Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)

Part 8

Chapter 83,139 wordsPublic domain

Appena sapevasi nell'armata dello Sforza che il generale nemico più chiuso non era nel castello di Tenna, quando s'intese con sorpresa, che dopo di avere raggiunto il Gonzaga a Peschiera, erano partiti assieme per dare la scalata a Verona. Si dice che un soldato tedesco avesse loro indicati i mezzi d'eseguirla con sicurezza. Nella notte del 16 di novembre si appoggiarono le scale contro il muro del piccolo ricinto detto borgo di santo Zeno: le truppe milanesi, di cui le prime squadre erano condotte da Luigi del Verme, genero del Carmagnola, erano di già padrone della città, prima che la guarnigione pensasse a difendersi. I governatori veneziani ritiraronsi colla guarnigione nella fortezza di san Felice ed in quella della porta di Braida; la città s'arrese senza fare resistenza, ed il marchese Gonzaga, cui era stata promessa in piena sovranità, la preservò dal saccheggio. I soli equipaggi dell'armata dello Sforza vennero divisi tra i vincitori[125].

[125] Avvi qualche incertezza intorno al preciso giorno della presa di Verona. Gli Annali di Piacenza dicono il 16, _t. XX, R. I., p. 876_; la Cronaca di Bologna il 18 alle quattro ore della notte, _t. XVIII, p. 663. — Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 282. — Platina Hist. Mant., l. VI, p. 881. — Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 144. — M. A. Sabellico, dec. III, l. IV, f. 173. — Cristof. da Soldo Ist. Bresc., p. 815._

La sera medesima della presa di Verona ne fu data notizia allo Sforza, che stringeva l'assedio di Tenna, e che di già aveva approfittato della vittoria per mandare a Brescia vittovaglie ed alcuni soldati. Alla rapidità del suo nemico risolse d'opporre un'eguale prontezza; partì all'istante, sperando tuttavia che il Piccinino, sebbene padrone di Verona, non avrebbe potuto in così breve tempo prendere tutte le necessarie misure per difenderla. In fatti attraversò senza difficoltà le _chiuse_ dell'Adige. La fedeltà di Giacomo Marancio aveva conservato a' Veneziani il comando di quest'importante passo, aperto tra due montagne a picco, pel quale due uomini a cavallo non possono passare di fronte. Il marchese di Mantova, allorchè prese Verona, vi aveva trovata la moglie ed i figli di Marancio, comandante delle _chiuse_; gli aveva fatto sapere, che questi ostaggi risponderebbero della sua ubbidienza; che s'egli voleva salvarli, doveva chiudere il passaggio allo Sforza ed impedire il suo ritorno. Questo generoso cittadino non bilanciò punto tra il suo dovere e gl'interessi del proprio cuore. Egli fece prendere le armi a tutti gli abitanti della valle: «La sorte di quanto io tengo di più caro al mondo, disse loro, potrebbe accecarmi intorno a ciò che la patria e l'onore domandano da me; nelle vostre mani adunque io depongo il deposito a me confidato, poichè voi non potete scordarvi la fedeltà dovuta alla signoria di Venezia; custodite questo passo pel suo onore, e pel vantaggio di Francesco Sforza suo generale[126].» Il Piccinino non aveva potuto, ne' tre giorni che comandò a Verona, impadronirsi delle fortezze occupate dai Veneziani, e non aveva creduto che fosse ancora tempo di separarle dalla città con un nuovo ricinto. Quand'ebbe avviso dell'impensato arrivo dello Sforza nel piano di Verona, spedì ordine a Taliano Furlano, uno de' suoi luogotenenti, di rientrare in città con il corpo di truppe da lui comandate. Taliano ricusò d'ubbidire, appoggiandosi ad un contrario ordine del duca di Milano. In fatti il Visconti, ch'erasi obbligato a cedere Verona al Gonzaga, geloso dell'ingrandimento del suo alleato, aveva prese segrete misure per far ricadere la sua conquista in mano al nemico[127]. Il Piccinino, contrariato ne' suoi progetti, non potè vietare allo Sforza di rientrare in città, la notte del 19 al 20 di novembre, pel castello di san Felice; ebbe subito luogo una zuffa nelle strade; la cavalleria milanese rimase perdente e venne cacciata fuori delle mura, e Piccinino riperdette Verona colla medesima rapidità con cui l'aveva acquistata[128].

[126] _M. A. Sabellico, dec. III, l. IV, f. 173._

[127] _Platinæ Hist. Mant., l. VI, p. 883. — Poggio Bracciolini, l. VII, p. 404._

[128] _Jo. Simonetae, l. V, p. 284. — M. A. Sabellico, dec. III, l. IV, f. 174. — Machiavelli, l. V, p. 147._

Ma sebbene non avesse potuto conservare tale conquista, non aveva per ciò meno operata una possente diversione, e tolto allo Sforza tutto il frutto della vittoria di Tenna. Egli gli aveva inoltre impedito di arrecare soccorso agli abitanti di Brescia, sempre più oppressi dalla fame, dalle malattie e dalle incursioni dei loro nemici. La signoria eccitava lo Sforza a tornare in soccorso di questi sventurati; e lo Sforza, malgrado il rigore dell'inverno, uno de' più aspri che si fossero da lungo tempo provati, condusse di nuovo la sua armata tra le montagne dalle quali riceve le acque il lago di Garda, e ricominciò l'assedio di Tenna. Questo piccolo castello, cui il Piccinino non osò di affidarsi, resisteva sempre, e chiudeva ai Veneziani la strada di Brescia. Bentosto i ghiacci e le alte nevi, che i soldati italiani non erano accostumati a disprezzare, stancarono le truppe, e per la seconda volta fu levato l'assedio di Tenna. L'armata, mancante di viveri e di foraggi, fu ricondotta ai quartieri d'inverno a Verona[129]; e soltanto Serpellione e Troilo, due dei luogotenenti dello Sforza, riuscirono ad attraversare le montagne per isconosciuti sentieri, e ad introdurre in Brescia un piccolo convoglio di munizioni con trecento fanti.

[129] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 280. — M. A. Sabellico Hist. Venetae, dec. III, l. IV, f. 175._

Durante tutta la campagna del 1439 le ostilità non eransi stese fuori della Lombardia; pure Filippo Maria era impaziente di castigare i Fiorentini della loro interposizione, e di costringerli col conte Sforza a difendere i proprj stati. Il Piccinino in particolar modo era geloso dello Sforza; non poteva darsi pace che questo generale avesse preso posto tra i sovrani coll'acquisto della Marca, mentre egli medesimo, che l'Italia per talenti e per valore pareggiava allo Sforza, egli medesimo, che, quale erede ed allievo di Braccio, avrebbe potuto aspirare alla sovranità che questo generale si era formata, non aveva che una precaria esistenza dipendente dal principe che lo assoldava. Egli supplicava il duca di Milano a non farlo combattere in Lombardia per città che poco o nulla curavasi d'avere o di perdere, ma di mandarlo piuttosto nella Marca, che sperava di togliere in poco tempo al suo rivale. Sufficienti truppe, egli diceva, rimarrebbero ancora dopo la di lui partenza per continuare l'assedio di Brescia; Fiorentini, temendo per la Toscana, richiamerebbero lo Sforza, il quale vorrà piuttosto accorrere in difesa de' proprj stati, e prevenuto in ogni luogo, non soccorrerà Brescia, non coprirà la Toscana, nè salverà il suo principato.

Dal canto suo Rinaldo degli Albizzi aggiugneva le sue istanze a quelle del Piccinino, e sempre persuaso che i Fiorentini non potessero accostumarsi al suo esilio, e che accoglierebbero con vivo piacere quell'armata che lo riconducesse in patria, altro non domandava per essere sicuro del successo che di essere rimandato in Toscana. Frattanto una trama ordita con Giovanni Vitelleschi, patriarca d'Alessandria, fu ancora un più potente motivo per togliere Filippo ad ogni incertezza. Questo prelato guerriero, favorito ministro di Eugenio IV, rendeva da lungo tempo odioso il suo signore colla sua arroganza e colla sua crudeltà. Erasi veduto nella guerra di Napoli promovere il guasto delle campagne nemiche con esecrabili promesse di grazie spirituali a pro di coloro che farebbero abuso delle armi temporali; aveva accordato ai suoi soldati cento giorni d'indulgenza in purgatorio per ogni pianta d'ulivo che taglierebbero[130]. Sebbene il suo padrone avesse presa parte nella lega delle due repubbliche, egli conservava un violento rancore contro Francesco Sforza che lo aveva battuto nella Marca d'Ancona. Lo avevano pure offeso i Veneziani ed i Fiorentini: aveva da loro ricevuti venti mila fiorini per allestire l'armata con cui doveva agire contro Filippo al di là degli Appennini; ma dopo aver toccato il danaro aveva mancato alle sue promesse, ed impiegati i soldati nell'assedio di Foligno. I Fiorentini ed i Veneziani se ne querelarono presso Eugenio IV, il quale ebbe la debolezza di comunicare le loro confidenziali lagnanze al suo favorito, che giurò di vendicarsene. Il Vitelleschi propose segretamente al Piccinino di unire le loro truppe per opprimere i Fiorentini; si soggiunge che volesse in appresso far morire Eugenio IV per innalzarsi in sua vece sul soglio pontificio[131]. Aspettava con impazienza l'arrivo dell'armata milanese per dichiararsi; ed il Visconti, sicuro di così potente alleato, non tardò ad annuire alle inchieste del Piccinino.

[130] _Giornali Napoletani, t. XXI, Rer. It., p. 1107._

[131] _Poggio Bracciolini, l, VII, p. 406._

Questi lasciò in febbrajo del 1440 i suoi quartieri d'inverno, seco conducendo sei mila cavalli. Il giorno 7 passò il Po per unirsi a Manfredi nel territorio di Faenza[132]; mentre Neri Capponi e Davanzati, ambasciatori fiorentini, giugnevano nello stesso tempo a Ferrara, per recarsi a Venezia onde concertare il piano della vegnente campagna[133]. Questi due generosi cittadini, lungi dal lasciarsi intimidire dal pericolo che si avvicinava alla loro patria, si unirono ai Veneziani per persuadere lo Sforza a tentare di nuovo la liberazione di Brescia; dichiararono che Firenze ben saprebbe mettere in piedi un'altra armata per opporla al Piccinino, quando per lo contrario lo stato di terra ferma de' Veneziani sarebbe immancabilmente perduto, se lo Sforza lo abbandonava. In fatti il Gattamelata, quel generale che aveva prima il comando delle truppe veneziane, era stato tocco da una paralisia nelle montagne di Tenna, e fino alla sua morte, accaduta il 16 gennajo del 1443, non fece che languire[134]. Verun altro generale non vedevasi da tanto di poter supplire in assenza dello Sforza, e privi di questo generale i Veneziani non isperavano di poter salvare le province occupate dal nemico.

[132] _Jo. Simonetae, l. V, p. 286. — Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 148._

[133] _Comment. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1191._

[134] _Jo. Simonetae, l. V, p. 286. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, t. XXII, p. 1106._

Ma il conte Sforza non era come i Fiorentini disposto a sagrificare il proprio interesse alla causa comune. Conosceva le ostili disposizioni del patriarca d'Alessandria, che comandava più di tre mila uomini ai confini della Toscana e della Marca, e vedeva che il Piccinino, unendosi a questo prelato poteva sconvolgere l'una o l'altra di queste due province. Mentre che il suo emulo marciava verso il mezzogiorno riputava inutile la sua dimora in Lombardia, poichè ad ogni modo sarebbe costretto d'aspettare che cessasse il rigore della stagione, e che si sciogliessero le nevi prima di poter intraprendere per la via delle montagne la liberazione di Brescia; e non aveva egli veruna speranza di buon successo, qualora avesse presa la strada della pianura[135].

[135] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 155. — Comment. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1192._

Mentre ciò discutevasi in Venezia, ov'erasi recato il conte, e che i Fiorentini assoldavano molti condottieri per formare un'altra armata, seppesi che i Malatesti, signori di Rimini, cui era stato pagato il soldo d'un migliajo di corazzieri, che dovevano somministrare alle due repubbliche, erano passati nel campo di Niccolò Piccinino. Questa diserzione faceva temere di maggiori danni ed eccitava la più viva inquietudine intorno alla sorte di Giovan Pagolo Orsini, generale de' Fiorentini, che si era mandato a difendere lo stato di Rimini[136]. Le istanze di Francesco Sforza per ottenere il suo congedo si resero a tal nuova più vive: fortunatamente fu bentosto seguita questa notizia da un'altra non meno inaspettata, ma di affatto diversa natura.

[136] _Scip. Ammirato Ist., l. XXI, t. III, p. 22. — Nicc. Machiavelli, l. V, p. 155. — Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1192._

I Fiorentini avevano sorpresa a Montepulciano la corrispondenza del patriarca d'Alessandria col Piccinino, la quale, sebbene scritta in cifre, bastò per risvegliare finalmente nel papa, cui si fece conoscere, i più violenti sospetti contro il suo favorito. Eugenio aveva così ciecamente affidate al Vitelleschi le sue armate, i tesori, le fortezze, e tutto il suo potere, che non poteva omai, senza estremo pericolo, spogliarne un uomo da lui fatto tanto potente. Pure diede segretamente ad Antonio Redo, comandante di Castel sant'Angelo un ordine eventuale d'imprigionarlo e di processarlo quando ne avesse l'opportunità. Tale ordine non era di facile esecuzione, e Redo aspettava in silenzio qualche favorevole circostanza, allorchè il patriarca, disposto a partire verso la Toscana alla testa della sua armata, ordinò al comandante di recarsi la mattina del 18 marzo sul ponte della fortezza per ricevere le commissioni che gli darebbe partendo. Vide Antonio Redo che l'occasione sarebbe favorevole; apparecchiò la sua gente, ed aspettò di buon mattino sul ponte il patriarca, che giugneva alla testa di tutta la sua armata. Il Redo gli si avvicinò rispettosamente, prese il suo cavallo per la briglia, e, sotto colore di non volere essere udito da coloro che lo circondavano, lo condusse a piccoli passi al di là del ponte levatojo, parlandogli continuamente di cose importantissime, per occupare tutta la di lui attenzione; ma quand'ebbe appena passato il ponte fece cenno alle guardie di levarlo, ed intimò al patriarca di rendersi prigioniero. Il Vitelleschi cercò invano di difendersi, venne ferito nel capo e rovesciato da cavallo da coloro che lo circondavano. Allora Redo e Girolamo Orsini cercarono di consolarlo, persuadendolo a sperar bene; ma il Vitelleschi rispose, che, sebbene ferito, non morirebbe in conseguenza delle sue ferite. «Non si arrestano, soggiunse, gli uomini potenti per rilasciarli; e se mi credettero abbastanza pericoloso per farmi prigioniere, quanto non sarei riputato più pericoloso se riavessi la libertà[137].» Infatti il patriarca aveva intimamente conosciuto il suo padrone; egli morì di veleno dopo pochi giorni. La sua armata, che stava al di là del ponte, mostrava da principio di voler vendicarlo, ed assediare il castello, ma si sottomise tostocchè le furono comunicati gli ordini del papa. Ne fu in appresso affidato il comando al patriarca d'Aquilea, con ordine di difendere la Toscana con quattro mila cavalli e due mila pedoni. Tutte le fortezze in cui il Vitelleschi teneva guarnigione rientrarono bentosto sotto l'ubbidienza del papa[138].

[137] _Nic. Machiavelli Ist., l. V, p. 152. — An. Bonincontrii Miniat., p. 149._

[138] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 664. — Scipione Ammirato Stor. Fior., l. XXI, p. 23. — Mesticanza di Paulo Petrone, t. XXIV, Rer. Ital, p. 1123._

La rivoluzione, che rovesciava il Vitelleschi, poneva in sicuro la Toscana e la Marca; onde persuase lo Sforza a continuare la guerra in Lombardia; soltanto egli staccò dalla sua armata mille cavalieri, che Neri Capponi condusse a Firenze, ove giunsero avanti la fine di aprile, nello stesso tempo che arrivavano Pagolo Orsini, ed alcuni altri condottieri[139]. Di già il Piccinino aveva cercato di entrare in Toscana a traverso alle Alpi di san Benedetto, ed era stato vigorosamente respinto da Niccolò Gambacorti di Pisa, conosciuto sotto il nome di Niccolò Pisano. Cambiando allora direzione cercò di aprirsi un passaggio per Marradi. Questo castello, posto in sull'ingresso della Val di Lamone, alle falde delle montagne che dividono la Toscana dalla Romagna, era secondo l'antico sistema di guerreggiare, riputato fortissimo, perchè il fiume forma dei precipizj intorno al rialto su cui è posto, e Marradi avrebbe potuto fermare alcuni mesi una grande armata. Ma Bartolomeo Orlandini, che lo comandava per conto della repubblica di Firenze, l'abbandonò vilmente, ed il Piccinino entrandovi il 10 aprile fu sorpreso d'aver fatto, senza tirare un colpo, un acquisto che avrebbe potuto costargli molto sangue[140]. Marradi gli apriva le porte della Toscana; i suoi cavalieri corsero tutto il Muggello senza trovare resistenza; s'innoltrarono fino alle montagne di Fiesole, guastarono il paese fino alla distanza di tre sole miglia da Firenze, ed alcuni ebbero ancora il coraggio di passar l'Arno, oltre il quale occuparono Remolo. In tali frangenti appunto giunse a Firenze Neri Capponi con un distaccamento dell'armata di Francesco Sforza, cui aggiunse dei fanti levati tra il popolo; con questi sloggiò i nemici da Remolo, e fermò i loro guasti[141].

[139] _Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1193. — Scip. Ammirato, l. XXI, p. 24._

[140] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 160. — Poggio Bracciolini Hist., l. VII, p. 406. — Scip. Ammirato, l. XXI, p. 23._

[141] _Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1103. — Machiavelli Ist. l. V, p. 161._

L'ingresso in Toscana di Rinaldo degli Albizzi in coda all'armata milanese non aveva ancora prodotto in Firenze verun movimento d'insurrezione, alcuna dimostrazione di favore per gli emigrati, quando Francesco di Battifolle, conte di Poppi, venne co' suoi vassalli ad unirsi al Piccinino. Nel precedente anno questo feudatario della repubblica era stato da lei protetto contro papa Eugenio IV[142]; ma pensò di non poter meglio mostrare il suo attaccamento ai Fiorentini, che secondando il partito ch'egli credeva più proprio a governarli, e l'antica sua amicizia cogli Albizzi gli tolse di vedere ciò che doveva alla riconoscenza.

[142] _Ann. Bonincontrii Miniat., p. 148._

Due strade presentavansi al Piccinino, quella di Val di Marina, per la quale sarebbe disceso tra Firenze e Prato fino alle rive dell'Arno ed avrebbe tolta la comunicazione con Pisa, di dove i Fiorentini tiravano le vettovaglie[143], e quella del Casentino che poteva condurlo a rompere la comunicazione tra Arezzo e Perugia, di dove veniva l'armata pontificia; il Piccinino preferì l'ultima. I feudi del conte di Poppi erano posti nel Casentino; questo signore faceva sperare d'avere intelligenze ne' castelli de' suoi vicini, ed in fatti col favore di queste vennero in pochi giorni occupati Romena e Bibbiena; ma in seguito avendo il Piccinino assediato castello san Niccolò, questa piccola fortezza diede ai Fiorentini, coll'ostinata sua resistenza, abbastanza di tempo per adunare la loro armata, essendosi difesa trentasei giorni, dopo i quali non si arrese che dietro speciale autorizzazione dei generali della repubblica, che vedevano l'impossibilità di soccorrerla. Quando il Piccinino vi entrò non vi rinvenne una sola freccia nè una carica di polvere[144]. Frattanto il suo piano d'attacco non era riuscito; i vassalli della repubblica avevano ripreso coraggio, i soldati occupavano tutti i posti più importanti, ed era svanita la speranza di vedere scoppiare qualche rivoluzione in favore degli Albizzi. Il Piccinino fece una visita a Perugia, sua patria, sperando che la memoria di Braccio, e la gloria di cui erasi egli medesimo coperto, consiglierebbero i suoi concittadini ad accordargli quella signoria che Braccio aveva esercitata con tanta gloria, ma non ebbe da loro che un regalo di otto mila fiorini. Cercò di occupare Città di Castello colle armi, e Cortona col favore d'una congiura, ma tutto gli riuscì male: per ultimo, dopo avere perduta parte dell'estate nelle montagne della Toscana, ebbe avviso de' progressi dello Sforza, ed ordine dal suo padrone di ricondurre l'armata in Lombardia[145].

[143] _Leon. Aretini Comment. de suo tempore, t. XIX, p. 941._

[144] _Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 162. — Scip. Ammirato, l. XXI, p. 25. — Poggio Bracc. l. VIII, p. 411. — Bonincontrii Miniatensis. An. p. 149._

[145] _Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 164. — Scip. Ammirato, l. XXI, p. 26. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1194._