Studi sulla letteratura contemporanea

volume c’è qua e là tale forza, tal rigoglio, tale freschezza di

Chapter 12,379 wordsPublic domain

colorito da far tornare alla memoria il poeta di trent’anni fa. Con questo per giunta: che il suo sentimento poetico si è allargato, si è purificato, ha lasciato in gran parte il vago, lo sfumato, l’indeciso che sembrava essere il particolar carattere dei suoi canti, sia nel concetto, sia nella forma. Leggendo alla ventura questi brevi componimenti, colla difficoltà dei quali egli ama scherzare,

(Gli arcavoli hanno torto, e noi si dice: Il letto di Procuste è un sogno vano!)

tu senti ad ora ad ora come un buffo di profumo, come un’ala fresca di venticello che agiti l’aria tiepida, e provi quasi di prima mano la stessa impressione del poeta.

Oh madre glorïosa, oh madre pia, Se tu mi arridi e di tua man mi tocchi, Natura, alta Natura, un’armonia M’agita immensa...

È il grido, è l’aspirazione dell’arte moderna. E il succo nuovo che s’infonde nell’arida scorza del plasticismo della nostra poesia. È il raggio di luce che dissipa le nebbie delle forme vuote troppo a lungo adorate dai nostri poeti e scambiate per forme piene di bellezza e di vita.

Natura, alta Natura!

Non oso affermare che tutti i componimenti del presente volume siano una rivelazione di questo sentimento profondo, di quest’elemento vivificatore che stenta a penetrare nell’arte italiana combattuto un po’ dal nostro carattere, un po’ dalle vecchie abitudini di scuola. Anzi, dico addirittura che le vecchie abitudini vi fan capolino un po’ spesso con le incertezze di colorito, colle bizantinerie di concetto, con le solite vacuità che non hanno nemmen la scusa della novità della forma... Ma che importa? Potremmo citare una cinquantina di sonetti uno più splendido dell’altro, i quali rimarranno nella storia dell’arte come testimonianza di questa fase d’assimilazione ove oggi trovasi la poesia italiana; assimilazione di quella vita moderna che ha già ricevuto in Francia, in Germania, in Inghilterra un più precoce ed un più vasto sviluppo.

Cinquanta non parranno pochi, se si rifletterà che di canzonieri ricchi quanto questo, e riputati meritamente classici, rimangono vivi appena una trentina di sonetti.

Avrei voluto esaminare largamente questa _Psiche_, questa storia dell’anima e del pensiero del poeta, per notare in che modo e fino a qual punto, per opera sua e d’altri minori ingegni, le influenze dell’arte europea contemporanea abbiano già modificato il nostro sentimento poetico e fin dove potranno arrivare; ma è un lavoro che richiederebbe dieci volte di più dello spazio di che posso disporre.

Mi contenterò d’accennare al lettore che il componimento dove il Prati si leva di più all’altezza del sentimento poetico moderno, dove la vita è incarnata in una forma _quasi_ perfetta, è il componimento a cui forse lo stesso poeta non accorda una particolare benevolenza, e che la maggior parte dei lettori lascerà passare inosservato.

Lo citerò intero.

Fra le nuore ser Lio, mentre che avampa Di faggi a vegghia il focolar paterno, Le man stropiccia, e novellando campa, Ingannata la morte, un altro verno. Loda i costumi dell’antica stampa, Trinca in ruvido nappo il suo falerno, E sul piè ritto e sul codin s’accampa Spargendo sali di piacevol scherno. Sindaco, e’ s’alza a primo suon di squilla, E, incurante di ghiaccio o di rovajo Va i casetti a raccor della sua villa. Noje e balzelli ai sudditi sparagna: Per trono un guscio, ed ha per manto un sajo: Pare un picciolo re dell’Alemagna. Pian piano, a la campagna, Fruga le siepi, quando Marzo torna, E il giubboncin di vïolette adorna: Palpeggia in fra le corna La vaccherella che gli porge il latte, E i purpurei corbezzoli a le fratte Con la sua canna sbatte: Scontra al crocicchio il Parroco; e, una presa Di tabacco, anzi tutto, offerta e resa, Gli parla o della chiesa Che va in rottami: o del ponte che casca: O del bisogno di pulir la vasca: O della nova frasca Che ha messo l’oste: o d’altro. E così cheta Passa l’ora a ser Lio, come una lieta Acquicella segreta, Che scende appunto dal vicin verziero Per le mente odorate, e fa sentiero Da canto al cimitero. E un dì, senza ch’assai gli ne rimorda, Scorderà di svegliarsi e trar la corda Del campanel. Chi scorda In qualche parte, di memoria raso, O la scatola o i guanti o puta caso La pezzuola da naso, Torna indietro a cercarli. Ed egli invece, Contento e lasso del cammin che fece, Nè un soldo nè una prece Darà, credete, per rifarne l’orme. Dormir, come che sia, piace a chi dorme.

Ecco la vita! Ecco il senso dell’arte che vorremmo vedere più frequente fra noi! Che occorre alla forma di questo componimento per poterla dire perfetta? Secondo me, occorre lo scambio di due, tre frasi e parole che, attinte alle fonti della lingua parlata, gli darebbero un completo rilievo e un andare più spigliato. Ma ecco una quistione spinosissima! Ah, se anche per questa parte il pregiudizio e l’astrattezza ci governassero meno! Una lingua è un vero organismo. Bisogna persuadersi che ci sono delle leggi le quali regolano non solo i grandi rapporti della sintassi e delle forme idiomatiche, ma le collocazioni di parole e di sillabe le più apparentemente insignificanti. Il Manzoni, filosofo e grandissimo artista, lo aveva capito bene. Ci volevano i pedanti senza un’oncia di cervello, i pedanti cucitori di morte frasi, per sostenere che c’è una lingua italiana la quale si scrive e non si parla. (Già, pur troppo, ce ne avvediamo dalle loro scritture.)

In Italia poi abbiamo il guaio grosso delle due lingue, quella della prosa e quella della poesia: questa un gergo dove ogni poeta s’ingegna di apportare quanto più può del suo, per aumentarne la ricchezza. È il caso di esclamare: O santa povertà, beato chi ti possiede! Che ci accade con tanta ricchezza? Il nostro stile poetico risulta così gonfio, così artificiato, così stentato da far strabiliare dalla sorpresa e dar ragione a quel tale che diceva: scrive in versi solamente chi ha delle inezie nel cervello che detto in prosa muoverebbero a riso.

Io stesso (forza dello abitudini!) mi son già lasciato trascinare a lodar troppo il _rigoglio di colorito_ del Prati. Ebbene, schiettamente, amerei meglio un colorito più parco, ma più preciso... La precisione! Ecco quel che ordinariamente ci manca in Italia, sia nel modo di concepire il soggetto sia nel modo di renderlo. La questione della lingua entra per tre quarti in questo difetto. Al Prati, che senza dubbio è un vero artista (una misera fatuità può farci trattare d’alto in basso, con un sorriso di sprezzante ironia, il _solo poeta_ ch’oggi abbia l’Italia) al Prati oserò domandare con tutta la sommissione d’un discepolo: crede Ella che, se invece di scrivere nel sonetto ora citato: _Ser Lio_ per _Sor Lio_, e _codino_ per _sedere_; se invece di dire:

Va i _casetti_ a raccor della sua villa,

avesse detto più umilmente

Va le _brache_ a raccor della sua villa,

e così per qualche altra parola, cred’Ella che il tono del sonetto rimarrebbe lo stesso, e che l’espressione non ci guadagnerebbe proprio nulla?

25 Dicembre 1875.

VII.

L. VIGO[20] e M. RAPISARDI.[21]

I.

Il _Ruggiero_ e la _Palingenesi_ sono due opere che hanno un significato morale e letterario di non lieve importanza. La prima compendia in sè tutta l’azione degl’ingegni siciliani nella scorsa metà del secolo presente; la seconda inizia un nuovo movimento il quale, per le mutate condizioni dell’isola e per l’intrinseco suo valore, non rimarrà certamente circoscritto in brevi confini e quasi ignorato al di là dello stretto.

La stampa italiana, meno qualch’eccezione che conta poco, non ha fatto alcun cenno della pubblicazione del _Ruggiero_. Intanto questo poema, opera d’un ingegno di tempra robusta, è un monumento che lo storico dovrà consultare quando vorrà scrivere delle cose siciliane moderne con conoscenza profonda. L’agitazione che mantengono negli spiriti gli avvenimenti politici; lo scarso prestigio, anzi la cattiva fama (non ingiusta di certo) che le tipografie siciliane dividono colle napoletane, e nuoce più che non si creda alla diffusione de’ libri stampati laggiù; la mole dell’opera (537 pagine in 16.º di carattere compatto, cioè 1926 ottave e venti componimenti lirici intramezzati ai canti del poema); finalmente la natura del soggetto, d’interesse affatto siciliano anche pel lato civile, sono state senza dubbio le ragioni che han contribuito a far mantenere sul lavoro del Vigo un ingiusto silenzio.

Meno le preoccupazioni politiche che distolgono ancora dalla tranquilla religione degli studî buona parte de’ vecchi e dei giovani ingegni, il Rapisardi non ha da temere nessuno di questi ingrati contrattempi. La mole del suo libro è quella d’un giusto volume in 18.º; il tema dei suoi canti non tanto italiano quanto universale, e la pubblicazione, fatta da una delle più benemerite e più famose tipografie fiorentine, elegante e corretta.

Io credo che pochissimi, anche dopo quel che ora dirò, saran tentati di leggere un poema con cui si celebra la fondazione della spenta monarchia siciliana; pochissimi avranno il coraggio d’affrontare l’ardua asprezza d’un ingegno che ispira una specie di simpatia mista ad un indefinito sentimento di paura. Ma credo però che questi pochi, i quali, sprezzando le faticose disuguaglianze del terreno, non si stancheranno di seguire il poeta dalla battaglia di Cerami all’assedio ed alla presa di Palermo, saranno lieti alla fine d’aver letto un’opera d’arte che, coi suoi pregi e i suoi difetti, è la personificazione più completa dello spirito siciliano degli ultimi anni.

Il Rapisardi già corre con favorevole accoglienza per le mani di molti, e da qui a poco sentiremo pronunziare il suo nome fra quei rari, che porgono alle nostre lettere sfinite e moribonde qualcosa di più che le solite belle speranze. Anch’egli è una viva espressione del carattere siciliano. Pieno dello spirito greco sempre alitante sulle rive del Jonio, differisce notabilmente da quanti fra noi coltivano la poesia con amor vero e profondo. Sicchè mi è parso giusto mettere insieme questi due nomi non solamente perchè onorano una provincia a me sacra per indelebili affetti, ma anche perchè segnano due diversi periodi dello svolgimento letterario e politico di essa.

Il poema del Vigo può paragonarsi ad uno di quei magnifici tramonti che si osservano spesso dall’alto delle montagne nell’interno dell’isola. Il cielo è coperto di nubi dense e basse che corrono, radendo la cima dei colli, trasportate dal vento. Sentesi ancora da lungi il brontolìo del tuono che si disperde. Cade ancora qualche goccia di pioggia che luccica per l’aria come un pezzettino di cristallo iridato. L’atmosfera è umida e grave. Le campagne smosse dagli aratri son già diventate di color nerastro per aver bevuto troppo acqua. Le viottole e gli stradoni risplendono con mille giri tortuosi come tanti rivoli d’argento. All’orizzonte le nuvole tingonsi di porpora con masse forti, in linee trasversali, e lasciano appena vedere una striscia di cielo che sembra un mar d’oro. Finalmente ecco il sole che si affaccia cogli ultimi raggi a quell’angusto finestrino; ed ecco una scena delle più pittoresche e più fantastiche che mai si possano immaginare! I raggi scappano lontan lontano sotto quella tettoia di nuvole la quale serve a rifrangerli giù. Le nebbie basse e sballottate dal vento si colorano di strane tinte, assumono figure più strane, mentre le linee cupe ed incerte del paesaggio si mostrano ad un tratto con una così minuta precisione, che ti fa credere o sparita la distanza o centuplicata la virtù della pupilla. Che fuga sterminata di pianure, di colline, di vallate, di montagne, di paesetti e di città, dove pochi momenti prima appariva una striscia di vapore nerastro! È l’illusione d’un istante. Appena il sole tramonta, l’oscurità copre fitta il cielo e la terra senza gradazione veruna, rotta da qualche lampo, che minaccia pel domani una tempestosa giornata.

I dieci canti del Rapisardi, al contrario, sono un’alba deliziosa di primavera. In riva al mare i pescatori affaccendati preparano i loro arnesi cantando e celiando con rozza semplicità. L’orizzonte è colorito da mille tinte sfumate. Le acque tranquille si riversano sullo sponde con amorosa carezza. Un’aura fresca e sottile ricerca i polmoni, purifica il sangue e fa più libera la respirazione. Seduto sugli scogli della riva, tu aspetti incantato il levarsi del sole, guardi in fondo, ed esclami sospirando di dolcezza: che bella giornata vuol essere!

II.

Dirò prima qualcosa intorno al concetto autonomico del poema del Vigo. Gli avvenimenti politici ch’ebbero luogo in Sicilia dalla proclamazione della Costituzione del 1812, fino alle insurrezioni e reazioni del 1821 e del 1837 ne sono il naturale e indispensabile commento. L’autore fa bene ad avvertire non si dimentichi che vi si contiene il _ruggito d’una gente ferita al petto da un despota, la quale si sforza risorgere per immergergli nel cuore il pugnale con cui la percosse_. Se volessi tradurre in linguaggio preciso i personaggi storici e le fantasie del poeta, vedrebbesi tosto significata in Ruggiero e nei suoi baroni l’indipendenza siciliana; nei saraceni, gli odiati napoletani che la tenevano oppressa; nella presa di Palermo e nella proclamazione del Gran Conte a capo supremo dell’isola, il trionfo del diritto del popolo calpestato dai Borboni. I siciliani, allora e nel quarantotto, respingevano ogn’idea nazionale; la credevano assurda. Pieni dei ricordi della loro grandezza politica al tempo dei normanni e degli svevi, eransi ostinati a non riconoscere che, restando immobili mentre tutto si trasformava, facevano una stolta resistenza alla forza delle cose, e un gran male al loro presente o al loro avvenire; e per un calcolo d’egoismo, che ripeterono con più infauste conseguenze nel 1848, avevan veduto crollare, senza dispiacere e senza rimorsi, la rivoluzione napoletana del 1821. Le idee autonomiche erano in quel tempo un vero furore laggiù. Letterati e poeti soffiavano ardentemente ne’ facili pregiudizi del volgo, ora falsando il passato (come l’Amari colla sua _Guerra del Vespro Siciliano_, ove chiama _stranieri_ Ruggiero di Loria e Giovanni da Procida); ora cantando ed ingrandendo con idee partigiane fatti, che già ricevevano dalla filosofia della storia un significato men nobile di quello ad essi attribuito (come la conquista dei normanni celebrata dal Vigo). E se non mancavano gl’intelletti più veggenti, i cuori più larghi, cioè i discepoli _d’una scuola accesa di fede apostolica_ (AMARI) che osavano pensare _alla perniciosa chimera dell’italica unione_ (LANZA, _Considerazioni sulla storia del Botta_), la maggioranza però non sognava che un regno di Sicilia, una costituzione di Sicilia, una _nazione_ siciliana. Nè l’idea unitaria vi era rifiutata solamente nelle cose politiche. Si faceva distinzione (si fa spesso tuttora da persone coltissime) tra _siciliani_ ed _italiani_, come tra _siciliani_ e _francesi_ ed _inglesi_; e il Vigo, in tre luoghi del suo poema, che in avvenire saranno citati, dice parlando de’ pisani venuti in aiuto dei Normanni:

Vuol che l’_italo_ esercito e il _sicano_.