Studi sulla letteratura contemporanea

Canto XVI, 22.

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Il _Ruggiero_, composto quando queste idee formavano la fede inconcussa dei patrioti siciliani, n’è certamente l’espressione più sincera e più calda. Convien ripeterlo: la storia ed il verso servivano al poeta per celar meglio la ribelle intenzione del suo concetto. Fortificato dalla certezza, che dentro l’anima sua non risplendeva la luce d’un’idea individuale, ma quella d’un popolo intero; che i suoi versi non eran temprati unicamente dai propri sdegni e dai propri dolori, ma da quelli di migliaia di cittadini che avevano combattuto, che soffrivano, che si preparavano a combattere per la medesima aspirazione e per la medesima conquista; il poeta ha amato quest’opera doppiamente, da cittadino e da artista. Concepita nel silenzio con giovanile trepidazione; maturata fra gli slanci entusiastici ed i penosi scoraggiamenti, che s’alternano in un lavoro difficile e di lunga lena, essa ha quasi assorbito tutta la forza vitale di lui. La sua mente, il suo cuore ardentissimo, potrei anche dire la sua carne ed il suo sangue vi si son trasfusi dentro con ricca larghezza, ed egli non mentisce allorchè nella dedica del poema all’_Augusta Madre_, la Sicilia, dice:

Sacro è il carme che t’offro: in te sol vivo, Per te sol vivo, per te presto a morte, Nulla più dar ti posso, e tu lo sai; Che tutta quanta l’anima mi leggi.

Nel 1865, anno della pubblicazione, non solamente erano già mutate le condizioni politiche della Sicilia, ma in molta parte anche le convinzioni dell’autore. Il _Ruggiero_ era ormai diventato un corpo senza anima; e la voce del poeta, che non aveva potuto risuonare all’aperto quando forse sarebbe riuscita utile ed opportuna, trovavasi affiochita, anzi spenta prima di emettere un sol grido. Queste considerazioni non hanno dissuaso però il Vigo dal dare alla luce il poema. _Rinunziare al Ruggiero, sarebbe stato un’abiura_, egli scrive nell’Avvertenza; _chi non mi comprende suo danno. Si può rinnegare il passato se gli si deve il presente che prepara l’avvenire? Il Giove omerico tocca il culmine dell’Olimpo in tre passi; ma senza la prima non si stampa la terza orma; ciascheduna d’esse è fatale._ Vera o no questa sua filosofia della storia che vede una logica relazione tra il suono delle campane del Vespro e quello della campana della Gancia, non sarò certamente io quello che biasimerà il Vigo di averci fatto risuonare all’orecchio l’eco d’idee e di tempi spariti per sempre, che io non amai e che non posso rimpiangere. Se di qualcosa dovessi appuntarlo, mi lamenterei invece con lui perchè non ha saputo resistere alla tentazione d’aggiungere al suo quadro una o due pennellate moderne, che stonano affatto sull’antiche. Quando nel canto settimo trovo in bocca di un vecchio siciliano queste focose parole:

Noi siam sangue pelasgo: e se Iddio vuole, Unificati al _popolo latino_ Potrà vederci nuovamente il sole Risuscitar la stirpe di Quirino: . . . . . . . . . . . . . . . . Ben ci uniremo all’itala fortuna Se, pari in dritto, sue provincie in una;

quando nel quindicesimo canto sento dire da Uriele:

Finchè trionferà sull’Aventino Custodita dagli angioli la croce, E _Italia_, tutto il popolo latino Invocherà d’un cuore e d’una voce, Non morta è la progenie di Quirino, E un dì sorgerà grande e _feroce_; Odo il mugghio dell’armi e la minaccia Gigante d’un sol capo e cento braccia Risorgerà: sì Dio l’ha scritta in cielo;...

quando insomma incontro questo e qualche altro passo consimile, provo subito l’effetto che fa un restauro moderno in un antico monumento. Il poeta non aveva bisogno di farsi perdonare il suo concetto con tali concessioni. Il _Ruggiero_ non si mostra più come una luce diretta, ma come un riflesso, non come un’apparizione del presente, ma quale una testimonianza del passato.

III.

Al par di tutti i poemi moderni, il _Ruggiero_ è un poema meramente archeologico.

Il Vigo infatti ha trovato pochissimi ricordi viventi della conquista normanna sia nelle tradizioni, sia ne’ canti popolari siciliani: e la sola fonte leggendaria, a cui abbia potuto attingere, è la cronaca del monaco cassinese Malaterra. Il quale, evidentemente, raffazzonò per ispirito di parte ogni cosa a suo modo, e poco o nulla rilevò dalle _storie_ o rapsodie popolari, se mai ve ne furono. Questo mio dubbio non proviene soltanto dal non trovarle esistenti anch’oggi, come trovansi presso i popoli del Nord i grandiosi frammenti dei Nibelunghi, ma da considerazioni storiche di maggiore importanza. Il silenzio dei canti popolari siciliani non vorrebbe dir nulla. Essi nominano appena una o due volte re Guglielmo il Buono; una o due volto Carlo II (ricordo recentissimo in paragone dell’altro). Non si è certi se mai parlino di Procida; e il solo cenno del famosissimo Vespro ch’essi ci danno sente troppo il letterato e il moderno e non può venir preso sul serio.[22]

Ma nè Guglielmo il Buono, nè il Procida, nè il Vespro avevano però le qualità necessarie per diventar caratteri ed avvenimenti da epopea. La natura delle loro azioni e delle loro influenze sulla vita civile e morale del popolo (brevi e soffocate subito da altre azioni e da altre influenze) vietava quella vasta trasformazione che i caratteri ed i fatti devon subire gradatamente per passare dal ciclo storico nel leggendario.

Perchè la conquista dei Normanni, cioè la liberazione della Sicilia dall’infame giogo saraceno, la restaurazione del culto cattolico che aveva spinto papa Nicolò II a dar l’investitura dell’isola al valoroso avventuriero, la creazione d’un ordinamento politico basato su d’un patto largo e dignitoso tra il governo ed il popolo; perchè insomma tutta questa prodigiosa unione di fatti grandissimi con grandissime idee che ai nostri giorni si è formulata in epopea riflessa (come s’era già quasi epicamente formolata nei racconti dei cronisti adulatori) non ha lasciato nessuna traccia nelle imaginazioni popolari? Perchè nell’Isola questo silenzio della coscienza artistica cioè dello schietto riflesso dell’individualità d’un popolo? Perchè finalmente questo affaccendarsi dell’erudizione d’oggi a creare un gran tipo ed un gran fatto, a metterlo in testa al risorgimento politico siciliano del medio evo, mentre la poesia e la tradizione popolare l’ignorano completamente?

La ragione, secondo me, sta nel modo falso e convenzionale con cui vien giudicato quel periodo di storia. Noi diamo alla conquista normanna un significato assai più importante di quel ch’essa non ebbe; ed esageriamo tanto la parte dei saraceni quanto quella dei conquistatori; e sotto l’influsso di criteri religiosi poco retti e d’un retorico convenzionalismo seguitiamo ancora a credere uguale alla nostra l’impressione prodotta dagli avvenimenti sui contemporanei. La verità è che la conquista normanna ebbe allora pei siciliani tutta l’odiosità della conquista, e poco, quasi nulla il prestigio della liberazione. I Normanni andarono in Sicilia da predoni, da spogliatori, a distruggervi interessi che già si componevano e s’assodavano, a ridestarvi sdegni e fanatismi che cominciavano ad attutirsi un po’ per la natura del popolo stesso, un po’ per la mancanza di contrapposti che ne tenessero desta la vigoria. La loro invasione minacciava il commercio già rinascente, le arti che si svegliavano, le lettere e le scienze che principiavano ad attecchire, la prosperità universale che rialzava il capo dall’abbattimento in cui l’aveva gettata la dominazione bizantina. Essi non recavano con loro nè i semi d’una civiltà migliore della saracena, nè le raccomandazioni d’un’autorità religiosa venerata ed amata. Durava ancora la memoria delle nefande estorsioni dei legati pontificî, dei quali un testimone degno di fede scrisse _provinciarum diripiunt spolia_;[23] durava ancora la memoria delle ostilità tra i diritti del popolo e le pretese papali; e quei liberatori che osavano presentarsi coll’investitura del vicario romano come fonte del loro diritto alla poco invocata liberazione dell’isola, non potevano essere subito nè accettati, nè tollerati; e non lo furono difatti.

Le difficoltà incontrate dai Normanni nell’impadronirsi dell’Isola non provennero solamente dalla forza saracena, che non poteva esser grandissima, ma più dall’opposizione delle popolazioni siciliane le quali, combattendo nelle file dei nemici della fede, diedero valido aiuto a coloro che i frati ed i vescovi dipingevano come ferocissimi oppressori politici e persecutori religiosi.[24] La lotta durò ventotto anni, e con varia fortuna. Ed allorchè la forza diede ragione agli uomini del Nord, accadde quel che ai Romani in Grecia: i vincitori dovettero subire la superiorità dei vinti. I Normanni furono costretti a mantenere con pochissime modificazioni l’ordinamento politico e civile dei Saraceni. La religione cristiana fu da loro trovata in tale discredito nell’Isola, che la tolleranza religiosa messa in atto dagli arabi divenne una necessità alla quale i campioni della fede dovettero chinare il capo per consolidare il loro dominio. Questi fieri e rozzi baroni, usi alle asprezze delle battaglie e d’una esistenza nomade ed avventurosa, appena gustarono le dolcezze della vita e del fasto musulmano, vi s’abbandonarono con ebbrezza ben altro che edificante. Ancora un secolo e mezzo dopo noi incontriamo alla corte di Guglielmo il Buono tutti gli usi, tutte le superstizioni dei vinti, non escluse le corruzioni degli _harem_ e le vigili custodie degli eunuchi.

Quest’eroe così ammirato, questa figura colossale che il poeta ha circondato d’un’aureola di semidio appariva ben diversa ai suoi contemporanei, cioè meno eroica e senza punta santità. I siciliani d’allora dovevano scrollare il capo e sorridere amaramente sentendogli con alterezza chiamare la sua conquista _opus Dei_ (Diploma dei 1091). Quel Gran Conte infatti, quel campione della fede era un brigante, un ladro di passo il quale spogliava i mercanti che gli capitavano tra le mani e li costringeva a riscattarsi.[25] Era un meschino cavaliere il quale faceva magri desinari colla moglie quando non aveva predato; tremava di freddo nelle notti d’inverno perchè doveva dividere colla sua compagna l’unico mantello da lui posseduto; un cavaliere infine che, costretto a scappar dalla mischia, portava via sul dorso la sella del cavallo uccisogli dai nemici, non possedendo un altro cavallo, nè un’altra sella da sostituire.

Da siffatti elementi era difficile potesse scaturire un’epica leggenda. Quella che la storia ha messo insieme dopo, accettata per ragioni che qui non occorre accennare, è una continua falsità, una solenne menzogna. Le vere leggende son più vere della stessa storia. Questa dà lo scheletro, quelle lo spirito dei fatti.

IV.

Non esaminerò il poema del Vigo da nessuno dei molti lati ch’esso presenta scoperti alla critica. Quando lo stesso autore ha avuto l’onesta franchezza di dire prima che altri glielo suggerisse: «Oggi non avrei dettato il _Ruggiero_, o l’avrei architettato in modo assai diverso da quello che è», la critica è costretta ad inchinarsi pulitamente ed a mettersi da lato. La sua parte si riduce soltanto a manifestare sensazioni ricevute, a confrontarle, ad illustrarle senza toccare le ragioni dell’arte le quali non entrano più in discussione, ed è quello che io farò, non così completamente come il soggetto meriterebbe.

Nessuno può idearsi, prima di vederlo alla lettura, qual immenso tesoro di fantasia abbia profuso il poeta fin nei più piccoli particolari dell’opera. L’azione è semplice, senza grandi contrapposti, senza dramma (prendendo questa parola nel più profondo significato), anche quando egli mostra l’intenzione d’innestarvi cogli episodi e la passione ed il dramma. Ma invece che ricchezza, che lusso, che varietà negli accessori e nel colore! Per avvalorare queste affermazioni bisognerebbe citare, e largamente, come non mi è permesso dal breve spazio di cui posso disporre. Noterò, per chi volesse riscontrarli, i seguenti brani: l’abitazione del Tradimento e della Peste, i Demoni dentro l’Etna nel canto nono; la stupenda descrizione degl’ipogei ed acquidotti feaci di Girgenti nel canto quarto, e quella della pestilenza nel decimo. Intanto, per far conoscere il leone, ne mostrerò la punta dell’ugna in due ottave bellissime, l’una per grandiosità e per colorito, l’altra per evidenza e per movimento. La prima dipinge un tramonto osservato dalle vicinanze di Catania:

Simile a scudo divampante, il sole Sui basaltici culmini discese Dell’ardua Motta, ove l’occidua mole Quasi più vasta e immobile sospese, D’Etna i ciglioni e le ghiacciate gole, I fiumi, i laghi di sua luce accese, Che fosforica e tremula ti pare Vestir di strisce di piropo il mare.