Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)
Part 5
A così potenti motivi politici aggiunse Alfonso, per persuadere Filippo, il prodigioso potere che il suo spirito e l'eleganza delle sue gentili maniere gli davano sul cuore degli uomini. Questo principe, d'origine castigliana, aveva un non so che di più fiero, di più aperto, di più cavalleresco, che non avevano gli Arragonesi suoi sudditi, o gl'Italiani tra i quali combatteva. La sua vita era divisa tra l'amore, le lettere e le armi. Conservava nel suo cuore un profondo dolore per la morte di Margarita d'Hijar, sua amica, che dopo avergli dato un figlio, Ferdinando, che fu poi re di Napoli, era stata strozzata per ordine di sua moglie, Margarita di Castiglia. Egli non aveva voluto vendicarla, nè rivedere la sua carnefice, e si era allontanato dal suo regno, per alleggerire il suo dolore, occupandosi in pericolose spedizioni. In mezzo alle continue guerre in cui l'aveva impegnato la sua ambizione, non erasi in lui punto scemato quell'amore delle lettere che ispirato gli aveva Antonio Beccadelli di Palermo, primo suo precettore, poi consigliere, e talvolta suo ambasciatore nelle più importanti occasioni. La sua corte era composta di letterati, egli riandava sempre col pensiere l'antichità, viveva con Cesare e con Alessandro non meno che con i suoi contemporanei, ed in un secolo in cui coltivavansi con entusiasmo le lettere classiche, in cui la gloria sembrava riservata all'erudizione, in cui l'eleganza del dire curavasi ancora più che il pensiere, pareva che Alfonso possedesse tutta la gloria umana. Tutti i dispensieri della fama erano da lui stipendiati, tutti i letterati magnificavano le sue imprese, e pareva che il di lui suffragio desse la misura del merito e del sapere. Egli riuniva nel suo aspetto, nella sua espressione, nelle sue maniere, tutte le qualità che seducono il cuore, e che abbagliano gli occhi: vivace era il suo ingegno, persuasivo e pieno di grazie. Giunse perciò in breve a dominare, ed a cattivarsi in modo Filippo Maria, il di cui carattere non erasi fin allora aperto all'amicizia, che il vincitore non ebbe altro consigliere, altro confidente, fuorchè il suo prigioniero[75]. Si strinse fra di loro un'intima alleanza, ed il duca di Milano, determinato di far acquistare al suo ospite il regno di Napoli, ordinò ai Genovesi di apparecchiare sei grandi navi di linea, per ricondurre Alfonso con tutta la di lui corte ne' luoghi medesimi in cui l'avevano vinto, e per combattere d'or innanzi in suo favore[76].
[75] _Anton. Panhormita de dictis et factis Alphonsi. — Barthol. Facii de vita rebusque gestis Alphonsi passim._
[76] _Uberti Folietae Hist. Genuens., l. X, p. 586. — Giannone Istor. civ. del Regno di Napoli, l. XXV, c. 7, p, 457._
Frattanto Filippo Maria non tardò ad avere avvisi dell'indignazione che i suoi ordini avevano eccitata in Genova, ove il fermento era così grande, che tutto di già annunciava una ribellione. Credette il duca di prevenirla col chiamare a Milano una deputazione de' più ragguardevoli uomini dello stato, sotto colore di trattar con loro intorno alla taglia del re d'Arragona. Disse loro che Alfonso aveva convenuto di cedere la Sardegna ai Genovesi quale prezzo della sua libertà, e li rinviò colmi di gioja per la speranza di un acquisto di tanta importanza. In pari tempo mandò a Genova due mila uomini, destinati, siccome egli diceva, a montare a bordo delle galere che prenderebbero possesso della Sardegna. Ma i Genovesi conobbero bentosto d'essere stati dal duca ingannati, e che la promessa di render loro la Sardegna non era che un'esca destinata a far aprire le loro porte alla guarnigione, ch'egli voleva stabilire nella loro città.
Una nuova offesa rese più vivo il loro risentimento; alcuni deputati di Gaeta erano venuti a rallegrarsi coi Genovesi della loro vittoria, a ringraziarli de' soccorsi loro prestati, ed a pregarli di custodire la città di Gaeta fino alla fine delle guerre del regno di Napoli. Il duca, informato dell'arrivo di questi deputati, adoperò ogni maniera di seduzioni per persuaderli ad abbandonare il partito d'Angiò, ad aprire le porte al re Alfonso, e li rinviò senza permettere che i Genovesi accettassero l'offerta che gli avevano fatta[77].
[77] _Jacobi Bracelli Hispani Belli, l. IV, I, 2. — P. Bizarro S. P. Q. Genuensis Historia, l. XI, p. 250._
Mentre ciò accadeva, un nuovo governatore, Erasmo Trivulzio, fu dal duca mandato a prendere il comando di Genova, invece di Pacino Alciati ch'egli aveva richiamato. Risolvettero i Genovesi di approfittare delle cerimonie del suo _installamento_ per ricuperare la loro libertà. Il vecchio governatore era uscito per incontrare il nuovo: nell'istante in cui rientravano l'uno e l'altro, ed avevano appena passata la porta di san Tomaso, questa venne chiusa dietro loro, e furono separati i due governatori da tutti i loro soldati. Quando se ne avvidero, vollero fuggire, ed il Trivulzio giunse infatti alla rocca del Castelletto, ove si chiuse. Ma Pacino Alciati, raggiunto presso al _Fossatello_, fu ucciso, ed il suo cadavere lasciato qualche tempo esposto agli occhi del popolo avanti alla chiesa di san Siro, mentre risuonavano per tutta la città grida che invitavano alle armi ed alla libertà. Francesco Spinola, quello stesso che aveva così valorosamente difesa Gaeta, si fece capo degl'insorgenti; attaccò i soldati milanesi, scoraggiati dalla perdita dei due loro capi, e li costrinse ad arrendersi quasi senza combattere. La città di Savona, avuto avviso della rivoluzione di Genova, si affrettò d'imitarne l'esempio; sorprese egualmente e scacciò la guarnigione milanese: i varj castelli che il duca possedeva nei contorni della capitale e nelle due riviere furono collo stesso impeto ripresi dal popolo, ad eccezione del Castelletto, che capitolò soltanto ne' primi mesi del susseguente anno. Fu il 27 dicembre del 1435[78], che i Genovesi si rialzarono al rango dei popoli liberi. Incaricarono sei de' più illustri loro cittadini di rivedere le leggi patrie, e di dare alla costituzione nuovo vigore; nello stesso tempo mandarono ambasciatori a Venezia ed a Firenze per chiedere l'alleanza delle due repubbliche, e guadagnare la loro protezione contro il duca di Milano, loro comune nemico[79].
[78] _Jacobi Bracelli, l. IV, I. 3. — P. Bizarro, l. XI, p. 253, dicono, VI Kal. Januarius_ (il 27 dicembre). Il Foglieta dice la vigilia del Natale (24 dicembre). Io ignoro dove il Muratori prendesse la data del 12 dicembre ch'egli ha scelta. — _Barth. Facii, p. 65._
[79] _Jac. Bracelli, l. IV, I. 3._ Fu egli medesimo spedito in tale occasione presso il governo di Firenze e presso papa Eugenio IV, per chiedere soccorsi di grani, onde mettere Genova in istato di sostenere, in caso di bisogno, un lungo assedio. I Fiorentini ne mandarono subito in abbondanza, ed il papa si limitò a non vietarne l'estrazione a loro favore. _Ubertus Folieta Genuensis Hist., l. I, p. 588. — Pietro Bizarro, l. XI, p. 251. — Niccolò Machiavelli, l. V, p. 99._
CAPITOLO LXVIII.
_Gli emigrati fiorentini persuadono il duca di Milano a rinnovare la guerra contro Firenze: questa repubblica scontenta di Venezia soscrive una tregua separata; assedio di Brescia; pericolo dei Veneziani._
1436 = 1438.
Due sole repubbliche, Venezia e Firenze, sostenevano con costanza in Italia la causa della libertà, mostrandosi sempre apparecchiate a fare argine ai progetti degli usurpatori, ed a mantenere fra i diversi stati quell'equilibrio che a ciascheduno conservasse la rispettiva importanza e ricchezza. Pure queste due città non avevano una costituzione che fosse propria ad assicurare a loro medesime i vantaggi di quella libertà di cui si mostravano tanto gelose. La forma del governo era tale, che assicurava bensì l'impiego delle forze individuali a favore della causa pubblica, ma non guarentiva colla forza pubblica la libertà, la proprietà e la vita di ogni individuo. Vedevasi in queste repubbliche lo sviluppamento di sommi talenti, di molto zelo, di molte virtù pel servigio della patria; ma non vi si trovava quel felice equilibrio dei poteri, che deve impedire ai magistrati di opprimere il popolo, e ad una fazione di soverchiare l'altra. A Venezia un'autorità forte e segreta faceva tacere tutte le personali passioni, fino dalle loro prime mosse fermava tutte le fazioni, preveniva tutte le rivoluzioni, e non permetteva che alcun uomo, alcun carattere, alcun individuo si staccasse dalla massa comune. Lo spirito non aveva che l'astratta nozione di repubblica; vedevansi sulla scena la signoria, il gran consiglio, il consiglio dei dieci, vedevansi animati da una ambizione profonda, orgogliosa, ostinata, che mai non veniva meno; pure non attaccavasi verun nome alle loro decisioni. Il carattere o le virtù del doge, la prudenza d'un consigliere, i talenti d'un oratore non trasparivano giammai dal velo che copriva tutte le deliberazioni della signoria. Gli stranieri, gli storici, i medesimi sudditi dello stato vedevano sempre la repubblica come un ente ideale, che mai non mutava sistema, che non aveva che eterne passioni, e che pure impiegare sapeva per giugnere a' suoi fini tutti i talenti e tutte le virtù che l'amore di patria può risvegliare in ogni cittadino, quand'egli sente che questa patria osserva le sue azioni, e che ancor egli è qualche cosa nello stato.
Affatto diversa era la repubblica fiorentina; la di lei costituzione era meno forte d'assai che lo spirito pubblico, onde era animata: la signoria, i consiglj, le magistrature, avevano un credito meno stabile, un carattere meno marcato dei cittadini che li dirigevano. I corpi costituiti rientravano nell'oscurità per lasciar figurare gl'individui; ed il potere dello stato, invece d'essere concentrato nelle mani de' pubblici magistrati, trovavasi quasi tutto fuori delle magistrature. Veniva questo esercitato da alcuni uomini la di cui prudenza, la ricchezza, l'eloquenza e le parentele costituivano il credito. A misura che questi uomini, trionfavano gli uni degli altri, che riuscivano a soppiantarsi, a mandarsi reciprocamente in esilio, vedevasi la repubblica passare dalle mani di una famiglia in quelle di un'altra. Allora i diritti de' cittadini venivano violati dalla fazione trionfante, come a Venezia lo erano frequentemente dalla permanente autorità dei magistrati; ma la forma del governo conservavasi press'a poco la medesima, ed il suo spirito esterno era ancora più costante. Vedevasi con maraviglia la politica de' Fiorentini, riguardo a tutto il rimanente dell'Italia, conservarsi così ferma, così irremovibile, come se un antico immutabile senato avesse dettate tutte le sue disposizioni.
La fazione degli Albizzi, che aveva dominato per lo spazio di cinquantatre anni, dal 1381 al 1434, erasi resa benemerita della repubblica fiorentina. In così lungo tempo aveva dato prove di tanta saviezza, costanza, e moderazione nella direzione degli affari, che non era stata pareggiata da quelle che l'aveva preceduta, nè imitata dall'altra, che la seguì. Furono gli Albizzi, che sventarono più volte gli ambiziosi progetti di Giovan Galeazzo, primo duca di Milano, di Ladislao, re di Napoli, e di Filippo Maria Visconti. Nello stesso tempo che avevano in tal maniera mantenuta la libertà dell'Italia, essi avevano rispettata quella del proprio paese. Maso degli Albizzi, Niccolò d'Uzzano e Rinaldo degli Albizzi, che si erano succeduti nella direzione del governo, non avevano mai lasciato di essere semplici cittadini, mai non si erano arrogati nè sullo stato, nè sul proprio loro partito, un'arbitraria autorità, nè avevano impiegato verun mezzo nascosto per accrescere o la propria influenza o le proprie ricchezze. Invece di ricorrere alla forza o alla corruzione per consolidare il loro credito, non avevano altro appoggio che il proprio merito, i talenti ed i parentadi. La rivoluzione che li rovesciò nel 1434, innalzando in vece loro Cosimo de' Medici, cominciò da quell'istante ad alterare in Firenze i principj del governo repubblicano. Il partito dei Medici era distinto dal nome di partito popolare, e il di lui trionfo venne risguardato come una vittoria della democrazia sopra l'aristocrazia; ma appunto per ciò riuscì più funesto ai sentimenti di eguaglianza. Quanto più i partigiani di Cosimo dei Medici erano di un ordine subalterno, tanto più le immense ricchezze, e l'infinita considerazione di questo capo erano sproporzionate alla loro oscurità. Egli diventò l'uomo del suo partito assai più esclusivamente che non lo era stato del proprio Rinaldo degli Albizzi; e da quest'epoca in poi la famiglia dei Medici cominciò a camminare a passi da gigante verso la sovranità della Toscana, di cui si rese padrona dopo un secolo.
Il trionfo del partito dei Medici fu accompagnato da molti atti tirannici. La balìa, che aveva data nuova ferma al governo, percosse con sentenze rivoluzionarie la maggior parte dei capi della vinta fazione. La signoria che sedeva nei mesi di novembre e dicembre del 1434, e che assolutamente era addetta ai Medici, fu ancora più rigorosa. Prolungò il termine dell'esilio di alcuni proscritti, aggravò per altri la pena della relegazione, obbligandoli a soggiornare in luoghi insalubri, o lontani da tutti i loro interessi, stese le sue condanne sopra molte nuove vittime, ed era ne' suoi giudizj meno diretta dalla condotta tenuta da coloro ch'ella condannava, che dall'importanza che dar loro potevano le ricchezze, i parenti ed il numero degli amici[80]. Ella mai non si astenne dallo spargere il sangue. Antonio, figlio di Bernardo Guadagni, venne decapitato con altri quattro cittadini; e furono visti con non minore maraviglia che spavento tra coloro che subirono l'estremo supplicio Cosimo Barbadori e Zanobio Belfratelli, i quali, avendo abbandonato il luogo della loro relegazione per andare a Venezia, eranvi stati arrestati per ordine della signoria e mandati a Cosimo de' Medici, con aperto disprezzo del diritto delle genti, e di quell'ospitalità universale che i Veneziani medesimi riguardavano come una franchigia della loro città[81].
[80] _Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 92. — Ricordi di Gio. Morelli. Deliz. degli Eruditi, t. XIX, p. 124. — Ist. di Gio. Cambi. Ivi, t. XX, p. 198._
[81] _Scipione Ammirato, l. XXI, t. III, p. 7._
Tanti esilj e condanne dovevano all'ultimo indebolire la repubblica; onde il partito vincitore per compensare Firenze delle perdite che le aveva cagionate, distribuì molte grazie ai suoi aderenti. La famiglia degli Alberti, che un mezzo secolo prima era stata dichiarata ribelle, venne riammessa a tutti gli onori che aveva perduti; quasi tutte le antiche condanne furono abolite, e quasi tutti i grandi ristabiliti nell'esercizio dei diritti di cittadinanza. Si esaminarono tutte le borse da cui cavavansi a sorte i magistrati, e ne furono levati tutti i nomi sospetti di parzialità per gli Albizzi, sostituendovi quelli de' più zelanti partigiani del nuovo governo. E con più attenta cura si procedette inoltre nello scegliere i giudici criminali. Gli esiliati, anche spirato il termine del loro esilio, non furono ammessi a rientrare in patria che dopo avere ottenuti da trentasette votanti trentaquattro voti favorevoli in una deliberazione della signoria unita al collegio. Ogni corrispondenza coi proscritti, ogni azione, ogni parola sospetta, furono severamente punite; e coloro, tra i partigiani del precedente regime, che non furono nominativamente condannati, vennero assoggettati a straordinarie contribuzioni, colle quali si cercò di ruinarli[82].
[82] _Machiavelli Istor. Fior., l. V, p. 93. — Scip. Ammirato Istor. Fiorent., l. XXI, t. III, p. 2._
Rinaldo degli Albizzi, che aveva avuto ordine di allontanarsi più di cento miglia da Firenze, non tardò a violare i confini assegnatigli, ed a incorrere per tale motivo in una condanna a morte come ribelle. Ma poco atterrito da questa impotente sentenza, ad altro più non pensava che a riaccendere la guerra tra Firenze ed il duca di Milano, onde tornare in patria coll'ajuto delle armi straniere. Pareva che i Fiorentini ed i Veneziani avessero violata la pace recentemente segnata, ricevendo i Genovesi come loro alleati. Col trattato di pace avevano riconosciuto il Visconti come signore di Genova, onde non potevano promettere soccorsi ai Genovesi ribelli. Tosto che Rinaldo degli Albizzi ebbe contezza di questa violazione dell'ultimo trattato si recò presso il duca di Milano. Ne' suoi discorsi non cercò di palliare la lunga sua nimicizia colla casa Visconti, nè la vigilanza con cui aveva resi vani i suoi progetti in tutto il tempo ch'egli era stato alla testa della repubblica; allora, egli diceva, aveva fatto il debito suo verso la patria, e non credeva adesso di soddisfare meno utilmente al dovere di fedele cittadino, armando contro di lei un possente vicino; giacchè non mirava a farla schiava, ma bensì a renderle la perduta libertà. «La calamità d'un malvagio governo, gli diceva egli, è ben più durevole e più perniciosa assai che una guerra; ed il male passaggiero che noi facciamo oggi alla nostra patria, è il solo mezzo che ci rimane per preservarla da un perpetuo male.» Fece in appresso osservare, che Firenze, accettando l'alleanza Genovese, aveva dato al duca un giusto motivo di riprendere le armi; che questa repubblica, impoverita, divisa, e che sospirava un liberatore, prometteva al suo nemico quegli avvenimenti, che mai avuti non aveva nelle precedenti guerre[83].
[83] _Machiavelli Istor. Fior., l. V, p. 101. — Scip. Ammirato Stor. Fior. l. XXI, t. III, p. 6._
Filippo Maria lasciossi persuadere dai discorsi di Rinaldo e degli altri fuorusciti fiorentini; suppose che potesse scoppiare in questa repubblica una rivoluzione, e che convenisse porsi in situazione di approfittarne. Ma i nemici di uno stato, quando fondano le speranze loro sull'interno malcontento, sono d'ordinario tanto più facilmente ingannati, quanto sono meglio serviti dalle loro spie. I bucinamenti, l'impazienza, i desiderj di vendetta, ne' quali confidano, esistono effettivamente, ma non producono verun effetto, nè mai corrispondono all'aspettazione. Il pubblico potere, lungi dall'essere inceppato dagli umori di alcuni malcontenti, trova frequentemente ne' medesimi un pretesto per ispiegare maggiore energia, e l'orgoglio nazionale rare volte permette ai popoli, che soffrono maggiormente, di aspettare dagli stranieri il loro sollievo.
Del rimanente il Visconti era spinto a far la guerra a Firenze, più che dalle istanze degli emigrati, dalla sua personale animosità. Aveva ordinato a Niccolò Piccinino d'attaccare immediatamente Genova, e di soccorrere i soldati milanesi che difendevano il Castelletto; ma tutti gli sforzi di così valente generale per liberare questa fortezza erano riusciti vani. Mentre egli sforzava i passaggi della Polsevera, che riuniva san Pier d'Arena e parte della Riviera di Ponente, il Castelletto aveva capitolato, sto per dire, sotto i suoi occhi, e dai Genovesi era stato demolito[84]. Allora il duca ordinò al suo generale di recarsi nella Riviera di Levante per minacciare nello stesso tempo Genova e la Toscana, e per approfittare dell'occasione di sorprendere i Fiorentini prima di dichiarar loro la guerra.
[84] _Uberti Folietæ Hist. Genuens., l. X, p. 589. — Jacobi Bracelli Hisp. Belli, l. IV, t. 4._
Le negoziazioni, non altrimente che i movimenti militari, procedevano con estrema lentezza, onde passò tutt'intero il 1436 senza che si dichiarasse la guerra. Il Piccinino dava voce di agire in proprio nome come condottiere, non già come generale del duca di Milano; annunciava di voler passare nel regno di Napoli ai servigi d'Alfonso; minacciava di farsi strada colle armi alla mano, e sotto questo pretesto attaccò Pietra Santa, poi Vico Pisano, indi Barga, che i Fiorentini difesero contro di lui[85]. Questi gli opposero il conte Francesco Sforza, condottiere, che contratta aveva con Cosimo de' Medici la più intima confidenza ed amicizia, e che innalzandosi al di sopra della falsa e ristretta politica de' mercanti di soldati, manifestava di già i sentimenti d'un cavaliere e d'un principe.
[85] _Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 106. — Scip. Ammirato, l. XXI, t. III, p. 7. — Poggii Bracciolini Hist. Flor., l. VII, p. 385._
Francesco Sforza era stato dichiarato da Eugenio IV sovrano della Marca d'Ancona e gonfaloniere della chiesa, ed in contraccambio aveva ristabilita l'autorità del papa in quasi tutti gli stati che si erano contro di lui ribellati. Anche in sul cominciare di questo stesso anno 1436 gli aveva sottomesso Forlì, cacciandone Antonio degli Ordelaffi[86]. Ma Eugenio IV non ebbe appena ricuperato il patrimonio de' suoi predecessori che si era pentito d'averlo ricuperato coll'alienazione della Marca d'Ancona. Per riacquistare questa provincia aveva convenuto con Baldassar di Offida, suo luogotenente a Bologna, ov'egli medesimo in allora risiedeva, di far assassinare il suo generale. Ma lo Sforza ebbe avviso di questa trama da un cardinale, suo amico, la vigilia stessa della sua esecuzione; ed avendo intercettata una corrispondenza che disvelava apertamente il progetto d'Eugenio e del suo malvagio agente, s'accontentò di rapire il 16 settembre Baldassar d'Offida di mezzo all'armata pontificia, e di mandarlo nella torre del castello di Fermo, ove questo sventurato morì tra le catene; lo Sforza non mostrò verun risentimento contro Eugenio IV, che tutto tremante gli faceva le più umili scuse, e dava colpa di tutta l'iniquità che aveva voluto commettere al suo solo consigliere[87].
[86] _Jo. Simonetae Hist. Fran. Sfortiae, l. IV, p. 250._
[87] _Jo. Simonetae Hist. Fran. Sfortiae, l. IV, p. 255. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 657._
Era unicamente pel mantenimento dell'equilibrio d'Italia, che il conte Francesco Sforza mostrava tanta moderazione. La di lui ambizione non rimaneva soddisfatta, come quella degli altri condottieri, dalle semplici vicende della guerra; di già nudriva la speranza di raccogliere un giorno parte dell'eredità del duca di Milano, facendo valere gl'incerti diritti di Bianca, figliuola naturale di questo duca, di cui gli era stata da gran tempo promessa la mano. Più non rimaneva alcuna prole legittima de' Visconti per riclamare la loro eredità, e le pretese d'una bastarda potevano acquistare qualche valore dall'appoggio d'un soldato di fortuna. Ma lo Sforza conosceva le astuzie, la falsità e l'inconseguenza del futuro suo suocero; sapeva che il solo timore aveva potuto ispirargli l'idea di formare questo parentado; non voleva comprometterne l'importanza, o cessare un solo istante di comparire formidabile agli occhi del duca di Milano, di cui domandava sempre la figlia. Voleva in pari tempo conservare la sua sovranità della Marca, la riputazione di primo generale d'Italia, ed il comando della più bella armata. S'egli la metteva al soldo del Visconti, arrischiava di vederla dispersa o distrutta dagli artificj e dalla gelosia di colui che si sarebbe dato per padrone. Egli non era ricco abbastanza per mantenere i suoi soldati a proprie spese; onde richiedeva il suo vantaggio ch'egli s'unisse alle due repubbliche, che sole bilanciavano la potenza del duca; che fosse sempre apparecchiato a combatterlo, e che non lasciasse in pari tempo d'accarezzarlo; finalmente che mantenesse, non meno colle armi che coi trattati, l'equilibrio dell'Italia, il quale era oggetto della politica degli stati, cui egli serviva[88].
[88] _Jo. Simonetae, l. IV, p. 258._