Storia universale del canto, Vol. 2 (of 2)

Part 15

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Non pertanto è d’uopo registrare che le memorie delle maschie voci, le quali destarono all’ammirazione ed alla gajezza le passate generazioni, non sopravissero alla ilarità che beneficamente suscitarono in questa umana razza più studiosa di cercar le serie e potenti emozioni, di quello che conservare l’ingenuo riso della letizia.

Risvegliatori moderni di questo bisogno pur prepotente della vita, ricorderemo quel Pasquale Savoia che ha creato quasi tutte le parti comiche dell’antico repertorio napoletano; e poi fra i più rinomati fin oggi: Raffanelli, De Grecis, Bassi, Remolini, Bandicchi, Madrigali, Scudo, Cambiaggio, Zucchini, Rocca, Scalese, Soares, Cavisago, Scheggi, Menin Domenico, Zambelli Giuseppe, Fioravanti Valentino, Borella Maurizio, Marchisio Giovanni, Bottero Alessandro, Fattori Tommaso, Migliara Francesco, Tessada Augusto, Ciampi Giuseppe, Catani Filippo, Castelli Giacomo, Ristori Cesare, Topai Enrico, Zoboli Alessandro, Bellincioni Cesare, Coreggioli A., Savoia Francesco (figlio), Grandillo anche compositore[160].

Più al di sotto, la straniera falange di tali artisti si tramutò in bizzarri caratteri non privi di piacevoli effetti, certi comici-cantanti, parodisti talvolta dei veri e grandi cantori, ond’ebbero grido in Francia, mad. Theresa, Levassor, Berthelier; in Inghilterra, Matthews, Mackney, deliziatori principali del _Mabille_ di Parigi, del _Cremorne_ ed _Allambra_ di Londra, della _Neue Welt_ di Vienna.

Quindi tante donne dall’appassionato gorgheggio, che fanno meno scarso corredo alle scene mondiali; schiere leggiere e brillanti che si spandono ovunque alla conquista di nuovi affetti, e più o meno fortunate o valenti, apprestano onori a questa lor terra madre dei canti e ispiratrice; e meno pieghevoli allo sconforto del sesso più forte che milita sotto alle stesse bandiere, procedono costanti accanto all’emula legione illustrata da maggiori trionfi, quasi consapevoli che i nomi più chiari, quali per debito storico s’avranno qui pure ad accennare, poco prima o dopo, avranno a smarrire, come le oscillazioni delle note vibrate dal coro intero di tutte esse amabili cantatrici.

Ricorderanno i Germani le profetesse delle nuove loro rivelazioni; virtuose trionfatrici di quei confini che da secoli escludevano le nordiche figlie dal ministero de’ canti? Quelle che valsero a rendere avvertita la loro esistenza nei regni delle belle espressioni, e confortarono la nascente loro scuola, ne diffusero le dottrine, e soccorsero ai loro compositori nell’apostolato delle grandi speculazioni?

Eppur esse giunsero a gareggiare colle figlie del sole, e presso alla madre ed alle sorelle più franche, furono tanto più ammirate e gradite, quanto meno da loro attendevasi. Ma delle riformatrici e propugnatrici di quella scuola, e d’altre che s’acquistarono onore consacrando il loro genio specialmente alla scuola italiana, fedeli a questa e innamorate, benchè non deluse nella lor parte di gloria, per quanto tempo rimarranno famose?

La ventura generazione richiamerà per caso i nomi delle Demerich, Schmoeling, Föder, Sontag, Billington, Dobre, dell’Ungher e Müller, della fiamminga Enrichetta Laland, delle parigine Duperon, e Rosa Niva Stolz, delle boeme sorelle Stolz Lidia, Francesca, e Teresina[161]. Sentirà ricordati appena quelli di Anna Winen, delle Schwartz, delle Kellogg, delle Meyer, Grün, Mäesen, Csillag, Liebhart, Saass, Bettelheim, Brandt, Ohm, Saar; della Spitzer Erminia, della Bianca Blume, di Gabriella Krauss, Geistinger, Wilt, Laussot, Prohaska, Mila Röeder, Gabriella Kotzmayer, Giovanna Spierling, Emma Wiziak, Carolina Schmerhofsky; bionde sacerdotesse che in oggi colgono applausi[162].

E i fratelli di queste, meglio celebrati, che pure in quest’epoca, i primi forse, acquistarono allori alla loro nazione nell’arte del canto, ed influirono massimamente alla rivelazione ed al credito della lor musica, non lasciando memoria che nelle cronache teatrali, rimarranno come i vecchi arnesi delle scene abbandonati in un canto, resi inutili e di niun valore.

Mero caso che, una Storia, mostrando in generale gli svolgimenti dell’arte, ospiti ne’ suoi appunti questi primi stranieri, i quali benchè pochi e tardi, provano non impossibile affatto il bel canto moderno alle loro aspre laringi, e il grido loro fecero uscire dalle regioni in cui tal fama era negata.

Più raro caso poi, e fortuita loro ventura, che anche la Storia, nell’odierna apatìa, non rimanga negletta.

I cantanti stranieri cominciano in vero aver passo frequente fra noi, chè fin qui (non sa il Biaggi se per ossequio o per derisione) usarono dessi nascondere le aspre desinenze de’ loro nomi sotto le soavi e musicali dei nostri.

Fra gli Alemanni adunque, dopo quel Bader che cantò le opere di Spontini, e visse pure fino questi giorni a Berlino, si notino: Kellner, Kunert, Fritz, Brettschnieider (morto 1871), Beck, Schmid, Mann, Molferteiner, Koehler, Szigethy, Winffen, Frank, Walter, Labatt, Varenrath, Sultzer, Bülow, Beeker, il principe di Wittgenstein, il buffo Just, rinomati cantanti[163].

Si fanno oriunde Sveve, la Ostava Tornquist (Torriani), la Jenny Lind, la Cristina Nilsson.

Dalle immense lande di Russia ci giunsero celebrati i nomi: d’Erminia Rudersdorf, Murscka, Carolina Leontieff, De Filatoff, Mentzikon, Davidoff, soprani; di Malknecht e Luwroscky contralti, di Nicola Andreff tenore; Rapport, Gorrinzi, di Weyrauck, non ha guari estinto cantore e compositore di Livonia.

Dalla non men fredda, ma più entusiastica Albione, levaronsi in rinomanza: la Titjens, la Wynne Edith, la Lemms-Sherrington, la Kapp Jung Luisa, la Gaurieff, la Colson, la Balfe figlia al celebre compositor di Dublino[164].

Non dico di tante appassionate inglesi della miglior società che serbano le culte voci alle sale nei canti loro ispirati oggi dal napoletano Salvatore Scuderi e dagl’altri specialisti compositori italiani di camera che vedemmo a Londra stanziati e prescelti (pag. 95-97), e non isdegnano consacrarle ai grandi concerti dei classici loro e nostri orfeisti.

Da una delle più cospicue famiglie di Scozia, Lady Liza Campbell-Otvvay, iniziata dal Garcia figlio e dal Romani, passò al grande sacerdozio del canto.

Accrescere la fama d’un nome illustre per ricchezze e per sangue, colle glorie dell’arte, si ascrive comunemente agli eccentrici capricci dell’aristocrazia inglese, mentre dovrebbesi notare invece a nobile insegnamento.

Miss Anna Parken segue l’esempio della Campbell; così la inglese che veste il nome di Matilde Florella.

Altre, Cora de Willhorst, Harrisson, Patey, Weldon, Martell e la Cholmeley contessa ed artista.

Sims-Reeves vien proclamato il primo de’ tenori inglesi: lo seguono, il Commings, Santley, Mapleson, Tom Karl irlandese, Maler e Maybrick.

Dalle Americhe, ove sulle pareti delle aule scientifiche iscrivonsi ad onore _i nomi delle più belle figlie del mondo_, che di libero sapere nobilmente coll’uomo gareggiano, nè è privo il tempio dell’arte delle erudite sacerdotesse, ci vennero già in bella fama, Elisa Franck, la Kate Scott, la Escalante, la Resbourg, l’Irma De-Höwe.

Giulio Perkins basso, William Castle tenore, Jerom Hopskins, i Cook contralto e baritono, le pseudo Leonia Carini e Matilde Filippi contralto.

Di Francia e Belgio, tengono bel nome, i soprani: Marty, Lafon, Harris, Colmack (Vaneri), Gasc-Curbel, Galli-Marié, Dory, Danery Alix, Vanders, Cinti-Damoreau figlia, De Baillou-Marinoni, Briol, Bertrand, Soustelle, Spaak-Moresi Alice, belga, e la sua maestra De Roissy; Finck Anna olandese, ora maestra di bel canto in Napoli. I contralti: Miolan, Demeric, Mombell, Langlois e buffe: Carvalho, Marimon, Cabel.

I seguaci a Duprez: Roger, Nourrit, Naudin, Bouchardé, Verger, Michot, Caron, Troy, Pouget, Gayarre, Achard, Capoul, Coy, Sylva.

I bassi: Verger, Didot, Gonet, Baroilhet[165], Castelmary, Maurel, Fallar, Faure, Souvestre, Lassalle, Rives, Bremond, Barrè. Altri: Bouchè, Ponsard, Gaspard, Deleurie, Vielles, Gorè, Giroud[166].

Di Spagna: la Colbran che innamorò Rossini; la Benita Moreno, che educata in Italia al principio del secolo, fu detta la prima che facesse conoscere nelle sue regioni native il nuovo repertorio italiano, e morì ottantenne a questi giorni. La Segovia, la Lola-Vega, la Llanes, la Fité-Goula, Ramirez della Zarzuela, Camilla Dos-Reis, Laura Sainz de Santjana.

I tenori: Carrion Emanuele, Padilla, Mendioroz, Fernandez, Marin, Blasco Federico, Aramburo.

I bassi: Puente, Rodas, Varvaro, Moragas, Ruyz.

Perfin dall’Africa sortì una cantatrice, la prima del suo colore che giunse a trovar grido in Europa, e che a Parigi fu battezzata col nome di Patti Noire nel 1872.

Quella miriade poi d’itale Sirene sparirà per sempre nell’abisso del tempo? Non resterà forse una sola a disputare la più durevole rinomanza della loro Regina che fu figlia a Garcia?!

Non saranno state più che visioni dall’arcano accento, come la Catalani e l’Alboni, Elisabetta Gafforini, Benedetta-Rosmunda Pisaroni, Teresa Cecconi, Teresa Belloc, Virginia Blasis, Santina Ferlotti, Giuditta Grisi, Giovanna Codecasa[167], Caravoglia Luigia, Stefania Favelli, Luigia Boccabadati, Teresa Tavola, Rosa e Giuseppina Mariani, Anna Cosatti, la Strepponi, la Sacchetti, la Carradori, Eugenia Tadolini, Amalia, Maria (contralto basso) e Teresa Brambilla?...

E gli astri vagheggiati ancora, che di scena in scena ripeterono i trionfi, quali: la Santoni, la Penco, la Spezia, la Borghi, la Frezzolini, la Bendazzi, la Barbieri-Nini, la Scotta, la Salvioni, la Benzoni, la Lotti, l’Albertini, la Fricci, la Rebussini, la Piccolomini, la Albani, la Trebelli, la Salvini-Donatelli, la Galetti, la Marziali, la Volpini, la Vaneri, la Tiberini, la Montaldo, la Moro, la Biancolini, le De Giuli-Borsi, le Cruvelli, le Caracciolo, le Ronzi, le Marchisio[168], le Ferni[169], le Patti?...[170].

Narrasi che, Farinelli trovandosi un giorno nella biblioteca del padre Martini, e mostrando al raccoglitore inglese Burney le opere del sapiente bolognese, dicesse: «Ciò ch’egli ha fatto resterà; mentre nessuno avrà un’esatta idea del genio mio, e il mio nome si cancellerà dalla memoria degl’uomini così presto come i trasporti d’ammirazione di cui io fui l’oggetto per quarant’anni della mia vita!» Tale espressione era degna di chi infatto potea vantarsi uno de’ più grandi virtuosi che avessero mai esistito; e il suo riflesso sulla fragilità delle glorie brillanti degli esimii cantori, sulla sorte riservata a que’ divini artisti che dopo aver inebbriate le generazioni contemporanee, e averle tenute sospese ai loro labbri ispirati, sfuggono a stento da un eterno obblio, è vero così quanto egli è triste.

Il tempo che ripara tante ingiustizie, sembra in tal fatto rigoroso ad eccesso. L’arte di commuovere colle inflessioni della voce umana nei limiti d’un’azione drammatica, è un’arte assai complicata; ella esige da chi vuole emergervi le più rare qualità. Quanto stadio, quanta pazienza per giungere a signoreggiare quell’organo, e per esprimere fedelmente quel che sentesi dentro!

Il suono che s’invola dalle labbra del cantante, tutto impregnato, per così dire, dell’essenza della sua anima, riflettendo i mille colori della passione, dev’essere stato, come il diamante, sommesso per lungh’anni alla lima del lapidario.

Eminenti artisti spesero all’edificio d’una gloria efimera una somma di qualità che basterebbero alla creazione d’un’opera durevole; e dopo tanto tempo di lotta, dopo aver consumati tesori d’intelligenza e di sensibilità, dopo mille trionfi, in cui essi hanno veduto ai loro piedi i potenti della terra, questi grandi cantori si spengono in una solitaria vecchiaja, circondati soltanto da qualche lusinghiera memoria, avendo attraversata la vita come un sogno d’amore.

La ragione d’un sì triste destino fu trovata nella impossibilità di tessere la storia di tutti questi uccelli del paradiso dai canti melodiosi.

La fama che sovviene alla storia, negli andati tempi stentava è vero a farsi strada nel mondo, più che adesso non le avvenga, ed una volta, era soltanto lo straordinario valore che le apriva le vie. Ma in oggi all’estremo opposto siamo forse ricaduti. La sconfinata pubblicità la rende forse per eccesso più debole e fugace.

La riputazione de’ cantori s’appoggia specialmente al _Giornalismo_: ed in vero, anche quello musicale e teatrale non è rimasto in dietro, chè lo vediamo servire talvolta alla storia ed alla estetica dell’arte, alle corrispondenze, alle critiche, alle biografie, alla statistica, alla rassegna, al movimento artistico in generale, ed alle cronache in particolare.

Ma dura la fama affidata a quelle effemeridi? E valgono queste a caratterizzare veramente gli artisti, a svelarne la diversa natura e la intimità della loro artistica vita?

La sentenza del Farinelli non è che troppo vera. Come trasmettere alla posterità, colla fredda parola una inflessione di voce, un guardo, un gesto, una pausa, quelle mille ombreggiature dell’arte e della bellezza, che caratterizzano lo stile d’un grande cantore? Come potrebbesi tener conto delle qualità misteriose de’ timbri e de’ tessuti vocali, dei secreti della emissione, della acquistata o scemata potenza, delle varie forme introdotte, delle rivoluzioni promosse o compiute?

Come infatti enumerare tutti gli astri, e spiegar l’armonia de’ loro canti; penetrare i capricci e i bagliori delle loro luci, pesarne il loro calore?

Scrisse adunque il destino sulla piega del loro tramonto: _nomen et cineres una cum vanitate sepulta!_

Di tanto fiera sentenza parvemi di ravvisare forse un solo compenso: _un’ombra di ereditaria perpetuazione_.

Mentre infatti veggonsi generalmente in ogni scienza ed arte, i figli ed i nomi tralignare dal valor e dalla fama de’ maggiori, nell’arte del canto e della musica, perocchè debba in essa dominare l’istinto, la bella disposizione più facilmente trasfondesi, e veggonsi rinnovate per discendenza tante belle riputazioni.

Il genio del canto in tante famiglie passò di generazione in generazione, e se non trovò da propagarsi tra nipoti, sembrò talvolta che perfino ai nomi soli abbia voluto conservare i suoi favori.

Quindi il nome dei Sarti, più o meno congiunti, si mantiene nelle Romagne dal 1650, e per tutta Italia quello degli Allegri, quello de’ Rossi cantori e musicisti.

La fama dei Pacini o Picini rinnovossi a Napoli e a Roma; ed ivi e a Venezia quella de’ Sabatini.

Dal 1520 passò di padre in figlio la celebrità dei Gabrieli in Venezia, e nei più strani modi, fedele quasi a quel nome, passò alle Gabrielli di Roma 1750, di Ferrara 1770 (detta la Gabriellina), in Prussia 1790[171].

Coi Fantoni da tre secoli, passò il culto del canto dalla Toscana all’Alsazia, ed al Veneto; e quivi specialmente i Marini parvero ricomparire.

I Gafori, i Castellani, i Grossi, i Conti, i Marchesi, i Todi, i Zani o Giani, gli Agricola, i Bellini, i Zanotti, i Fioravanti, i Ronconi, i Corsi, in Italia; e di padre in figlio gli Scarlatti, i Gabrielli, i Venier, i David, i Garcia, i Bassi, i Ricci, gli Scheggi, i Gerli, i Varesi, i Crivelli[172], i Zucchelli, i De Bassini; le Patti, le Tosi, le De Giuli, e fra sorelle: le Ruggiero[173], le Cruvelli, le Ferni, le Caracciolo, le Marchisio.

Altre nacquero come suol dirsi _in pien cartello_ per parentele d’illustri artisti, come la Balfe, la Vitali[174].

In Francia, per lungo tempo parve fissarsi la fama ai nomi di Salomon e di Lalande. Fra i Germani, a quelli di Wolf, Sartorius, Weis, Meyer[175], Müller, Stolz.

Ma non per questo quella gloria è più durevole. E ne fan prova i cantori celebri e rari de’ passati secoli, quando la loro influenza era più rimarchevole e grande; quando poco o nulla calcolavasi il compositore in confronto all’interprete, e quello a questi umilmente serviva; quando al culto del canto sacrificavasi perfino la virilità e la vita.

Il genio di tanti maestri rimurchiato da quello dei cantori, naufragò allora eternamente; e tante invenzioni affidate alle voci fuggirono con esse. Eppure a furia d’invenzioni e di esecuzioni, tanta scuola levossi, tante tradizioni eternaronsi, tante novità generarono. I nomi de’ cantori scomparvero, come strumenti abbandonati; quei de’ creatori furono richiamati, ed essi e le loro creazioni rimangono, e il tempo e la storia rendono o presto o tardi giustizia.

Che vuol dir tanto mistero?

Egli è che la virtù vera esiste e non muore. Passano le vanità, la scienza rimane.

La fama degli sterili esecutori o ripetitori delle altrui ispirazioni è quella che fugge come l’èco, che si spegne come fatui bagliori.

La vera luce dei genj, de’ virtuosi che riconobbero _l’arte profonda_ della musica, che specularono nel mistero de’ canti, che unirono il sapere alle doti felici, se pur sembra velarsi e smarrire, non manca: non è passeggiera meteora, ma vive anche dopo il tramonto.

A lato dei sommi creatori de’ canti, vediamo risorgere e ricomparire il valor di sapienti che in linea più umile o bassa parea obbliato; e così rivive la fama degl’interpreti che non contenti di farsi stromenti passibili e caduci, si associarono colle speculazioni e gli studj nell’arte maravigliosa; quelli che prodigate o perdute le vocali ricchezze dalla natura e dalla fortuna sortite, lasciarono eredità imperitura di belle opre della mente e del cuore.

Questo sia di conforto ai moderni sacerdoti del canto.

Non è la loro sorte più vana di quella della farfalla; non è la lor carriera macchinale servigio, mezzo che s’adopra e s’abbandona.

È ministero d’un’arte profonda; è nobile finchè tende esso pure alla conquista del vero e del bello; è l’Apollo divino figliuolo all’Eterno, ma che esige il culto e l’amore delle divinità.

Egizj, Caldei, Ebrei, Greci e Latini c’insegnarono come essi nella antichità avessero fatto del canto uno studio sublime. Se i secoli contrastarono ai dotti la conservazione o la restituzione degli esempî dei loro canti, le eterne porte del tempo non prevalsero alle manifestazioni di que’ canti medesimi.

Restano imperituri monumenti, i sacri poemi coi quali i primi cantori svolsero le religiose dottrine ai varj popoli; le Omeriche muse; le odi Pindariche; le liriche d’Anacreonte e d’Orazio; i cantici della Scrittura, i salmi reali.

Quanta scienza ai cantori affidata! quanto erudito ed elegante quello ch’essi cantavano; e come rigorosamente attenevansi ai ritmi della nobile usanza!

Ma i filosofi, poeti, legislatori, re, sacerdoti, furono i primi fattori e i più abili esecutori di canti; indi nobili cavalieri, monaci studiosi, pellegrini eruditi[176]: e pel loro sapere, anche fra i più oscuri tempi, non ismarrirono i nomi loro.

Tanto studio con cui un Orfeo inneggiava agli Dei, Pindaro onorava gl’illustri, non poteva andare dimenticato: e per poco si rifletta ai versi che celebrarono le Olimpiche vittorie, od al Phitico poema che esprime la lotta d’un Dio col dragone maligno, o alle frasi che canteranno in eterno le misericordie del Signore, balena tosto alla mente la necessità d’interpreti corrispondenti per coltura agli elevati concetti.

Splende la scienza di Timoteo quando imprende a cantare le battaglie d’Orzia, innanzi ad Alessandro Macedone, il quale sente rinfiammato il suo valore, ed esclama — così devonsi esprimere i regi cantici! —

Quanti più vasti argomenti non offrirono ai compositori e cantori, i tempi migliori, la religion più sensata!

Quando nacque, come vedemmo, il canto drammatico, poterono bastare le forme, ed i primi sperimenti appagaronsi degl’insoliti effetti. Allora che si prescielsero le voci bianche, e si chiamarono le belle figlie dell’amore e della poesia ad unire le loro voci ai cori delle nuovissime scene teatrali, gli uomini più dotti ed anche le più serie Accademie in quel tempo fiorenti, che tenevano in pregio sommo la musica, che avevano proprj musicisti e loro davano tetto, stipendio e regali, adoprandoli nelle onorate foresterie, nei banchetti, fra le lezioni e gli esercizj, e in ogni rito solenne, elessero a preferenza le donne «avendosi osservato — come motivava una siffatta deliberazione l’Accademia Olimpica, 1609 — che la mediocrità del saper delle donne incontra forse più che l’eccellenza degli uomini.»

Ma tutte non erano per certo mediocri, notava il Lampertico raccoglitore delle memorie della celebre Accademia Vicentina, se i virtuosi e le donne state a que’ stipendj, fin da quando Guglielmo III di Mantova veniva ivi festeggiato (1582), meritarono di passare al servizio del Duca, e d’aver nominanza anche fuori d’Italia, e accoglienza alle straniere Corti. Che se pure, io soggiungo, le mediocrità servirono allora a quelle barriere e in que’ concerti e rimasero oscure, non patirono la sorte medesima quelle donne e que’ maestri che fra gli accademici, ai geniali titoli del canto e della musica associarono le doti dell’animo e della mente.

Se qualche umile cronaca serbò appena i nomi delle cantatrici, sebben laudatissime, riputate volgari[177], poeti e scrittori eternarono a chiarezza dei posteri le più sapienti.

Quindi le distintissime Fiorentine celebrate dal Doni, la Adriense compianta dal Groto[178], e le vere Accademiche Lucrezia Chiericato e Maddalena Casulana illustrate, quella dal Calmo e dal Bartoli, questa dal Maganza[179].

Anche in quell’epoca adunque in cui speciali condizioni resero le mediocrità sopportabili o preferite, il merito migliore soltanto vinse l’obblio, ed ebbe dal tempo alla sua volta preferenza e giustizia.

Dappoi, la indulgenza concessa all’infanzia, più non si riscontra colla maturità dell’arte: e nei tempi più recenti, proceduta questa collo sviluppo delle scienze, ad ultimo retaggio della mediocrità, aurea una volta vantata, non rimase che il nulla.

Quindi i maravigliosi avvenimenti dell’età nostra se porgono infinita materia da sublimare ne’ canti, quante cognizioni però non richieggono alla complicata e difficile interpretazione! Voglionsi le risorse tutte dell’arte.

Fu detto che — l’Italia, primogenita figlia della Grecia in fatto di arti belle, dilaniata per lunghi anni da sciagure intestine non ebbe sempre l’agio di riscaldare e sviluppare tutte le inclinazioni del suo genio: e forse non ultima cagione dei tanti disinganni patiti è forza riconoscerla in quella malaugurata fiducia nella facilità del proprio ingegno, da cui è invasa la maggioranza degl’italiani, e che li rende generalmente neghittosi ad approfondir seriamente qualunque disciplina.

Gli stranieri invece, più fortunati di noi, sia per condizion di governi, sia per qualunque altra causa, fecero loro prò delle idee nostre e le condussero ad una perfezione relativamente ammirevole — alimentarono collo studio le scintille tolte al nostro suolo lasciate da noi quasi abbandonate. — Quindi, come le nostre scuole, anche i nostri cantori non lasciarono che belle tradizioni, ma facili e vaghe, mentre altri studiano a soverchiarci con artistici tipi. — Però v’ha in questo un conforto: gli stranieri ci rendono giustizia e riconoscono la fonte da cui hanno tratto le scintille fecondatrici. Ebbene, facciamo noi altrettanto, rendiamo loro la giustizia dovuta, prendiamo da essi quanto ci manca — gli esempj d’uno studio vasto, profondo — e facciamo nostro pro del frutto della loro sperienza.

Nelle loro scuole l’arte giunse a contrastare al genio la palma.

Se i nostri cantori accoppiassero al felice istinto la scienza!.. Non morirono i pochi che in questa ritemprarono l’arte.

_L’arte lunga_, mentre breve è la vita.

Non è qualche dote naturale che forma il vero artista; bensì la intima e profonda conoscenza degli elementi tutti che concorrono all’arte sua. Ed il canto è _l’arte sublime che in sè riassume pittura e poesia_: onde all’artista cantante è serbato d’interpretare le ispirazioni di chi raccoglie il concetto nel verso, e di chi lo disegna colla varietà delle note.

S’affidino adunque i cultori allo studio.

Ma uno studio vasto, profondo, universale; non limitato alla parte superficiale soltanto dell’arte da professare, ma bensì alla natura dell’arte, che è pur vasta, universale e profonda.