Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)
Part 7
Niccolò Piccinino venne incaricato di approfittare di così favorevoli circostanze, e lo fece con quel vigore, con quella rapidità, che distinguevano gli allievi di Braccio. Attaccò prima Casal Maggiore presso Cremona, e l'occupò; attraversò l'Oglio, che Gattamelata, il generale de' Veneziani, volle inutilmente difendere, ed essendosi unito a Giovan Francesco Gonzaga, attaccò Brescia alle spalle; sottomise tutti i castelli e le fortezze de' Veneziani poste intorno a questa città, e sul lago di Garda, e costrinse Gattamelata a chiudersi in Brescia. Allora condusse le sue truppe nelle montagne per togliere ai Veneziani ogni comunicazione con questa città; onde il Gattamelata temette di vedersi affatto separato dagli altri stati della repubblica; risolse perciò di girare intorno al lago di Garda, attraversando le medesime montagne attaccate dal Piccinino, e ricondusse i suoi corazzieri a Verona per così difficili strade, che perdette più di ottocento cavalli[108].
[108] _Simonetae, l. V, p. 274. — Platinae Hist. Mantuana, l. V, p. 819. — Poggio Bracciolini, l. VII, p. 394. — M. A. Sabellico Dec. III, l. III, f. 162. — Ist. Bresciana, p. 798._
Francesco Barbaro, che in allora aveva il comando di Brescia, era nato nel 1398 da un'illustre famiglia; era senatore ed era stato incaricato in altre occasioni di pubbliche missioni; ma sopra tutto andava debitore della considerazione di cui godeva alla sua eloquenza latina, alle varie sue opere ed alla stretta sua corrispondenza co' più celebri letterati del secolo. Difficile assai era la sua presente situazione; Brescia mancava di munizioni, ed era scoraggiata per la ritirata di Gattamelata e di tutta la cavalleria; altronde le nemiche fazioni, che si erano più volte azzuffate, parevano farsi più vive nell'avvicinamento del pericolo. Il Barbaro pose ogni suo studio nel riconciliarli, e vi riuscì, loro non lasciando altra emulazione che quella dei sagrificj che farebbero per l'onore del nome veneziano[109].
[109] Le più minute particolarità di questo memorando assedio vennero riferite da molti storici contemporanei ed amici di Barbaro. Questi ne scrisse egli stesso una relazione sotto finto nome. _Evangelistae Manelmi Vicent. Commentariolum de Obsidione Brixiae. — Poggio Bracciolini Hist., l. VII, p. 392-395. — Platina Hist. Mant., l. V, p. 816. — M. A. Sabellico Dec. III, l. III, f. 163._
Il Gattamelata era uscito di Brescia il 24 di settembre, e dopo tale epoca il Piccinino aveva dato ogni giorno battaglie a tutte le porte, ora per isvolgere le acque che riempivano le fosse, ora per istabilire le sue batterie; dalle quali quindici bombarde facevano contro la città un continuo fuoco. I Bresciani avevano pure dal canto loro innalzate delle batterie, e tutta la popolazione veniva chiamata alle armi o al lavoro. I magistrati, i prelati, i monaci cavavano o trasportavano la terra in compagnia delle donne e de' fanciulli; tutte le botteghe e le officine erano continuamente chiuse, perchè ogni privata occupazione veniva trascurata per non attendere che alla grandissima della difesa della patria. Erasi in città manifestata la peste nel mese di agosto, e molti cittadini erano fuggiti per sottrarsi a questo flagello; quando cominciò l'assedio ritiraronsi ancora molte altre persone; e Barbaro loro volentieri accordava passaporti per risparmiare le sue munizioni, come il Piccinino le lasciava passare per rendere minore il numero dei difensori. Non restavano omai in Brescia due mila persone atte alle armi, e soltanto ottocento n'erano provvedute. Pure i Bresciani non si scoraggiarono: un terzo della popolazione invigilava ogni notte sotto le tende lungo le mura; e negli assalti generali, come fu quello dell'ultimo di novembre, l'intera città sosteneva l'urto di tutta l'armata. Ma i lavori degli assedianti si andavano avanzando; di già per molte strade coperte essi potevano giugnere fino nelle fosse, senza essere esposti alle artiglierie della piazza; essi avevano in più luoghi rotte le mura; altrove i minatori avevano condotte le gallerie fin sotto la città. Nell'assalto dato il 12 dicembre Brescia non andò debitrice della sua salvezza che al felice accidente, che fece cadere il muro esterno sopra gli assedianti, e non nella fossa, ov'erasi creduto che dovesse cadere. Il sanguinoso attacco che aveva cominciato allo spuntare dell'alba, e che durò fino a sera, si rinnovò all'indomani con eguale accanimento; ma ne' due assalti prodigiosa fu la perdita degli assalitori in paragone di quella degli assediati. Finalmente il 16 dicembre, il Piccinino, che di già aveva perduti due mila uomini sotto le mura di Brescia, e che temeva per la sua armata le malattie dell'inverno, bruciò tutti gli alloggiamenti, e ritirossi in ordine di battaglia. Giunto a qualche distanza dalla città, pose sulle tre principali strade i fondamenti di tre ridotti, tra i quali divise la sua armata, continuando in tal modo in onta del rigore della stagione il blocco della città, che più non isperava di prendere d'assalto[110].
[110] _Cristoforo da Soldo Istor. Bresciana, t. XXI, p. 798-806_. — Quest'autore non era letterato, e non apparteneva alla famiglia del Barbaro; ma era in Brescia in tempo dell'assedio, combatteva cogli altri, ed il suo stile, generalmente pesante e freddo, è animato in questa circostanza dalla memoria delle più terribili scene che possano accadere sotto gli occhi d'un uomo.
Il Gattamelata cercò di far entrare soccorsi in Brescia a traverso alle montagne, ma tutti i convogli caddero in mano agli assedianti. D'altra parte i Veneziani fecero allestire sul Po una flotta d'oltre sessanta galere e di molti altri bastimenti, della quale ne affidarono il comando a Pietro Loredano, sperando con queste imponenti forze di conservarsi l'alleanza del marchese di Ferrara, e d'intimidire quello di Mantova; ma avanti che la flotta fosse interamente equipaggiata, il Gonzaga ebbe tempo di guarnire il Po di forti palafitte presso Sermide, Ostiglia e Revere, e di disporre dell'artiglieria sulle rive; onde il Loredano non potè avanzarsi[111].
[111] _Platina Hist. Mantuanae, l. V, p. 816-819._
I Veneziani, che omai più non avevano che un'armata debole e scoraggiata, vedevansi in pericolo di essere scacciati dal continente. I territorj di Verona e di Brescia erano occupati dai nemici, e le due città chiuse così da vicino, che aspettavasi da un giorno all'altro la notizia della loro resa. La repubblica trovavasi vivamente attaccata dal marchese di Mantova, e non osava di far fondamento sull'alleanza di quello di Ferrara: vero è che in appresso si acquistò l'amicizia di questi ed i suoi buoni ufficj, ma mediante la restituzione del Polesine di Rovigo, che da oltre trentun'anni teneva in pegno, e che non avrebbe mai restituito, qualora non si fosse trovata in estremo pericolo. Venezia, umiliata in una sola campagna, sentì allora tutto il prezzo dell'alleanza di Firenze, di cui aveva fatto sì poco conto. Malgrado la estensione de' suoi possedimenti di terra ferma, sentì che ancora non era giunto l'istante di contrastare colle sole sue armi la suprema autorità in Lombardia alla troppo potente casa Visconti; e la signoria spedì Giovanni Pisani nella Marca d'Ancona presso Francesco Sforza e Francesco Barbarigo presso la signoria di Firenze, per rinnovare un'alleanza che la tregua di dieci anni, soscritta il 28 aprile del 1438 tra Firenze ed il duca di Milano, aveva in certo qual modo annullata[112].
[112] _M. Ant. Sabellico Dec. III, l. III, f. 164._
CAPITOLO LXIX.
_I Fiorentini abbracciano con vigore la difesa di Venezia; battaglia di Tenna, d'Anghiari e di Soncino. — Liberazione di Brescia. — Pace di Martinengo, in forza della quale il Visconti dà sua figlia a Francesco Sforza, generale de' suoi nemici._
1439 = 1441.
L'alleanza che univa le due repubbliche di Firenze e di Venezia era l'opera della nobile ed illuminata politica degli Albizzi. Questi grandi politici avevano sentito che non avvi sicurezza per una nazione, che nelle alleanze che si associano a tutte le opinioni popolari; in quelle che sono approvate da ogni cittadino, assecondate dalla sua inclinazione e mantenute dall'intimo sentimento del suo cuore. Le profonde sensazioni della libertà della religione, o ancora le memorie di una lunga protezione, e di una lunga riconoscenza, possono servire di base a somigliante alleanza, perchè ancora tra gli uomini corrotti i sublimi sentimenti conservano un'influenza universale; ma le leghe formate per progetti di conquiste e d'usurpazioni, le leghe fondate soltanto sopra stretti calcoli di politica, sulle affezioni, o sui privati vantaggi de' capi dello stato, non hanno base nel cuore degli uomini, e sono abbandonate nell'istante medesimo in cui rimane sospeso l'interesse che le dettò: altrettanto infedeli nelle avversità quanto esse parvero indissolubili nella prosperità, essi ingannano nell'una e nell'altra fortuna, accrescono ne' prosperi avvenimenti una pericolosa ambizione, ispirano nella sventura un'ancora più pericolosa sicurezza, e sono quasi sempre cagione della ruina di coloro che ripongono la confidenza loro in questi appoggi regali, che poi si trovano tanto caduchi.
Due uomini ambiziosi trovavansi di quest'epoca alla testa delle due repubbliche, ed avevano ottenuta nella loro patria un'autorità non riconosciuta dalla costituzione dello stato. Cosimo de' Medici di null'altro occupavasi in Firenze che dell'aggrandimento della sua famiglia; a Venezia il doge Foscari voleva procurare alla sua magistratura lo splendore d'una grande gloria militare: l'uno e l'altro consultando i privati suoi interessi, o le proprie individuali passioni, eransi allontanati dalla strada loro indicata dall'amore dei due popoli; avevano dimenticato che la sola loro politica doveva essere quella di mantenere la libertà dell'Italia, ed avevano acconsentito che fossero separati in una guerra cominciata di comune accordo. Francesco Foscari aveva creduto di poter riposare per la difesa della repubblica sopra alleanze regali; aveva creduto che i trattati conchiusi dalla signoria coi piccoli principi della Romagna, il signore di Ravenna, ed i marchesi di Ferrara e di Mantova sarebbe per lei una sufficiente guarenzia, e non aveva preveduto che una sola battaglia perduta la priverebbe di tutto ciò che i principi le avevano promesso sopra la mal sicura loro fede, ma che non era stato sanzionato dal sentimento dei popoli. Per lo contrario il Foscari non faceva verun fondamento sopra i Fiorentini, i quali lo accusavano di aver loro fatto perdere Lucca, il di cui acquisto era quasi sicuro, e che di già avevano firmata una tregua col nemico; ma sebbene il trattato d'alleanza fosse disciolto, e qualunque si fosse la politica de' capi di parte, il sentimento popolare era permanente; i Fiorentini non si chiedevano già quale patto gli unisse alla repubblica di Venezia, ma si chiedevano se questo stato non conservava tuttavia il nome di repubblica, e se non era oppresso da un tiranno. Sempre apparecchiati ad esporsi pel bene comune ed a sacrificare i presenti vantaggi della pace a quelli dell'avvenire, avevano di già scordato l'antico rancore, più ad altro non pensavano che a mantenere l'equilibrio e la libertà dell'Italia, ed avevano cercato in prevenzione d'assicurarsi l'appoggio del conte Francesco Sforza.
La sorte della guerra poteva guardarsi come dipendente dalla decisione che prenderebbe questo generale: pareva ch'egli solo potesse far piegare la bilancia, dichiarandosi per le repubbliche o pel duca di Milano. Questi l'aveva sentito, e cercava da lungo tempo ad allacciare lo Sforza co' suoi intrighi. Per guadagnarselo l'andava continuamente intrattenendo intorno al vicino matrimonio della promessagli figlia. Tutti gli apparecchi sembravano di già fatti per la festa; anche le vesti della sposa erano terminate, e si aveva avuta la destrezza di farle vedere agli amici dello Sforza. Il giorno delle nozze era stato determinato replicatamente; i giuochi, i divertimenti coi quali dovevano celebrarsi erano stati preventivamente ordinati, e non pertanto il Visconti trovava sempre qualche pretesto per dare addietro, e ritirare una promessa che non aveva intenzione di mandare ad effetto. Finalmente i Fiorentini fecero comprendere allo Sforza ch'egli era il trastullo del duca di Milano, che questi lo teneva ozioso per aver tempo di scacciare i Veneziani da tutto il continente, che i Fiorentini non erano abbastanza ricchi per mantenere essi soli l'armata del conte, il quale troverebbesi ad un tempo senza soldati e senza alleati, e che il duca non avendo più motivo di temere, non tarderebbe a rompere tutti gl'impegni con lui contratti. Lo Sforza, offeso da così lunga dissimulazione, accettò il trattato propostogli da Giovanni Pisani, che fu sottoscritto il 18 febbrajo del 1439. I Fiorentini davano ogni mese al conte 8400 fiorini pel mantenimento della sua armata, ed i Veneziani si obbligavano a dargliene 9000. Inoltre le due repubbliche promettevano di prendere al loro soldo il signore di Faenza, il marchese di Ferrara, Pandolfo Malatesti, e Pietro, figliuolo di Giovan Pagolo Orsini. I Veneziani dovevano portare il peso dei due terzi di questo armamento, il terzo i Fiorentini[113].
[113] _Comm. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1183. — Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 275. — Poggio Bracciolini Hist., l. VII, p. 400. — Cristof. da Soldo Istor. Bresciana, t. XXI, p. 808. Rer. Ital._
Neri, figlio di Gino Capponi, che ci lasciò alcune memorie intorno alla storia de' suoi tempi, fu mandato dalla repubblica fiorentina presso Francesco Sforza per persuaderlo a passare il Po, ed a fare la guerra al duca di Milano senza restrizioni e senza riguardi. Di là passò a Venezia per terminare il trattato. Il Capponi, introdotto avanti alla signoria, rimproverò i Veneziani di non aver avuta maggior fiducia ne' loro antichi alleati. «Voi avete esitato a ricorrere a noi, disse a loro, e non pertanto voi conoscevate per lunga esperienza gli sforzi che noi siamo apparecchiati a fare per la difesa della libertà; voi sapete che da lungo tempo questa causa è tra di noi comune. Voi non dovevate conservare la memoria de' cattivi ufficj che ci rendeste, per tenerci gli uni lontani dagli altri, ma ricordarvi soltanto de' servigj che avete da noi ricevuti, i quali sono l'arra di quelli che riceverete in appresso[114].» Il discorso del Capponi fu dalla signoria ascoltato coll'attenzione che si darebbe ad un oracolo. I consiglieri non ebbero la pazienza di aspettare che il doge vi rispondesse secondo il costume della repubblica; ma fattisi tutti in piedi colle mani alzate e cogli occhi bagnati di lagrime, ringraziarono i Fiorentini d'avere loro renduto un così segnalato servigio; ringraziarono il Capponi d'averlo eseguito con tanta diligenza e zelo, e promisero che giammai nè essi, nè i loro discendenti dimenticherebbero di dovere la salvezza loro ai Fiorentini[115].
[114] _Nicc. Machiavelli Ist., l. V, p. 134 — Comm. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII. Rer. It., p. 1188. — Platina Fica Nerii, Capponii, t. XX, p. 497._
[115] _Nicc. Machiavelli, l. V, p. 137. — Comment. del Capponi, p. 1189._ — Gli storici veneziani dissimulano questa riconoscenza, ed insistono per lo contrario intorno alla diffidenza del senato. _Navagero Stor. Veneziana, t. XXIII, p. 1104._
All'aprirsi della bella stagione, Francesco Sforza con otto mila uomini di cavalleria pesante partì dalla Marca di Ancona, dove aveva i suoi quartieri di inverno, attraversò rapidamente la Romagna, i territorj di Forlì e di Ravenna, passò il Po presso Ferrara, e recossi per Chiozza a Venezia[116]. Non solo Bergamo e Brescia, ma Verona e Vicenza trovavansi circondate dai nemici: il Gattamelata erasi trincerato dietro i canali di Padova col rimanente dell'armata veneziana, e tutto quanto trovavasi al di là di questi canali, ad eccezione delle quattro città assediate, era perduto. Il Piccinino, quando si vide a fronte lo Sforza e la sua nuova armata, non volle compromettere con una battaglia le conquiste ch'egli risguardava come sicure; si coprì con un profondo canale in mezzo alle paludi dell'Adige, a cinque miglia da Soave nei veronese; e siccome l'arte di gettare i ponti sui fiumi era ancora affatto sconosciuta, egli rese vane tutte le minacce de' nemici, ai quali non fu possibile di obbligarlo a combattere[117].
[116] _Jo. Simonetae, l. V, p. 276. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 662._
[117] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. IV, f. 170. — Jo. Simonetae, l. V, p. 277._
L'armata alleata comandata da Francesco Sforza ammontava a quattordici mila cavalli e ad otto mila fanti; ma mentre quest'armata non poteva avvicinarsi al nemico, i corpi staccati che i Veneziani avevano lasciati presso di Brescia e di Verona venivano successivamente battuti e fatti prigionieri dai Milanesi. Brescia inoltre provava gli orrori della fame, e tutta la magnanimità, tutto l'attaccamento di Francesco Barbaro, che divideva ancor esso coi cittadini tutte le privazioni di una terra assediata, appenna bastavano a sostenerne il coraggio[118]. Lo Sforza, impaziente di liberare il territorio della repubblica dalla presenza de' nemici, vedendo di non poter forzare il passaggio de' canali e de' trinceramenti del Piccinino, si diresse verso i monti Euganei, e malgrado l'opposizione de' corpi destinati a difenderli, gli attraversò e scese nel piano veronese. Il Piccinino vedendosi circondato da ogni banda si affrettò d'evacuare Soave, e di ripiegare dietro l'Adige. Non fu però così facile il far levare il blocco di Brescia separata dal territorio veneziano dagli stati di Mantova. Erasi fin allora sperato di poter soccorrere questa città attraversando il lago di Garda. Durante l'inverno i Veneziani avevano trasportato fino a questo lago, per mezzo alle montagne che lo circondano, due galere grandi e tre mezzane, e venticinque barche armate[119]. Questa piccola flotta, entrando nelle acque del lago, si trovò padrona della sua navigazione, ed aprì qualche comunicazione con Brescia. Ma il duca di Milano fece armare a Peschiera una flotta assai più considerabile; pose guarnigione in tutti i castelli situati sulle due rive, ed il provveditore Pietro Zeno, che comandava i Veneziani, fu forzato di ritirarsi colla sua flotta a Torboli, presso alla foce della Sarca, all'estremità settentrionale del lago, ove circondò le sue galere con forti palafitte, per difenderle contro que' nemici coi quali non poteva più misurarsi[120].
[118] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. IV, f. 169, verso. — Cristof. da Soldo Ist. di Brescia, p. 809._
[119] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. VII, p. 399. — Platina Hist, Mantuana, t. XX, l. V, p. 822. — M. A. Sabellico, Dec. III, l. III, p. 165. — Cristof. da Soldo Ist. di Brescia, p. 808._
[120] _Cristof. da Soldo Ist. Bresciana, p. 812._
Sperava lo Sforza di soccorrere Brescia liberando questa piccola flotta, e mettendola in comunicazione col piano di Verona. A quest'oggetto venne ad assediare Bardolino, castello posto sulla riva occidentale del lago tra Peschiera e Garda, il quale era difeso da una guarnigione mantovana. Ma i segnali con cui dava avviso alla flotta di avvicinarsi, o non furono visti, o non furono intesi. Per lo contrario il Piccinino aveva fatta uscire la sua flotta da Peschiera, ed aveva rinforzata la guarnigione di Bardolino; onde lo Sforza, dopo avere perduta molta gente per le malattie, cagionate dall'eccessivo calore in luoghi insalubri, fu costretto a levare l'assedio[121]. Un'altra perdita tenne subito dietro a questa: i Veneziani avevano mandati mille cavalli e trecento fanti nelle montagne poste al settentrione del lago, per condurre alla loro flotta un convoglio di vittovaglie, e darle modo d'aprirsi un passaggio fino alla riva occidentale, di dove avrebbe potuto comunicare con Brescia. Ma il Gonzaga ed il Piccinino, avuto avviso di questo movimento, il 23 di settembre sorpresero e svaligiarono i soldati che si recavano alla flotta; il 26 attaccarono la flotta medesima nel suo trinceramento, presero tutti i vascelli ad eccezione di due che fuggirono a Peneda, e fecero prigionieri quattro provveditori veneziani, che si trovavano colla flotta o coll'armata[122].
[121] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 279._
[122] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. IV, f. 171. — Jo. Simonetae, l. V, p. 280. — Cristof. da Soldo Istor. Bresciana, p. 813._
Francesco Sforza indispettito di non corrispondere che con rovesci all'alta aspettazione che di lui avevano le due repubbliche, e pressato dal senato di Venezia a soccorrere gl'infelici Bresciani, risolse all'ultimo d'aprire alla sua grande armata medesima il cammino di Brescia, facendo a traverso alle montagne il giro del lago di Garda. Rimandò adunque i suoi equipaggi a Verona, si avanzò in mezzo all'alpestre catena di monti che divide il lago dall'Adige praticando strade nelle quali la cavalleria pesante era sempre in pericolo, e giunse, superando infinite difficoltà, fino all'angusta pianura di Peneda alla foce della Sarca. Dall'altro lato il Piccinino, avvisato delle strade tenute dal conte Sforza, lasciò il marchese di Mantova a Peschiera, e fece pel lago trasportare la sua armata al castello di Tenna, che chiudeva la piccola valle ov'era entrato lo Sforza. Ebbero luogo tra le due armate diverse scaramucce, ma il Piccinino, che aveva chiuso il suo rivale come in un laccio, evitò lungo tempo un'azione generale. Si lasciò all'ultimo trasportare dall'abituale suo impeto, ed il 9 di novembre accettò la battaglia. Mentre che le due armate erano alle mani, gli abitanti di Brescia, avanzandosi ad incontrare i loro liberatori, comparvero sull'alto delle montagne dietro i corazzieri del Piccinino, e cominciarono a far rotolare sopra di loro grossi macigni. Spesse volte un solo istante decide della sorte delle battaglie; l'armata milanese venne scoraggiata da una comparsa che non era accompagnata da un pericolo ben reale; i corazzieri cercarono di salvarsi, alcuni verso i vascelli, altri verso le fortezze, altri finalmente verso le montagne. Nella insensata loro fuga, caddero per la maggior parte tra le mani de' nemici e furono fatti prigionieri. Contaronsi tra i più illustri Carlo Gonzaga, figlio del marchese di Mantova, Cesare Martinengo e Sacromoro Visconti[123].
[123] _Jo. Simonetae, l. V, p. 281. — Cristof. da Soldo Ist. Bresciana, t. XXI, p. 814. — Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 141. — Poggio Bracciolini, l. VII, p. 403. — Platina Hist. Mant. l. V, p. 829._
Niccolò Piccinino, strascinato nella fuga de' suoi soldati, erasi chiuso nei castello di Tenna; ma ben vedeva che questo castello non poteva lungamente resistere, altronde premevagli di trovarsi in aperta campagna, onde raccogliere le reliquie della sua armata. Prese dunque l'audace risoluzione di attraversare tutto il campo di battaglia, e gli stessi quartieri dei vincitori. Un servitore tedesco, che aveva cura de' suoi cavalli, uomo robusto ed a lui perdutamente attaccato, lo pose in un sacco, se lo caricò sulle spalle e scese nel campo la notte medesima in cui era seguita la battaglia. Raccolse ancora alcune spoglie di morti, che gittò sopra il suo fardello, e mostrando di non avere altro pensiere che quello di raccogliere questo bottino, attraversò tutto il piano in mezzo a' soldati nemici, occupati ancor essi a spogliare gli estinti. Passò ancora senza difficoltà innanzi ai corpi di guardia veneziani, e venne finalmente a deporre il suo padrone a Riva, presso al lago, ove un battello lo condusse a Peschiera[124].
[124] _Cristof. da Soldo Istor. Bresciana, t. XXI. R. I., p. 815. — Jo. Simonetae Hist. Franc. Sfortiae, l. V, p. 281. — M. Ant. Sabellico Ist. Ven., Dec. III, l. IV, f. 171._