Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)

Part 6

Chapter 63,659 wordsPublic domain

Voleva questa politica che non si alterasse l'unione delle due repubbliche col papa, poichè la loro lega appena uguagliava la forza di quella del duca di Milano con Alfonso; e l'equilibrio di queste due leghe era la sola guarenzia dell'esistenza di tutti i piccioli stati dell'Italia. Altronde ciascheduno trovavasi avere ai suoi servigj un'associazione militare, il più delle volte indicata col nome di _scuola_; e la rivalità di queste due scuole formava la sicurezza dell'uno e dell'altro partito. Eransi esse formate in sul declinare del quattordicesimo secolo; l'una da Braccio da Montone, e l'altra da Sforza Attendolo, padre del conte Francesco. L'inimicizia di questi due grandi capitani, ch'erasi mantenuta viva fino alla loro morte, passò in tutti gli allievi ch'essi avevano ammaestrati nel mestiere delle armi, e che, dispersi in servigio di tutti gli stati d'Italia, erano pur sempre uniti da questa gelosia di corpo. La milizia, ossia scuola di Braccio, aveva allora per suo capo Niccolò Piccinino, che si mantenne costantemente attaccato al duca di Milano; fu questa una sufficiente ragione agli occhi degli allievi dello Sforza, e del conte Francesco, loro capo, per non abbandonare il partito delle repubbliche. Niccolò Piccinino e Francesco Sforza trovaronsi in faccia l'uno all'altro ai confini dei territorj lucchese e pisano, in ottobre del 1436; ma sì l'uno che l'altro veniva ritenuto dal timore di dar principio ad una nuova guerra, cui i sovrani che servivano non erano ancora pienamente determinati. Le loro scaramucce erano risguardate come effetto della rivalità esistente tra le due scuole, e non interrompevano i trattati di papa Eugenio diretti al mantenimento della pace d'Italia. Frattanto il Piccinino aveva nel cuore dell'inverno assediata Barga, in allora piazza di grande importanza, e la di cui perdita poteva trarsi addietro quella di tutta la Liguria fiorentina, onde i consiglj di Firenze si decisero per la guerra. Ordinarono allo Sforza di soccorrere Barga ad ogni costo, senza risparmiare più oltre i sudditi del duca di Milano o della repubblica di Lucca, la quale aveva acconsentito che s'incominciassero le ostilità nel suo territorio. Lo Sforza fece attraversare le montagne a tre de' suoi capitani con due mila cinquecento uomini, i quali improvvisamente piombando sopra gli assedianti, il giorno 8 di febbrajo del 1437, li ruppero, loro facendo molti prigionieri, e forzandoli a levare l'assedio[89].

[89] _Jo. Simonetae Hist. Fran. Sfortiae, l. IV, p. 258. — Scip. Ammirato Istor. Fior. l. XXI, t. III, p. 8. — Niccolò Machiavelli Ist., l. V, p. 108. — Bonincontrii Miniat. Ann., t. XXI, p. 146._

Alla notizia delle prime ostilità, che ebbero luogo in Toscana, i Veneziani ordinarono al loro generale, Giovan Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, di occupare la Ghiara d'Adda; questa diversione costrinse il Piccinino a ripassare in Lombardia per opporsi ai Veneziani[90]. Ma abbandonando la Toscana lasciava, per così dire, la repubblica di Lucca esposta alle vendette di Francesco Sforza. Questo piccolo stato, che conosceva la propria debolezza, e che temeva per la sua indipendenza, aveva quasi sempre creduto di dover far causa comune coi nemici de' Fiorentini. I Lucchesi eransi posti in così pericolosa situazione piuttosto per diffidenza che per ambizione. Dopo avere provocati i loro potenti vicini per compiacere il duca di Milano, trovaronsi soli a fronte loro. Altronde il costante oggetto dell'ambizione della repubblica fiorentina era quello di stendere il suo dominio su tutta la Toscana, ed a più riprese aveva tentato d'impadronirsi di Lucca; nella quale impresa non era riuscita il più delle volte per la gelosia de' proprj alleati piuttosto che per la potenza dei nemici. In primavera del 1437 Francesco Sforza guastò tutto il territorio di Lucca senza incontrare ostacolo. Prese poi Camajore, Monte Carlo ed Uzzano, ragguardevoli castelli che furono mal difesi. Ma i Lucchesi, abbandonando le loro campagne in balìa de' nemici, eransi chiusi entro le loro mura, risoluti di difendersi fino all'ultima estremità. «Che si ruinino i nostri campi (loro aveva detto un magistrato), che s'inceneriscano le nostre ville, che si occupino le nostre terre; se noi salviamo la patria, verrà un tempo in cui riaveremo ogni cosa: ma se perdiamo la patria, invano avremmo salvata ogni altra cosa. Se conserviamo la libertà il nemico non potrà tener sempre i nostri poderi; se noi la perdiamo, non sarà forse in allora ancora padrone de' nostri beni[91]?»

[90] _M. Ant. Sabellico Hist. Venet., dec. III, l. II, 3 f. 155. — Jo. Simonetae Hist., l. IV, p. 261. — Poggii Bracciolini Hist., l. VII, p. 387._

[91] _Nicc. Machiavelli Ist., l. V, p. 115. — Poggio Bracciolini Histor. Flor., t. XX, l. VII, p. 386._

Ma i Veneziani, invece di fare una vantaggiosa diversione, attaccando il duca di Milano, avevano posto il proprio stato in pericolo. Gattamelata, uno de' loro generali, era stato battuto nel passaggio dell'Adda[92], ed il Gonzaga, malcontento di non vedersi onorato di un'intera confidenza, si era dimesso dal comando della loro armata. I Veneziani chiesero caldamente, ed in ultimo ottennero dai Fiorentini il conte Sforza per opporlo al Piccinino; onde lo Sforza, abbandonato l'assedio di Lucca, avanzossi fino a Reggio per richiamare a sè l'armata lombarda che minacciava gli stati di Venezia; ma essendosi per sistema prescritto varj riguardi verso il duca di Milano, voleva soltanto combattere contro le sue armate, ma non invadere i suoi stati. Gli aveva promesso di non passare il Po per attaccarlo, e per quante istanze gli fossero fatte dai Veneziani e dai Fiorentini, mai non volle mancar di parola al duca. I Veneziani sdegnati ricusarono di pagargli il soldo pattuito, e Cosimo De' Medici andò invano a Venezia per mettere d'accordo questa repubblica col suo generale; lo Sforza tornò in Toscana senza avere combattuto in Lombardia. Frattanto una così aperta deferenza pel Visconti gli aveva dato un nuovo credito alla corte di Milano, onde ricominciò le sue negoziazioni per ottenere in matrimonio Bianca, figliuola del duca, tosto che uscirebbe dalla fanciullezza. In pari tempo propose una tregua tra il duca, i Lucchesi ed i Fiorentini, ed infatti ottenne che fosse per dieci anni soscritta, il 28 aprile del 1438. I Fiorentini conservarono le conquiste che avevano fatte sui Lucchesi, i quali furono ridotti a non avere intorno alla città che un territorio di sei miglia di raggio. Per altro in breve tutto il paese tolto ai Lucchesi, durante la guerra, venne loro restituito per accondiscendenza del vincitore, ad eccezione di Monte Carlo, d'Uzzano e del porto di Motrone[93].

[92] _Marc'Ant. Sabellico Hist. Veneta, Dec. III, l. II, f. 156._

[93] _Nicc. Machiavelli Hist., l. V, p. 120. — Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XXI, t. III, p. 13. — Marc'Ant. Sabellico Hist. Ven., Dec. III, l. II, fol. 158. — Jo. Simonetae Histor. Franc. Sfortiae, l. IV, p. 265. — Leon. Aretini Comment. t. XIX, p. 939. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. VII, p. 390. — Platinae Hist. Mant., t. XX, l. V, p. 814. — Ann. Boninc. Miniat., t. XXI, p. 147._

I Veneziani, che si piccavano di non abbisognare di esterni soccorsi per mantenere la loro indipendenza, erano stati eccitati invano o a continuare a pagare la parte loro de' sussidj pel mantenimento dell'armata, o ad accettare di concerto coi Fiorentini la pace che lo Sforza offriva di negoziare. Essi rimasero soli impegnati nella guerra, e non si lagnarono dell'abbandono de' loro alleati. Del resto quest'abbandono non durò lungamente, perchè il Visconti doveva nuovamente rendere la guerra generale. La sua inquieta politica, la sua versatilità sembravano accrescersi coll'età. Difficilissimo riesce il potergli tener dietro nel continuo cambiamento de' suoi progetti, non seguendo egli alcun piano vastamente concepito, ma soltanto l'instabilità del proprio carattere. La sua improvvisa alleanza con Alfonso eragli costata la perdita di Genova; per ricuperare Genova aveva posta Lucca in pericolo, ed intrapresa la guerra coi Fiorentini, facendo la pace coi quali sagrificava parte dello stato di Lucca, abbandonava Genova e comprometteva gli interessi d'Alfonso, di cui aveva a così caro prezzo comperata l'alleanza.

Alfonso, carico dei regali del Visconti e libero da ogni taglia, era ripartito alla volta del regno di Napoli, in principio del 1436. Il 2 febbrajo era venuto a sbarcare a Gaeta con tutti i signori che uscivano dalle prigioni di Milano. Gaeta, che aveva sostenuto un lungo assedio per la casa d'Angiò, assedio terminato in un modo così clamoroso per la disfatta di Alfonso, era stata più facilmente vinta dalla sua magnanimità che dalle sue armi. Sei mesi dopo la battaglia di Ponza aveva aperte le porte a don Pedro, fratello del re d'Arragona[94]. Durante questo tempo, Elisabetta di Lorena, moglie del re Renato, erasi recata a Napoli, per prendere il comando dei partigiani della casa Angioina. Suo marito non aveva potuto porsi alla loro testa, perchè per una strana combinazione i due pretendenti al trono di Napoli si trovavano prigionieri nello stesso tempo. La successione di Carlo I, duca di Lorena e di Bari, aveva accesa la guerra, che costò a Renato la libertà. Egli aveva sposata Elisabetta, figlia primogenita di Carlo, che non aveva maschi, e pretendeva di ereditare la Lorena, che gli veniva contesa dal conte Antonio di Vaudemont, fratello dell'ultimo duca. I Lorenesi si erano dichiarati per Renato, il duca di Borgogna si dichiarò per il conte Antonio, e nella battaglia di Bullegneville, accaduta il 2 luglio del 1431[95], Renato fu fatto prigioniero dal duca di Borgogna. Egli era stato da prima rilasciato sulla parola; ma il suo nemico, meno generoso del Visconti, lo costrinse a ritornare alle sue catene quando venne chiamato al trono di Napoli; e non ottenne la libertà che a durissime condizioni, e dopo lunghi negoziati; dovette rinunciare ai suoi diritti sulla Lorena, pagare dugento mila scudi di taglia, e maritare sua figlia primogenita, Jolanda, al principe Ferrì, figlio del conte di Vaudemont. Per cagione di questa, Renato II, duca di Lorena e figliuolo di Ferrì, pretese poi d'avere il regno di Napoli[96].

[94] _Giorn. Napolet., p, 1103. — Giannone, l. XXV, c. 7, p. 458. — Bart. Facii Rer. Gestar. Alphonsis Regis, l. V, p. 68._

[95] _Rapin Thoyras, Hist. d'Anglet. t. IV, l. XII, p. 252._

[96] _Hist. de France par Velly e Villaret, t. VIII. Edit. in 4.º, p. 43. — Giannone Stor. Civile, l. XXV, c. 7, p. 457. — Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1102._

Mentre Renato era prigioniere, Elisabetta sbarcava a Napoli senza danaro e senza soldati. Ella faceva capitale soltanto dell'appoggio de' partigiani della sua famiglia, costretta di abbandonarsi in loro balia. Alfonso, poco d'accordo co' suoi stati d'Arragona, non era di lei più ricco, e tutti due trovavansi ridotti, per fare la guerra, pressocchè alle sole forze del regno di Napoli. E per tal modo dipendevano dalle fazioni a vicenda trionfanti o vinte, e più ancora dagl'intrighi, dalla venalità e dalla gelosia dei varj loro _condottieri_, e de' principi feudatarj, che loro vendevano a caro prezzo i proprj soccorsi. Giovan Antonio Orsini, principe di Taranto, era il principale appoggio della fazione d'Alfonso, mentre che Giacomo Caldora[97], condottiere, che fu creato duca di Bari, poi contestabile del regno, sosteneva la causa di Renato. Tutti due non davano che piccole battaglie pei loro principi; ma le inaudite vessazioni ch'esercitavano nelle province, dove si trovavano accantonati, spingevano i popoli alla ribellione, e staccavano ora dal partito d'Angiò, ora da quello d'Arragona i gentiluomini o le città ch'eransi mostrate le più attaccate alla causa dell'uno o dell'altro re.

[97] La potente famiglia dei Caldora è pure chiamata dagli storici di Napoli _Caudola_ e _Candola_: in Francia, dove si è conservata, porta l'ultimo nome. Ne' dialetti napoletani le trasposizioni delle consonanti di una sillaba all'altra, sfiguravano i nomi come i vocaboli.

Papa Eugenio aveva rinunciato alla conquista del regno per sè medesimo, ed aveva abbracciata la parte di Renato. Commise a Giovanni Vitelleschi, patriarca d'Alessandria, che aveva nominato cardinale nel 1437, d'entrare nel regno per sostenere gli Angioini, e questo guerriero prelato, che non distinguevasi dagli altri condottieri che per essere più perfido e crudele, venne ad accrescere le sventure delle province napoletane, senza rendere molto più forte il partito che difendeva[98].

[98] _Giornali Napolet., t. XXI, p. 1104. — Annales Boninc. Miniat., t. XXI, p. 146. — Giannone Stor. Civ., l. XXV, c. 7, p. 259. — Bart. Facii, l. V, p. 70._

Non può osservarsi senza maraviglia che Filippo Maria Visconti prese parte in questa guerra per sostenere nello stesso tempo le due fazioni. Da una parte mandò negli Abruzzi Francesco, figlio di Niccolò Piccinino, con un ragguardevole corpo di cavalleria, per soccorrere Alfonso: dall'altro canto lo stesso anno persuase Francesco Sforza, ch'erasi con lui riconciliato, a condurre la sua armata nel regno di Napoli, sotto colore di assicurarsi dell'ubbidienza de' feudi che aveva ricevuti dal padre, ma infatto per assistere il re Renato, cui erasi attaccato da lungo tempo[99]. Una guerra che indeboliva i suoi vicini, che teneva i suoi rivali nell'incertezza, che esercitava i suoi soldati ed impiegava la loro attività, sembrava sempre al duca di Milano un notabile vantaggio; e non credeva d'acquistarlo a troppo caro prezzo colla ruina dei popoli, colla diffidenza de' suoi alleati, coll'esecrazione di tutti. Ma tale detestabile politica fu cagione della ruina de' suoi stati; lo espose in tutto il tempo del suo regno a continui timori e pericoli; e per ultimo, alla sua morte, lasciollo nell'impotenza di far rispettare le sue ultime volontà.

[99] _Jo. Simonetae Vita Fran. Sfortiae, l. IV, p. 266._

Il Visconti associava la licenza data allo Sforza di attaccare il regno di Napoli ad intrighi a lui più vicini. Non sapeva risolversi a lasciare tra le mani de' Veneziani le città di Bergamo e di Brescia, conquistate in una precedente guerra; ma prima di attaccarle voleva separare la repubblica di Venezia da tutti i suoi alleati. Cercava dunque di dare al papa, ai Fiorentini, al conte Francesco Sforza tali occupazioni che non permettessero loro di prendere parte negli affari di Lombardia[100]. Lo Sforza, chiamato a difendere contro Alfonso i suoi ricchi feudi nel regno di Napoli, più non gli era cagione d'inquietudine, finchè trovavasi a fronte di così formidabile nemico. Rispetto agli altri due, il Visconti era bensì obbligato a non prendere alcuna parte negli affari della Romagna e della Toscana, ma l'astuzia tante volte praticata di far agire i suoi condottieri in loro proprio nome, sempre gli dava il modo d'eludere tutti i trattati.

[100] _Nicc. Machiavelli, l. V, p. 125._

Niccolò Piccinino, capo de' soldati formati prima da Braccio, era tra gli altri generali d'Italia il più ligio al duca di Milano. Sarebbesi ancora giudicato il migliore e posto forse al di sopra di Francesco Sforza, se non avesse talvolta arrischiata per soverchio ardire la propria riputazione. Piccinino, il confidente di tutti i segreti del duca ed il suo più intimo confidente, si mostrò fieramente adirato, quando seppe l'accordo di Francesco Sforza e del Visconti, il di cui prezzo essere doveva la mano di Bianca. Si lagnò altamente che il duca di Milano promettesse al suo più costante nemico ricompense assai più brillanti di quelle che avesse mai fatte sperare al suo più fedele servitore. Nello stesso tempo condusse le sue truppe a Camurata in Romagna tra Forlì e Ravenna e vi si afforzò, come se volesse porsi al sicuro dalla collera del suo antico signore. Quando la notizia di questa contesa si trovò bastantemente accreditata, il Piccinino fece segretamente offrire al papa di ricuperargli tutti gli stati che aveva infeudati allo Sforza, e che tanto spiacevagli di avere alienati. Altro non gli chiedeva il condottiere che un poco di danaro per pagare il soldo alle truppe. Eugenio accolse subito questa proposizione, mandò cinque mila fiorini al Piccinino, e promise di accordargli più magnifiche ricompense, tosto che questi avrebbe fatto discendere l'odiato rivale Sforza dall'alto rango in cui era salito, e che avrebbe ristituiti i suoi stati alla Chiesa e privato il duca di un esperto generale. Il Piccinino allettò lungamente il pontefice con questo trattato, mentre andava fortificando il suo campo in Romagna, che occupava tutte le strade di Bologna, e che suo figlio, attraversando lo stato della chiesa giugneva fino nel centro dell'Umbria. Improvvisamente quest'ultimo sorprese e saccheggiò Spoleti; ed il padre, cavandosi nello stesso tempo la maschera, venne il 16 aprile del 1438 ad assediare Ravenna. Ostasio da Polenta, alleato del papa e dei Veneziani, che regnava in questa città, fu forzato per fare la pace a congedare la guarnigione veneziana che aveva ricevuta tra le sue mura, ed a porsi sotto la protezione del duca di Milano[101].

[101] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII. Rer. It., p. 1057. — M. Ant. Sabellico, Dec. III, l. II, f. 158. — Jo. Simonetae, l. IV, p. 268. — Hier. Rubei Hist. Raven., l. VII, p. 626._

Ma lo stratagemma del Piccinino tendeva ad uno scopo assai più importante e l'acquisto ch'egli ambiva di fare più non poteva fuggirgli di mano; era questo Bologna, la seconda città dello stato della Chiesa. Lo stesso papa vi aveva lungamente soggiornato, e credeva, quando tre anni prima aveva preso possesso di Bologna, di essersene assicurata l'ubbidienza con un tradimento, ch'egli risguardava come un colpo di stato. Il suo legato, il vescovo di Concordia, eravi entrato il 6 dicembre del 1435; vi aveva subito pubblicato l'ordine d'Eugenio che riconciliava tutti i partiti, ed accordava la pace agli emigrati. Appoggiato a tale assicurazione Antonio Bentivoglio, che da quindici anni viveva in esilio era rientrato il 4 di dicembre colla maggior parte de' suoi amici in una patria che aveva governata come sovrano. Il 23 dello stesso mese era andato ad udire la messa, che celebrava lo stesso legato: uscendo dalla cappella si vide circondato dalle guardie del legato; gli fu tolto l'uso della lingua in bocca, e senza interrogatorio, senza giudizio, il podestà, ch'era in allora Baldassar di Offida, gli fece tagliare il capo nel cortile della sua casa. Il podestà aveva nello stesso tempo fatto invitare Tommaso Zambeccari a recarsi presso di lui; questi, andatovi senza diffidenza, venne impiccato senza che potesse gridare innanzi all'altare della cappella del palazzo. Il legato, per inspirare maggior terrore, volle che l'uno e l'altro morissero senza confessione, credendo di perdere in tal modo non meno le loro anime che i loro corpi. Li fece poi seppellire senza veruna cerimonia ecclesiastica, ed intanto ebbe l'impudenza di non accusarli di verun delitto, e non pretese di giustificare quest'orribile esecuzione che col timore inspiratogli dal numero troppo grande de' loro partigiani[102].

[102] _Cron. di Bologna, t. XVIII, R. I., p. 656. — Ann. Bononiens. Hier. de Bursellis, t. XXIII, p. 876._

Eugenio IV essendosi in tal modo disfatto di questi capi che il popolo erasi avvezzato a rispettare, non pensava che Bologna potesse mai più scuotere il suo giogo; vi aveva fissata la sua residenza, ed eravi rimasto finchè gli affari del concilio l'avevano chiamato a Ferrara. Ma la pubblica esecrazione è l'immancabile conseguenza d'una pubblica perfidia; come più l'arco è fortemente curvato, così con maggiore sforzo tende a raddrizzarsi. Non fu appena Eugenio IV uscito di Bologna che i cittadini, diretti dagli amici e dai capi che ancora rimanevano alla casa Bentivoglio, presero le armi la notte del 21 maggio del 1438, aprirono le porte a Niccolò Piccinino che pose guarnigione nella fortezza, nominarono magistrati popolari, e sotto la protezione del duca di Milano e del suo generale, ritornarono a Bologna l'antico suo governo repubblicano[103]. Faenza, Imola e Forlì, si sottrassero nello stesso tempo all'autorità della Chiesa per porsi sotto la protezione del Visconti e del Piccinino. Astorre Manfredi, principe di Faenza e d'Imola, abbandonò liberamente l'alleanza del papa per quella del duca; per lo contrario Antonio degli Ordelaffi, che due anni prima era stato dal legato scacciato dal suo principato di Forlì, vi rientrò per mezzo d'una rivoluzione[104]. I Bolognesi e la maggior parte della Romagna essendo stati tolti al papa da quello stesso che si era cattivata la sua confidenza, il Piccinino scrisse ad Eugenio per rendergli un derisorio conto della commissione ond'era da lui stato incaricato, dichiarando che un pontefice che aveva cercato di porlo in discordia col suo padrone con vergognosi artificj, aveva giustamente meritato di perdere egli medesimo i proprj stati per un simile artificio[105].

[103] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 659._

[104] _Annales Forolivienses, t. XXII, p. 219. — Jo. Simonetae, l. IV, p. 271._

[105] _Niccolò Machiavelli, l. V, p. 127._

Filippo Maria altro non aspettava che l'esito di questi varj intrighi per attaccare i Veneziani. Di già parevagli d'averli bastantemente staccati da tutti i loro alleati. Firenze, che in tutte le precedenti guerre era loro stata così intimamente unita, non sapeva perdonar loro d'averle nell'ultima fatta mancare l'impresa di Lucca. Altronde questa città, spaventata dalle rivoluzioni di tutta la Romagna, non doveva punto curarsi di prendere parte in una pericolosa guerra. Francesco Sforza erasi innoltrato negli Abruzzi fino ad Atri, aveva fatti dichiarare tutti i suoi vassalli per Renato d'Angiò, e di già cagionava ad Alfonso grandissimo danno: ma il Visconti, non volendo compromettere più oltre il suo vero alleato, fece, contro ogni aspettazione, significare a questo generale, che dovesse metter fine alle ostilità nel regno di Napoli, sotto comminatoria di vedersi sospeso il soldo che gli pagavano i Fiorentini[106]. Lo Sforza, di già impegnato in una difficile lotta, bisognoso di danaro, ed ignorando fino a qual punto potrebbe il duca di Milano avverare la sua minaccia, non pareva in istato di portare le sue armi in Lombardia; ed altronde era scontento de' Veneziani, ed il Visconti non lasciava d'averlo piuttosto in conto di alleato che di nemico. Finalmente Eugenio IV, che aveva perduto parte de' suoi stati, era ancora più atterrito dagli attacchi del concilio di Basilea che da quelli del Piccinino; imperciocchè il primo lo aveva deposto, sostituendogli Amedeo VIII di Savoja, amico del Visconti, che prese il nome di Felice V. Giovanni Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, aveva lasciata l'alleanza de' Veneziani ed il comando della loro armata, per passare a quella del duca, e la posizione de' suoi stati tra il Bresciano ed il Veronese rendeva la di lui alleanza doppiamente importante[107].

[106] _Jo. Simonetae Hist. l. IV, p. 271._

[107] _Plat. Hist. Mant. l. V, p. 815, t. XX, Rer. Ital. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, t. XXII, p. 1060._