Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)
Part 9
Le truppe pontificie erano finalmente giunte a Firenze sotto il comando di Luigi, medico del papa, ch'egli aveva nominato patriarca d'Aquilea, e generale d'armata. Era composta di tre mila corazzieri e di cinquecento pedoni. L'armata fiorentina, portata a tale epoca ad otto in nove mila cavalli, era ben tale da tenere testa a quella del Piccinino; ma la signoria non voleva niente avventurare, tanto più ch'era informata dei vantaggi ottenuti dallo Sforza in Lombardia. Aveva perciò scritto al suo generale Giovan Pagolo Orsini di non venire a battaglia, aspettando che il Piccinino si ritirasse spontaneamente. Le stesse ragioni consigliavano il Piccinino a cercare l'occasione di dare una battaglia, perchè, costretto ad abbandonare la Toscana, sperava almeno con una vittoria di salvare il conte di Poppi e gli altri che avevano spiegate le sue insegne. Sapeva che l'armata fiorentina trovavasi ad Anghiari, grossa terra lontana quattro miglia da Borgo san Sepolcro, alle falde delle montagne che separano la valle del Tevere da val di Chiana, ed in un piano ove poteva spiegare la cavalleria. Partì da Borgo per attaccarla, seco strascinando due mila abitanti di questa città, che speravano di approfittare del saccheggio che terrebbe dietro alla vittoria. Tanta era la negligenza della militare disciplina, che i Fiorentini non avevano avanti alle loro armate nè scolte nè posti avanzati; e pure di que' tempi richiedevasi assai maggior tempo che non al presente, per far vestire ai cavalieri le pesanti loro armature, per sellare i cavalli e disporli alla pugna. Era il giorno 29 giugno del 1440, e gli uomini d'armi oppressi dal caldo eransi qua e là dispersi a qualche distanza per cercare luoghi ombrosi e freschi. Michele Attendolo, parente del conte Sforza, ed uno de' migliori condottieri che avessero i Fiorentini, osservò il primo a due miglia di distanza la polvere sollevata dalla cavalleria nemica; onde chiamando alle armi i suoi commilitoni, ebbe appena agio d'occupare colle sue truppe il ponte che trovasi avanti ad Anghiari, e dar tempo in tal modo al rimanente dell'armata di adunarsi e di prendere le armi. Quando gli altri corpi l'ebbero raggiunto, Micheletto rimase nel centro, il legato della Chiesa alla diritta, e Giovan Pagolo Orsini coi commissarj fiorentini dall'altro lato. L'Orsini aveva in prevenzione avuto cura di far empire tutti i fossi tra il ponte d'Anghiari sul Tevere e la Borgata, di atterrare tutti gli ostacoli, e di formare una spianata che permetteva ai diversi corpi dell'armata di muoversi senza stento. Al di là del ponte la strada per la quale s'avvicinava il Piccinino era fiancheggiata da profonde fosse, ed ogni campo aveva un riparo difficile a superarsi. I corazzieri milanesi non potevano avvicinare il nemico che per il ponte, e l'infanteria fiorentina custodiva sola le rive del fiume per vietare agli assalitori di guadarlo. I primi squadroni milanesi che passarono il ponte vennero vigorosamente respinti da Micheletto Attendolo; ma questi essendo stati rimpiazzati da Astorre Manfredi e da Francesco Piccinino col fiore della armata, Micheletto venne scacciato dal ponte, e respinto fino alla salita d'Anghiari. Frattanto i Milanesi, che avevano passato il ponte, trovavansi scoperti da ambo i lati, ed i Fiorentini, in piena facoltà di agire sopra di loro, gli opprimevano con truppe fresche e più numerose. Manfredi e Francesco Piccinino vennero dunque bentosto respinti verso il ponte sul quale si tennero fermi. Per lo spazio di due ore il ponte fu tra le due armate vivissimamente contrastato. I Milanesi lo attraversarono più volte, ma sempre erano respinti tostocchè giugnevano sul piano posto dall'altra banda. Finalmente i Fiorentini lo attraversarono ancor essi, e trovandosi in allora coperti dai due fossi che avevano ai fianchi, rovesciarono coloro che loro fuggivano innanzi, divisero le due ali che non poterono nè riunirsi, nè agire contro di loro, e che pel loro retrogrado movimento si posero in confusione. Bentosto l'intera armata fu rotta, ed un immenso bottino di prigionieri, di armi, di cavalli, cadde in potere del vincitore. Di ventisei capi squadra, che contava la nemica armata, ventidue furono fatti prigionieri con circa quattrocento ufficiali, mille cinquecento quaranta uomini in istato di pagare la taglia, e tre mila cavalli. Ma in queste armate mercenarie, nelle quali i soldati dei due campi, risguardandosi come commilitoni, non volevano nuocersi, i vincitori cercavano a tutto loro potere di far fuggire i vinti. Neri Capponi, commissario de' Fiorentini presso l'armata, volle far tradurre i prigionieri al borgo d'Anghiari, ma invece di ventidue, più non trovò che sei capi squadra. La seguente mattina volle inseguire il Piccinino, che con mille cinquecento cavalli mal in ordine erasi chiuso in Borgo san Sepolcro, ove non aveva alcun mezzo di difendersi; ma di tutti i condottieri e capitani il solo Giovan Pagolo Orsini era pronto a seguirlo. Tutti gli altri, occupati trovandosi nella divisione della preda che avevano fatta, pretestavano le sostenute fatiche, o le ferite dei cavalli. Essi consumarono tutta la mattina in contese col commissario, ed a mezzogiorno si allontanarono quasi tutti per porre in sicuro la fatta preda in Arezzo, di dove non tornarono che la sera al campo[146].
[146] Leonardo Aretino, ch'era a quest'epoca uno de' decemviri della guerra in Firenze, termina il suo commentario della storia de' suoi tempi colla battaglia d'Anghiari, _t. XIX, p. 942_. Morì quattro anni dopo, il 9 marzo del 1444, in età di 75 anni. La sua storia fiorentina è più celebre che il commentario; ma questo accoppia alla stessa eleganza di linguaggio il merito di una ingenuità di sentimenti, raro assai presso gli storici latini del mezzo tempo. Intorno alla battaglia d'Anghiari veggansi inoltre, _Commentarj di Neri di Gino Capponi, p. 1195. — Niccolò Machiavelli, l. V, p. 170. — Scip. Ammirato, l. XXI, p. 28. — J. Simonetae, l. V, p. 292. — Poggio Bracciolini, l. VIII, p. 413._
Questa grande battaglia, nella quale è così palese l'indisciplina e la cupidigia delle armate di condottieri, i quali ruinavano gli stati per cui guerreggiavano, non permettendo loro di approfittare dei loro vantaggi, è diventala celebre per una circostanza, che se fosse meglio avverata, darebbe ancora maggior peso alla singolarità di questo quadro. Assicura il Machiavelli che in questa lunga mischia, che si prolungò le ultime quattro ore del giorno, non vi fu che un solo uomo ucciso; e questi ancora non in conseguenza di una nobile ferita, ma per essere caduto da cavallo e calpestato dai combattenti. «Tale era, egli soggiugne, la sicurezza colla quale allora si battevano: i soldati durante la battaglia erano coperti d'impenetrabile armatura, e quando s'arrendevano non erano mai uccisi; di modo che sotto la doppia salvaguardia della loro armatura e del diritto della guerra, non potevano perire nella zuffa, nè dopo[147].» Pare per altro che il Machiavelli esagerasse alquanto questa sicurezza de' combattenti, per fare maggiore impressione sui leggitori. Dietro il Biordo, segretario apostolico, contaronsi nell'armata del Piccinino sessanta morti e quattrocento feriti; e stando al Poggio, soltanto quaranta morti: in quella de' Fiorentini, dicono essi, trovaronsi duecento feriti, dieci de' quali morirono in conseguenza delle loro ferite[148]. Gli altri storici contemporanei, parlando di questa battaglia, nulla dicono de' morti o de' feriti[149].
[147] _Niccolò Machiavelli, l. V, p. 171._
[148] _Scip. Ammirato, l. XXI, p. 28. — Poggio Bracciolini, l. VIII, p. 414._
[149] _Ist. di Giovanni Cambi, deliz. degli Erud., t. XX, p. 230. — Cronica di Lion. Morelli, t. XIX, p. 171._
Il Piccinino, abbastanza fortunato di non essere inseguito a Borgo san Sepolcro, ove non avrebbe potuto schivare d'essere fatto prigioniero, ne sortì all'indomani della battaglia, ed i Fiorentini vi entrarono il giorno dopo. Questi, invece d'accettare la sovranità di Borgo che voleva porsi sotto la repubblica, restituirono la città alla Chiesa, facendosi soltanto garanti de' privilegi accordatile nella sua capitolazione. Frattanto le domande degli abitanti di Borgo risvegliarono qualche diffidenza tra il generale della Chiesa e quello della repubblica; essi si divisero; il patriarca con metà dell'armata corse lo stato ecclesiastico per ristabilirvi l'autorità del papa, mentre Neri Capponi coll'altra metà entrò nel Casentino, riprese i castelli ribellati, e cacciò da' suoi feudi il conte di Poppi. Fu questi l'ultimo dei discendenti del conte Guido, che avesse sovranità in Toscana. Gli fu accordato di ritirarsi dal Casentino colla moglie, coi figli e con trenta muli carichi; ma il piccolo suo principato, che comprendeva diverse fertili valli e molte fortezze presso alle sorgenti dell'Arno, e che aveva ubbidito cinquecento anni alla di lui famiglia fino dai tempi del grande Ottone, passò a perpetuità sotto il dominio della repubblica fiorentina[150]. Dal canto suo Rinaldo degli Albizzi abbandonò per sempre la Toscana, ed andò a soggiornare in Ancona, di dove fece un pellegrinaggio in terra santa. Dopo il ritorno, mentre festeggiava le nozze d'una sua figliuola, morì improvvisamente a tavola; felice, dice il Machiavelli, di avere lasciata la vita nel meno infelice giorno del suo esilio[151]!
[150] _Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1196. — Cacciata del conte di Poppi dello stesso, p. 1217. — Poggio Bracciolini, l. VIII, p. 414. — Ann. Bonincontrii, t. XXI, p. 150._
[151] _Machiavelli Istor. Fior., l. V, 173._
Mentre ciò accadeva in Toscana, lo Sforza apparecchiava la sua armata per soccorrere Brescia, tostocchè le strade della montagna sarebbero praticabili senza per altro trascurare i mezzi d'aprirsi altresì la strada della pianura o quella del lago. I Veneziani con lui d'accordo avevano fatte trasportare nuove galere sul lago di Garda sotto il comando del provveditore Contarini, e lo Sforza aveva mandato su questa piccola flotta Pietro Brunoro, uno de' suoi migliori luogotenenti. Il Contarini ruppe il 10 aprile la flotta milanese comandata da Taliano Furlano, prese tre galere e molte barche, e costrinse il rimanente della flotta nemica a chiudersi in Salò; assediò in appresso i castelli di Riva e di Garda, che si resero il 29 di maggio, e ch'egli trattò con grandissima crudeltà; ristabilì la comunicazione tra le due rive del lago, fece ricapitare abbondanti approvvigionamenti a Brescia e forzò le bande milanesi, disperse tra questa città e Salò, a ritirarsi[152]. Queste vittorie e l'assenza del Piccinino avendo scoraggiata l'armata, che sotto gli ordini del Gonzaga difendeva il passaggio del Mincio, e che poteva temere di essere presa alle spalle, lo Sforza tentò d'aprirsi, per passare a Brescia, la strada diretta, che fin allora gli era stata chiusa. Il 3 di giugno gettò un ponte di battelli sul Mincio, e lo passò con tutto il suo esercito forte di circa venti mila uomini, senza che gli si opponesse il Gonzaga, il quale si tenne chiuso in Mantova. Taliano Furlano e Luigi del Verme, i due generali del Visconti, andavano intanto evacuando il territorio di Brescia, ritirandosi innanzi allo Sforza, finchè si stabilirono in riva all'Oglio, tra Soncino ed Orci, per conservarsi padroni del ponte che serviva di comunicazione a questi due castelli. Taliano lo copriva con una parte della sua cavalleria, ma lo Sforza risolse di forzarlo per occupare Orci, la sola fortezza che restasse ai Milanesi sulla sinistra dell'Oglio. Non entrò dunque in Brescia, ove la sua assistenza più non era necessaria, ma, giunto il 14 di giugno presso all'Oglio, ordinò a Sarpellione, uno de' suoi luogotenenti, di attaccar Taliano Furlano, e di ritirarsi dopo i primi colpi per allontanare il nemico dal fiume. In fatti i Milanesi lo inseguirono, ed avanzatisi incautamente in mezzo a forze superiori furono così vivamente caricati, che più difendere non poterono nè il ponte, nè il castello d'Orci. Lo Sforza passò l'Oglio con tutta l'armata, piombò addosso ai Milanesi presso a Soncino, li ruppe e loro tolse tutti gli equipaggi con quasi mille cinquecento cavalli. Il figlio naturale del marchese di Ferrara, Borso d'Este, quello zelante protettore delle arti e delle lettere, che portò il primo il titolo di duca di Ferrara, fece le prime prove in questa battaglia, nella quale perdette quasi tutta la sua cavalleria. Mentre Niccolò d'Este, suo padre, era attaccato al partito delle due repubbliche, Borso aveva condotti mille cavalli all'armata del duca di Milano; o perchè avido di gloria aspirasse ad avere un comando indipendente, o perchè la politica di suo padre portasse di tenersi amiche le due parti per non essere vittima di quella che restasse soccombente[153].
[152] _Cristoforo da Soldo Istor. Bresciana, p. 820, 821. — M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 177. — Jo. Simonetae, l. V, p. 289. — Platina Hist. Mantuana, l. VI, p. 834._
[153] _Jo. Simonetae, l. V, p. 290. — M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 178. — Ann. Estens. Joan. Ferrariensis, t. XX, p. 459. — Crist. da Soldo Ist. Bresciana, p. 822._
La vittoria di Soncino, meno brillante di quella d'Anghiari, ebbe migliori risultamenti pel vincitore: tutto il territorio di Bergamo venne evacuato dall'armata milanese, come poco prima era stato abbandonato quello di Brescia. Tutti i castelli, che vi aveva il Visconti, furono presi colla forza, o capitolarono; ed i Veneziani, in cambio d'avere la guerra in casa loro, la poterono portare nel territorio de' loro nemici. Lo Sforza fece alcune scorrerie nel Cremonese e nel Cremasco. Filippo Maria, ridotto a difendere i proprj stati, richiamò il Piccinino, dando il comando di Crema a Luigi di san Severino, e quello di Cremona a Borso d'Este[154].
[154] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 291._
Il Piccinino aveva press'a poco raccolti in Romagna tutti i prigionieri di Anghiari, che i loro vincitori avevano posti in libertà, dopo averli spogliati; di modo che la sua disfatta non aveva cagionato al padrone che una perdita di danaro. Di già egli si avanzava verso la Lombardia, onde lo Sforza rinunciò al progetto di portare la guerra sulla destra dell'Adda. Tornò quindi a dietro per attaccare il marchese di Mantova, e punirlo dell'assistenza data al duca di Milano. Gli prese, dopo trenta giorni d'assedio, la fortezza di Peschiera che altra volta apparteneva ai Veneziani, e ch'era per loro importantissima, essendo la porta di comunicazione tra Verona e Brescia. Mentre stava occupato nello stato di Mantova, il marchese Niccolò d'Este venne al suo campo per parte del duca di Milano, portando proposizioni di pace. Il marchese d'Este erasi reso sospetto ai Veneziani dopo la _defezione_ del figliuolo; egli conosceva il pericolo della sua posizione, ed ardentemente desiderava una pacificazione, che in altre occasioni aveva maneggiata con felice esito. Rappresentò al conte che doveva guardarsi pel proprio vantaggio dal ruinare affatto il duca di Milano, poichè un condottiere non aveva meno bisogno de' suoi nemici che degli amici per mantenere la propria importanza. Gli fece sperare di condurre in breve a fine il suo matrimonio con Bianca Visconti, e per persuaderlo che questa volta almeno l'offerta veniva fatta di buona fede, gli disse che Bianca era di già arrivata a Ferrara, e gli promise che sarebbe a lui consegnata appena conchiuso il trattato[155].
[155] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 293._
Francesco Sforza si fece premura di dar parte di tutte queste proposizioni a Pasquale Malipieri, provveditore veneziano, incaricato di osservare la sua armata. Rispose in appresso lo Sforza, che i Veneziani ed i Fiorentini domandavano essi medesimi la pace, e ch'erano disposti a sottoscriverla ad onorate condizioni; ma che per conto suo, egli non abbandonerebbe il comando dell'armata fino alla conchiusione della pace, e che in allora soltanto prenderebbe consiglio dai suoi amici intorno al parentado che gli veniva proposto. La pubblica voce spargeva nello stesso tempo dei trattati di affatto diversa natura tra il duca ed il marchese d'Este; dicevasi che Bianca Visconti era stata mandata a Ferrara, per essere destinata sposa di Lionello, figlio ed erede del marchese. Le proteste di questi non ispiravano veruna confidenza allo Sforza, regnando la più insigne malvagia fede in tutte le negoziazioni, tanto che i giuramenti, spogliati di ogni credenza, più non erano nemmeno un mezzo d'ingannare. La sospettosa repubblica di Venezia osservava tutti i passi del suo generale con una inquieta diffidenza: l'esempio del Carmagnola faceva sentire ciò che dovevasi da lei temere, e lo Sforza aveva ragione di temere di essere tradito, dal suo governo, dal suo nemico, e dal mediatore che negoziava tra di loro. Egli volle lasciare a questi negoziati il tempo di maturare, ed invece d'intraprendere qualche importante spedizione, si limitò ad assediare diversi castelli, che il signore di Mantova aveva presi nel Veronese; dopo di averli sottomessi ai Veneziani ricondusse le sue truppe ne' quartieri d'inverno[156].
[156] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 296. — M. A. Sabellico, dec. III, l. V, p. 179._
I soldati di Francesco Sforza si riposavano in Verona dopo le sostenute fatiche, quelli del duca di Milano a Cremona, quelli de' Fiorentini in Toscana, e quelli del papa in Romagna. Il patriarca d'Aquilea aveva dopo la battaglia d'Anghiari cercato di riprendere Forlì e Bologna, ma era stato respinto da Francesco Piccinino, che comandava a nome di suo padre in quelle due città. Si era in appresso proposto di richiamare all'ubbidienza della Chiesa Ostasio III da Polenta, che tre anni prima era stato costretto a ricevere guarnigione milanese nella sua capitale. Ma la signoria di Venezia, sebbene alleata del papa, era al tutto determinata di non lasciar tornare sotto il dominio della santa sede la città di Ravenna, che per la sua posizione riusciva a Venezia troppo vantaggiosa, e sulla quale aveva di già esercitati i diritti di protezione. Invitò dunque Ostasio a venire a rinnovare l'antica sua alleanza colla repubblica; questo principe andò a Venezia, e seco condusse, malgrado i suggerimenti del marchese d'Este, la consorte ed i figli. L'ambizioso e perfido consiglio dei dieci non resistette alla tentazione di spogliare una famiglia che trovavasi tutta intiera nelle sue mani. Eccitò in Ravenna alcuni sediziosi, che presero le armi il 14 di febbrajo del 1441, ed aprirono le porte ai Veneziani, chiedendo loro giustizia contro la tirannide del loro principe. In fatti Ostasio III aveva dato motivo al giusto risentimento de' suoi sudditi; il consiglio si arrogò il diritto di giudicarne, e lo mandò a Candia colla sua famiglia, ove lo ritenne in esilio fino alla morte. Così la casa da Polenta, che dal 1275 aveva regnato a Ravenna per lo spazio di cento sessanta sei anni, si vide spogliata della sua sovranità nel tempo medesimo che si spense il suo ramo primogenito[157].
[157] _Diario Ferrarese, t. XXIV, p. 191. — Machiavelli Istor. Fior., l. V, p. 182. — Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1107. — Hier. Rubei Hist. Ravennat., l. VII, p. 633. In Burmanni Thesauro, t. VII, p. 1._
La repubblica mostrossi più generosa verso Francesco Sforza, e verso Francesco Barbaro, provveditore di Brescia, ch'ella accolse in Venezia con infiniti onori. Invitò l'ultimo, con cento de' gentiluomini che avevano più degli altri contribuito alla difesa di quella città, a venire a ricevere i pubblici ringraziamenti. Furono presentati alla signoria; il doge gli abbracciò colle lagrime agli occhi, ed esortò i sudditi dello stato ad imitarne la fedeltà, chiedendo ai Veneziani di conservarne eterna memoria. Questi gentiluomini bresciani e la loro posterità vennero dichiarati esenti da ogni tassa, e fu rilasciata a favore del comune un'entrata di venti mila ducati, che il fisco ricavava dai mulini, per ricompensarlo di tanti sagrificj[158].
[158] _M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 180._
Mentre che in Venezia non si pensava che a feste ed a godimenti in onore dello Sforza e di Barbaro, seppesi con sorpresa che il Piccinino aveva passata l'Adda e l'Oglio il 13 febbrajo del 1441 con otto mila cavalli e tre mila fanti, e che a Chiari, nello stato di Brescia, aveva sorpreso due mila cavalli dello Sforza[159]. Nello stesso tempo i suoi soldati divulgavano la voce, che il senato di Venezia, avendo concepito contro lo Sforza que' sospetti ch'erano stati cagione della perdita del Carmagnola dieci anni prima, l'aveva in egual modo allettato a recarsi a Venezia, e fattagli subire la medesima sorte. Tutta l'armata dello Sforza era in sul punto di sbandarsi a cagione di questa notizia, e questo generale dovette affrettarsi di farsi vedere ai suoi soldati ed ai suoi amici per ismentire le voci sparse ad arte dai nemici[160]: ma non arrivò a tempo per impedire l'allontanamento di Sarpellione, uno de' suoi migliori ufficiali, ch'egli aveva sollevato dalla più abbietta condizione, e il quale, sedotto dal Piccinino, passò ai servigi di Filippo Maria con tre cento cavalli[161].
[159] _Poggio Bracciolini, l. VIII, p. 416._
[160] _M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 180. — Poggio Bracciolini, l. VIII, p. 416._
[161] _Jo. Simonetae Hist. Francisci Sfortiae, l. V, p. 249._
Il Piccinino ritirossi all'avvicinarsi dello Sforza, siccome colui che non voleva intraprendere una campagna d'inverno, e rientrò dal canto suo ne' proprj quartieri. Lo Sforza rese armi e cavalli ai corazzieri che tutto avevano perduto a Chiari, richiamò i soldati che aveva lasciati in Toscana, persuase la signoria a rimpiazzare Gattamelata, prendendo al suo soldo Michele Attendolo suo parente; ma intanto i promessi sussidj non venendogli esattamente pagati, non potè entrare in campagna che il primo di giugno, dopo il Piccinino che aveva di già invaso lo stato di Brescia.
Le due armate si scontrarono il 25 di giugno presso Cignano: lo Sforza attaccò il suo nemico senza riportarne vantaggio e si ritirò senz'essere inseguito[162]. In appresso, ingannando il Piccinino, passò l'Oglio a Pontoglio, ed andò ad assediare Martinengo che impediva la comunicazione tra Brescia e Bergamo. Il suo nemico, che non aveva saputo vietargli il passaggio del fiume, fu ben tosto soddisfatto d'averlo lasciato tanto avanzare; perchè, mentre egli aveva fatto entrare nel castello Giacomo Gaivano con mille corazze, che bastavano per rendere vani tutti gli attacchi dello Sforza, venne a porsi egli medesimo alla distanza di un miglio dal campo degli assedianti in una tale posizione, che rendeva loro quasi impossibile la ritirata, intercettando le vittovaglie, molestando i _foraggeri_, e non lasciando loro la libertà di tentare un assalto sopra Martinengo, perchè in tempo dell'attacco avrebbe potuto prenderli alle spalle[163]. La posizione dello Sforza rendevasi ogni giorno più difficile, ed era omai più di un mese che la sua armata stava sotto Martinengo. Aveva nel suo campo trenta mila persone; la sua numerosa cavalleria aveva consumati tutti i foraggi del vicinato; egli era costretto di mandare a cercarne a dieci miglia di distanza, e sebbene desse sempre grosse scorte ai _foraggeri_, perdeva sempre la metà de' convogli. I viveri andavano diminuendo, mentre mantenevansi abbondantissimi ed a basso prezzo nel campo del Piccinino. I suoi soldati non passavano un solo giorno, una sola notte, senz'essere inquietati da falsi rumori, senz'essere risvegliati da improvviso attacco. Tale era lo svantaggio grandissimo di quelle armate di pesante cavalleria, cui era affidata la somma delle guerre, che mai non potevasi forzare il nemico a venire a battaglia, perchè il più piccolo trinceramento bastava a fermare i corazzieri. Lo Sforza, per uscire dalle strette in cui era caduto avrebbe avuto bisogno d'attaccare il Piccinino nel suo campo; ma così forte era la di lui posizione, avuto riguardo ai mezzi d'attacco della cavalleria, che sarebbe stata cosa insensata il tentarlo[164].