Storia delle scienze ad uso dei licei scientifici

Part 11

Chapter 113,393 wordsPublic domain

Il Laplace, notando che i pianeti e i satelliti si muovono intorno al sole nella stessa direzione, ch’è poi identica a quella dei rispettivi movimenti di rotazione; notando, inoltre, la perfetta uniformità di altri particolari di codesti movimenti, trasse la conclusione che i varii corpi del sistema solare devono avere avuta una identica origine. Ed avanzò la seguente ipotesi: _che i corpi del sistema solare si siano formati per la graduale condensazione di una vasta, originaria nebulosa agitata da movimento rotatorio, la quale andò man mano scindendosi in una serie di anelli, che furono i pianeti e i satelliti_.

_E_). _Herschel._ — Un posto a parte nella storia dell’astronomia del sec. XVIII va assegnato al tedesco _Federico Guglielmo Herschel_ (1738-1822). La sua inclinazione all’astronomia fu veramente unica, ma la fortuna, ch’egli ebbe in questo campo, la dovette sopra tutto all’aver saputo costruire telescopi, per grandezza e perfezione, assai superiori a quelli fin allora in uso.

Comunque, l’importanza dell’opera sua sta in questo: nell’avere per un momento interrotto gli studî sul sistema solare, nei quali da Copernico l’astronomia si indugiava, e nell’aver rivolto deliberatamente la sua attenzione a tutto il restante infinito mondo delle stelle fisse e delle nebulose. Herschel è stato il più grande scandagliatore del cielo nell’età moderna, e in esso seppe leggere come niuno mai aveva saputo. Ma, così ricercando, egli fece del pari inaudite scoperte nel campo stesso del sistema solare: scoperse il pianeta Urano, due suoi satelliti e due nuovi satelliti di Saturno; studiò a fondo il sole, sul quale espose però una singolare strana teoria: che l’interno ne fosse freddo, scuro e solido; che questo interno solare fosse circondato da due strati gassosi, e che soltanto da quello superiore (la _fotosfera_), caldo e luminoso, derivassero il calore e la luce.

Con Herschel, il corso della cui vita si stende fino ai primi del sec. XIX, si chiude la trionfale storia dell’astronomia nei secc.. XVII-XVIII, con la quale l’età successiva non ha fin ora potuto certamente competere.

29. =Fisica: Il sec. XVII.= — Non ostante Leonardo da Vinci, fino al sec. XVII, una fisica scientifica, vera e propria, non esisteva. Si aveva una somma di scoperte e alcune grandiose concezioni, di cui la Rinascenza era debitrice all’antichità. La fisica moderna comincia invece col Galilei e col Newton: col Galilei, in quanto egli è fondatore del _metodo_ così detto _sperimentale_, e in quanto con lui soltanto la fisica si organizza nelle sue grandi sezioni: _meccanica, termica_ (calore), _ottica_ (luce), _acustica_ (suono), _elettricità, magnetismo_; col Newton e col Galilei, in quanto, per loro iniziativa, la fisica riceve l’innesto fecondo delle matematiche.

Le scoperte fisiche del sec. XVII sono più abbondanti, in una volta sola, di quelle di tutti i diciassette secoli dell’êra cristiana. Si scoprono ora le leggi della caduta dei gravi e si fonda così la meccanica; si scopre la legge della compressibilità dei gas; si inventa la macchina pneumatica; si distinguono i principali fenomeni ottici e se ne costruiscono gli strumenti relativi; si fonda una quasi esatta teoria della luce. Infine, questo secolo, nel quale la storia della fisica vanta i nomi di _Galilei, Torricelli, Cartesio, Otto di Guericke, Boyle, Hoocke, Halley, Huyguens, Newton_, affronta da vicino la potenza demonica della elettricità.

Il Galilei ebbe la fortuna di poter dominare da maestro parecchi dei campi della fisica. Egli scoperse le leggi della _caduta dei gravi_, ossia del _moto dei corpi_, la cui trattazione occupa i suoi _Discorsi e dimostrazioni matematiche_ del 1578, e la parte più interessante del successivo suo famoso _Dialogo sui massimi sistemi_. Queste leggi, ciascuna regolarmente e criticamente sperimentata, correggevano, o rovesciavano, quelle aristoteliche, in cui l’antichità, il Medio Evo e l’età moderna si erano adagiate.

Esse, anzi tutto, smentivano il fondamentale principio aristotelico, in cui s’era creduto per duemila anni, che i corpi cadano con una velocità proporzionale al loro peso (§§ 8 _A_; 9 _D_), e sostituivano a questo il nuovo principio che _tutti i corpi cadono con la stessa velocità qualunque sia il loro peso_.[75] Quindi insegnavano: 1) che _i corpi tendono a conservare il moto ricevuto, e non possono modificarlo, nè in grandezza nè in direzione, senza l’azione di una causa esterna_; 2) che _il moto circolare cambia continuamente direzione, ed è quindi dovuto all’azione continua di cause esterne_; 3) che, _se un corpo cadesse nel vuoto, si muoverebbe di moto naturalmente accelerato_; 4) che _la velocità di caduta è uguale per tutti i corpi, qualunque sia il loro peso_; 5) che _la velocità di caduta è direttamente proporzionale al tempo impegnato nel cadere_. Queste leggi ebbero, come abbiamo veduto (§ 28 _C_), una grande influenza sulla astronomia da Newton in poi.

Il Galilei scoperse le leggi del _pendolo_, che sono poi un caso speciale del moto dei gravi. La principale è quella dell’_isocronismo_ (_le oscillazioni di un pendolo avvengono tutte nel medesimo tempo, quali che siano la natura e il peso dell’oggetto che oscilla_). Un’altra è questa: la durata di un’oscillazione del pendolo diviene due o tre volte maggiore, quando la lunghezza del pendolo diventa, rispettivamente, quattro e nove volte maggiore, ossia: _la durata dell’oscillazione del pendolo cresce con la radice quadrata della sua lunghezza_. Con queste leggi il Galilei gettava le fondamenta della _dinamica_, come il greco Archimede aveva fondato la _statica_.

Passando dalla meccanica alla termica (il capitolo della fisica che si occupa del calore), il Galilei fu probabilmente l’inventore, fin dal 1603, del _termometro ad aria_. Le sue scoperte nel campo dell’ottica sono notissime. Egli inventò e costruì quel _telescopio_, che tanti servizi doveva rendergli nei cieli. Ma meno noto è il fatto ch’egli inventò e fabbricò un «telescopio per vedere gli oggetti molto vicini», _ossia che fu l’inventore del microscopio_ (1614), e ch’egli, ben presentendo che la luce non si comunica istantaneamente dagli oggetti luminosi all’occhio umano, tentò — per il primo, sia pure invano — determinarne la velocità. I resultati degli studi del Galilei sui gas e sui liquidi sono ancor oggi vitali in fisica. Egli _dimostrò, sperimentalmente, col mezzo della bilancia_, che _l’aria è pesante_, mentre il sommo Tolomeo aveva, contro Aristotele, sostenuto l’opposto. Dimostrò egualmente, in via sperimentale, il diverso peso dei liquidi, e inventò la _bilancetta_, per determinare il _peso specifico_ dei corpi.

In acustica, tentò la misurazione della velocità di _propagazione del suono_.

Finalmente, il Galilei si occupò anche del magnetismo della _calamita_, e ne costrusse di sì potenti, da sostenere pesi 26 volte maggiori del proprio.

Tutta la fisica del sec. XVII può dirsi dipenda dal Galilei e non faccia che continuarne l’opera. Per altro, egli lasciava dietro di sè numerosi discepoli, una scuola di fisica sperimentale, e l’amore vivo, in Italia e fuori, per quest’ordine di ricerche. Così da noi, in Toscana, a Firenze, si fonderà, con intendimenti scientifici, l’_Accademia del Cimento_ (1657); in Inghilterra, la _Royal Society_ (1663); in Francia, per iniziativa del grande ministro di Luigi XIV, il Colbert, l’_Académie des Sciences_ (1666). Nelle pagine che seguono riassumiamo i principali resultati della scienza del tempo nei varii dominii della fisica:

1. _Termica._ — I dotti dell’_Accademia del Cimento_ perfezionarono il termometro, sì da sostituire, al _termometro ad aria, il termometro ad alcool_. I termometri fiorentini si diffusero per il mondo, e nel 1659 venne in Francia costruito il primo _termometro a mercurio_. Ciò che mancava era solo l’accordo sulla temperatura di partenza, da cui sarebbe occorso cominciare la graduazione. Inoltre gli Accademici del _Cimento_ stabilirono che la dilatazione, prodotta dal calore, nei solidi, è minore di quella prodotta nei liquidi; notarono il così detto _salto d’immersione_, che, cioè, immergendo un termometro in acqua calda (o fredda), il livello del liquido a tutta prima si abbassa (o innalza) per la dilatazione (o il restringimento) del vaso che lo contiene; notarono che l’acqua, congelandosi, aumenta di volume nel rapporto di 8 a 9 (esattamente, sappiamo oggi, di 8,3 a 9); fissarono la diversa capacità termica dei corpi, ecc. ecc.

2. _Meccanica._ — _Evangelista Torricelli_ (1608-47), il discepolo preferito del Galilei, partendo dal principio che anche i gas sono pesanti, inventava il _barometro_, ossia il noto strumento, capace di registrare la pressione atmosferica. Al termometro e al barometro presto si aggiunsero l’_igrometro_ (misuratore dell’umidità dell’aria) e il _pluviometro_; onde si poterono istituire regolari e precise osservazioni metereologiche.

La _camera barometrica_ dette mezzo di fare numerose esperienze sul _vuoto_. Interessanti furono gli studî sui _fenomeni di capillarità_, fin allora a torto creduti effetti di pressione atmosferica, e fu così ritrovata la legge che l’_elevazione dei liquidi nei tubi capillari è in ragione inversa al diametro di detti tubi_ (_legge del Jurin_).

Ma dal barometro era facile passare alla costruzione della _macchina pneumatica_. Chi vi pervenne fu uno dei più felici scienziati sperimentatori, _Ottone di Guericke_ di Magdeburgo (1602-86), l’autore della esperienza notissima del _crepavescica_ e dell’altra più famosa degli «_emisferi di Magdeburgo_», aventi per iscopo di provare la forza della pressione atmosferica.[76] Poco dopo (o contemporaneamente?) vi perveniva l’inglese _Roberto Boyle_ (1627-71). Fu allora sperimentalmente dimostrato l’errore della secolare teoria aristotelica che «la natura ha orrore del vuoto», che, cioè, il vuoto, in natura, è impossibile. Ma (ciò che fu più importante) queste esperienze sul vuoto accrebbero di parecchio le cognizioni del secolo sugli altri fenomeni fisici. Fu trovato che il suono non si propaga nel vuoto; che, per contro, le attrazioni, magnetiche ed elettriche, vi si trasmettono; che, il barometro discende man mano che si rarefà l’aria, nella quale esso è immerso; che l’acqua bolle tanto più rapidamente quanto più rarefatta è l’aria, in cui è immerso il recipiente che la contiene, ecc. ecc.

Queste ricerche sul vuoto condussero altresì alla scoperta sulla elasticità o compressibilità dell’aria che porta il nome di _legge Boyle_ o _legge Mariotte_ (come la denominano i Francesi dal fisico _Edmondo Mariotte_, 1620-84). Secondo questa legge, _i gas si contraggono in ragione diretta del peso da cui sono caricati_; ossia che _esiste una proporzionalità inversa fra il volume dei gas e la pressione a cui vengono sottoposti_.

_3. Suono e luce._ — Finalmente si potè determinare quasi esattamente la velocità del suono,[77] e si affrontò di nuovo, senza dapprima riuscirvi, il calcolo della velocità della luce. Sarà primo un danese (_Olaf Römer_) nel 1655, a poterla fissare in 311 000 km. al secondo, errando di poco per eccesso piuttosto che per difetto.[78] Ma l’operosità del Galilei nel campo dell’ottica aveva diffuso, in Italia e fuori, una vera passione per questo ramo di studii. Perciò fu possibile che si formasse in Italia una scuola eccellente di tecnici e di costruttori di lenti e di cannocchiali, e che fuori d’Italia il problema della luce venisse affrontato alle sue radici. Sono due le opinioni che, in questo secolo, si scontrano e si combattono intorno alla natura della luce. L’una espose il _Newton_ nella sua classica _Ottica_, e, sorretta dall’enorme autorità del suo formulatore, dominò quasi tutta la scienza del tempo. Secondo questa teorica, la luce si deve a _emissioni_, che fanno i corpi luminosi, di correnti di corpuscoli in tutte le direzioni: corpuscoli moventisi in linea retta, intersecandosi e rimbalzando in ogni senso, senza peso, insensibili a ogni influenza (_teoria delle emissioni_). L’altra dottrina espose _Cristiano Huyghens_ (1629-95), un olandese, in un suo _Trattato della luce_, nel quale erano profondamente studiati tutti i fenomeni ottici, propagazione, riflessione, rifrazione, e che è il più completo trattato su questa materia. Secondo l’opinione dell’Huyghens, la luce si deve a _vibrazioni longitudinali_ delle molecole dei corpi luminosi, vibrazioni interamente paragonabili a quelle determinate dal suono nell’aria o, da un grave che cade, nell’acqua (_teoria delle ondulazioni_).

Formulata precisamente in questo modo, la dottrina dell’Huyghens non era esattissima nei suoi particolari (le vibrazioni della luce non sono longitudinali, cfr. § 37 _E_); ma essa sola, che pure raccolse pochi consensi, era nel vero; l’altra del Newton risulterà, fra non molto, radicalmente sbagliata.

Il Newton studiò anche egregiamente il fenomeno della rifrazione della luce; scompose, mediante un prisma di cristallo di rocca, un raggio di luce nei suoi colori elementari, e cercò di dare una _teoria dei colori_, imaginando che la loro diversità dipenda dalla grandezza delle molecole luminose; spiegazione che, anch’essa, oggi riconosciamo inesatta (cfr. § 37 _E_).

_4. Magnetismo ed elettricità._ — Del magnetismo terrestre si occupò il grande astronomo _Edmondo Halley_ (1658-1742), e fin dal 1683, in seguito a uno studio sulla _declinazione magnetica_, tornò all’idea, che era stata del Gilbert (§ 22): che la Terra sia un grande magnete, e vi assegnò quattro poli magnetici. Questa ipotesi dei quattro poli è oggi abbandonata. Ma un viaggio dell’Halley negli Oceani Atlantico e Pacifico, allo scopo di verificare la sua dottrina, gli permise di costruire la prima grande carta terrestre di _declinazione_, nella quale sono riuniti con linee continue i punti di eguali _declinazioni_. Più tardi egli stesso collegò acutamente al magnetismo terrestre il fenomeno delle aurore boreali.

In questo stesso secolo si studiano più a fondo anche i fenomeni elettrici: sono _Ottone di Guericke_, il _Boyle_ e poi _Francesco Hawksbee_ ad occuparsene. Il Boyle, in un importantissimo esperimento, mostrò che l’azione elettrica si esercita, come la luce, attraverso il vuoto. L’Hawksbee ebbe per il primo l’intuizione di una dottrina, che sarà propria del sec. XIX: la luce essere di natura identica alla elettricità (cfr. § 37 _E_). Anche il _Newton_ discorre di elettricità e di forze elettriche, che egli definisce «forse» come «il resultato di un principio etereo (?) messo in moto dalla vibrazione delle particelle dei corpi elettrizzati». Ma, non ostante i grandi nomi di tali scienziati, la gloria dell’elettricità sfuggì al sec. XVII.

Singolare e degno di nota è il fatto che questa età, così carica di scienze, torna a porsi, come gli antichissimi greci, il problema più alto e più arduo: quello della costituzione della materia. E vi giunge, non, come farà il sec. XIX (cfr. § 38 _A_ e _B_), attraverso la fisica e la chimica, ma esclusivamente attraverso quello della fisica. Fu _Roberto Hooke_ (1635-1703) a discorrerne in una _Lettera_ del 1662 al Boyle, ed egli dichiarò di opinare (con Democrito ed Epicuro) che le particelle dei corpi siano in continuo movimento e costrette a mutar direzione per l’urto con altre particelle o con altri corpi...

Era in fondo un resuscitare la teoria atomica, dopo secoli di oblio.

30. =Fisica: Il sec. XVIII.= — Il secolo XVIII non ha, per tre quarti del suo corso, nomi di fisici, che si possano paragonare ai grandi dell’età che immediatamente lo aveva preceduto. Ma fu tutto un secolo di somma operosità, di raccoglimento, di progressi modesti e costanti, che tanto giovarono a consolidare le audaci conquiste del sec. XVII e a preparare la gloria del sec. XIX.

Si penetra a fondo la costituzione dell’aria, anzi, si riesce a dominare tutti i gas e i loro fenomeni. I fatti dipendenti dal calore (fusione, volatilizzazione, liquefazione) sono studiati minutamente e determinati quantitativamente. Si misura la compressibilità dei liquidi, che l’_Accademia del Cimento_ aveva negata. Progrediscono le ricerche di acustica e di meccanica; e, se la grande autorità del Newton incombe tuttavia sui progressi dell’ottica, in compenso, grazie ai newtoniani, piglia largo campo la fisico-matematica, ossia l’applicazione della matematica alla fisica.

Come facemmo per l’età precedente, illustriamo anche questa volta i principali resultati del sec. XVIII in fisica.

_A_). _Scoperte varie._ — Fra gli studiosi maggiori dei fenomeni relativi al calore, ci furono, in questo secolo, _Daniele Fahrenheit_[79] (1690-1740), inventore del termometro, che porta il suo nome. Nel suo primo strumento, ch’era ad alcool, il punto 96° corrispondeva _alla temperatura_ del corpo umano sotto l’ascella, e lo _zero_, alla temperatura di un miscuglio di ghiaccio, acqua e sale ammoniaco. Più tardi, allorchè egli cominciò a sostituire il mercurio all’alcool, fissò al 32° la temperatura del ghiaccio in fusione (lo 0° del _termometro centigrado_) e, al 212°, quella dell’acqua in ebollizione (il 100° del _centigrado_).

Il _termometro centigrado_, che noi oggi usiamo più di consueto, fu introdotto dagli scienziati svedesi _Andrea Celsius_ (1701-44) e _Märten Strömer_. _Giuseppe Black_ (1728-99) e, sopra tutti, i grandi francesi _Antonio Lorenzo Lavoisier_ e l’astronomo _Laplace_ studiarono la dilatabilità dei metalli; studiarono e determinarono la quantità di calore sviluppata nella combustione del carbonio e dell’idrogeno, e, quindi, il fenomeno della respirazione animale.

Indagarono nei fenomeni luminosi l’astronomo _G. Bradley_ (cfr. § 28 _D_) (scopritore dell’_aberrazione della luce_), e i due _Giovanni Bernouilli_ (padre e figlio), che cercarono di spiegare i modi di propagazione della luce dal sole e dalle stelle, fino a noi, adoperando l’ipotesi dell’etere, che prevarrà nel sec. XIX (cfr. § 37 _F_). Il grande matematico _Leonardo Euler_ (1707-83) rivendicò, solo contro la folla dei newtoniani, la _teoria ondulatoria_ della luce dell’Huyguens, e per primo, esattamente, spiegò le diversità dei colori con la diversa durata delle vibrazioni.

Studiarono la compressibilità dei gas _Daniele Bernouilli_ (1700-1782), uno dei maggiori fisici dell’epoca. E finalmente, fatto caratteristico, un frate, professore di astronomia a Bologna, l’ab. _G. B. Guglielmini_, verificò per primo, lasciando cadere un corpo dalla torre degli Asinelli a Bologna, la deviazione verso oriente dei corpi cadenti, quale conseguenza del moto della Terra, comprovando così, in modo ineccepibile, la scomunicata teoria copernicana!

Ma su due punti della fisica del sec. XVIII è necessario indugiare in modo speciale: 1) la macchina a vapore che suscitò la grande industria e rese possibile il grande commercio moderno; 2) le nuove scoperte sul terreno della elettricità, le quali saranno capaci di non minori e incalcolabili resultati.

_B_). _La macchina a vapore._ — La macchina a vapore, come quasi tutte le scoperte dell’età moderna, era anch’essa nota alla scienza greca. Il fisico alessandrino Erone ne aveva costruita una, ch’egli aveva denominata _eolipila_ (§ 9 _F_). Ma non vi erano seguite applicazioni pratiche. _Eolipile_ furono costruite anche nella Rinascenza, anzi pare che i minatori di Boemia si servissero di una macchina a vapore per estrarre dal sottosuolo il minerale greggio. Neanche _Dionigi Papin_ (1647-1713), al cui nome la macchina a vapore suole collegarsi, riuscì, attraverso i suoi numerosi tentativi, a costruirne una soddisfacente. Egli — infelicissimo — rimase sempre qualche pollice al di qua della gloriosa scoperta, di cui pure aveva intravisto gli elementi fondamentali.

La macchina a vapore moderna è il portato diretto delle esigenze dello sviluppo industriale, nella Inghilterra nel sec. XVIII, e si connette a questo grande fenomeno di storia economica, più che ad alcuna astratta speculazione scientifica. Fu primo _Tomaso Savery_, capitano di marina e meccanico abilissimo, a trarre ispirazione dai tentativi di Papin per costruire una macchina a vapore, capace di trar fuori dalle miniere inglesi l’acqua, che vi rendeva pressochè impossibile l’estrazione del carbon fossile (1699). Cotale macchina fu perfezionata da due artigiani dei dintorni di Darmouth, _Tomaso Newcomen_ e _Giov. Cawley_; poi, da un fanciullo, addetto appunto a una macchina-vapore di una miniera — _Enrico Potter_ (1713) —, il quale riescì a rendere automatico il movimento dei suoi rubinetti. Si perviene così al periodo glorioso dello splendore e della diffusione della macchina a vapore, a cui dette il suo nome _Giacomo Watt_[80] (1736-1819). Il Watt vi aggiunse dapprima un condensatore del vapore, separato dal cilindro (_condensatore isolato_); poi trasformò radicalmente i principii, su cui la macchina fin allora poggiava; da ultimo costruì la _macchina a doppio effetto_ e trasformò il movimento rettilineo in movimento circolare, capace di far girare una ruota, che a sua volta trasmettesse il movimento a organi speciali.

Solo allora la macchina a vapore entrò in ogni genere di lavori industriali, in Inghilterra e nel continente, moltiplicando la produzione e alleviando la fatica umana.[81]

Mentre Watt, in Inghilterra, rendeva praticamente utile la macchina a vapore, in America, negli Stati Uniti, dove del pari nasceva l’industria moderna, _Oliviero Evans_ costruiva (1780) la macchina a vapore _ad alta pressione_, nella quale, cioè, il vapore era riscaldato ad oltre 100 gradi, per cui la sua forza di espansione si moltiplicava in proporzione geometrica. Nello stesso periodo di tempo la macchina a vapore veniva adoperata per la navigazione fluviale. I primi tentativi furon fatti, in Francia, sul Doubs e sulla Senna. Furono anche fatte le prime prove di locomozione terrestre a vapore con rozze automobili e con piccole locomotive su binarii, e, meglio ancora, con vere e proprie _funicolari_, la cui motrice a vapore era fissa, e sul suo albero si arrotolava il cavo che trascinava i vagoncini.

Così nasceva la macchina a vapore, che dominerà, e informerà del suo spirito, tutto il secolo XIX.

_C_). _Elettricità._ — Le prime macchine elettriche con disco di vetro, quali le adoperiamo oggi, furono fabbricate nella seconda metà del sec. XVIII. Nello stesso tempo fu scoperta la _bottiglia di Leyda_, che venne dapprima usata a scopo medico, e costò la vita a taluno di coloro che primi l’adoperarono.[82] Poco dopo, nel 1737, _Beniamino Franklin_ (1706-90), nativo di Boston, ossia di quelle colonie inglesi d’America, ove la coltura e l’industria cominciavano a svilupparsi, avanzava l’ipotesi che il fulmine non fosse uno scoppio di gas esplodenti (come si credeva), ma vero fluido elettrico, e che quindi dovesse essere attratto dai corpi acuminati, come il fluido elettrico nelle bottiglie di Leyda. Movendo da questa ipotesi, che egli non sapeva essere già stata avanzata da altri fisici europei, il Franklin pervenne alla scoperta del _parafulmine_ (1753). La invenzione fu introdotta dapprima in America, poi in Europa e, in Italia, in Piemonte, da _G. B. Beccaria_, professore di fisica a Torino, tra il 1748 e il 1772.

Tuttavia, a parte questa scoperta, le teorie elettriche del Franklin debbono giudicarsi assai grossolane: fra l’altro, egli imaginava (del resto come tutti i suoi contemporanei) che l’elettricità fosse _materia_ esistente in tutti i corpi. Se questi ne contenessero più della misura normale, l’elettricità era _positiva_; se no, _negativa_.

Il citato Beccaria si occupò anch’egli, pressochè esclusivamente, di elettricità, e studiò le azioni chimiche, prodotte dall’elettricità, scaricata dalla bottiglia di Leyda, l’elettricità atmosferica, e dall’osservazione di fenomeni luminosi, accompagnanti il passaggio delle correnti elettriche nel vuoto, ribadì il concetto di Halley che l’aurora boreale fosse effetto di scariche elettriche nelle regioni più elevate dell’atmosfera.