete? Torno subito...
SIGNORINA _(nell'atto di seguirla)_ — Ma già io debbo...
_(La Madre uscita dalla porta a sinistra senza ascoltare il termine della frase. La Signorina seduta di nuovo, imbarazzata, a disagio; su di lei gli occhi lucidi ed accesi del Figlio._
_Silenzio di attesa, angoscia quasi._
_Il Figlio, ladro, prenderà bruscamente alla Signorina un piccolo guanto)._
SIGNORINA — Ti piace?
FIGLIO _(odorando il guanto)_ — Buono, buono..
SIGNORINA — Te lo regalo.
FIGLIO _(con voce alterata)_ — Buono, buono odore tuo...
SIGNORINA _(alzandosi timorosa)_ — Ah, ah, ah!..
FIGLIO — Buono odore tuo...
SIGNORINA _(movendo verso la terrazza)_ — Debbo andarmene... Ho fretta... Saluta tanto per me la tua mamma... Che mi scusi... Ho molta fretta...
_(La Signorina via. Il Figlio, con mosse di prudenza animalesca, dietro a lei, fin sull'ingresso della terrazza. Qui fermo, di dove potrà vederla ancora, il guanto sempre stretto fra le mani gelosamente. Lo odorerà di quando in quando con crescente eccitazione)._
CAMERIERA _(entrando dalla porta di sinistra)_ — Che cosa fa lì, signorino? Mio Dio, divora un guanto... Dove l'ha preso?... Lo dia a me.
_(Tenta di strapparglielo. Lui, sentendosela accanto, mosso dall'istinto, l'abbraccerà avido. Divincolamento violento, sforzo liberatore: lei da una parte, lui da un'altra)._
CAMERIERA _(feroce)_ — Gobbaccio... Marcio...
_(Portiera sollevata. Nel vano, la Madre pallidissima)._
MADRE _(facendosi avanti)_ — Che cos'è stato?...
FIGLIO (_mostrando il guanto)_ — Mio, mio...
_(Il Figlio sul divano di nuovo, odorando e mordendo il guanto, delirante._
_La Cameriera, muta, prenderà il vassoio col servizio per il tè; riverenza profonda alla Madre, poi via._
_La Madre a guardare il Figlio con grande tenerezza e disperata pietà._
_In punta di piedi e silenziosa chiuderà vetrate e porte a chiave, tirerà tende sulla luce, soffermandosi ad ogni passo come per ascoltare._
_Poi decisa, tornerà presso il Figlio e con fare di amante lo stringerà fra le braccia e lo bacerà appassionatamente sulle labbra...)_
_(Tela rapidissima)_
BALILLA PRATELLA
IL VECCHIO
STATO D'ANIMO DRAMMATIZZATO
VECCHIO _(cadente, paralitico, inutile)_. MADRE DEL MORTO _(moglie del Vecchio, donna del popolo)_. DUE VICINE _(dell'età e del ceto della Madre)_. DUE POPOLANE _(più giovani delle Vicine)_. DUE AMICI _(giovani operai)_. FIDANZATA _(giovanetta del popolo, bellissima)_. MADRE E SORELLA DELLA FIDANZATA _(popolane)_. MEDICO. MONELLO. OPERAIO _(di media età)_.
_Di giorno. — Stanza squallida e umida a pian terreno. Nel fondo, porta ampia e finestra spalancate sulla strada. A sinistra, un'altra porta, chiusa, che mette nella stanza dell'ammalato. In un canto, il Vecchio solo e immobile, su un seggiolone. Un Monello fa capolino dalla porta della strada. Vedendo il Vecchio solo, entra e gli si mette davanti a scherzare, con lazzi e sberleffi e col tirargli le falde dell'abito._
_Il Medico e due Amici usciranno dalla stanza dell'ammalato. Via il Monello._
MEDICO — Confortate la povera madre...
PRIMO AMICO — Grazie di tutto, signor dottore...
SECONDO AMICO — Grazie...
_(Il Medico si toccherà il cappello in segno di saluto ai due Amici, che saranno a capo scoperto, e se ne andrà._
_Due Popolane curioseranno dalla finestra della strada)._
PRIMO AMICO — Povero Aldo. Nel fiore degli anni...
SECONDO AMICO — Un amico così buono e così bravo...
PRIMO AMICO — Muore con la fede di guarire.
SECONDO AMICO — Parla di sposarsi!... Meglio così.
_(Grida soffocate dall'interno. Si apre la porta della stanza)._
PRIMA VICINA _(affacciandosi)_. — Correte, presto...
PRIMA POPOLANA _(dalla finestra della strada)_ — Che sia morto?
SECONDA POPOLANA _(accennando al Vecchio)_ — Di' piano...
PRIMA POPOLANA — Chi? Il Vecchio?... Macchè, è rimbambito...
_(Appena entrati i due Amici, vien portata fuori la Fidanzata in preda al dolore e alla disperazione. Sua Madre, la sorella e le due Vicine la sostengono e la confortano)._
LA FIDANZATA _(piangendo forte)_ — Ah! mio Aldo, amor mio! Non ti vedrò mai più!
_(La condurranno via svenuta._
_Le Vicine saranno rimaste nella prima stanza; le Popolane, vinte dalla curiosità, saranno entrate a raccoglier notizie)._
PRIMA VICINA — È spirato col sorriso sulle labbra. Senza accorgersene...
PRIMA POPOLANA _(accennando al Vecchio)_ — Il padre decrepito, scimunito, mangione, buono a nulla...
SECONDA VICINA — Il mondo non è giusto...
SECONDA POPOLANA — E sua madre adesso, senza mezzi?! Era il suo sostegno...
PRIMA VICINA — La condurremo a casa mia...
_(Popolane e Vicine tutte nella stanza del morto._
_Il volto del Vecchio apparirà come se contratto da uno spasimo angoscioso. Il petto gli si solleverà affannosamente._
_Il Monello della strada, vistolo solo, tornerà di nuovo a tirargli le falde dell'abito e a fargli lazzi e sberleffi._
_Poi via al primo rumore._
_Usciranno dalla stanza del morto le Popolane, le Vicine, e la povera Madre, che terrà il volto celato nello scialle. Si capisce che piange disperatamente; essa non sa distaccarsi da quella porta)._
UN AMICO _(nell'atto di chiudere la porta)_ — Non pensate a niente. Facciamo tutto noi.
SECONDA VICINA — Coraggio!
PRIMA VICINA — Due passi e poi siamo a casa mia.
PRIMA POPOLANA — Nella strada non c'è anima viva.
_(Le donne si perdono nella strada._
_Il Vecchio, sempre solo, tenterà di muoversi, di alzarsi, di gridare. Viso rosso di fuoco; poi bianco. Ricadrà inerte sul seggiolone; sarà svenuto. Pausa._
_Il Monello della strada accompagnerà dentro un Operaio di media età)._
MONELLO _(indicandogli il Vecchio)_ — Ecco lì il morto. Prendetegli pure la misura.
_(Il Monello via di corsa. L'Operaio si scoprirà in silenzio. Tolto il metro di saccoccia si accingerà a prender misure sul corpo vivo del Vecchio)._
_(Tela rapida)._
PAOLO BUZZI
LA FITTA
_(L'halle d'un albergo di riviera. Mare oltre le vetriate. Tavolini e poltrone di vimini. Palme. Gente seduta)._
VOCI D'UN TAVOLINO — Poca gente, quest'anno. La guerra, l'economia.
VOCI D'ALTRO TAVOLINO — In compenso, brava gente. Gente che tira a far presto sera e a coricarsi. Gente che si vuol bene.
TRA SIGNORINE — Non un giovanotto interessante. Automobili che passano e non si fermano. Troppi ufficiali di complemento.
SERGIO _(cinquant'anni, elegante e ben conservato)_ — Ahi! la mia fitta!
ARGIA _(quarant'anni, elegante e ben conservata)_ — Effetto del maltempo, caro. Il mare è mosso. Stanotte sarà il finimondo.
SERGIO — Ahi! Ahi! Ti dico, mi massacra! Ahi! _(fortissimo. Svenimento)._
TUTTI _(accorrendo)_ — Poverino!
ARGIA — Sergio, amore! Verrà la tempesta, il male passerà, vedrai! Dio! non rinviene! Sergio! Sergio! _(Agli altri)_ Sapessero, se ci adoriamo!
SERGIO _(rinvenendo)_ — Sì, ci adoriamo.
UN MEDICO _(fra gli altri)_ — Vediamo questa fitta.
ARGIA — Grazie. È passata.
IL MEDICO — Mi pare non sia lei precisamente quella che possa dirlo.
SERGIO — Sì, è passata. _(Alla moglie)_ Andiamo, amore. Andiamo a veder la burrasca.
_(Si alza e si avvinghia al braccio della donna. Si staccano dal gruppo dei curiosi)._