Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)
Part 3
Rinaldo degli Albizzi, il di cui intollerante ed orgoglioso carattere mal sapeva sopportare un oculato censore, avrebbe voluto sforzare il Medici a dichiararsi aperto nemico, onde vincerlo in una battaglia, e scacciarlo poi dalla città. Tutta la gioventù, che era con lui entrata a parte del governo, divideva la sua impazienza, e Niccolò Barbadori cercò di persuadere Niccolò d'Uzzano a far attaccare Cosimo de' Medici ed i suoi amici, onde distruggere un partito che non poteva innalzarsi che per la loro ruina. Ma questo vecchio capo della repubblica conosceva meglio d'ogni altro ciò che aveva da lungo tempo resa forte la propria fazione, e ciò che in allora la faceva debole. Aveva veduti i Fiorentini, ancora spaventati dal sanguinario e spregevole governo dei _Ciompi_, gettarsi tra le braccia del partito più opposto al popolaccio, gli aveva veduti, per qualche tempo, desiderare più d'ogni altra cosa nel loro governo dignità, considerazione e forza. In tali felici circostanze egli e l'amico suo Maso degli Albizzi erano stati posti alla testa degli affari dello stato, ed il loro ingegno ne aveva approfittato per rendere la repubblica possente al di fuori, ferma ed irremovibile nell'interno. Ma di mano in mano che la memoria dei Ciompi s'andava indebolendo o cancellando, si diminuiva egualmente la riconoscenza per un governo che aveva strappata Firenze dalle mani del popolaccio. La nazione sentiva più fortemente una presente gelosia, che un passato timore, e già cominciava a ridonare il suo affetto ai figliuoli di quegli antichi demagoghi, al di cui giogo era stata sottratta; questi figliuoli, che non avevano partecipato ai delitti dei loro genitori, inspiravano, col solo loro nome, una considerazione spogliata da qualunque timore, si erano accresciute le loro ricchezze, ed ingrandito il numero de' loro partigiani coll'unione di tutti gli uomini nuovi, che avevano acquistata qualche indipendenza, mentre l'oligarchia, come comporta la sua natura, si era sempre più ristretta. Inoltre le divisioni del partito dominante avevano date nuove reclute all'opposizione; poichè ogni volta che qualche malcontento staccavasi dalla sua famiglia o dal suo partito, si poneva sotto lo stendardo dei Medici. L'antica nobiltà, sempre esclusa dell'amministrazione dall'una e dall'altra fazione, preferiva quella che vedeva egualmente oppressa, di modo che Cosimo contava tra i suoi fautori degli uomini per lo meno uguali ai partigiani degli Albizzi, per nascita, per ricchezze, per talenti, per zelo, ed in numero assai maggiore. Dietro queste considerazioni Niccolò d'Uzzano raccomandò a Barbadori di evitare ogni movimento popolare, ogni zuffa, in cui le forze dei due partiti dovessero venire al confronto, poichè le loro erano affatto illusorie, non conservandosi omai la loro autorità che per l'impero dell'abitudine, e pel favore d'un'opinione che più non aveva fondamenti[42].
[42] _Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. IV, p. 60._
Ma Niccolò d'Uzzano morì poco dopo la pace di Lombardia, e Rinaldo degli Albizzi, rimasto solo alla testa del suo partito prese caldamente a voler mandare ad effetto il progetto di scacciare i suoi nemici. Per farne la prova egli altro non aspettava, se non che la sorte dasse alla repubblica una signoria composta de' suoi partigiani. Perciò l'estrazione dei magistrati che facevasi ogni due mesi eccitava nella città una spaventosa agitazione, conoscendo tutti che una vicina e quasi immancabile rivoluzione dipendeva dal carattere de' gonfalonieri e de' signori, che l'eventualità porterebbe alle cariche.
Finalmente la sorte diede per gonfaloniere dei mesi di settembre e di ottobre del 1433 Bernardo Guadagni, e con lui otto signori tutti addetti alla fazione degli Albizzi[43]. Era il Guadagni uomo povero, che non avrebbe potuto sedere nella magistratura, se Rinaldo degli Albizzi non avesse per lui pagate le contribuzioni, onde non fosse annoverato tra i debitori dello stato. Costui, esacerbato da personali animosità, incapace di timore, e non avendo nulla da perdere, era apparecchiato a tutto intraprendere per servire il capo del suo partito[44].
[43] _Priorato ne' ricordi di Gio. Morelli. Deliz. degli Eruditi, t. XIX, p. 115._
[44] _Scip. Ammirato Ist. Fior., l. XX, p. 1088._
Erano appena passati sette giorni da che il Guadagni trovavasi nella magistratura, quando il 7 di settembre fece intimare a Cosimo de' Medici di presentarsi in palazzo. Gli amici di Cosimo lo pregavano di fuggire, o di apparecchiarsi alla difesa, ma egli non volle avere altro appoggio che la propria innocenza, come se nel tumulto delle rivoluzioni un capo di partito potesse essere innocente agli occhi de' suoi avversarj, e si presentò alla signoria. Venne subito arrestato e chiuso nella torre del palazzo pubblico, ed un'accusa di mal versazione nella guerra di Lucca servì di pretesto alla sua prigionìa[45]. Non si voleva per altro assoggettare ai giudici ordinarj la causa di così potente cittadino; la di lui sorte doveva essere decisa da un'autorità stragiudiziaria, e Guadagni fece suonare la campana del parlamento per adunare il popolo nella pubblica piazza, di cui Rinaldo degli Albizzi occupava tutti i capi strada con genti armate.
[45] _Jo. Michael. Bruti Hist., Flor., l. I, apud Burmanum, Thesaur. Antiqu. et Histor. Ital., t. VIII, p. 11._
Qualunque si fossero le disposizioni del popolo, i parlamenti di Firenze eransi sempre veduti secondare il partito del più forte. Un cotale parlamento si convocava per sanzionare una rivoluzione di già fatta, ed i soli cittadini che l'approvavano erano quelli che venivano sulla pubblica piazza, mentre i malcontenti n'erano tenuti lontani o dal timore o dalla violenza. La signoria chiese al popolo adunato di creare una balìa per salvare lo stato dalle trame di coloro che volevano minarla; duecento cittadini, ch'erano stati indicati da Rinaldo degli Albizzi, furono infatti rivestiti dell'illimitato potere che supponevasi esistere sempre nella nazione adunata in parlamento, al quale si sottomettevano pure le leggi e la costituzione; e la balìa si adunò subito in palazzo per deliberare intorno alla sorte che destinava a Cosimo de' Medici.
Questo capo di parte fu accusato di avere con perfidi avvisi, mandati a Francesco Sforza, suo amico, rivelati i progetti dei suoi compatriotti sopra Lucca. Le personali relazioni di questo potente cittadino collo Sforza e con Venezia, il grande numero de' suoi partigiani, il futuro trionfo che gli era riservato, giustificano forse bastantemente la diffidenza di un governo ch'egli voleva soppiantare, e che si era mantenuto più di mezzo secolo con tanta gloria e con tante virtù. Ma le armi che Rinaldo degli Albizzi adoperò contro il Medici erano ingiuste ed illegali; le persone ch'egli pose in opera erano determinate da estranei vergognosi motivi; perciocchè il Guadagni era stato sedotto dal danaro che aveva servito a pagare i suoi debiti; la balìa divise delle lucrose cariche tra Guadagni ed i priori che lo avevano assecondato, ed i magistrati della repubblica si fecero vilmente pagare per avere proscritto uno de' suoi più grandi cittadini[46]. Per altro coloro che in uno stato corrotto si valgono di armi venali, devono aspettarsi che gli avversarj loro pongano all'incanto quegli uomini che si sono così venduti, e trovino mezzo di rapirglieli. Dal fondo della sua prigione Cosimo de' Medici riuscì a far donare a Bernardo Guadagni mille fiorini, facendolo pregare di salvarlo; ed in fatti questi, invece di domandare la testa del Medici, come voleva Rinaldo degli Albizzi, chiese soltanto alla balìa di esiliarlo per dieci anni a Padova. Si assegnarono nello stesso tempo altri diversi luoghi d'esilio ai suoi principali amici e parenti, ed il 3 d'ottobre Cosimo de' Medici partì di notte da Firenze per recarsi al luogo della sua relegazione; e la repubblica di Venezia lo fece accogliere con ogni maniera di onorificenze, tostocchè entrò nel suo territorio[47].
[46] _Ricordi di Cosimo de' Medici presso Roscoe. Life of Lorenzo. Appendice, t. III, Edit. of Basel, p. 5-9. — Scip. Ammirato Stor. Fioren. l. XX, p. 1090._
[47] _Ricordi di Cosimo de' Medici, p. 9, 10, 11. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1180. — Machiavelli Hist. Fior., l. IV, p. 70. — Scip. Ammirato, l. XX, p. 1090. — Istor. di Giov. Cambi Deliz. degli Erud., t. XX, p. 183. — Nelli Comment., l. II, p. 38._
Rinaldo degli Albizzi invece d'insuperbirsi per aver eseguita questa rivoluzione, cominciò allora a riguardare come certa la propria perdita; vide apertamente che Cosimo, sorpreso ed esiliato con ingiusta violenza, cercherebbe con maggior calore di vendicarsi; che gli omaggi che gli tributavano gli stranieri accrescevano la di lui riputazione; che potrebbe sempre disporre delle sue immense ricchezze, de' suoi partigiani, renduti più numerosi e più zelanti, e che dissipandosi il loro primo timore, darebbe luogo a più calde pratiche. Inoltre la balìa, creata dall'ultimo parlamento, sebbene rinnovate avesse le liste di tutti i magistrati, e riempiti di nomi scelti le borse dalle quali estraevasi a sorte la signoria, non aveva potuto o non aveva voluto escludere dallo scrutinio tutti coloro ch'erano sospetti al partito degli Albizzi, temendo di spingere troppo in là il malcontento universale, col lasciar vedere a quale strettissima oligarchia volevasi ridurre un governo essenzialmente popolare. Vero è che Rinaldo chiedeva caldamente ai suoi amici di afforzare il proprio partito ammettendovi i grandi e l'antica nobiltà, da lungo tempo esclusi da tutte le cariche; ma non potè vincere la gelosia de' suoi partigiani, nè trionfare della ripugnanza del popolo, e fu costretto di aspettare nell'inazione le conseguenze del pubblico irritamento, che vedeva manifestarsi sempre più apertamente[48].
[48] _Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. IV, p. 72._
Era di già un anno passato da che Cosimo ed i suoi amici erano stati esiliati, quando la sorte chiamò Niccolò di Cecco Donati alla carica di gonfaloniere pei mesi di settembre e di ottobre del 1434, con otto signori, che tutti, come lui, eransi dichiarati favorevoli ai Medici. Dovevano passare tre giorni tra l'estrazione de' nuovi magistrati, e l'essere posti in carica; Rinaldo degli Albizzi volle approfittare di quest'intervallo per far prendere le armi ai suoi amici, creare una nuova balìa, ed escludere dalla magistratura uomini per lui tanto pericolosi; ma non trovò ne' suoi partigiani che freddezza e timidità. Palla Strozzi, sul quale contava assai, gli rispose, che un buon cittadino deve aspettare l'attacco de' suoi nemici piuttosto che provocarlo, e senza persuadere Rinaldo, lo costrinse a nulla intraprendere.
Il nuovo gonfaloniere, appena entrato in carica, intentò un processo criminale al suo predecessore per malaversazione del pubblico danaro. Subito dopo citò i tre capi del partito degli Albizzi a presentarsi in palazzo, nella stessa maniera che Cosimo era stato citato dalla contraria parte; ma invece d'ubbidire Rinaldo degli Albizzi, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadori, si recarono armati sulla piazza di san Pulinari con quanta gente armata riuscì loro di adunare[49]. Palla Strozzi e Giovanni Guicciardini, che pure dovevano raggiugnerli, temettero di compromettersi, e non comparvero. Bentosto Ridolfo Peruzzi diede orecchio a proposizioni d'accomodamento che gli furono fatte per parte della signoria, e si presentò in palazzo; il coraggio di coloro che avevano prese le armi si andò raffreddando, mentre per l'opposto i partigiani della signoria e quelli di Cosimo, tra i quali contavasi un fratello dello stesso Rinaldo degli Albizzi, rendevansi sempre più arditi; per ultimo il papa, che allora soggiornava in Firenze con tutta la sua corte, offrì la sua mediazione, e diede l'ultimo crollo al partito degli Albizzi.
[49] _Comm. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII. Rer. Ital., p. 1182. — Ricordi di Cosimo de' Medici, t. III, p. 11._
Rinaldo non si attentò di ricusare la mediazione del papa, e fece ritirare le sue genti, che occupavano armate la piazza sotto gli ordini di Niccolò Barbadori; ma ad ogni modo l'avere impugnate le armi senza essere rimasti vincitori, non poteva non risguardarsi come una ribellione. Firenze ripigliò una apparenza di calma; ma la signoria approfittò del tempo che i suoi avversarj perdevano in negoziati, per far entrare in città i soldati dispersi pel territorio, i quali distribuì nel palazzo ed in tutti i luoghi forti, indi chiamò il popolo a parlamento, e gli fece creare una nuova balìa tutta favorevole ai Medici. Il primo atto di questa nuova assemblea fu il richiamo di Cosimo, e di tutti i suoi aderenti, e l'esilio di Rinaldo degli Albizzi, di Ridolfo Peruzzi, di Niccolò Barbadori, di Palla Strozzi e di tutti i cittadini ch'erano stati fin allora alla testa della repubblica[50]. In tal maniera venne rovesciato quel governo, che aveva amministrata Firenze con tanta gloria ne' tempi della più alta sua prosperità. L'Albizzi ed i suoi amici partirono per l'esilio senza opporre veruna resistenza, e si dispersero per le città che lungo tempo avevano temuto il risentimento, o cercato il favore di questi esperti capi di una potente città, mentre Cosimo de' Medici tornava trionfante a prendere l'amministrazione d'una repubblica, dalla quale era stato di fresco proscritto.
[50] _Comment. di Neri Capponi, p. 1182. — Leonardi Aretini Comment. de suo tempore, p. 937. — Machiavelli Ist. Fior., l. IV, p. 77. — Scip. Ammirato, l. XX 3 p. 1101. — Ricordi di Giov. Morelli, t. XIX, p. 121. — Nerli Comment., l. II, p. 42._
CAPITOLO LXVII.
_Nuova guerra tra il duca di Milano ed i Fiorentini. — Rivoluzioni del regno di Napoli; morte di Giovanna II. — Alfonso V, che vuole raccoglierne l'eredità, viene fatto prigioniero dai Genovesi nella battaglia di Ponza, e posto in libertà dal duca di Milano. — Genova ricupera la libertà._
1432 = 1435.
Durante lo stesso anno in cui il governo di Firenze era passato da una all'altra fazione, ed i Medici erano subentrati nello stesso credito degli Albizzi, questa repubblica era stata costretta a ricominciare la guerra col duca di Milano, in onta al trattato di Ferrara del 26 aprile 1433; perchè tanta era l'inquieta ambizione del duca, che immediatamente dopo un trattato di pace riprendeva le armi, se aveva speranza di ottenere alcun vantaggio su coloro con cui erasi di fresco riconciliato; e tale altronde era la leggerezza e l'instabilità del suo carattere, che appena ricominciate le ostilità, entrava in nuove negoziazioni, e formava una seconda pace, che lo rimetteva precisamente nello stato medesimo da cui era uscito. Mentre queste rotture senza motivo e senza conseguenze impediscono di tener dietro con interessamento alla politica della corte di Milano, anche il modo con cui trattavasi la guerra non permette di seguire attentamente le operazioni delle armate. In verun luogo non vedevansi combattere cittadini, in verun luogo il cuore de' guerrieri prendeva parte alla causa che difendevano. Lo stesso onore erasi col patriottismo dileguato dalle armate, perchè i soldati, pei quali la guerra altro più non era che un mestiere mercenario, passavano senza scrupolo dall'uno all'altro campo, allettati da pagamento migliore. Senza curarsi del passato o dell'avvenire, non associavano il proprio onore a quello dei loro corpo, seco non portando nè la memoria delle precedenti vittorie, nè una riputazione da conservarsi colla futura loro condotta. La piccolezza de' risultamenti diminuisce ancora l'interesse delle battaglie; in queste vergognose guerre non ispargevasi pure tanto sangue, che bastasse a risvegliare nel cuor degli uomini un sentimento di compassione per l'umanità. Si leggerebbe più volentieri la storia de' combattimenti del circo di Roma, che quella delle battaglie dei generali in Filippo Maria. I combattenti sono egualmente sconosciuti e quasi tutti anonimi, le uccisioni sono egualmente gratuite e senza risultamenti, il numero delle vittime press'a poco il medesimo da ambe le parti, e se è possibile di trovare ancora qualche dignità in mezzo a tanto avvilimento, se ne troverebbe forse di più nel gladiatore, il quale anche tra le convulsioni della morte, non si scordava della pubblica opinione, piuttosto che nel soldato d'un _condottiere_ sempre disposto ad armarsi prezzolatamente contro la sua religione, la sua patria, la sua libertà, la sua propria compagnia, e contro tutte le opinioni che gli erano state care.
La guerra che si accese nel 1434 ebbe cominciamento da una sedizione sorta in Imola. Questa città avea scacciate le truppe del papa, ed introdotta il 21 gennajo una guarnigione milanese, contro l'espresso tenore dei trattati, che vietavano al duca di Milano d'immischiarsi negli affari della Romagna[51]. Gattamelata, generale dei Veneziani, e Niccolò di Tolentino, generale dei Fiorentini, vennero subito incaricati di difendere questa provincia contro il Visconti. Le vessazioni del primo accrebbero il numero de' suoi nemici; perchè i Bolognesi, volendo sottrarsi alla sua temuta assistenza, abbandonarono il partito della Chiesa, e ricevettero nella loro città guarnigione milanese[52]. Niccolò Piccinino, richiamato dalle vicinanze di Roma, fu dal duca di Milano incaricato di proseguire questa guerra. Il 28 agosto diede battaglia presso ad un ponte, tra Imola e Castelbolognese, ai generali delle due repubbliche; si dice che l'armata di questi, composta di sei mila corazzieri e di tre mila pedoni sofferse una così terribile rotta, che a pena salvaronsi colla fuga mille cavalli, rimanendo tutti gli altri prigionieri con Tolentino, Giovan Paolo Orsino, ed Astorre Manfredi, signore di Faenza; pure non trovarono sul campo di battaglia che quattro uomini morti, e trenta leggermente feriti[53].
[51] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 648. — Scipione Ammirato, l. XX, p. 1097._
[52] _Cron. di Bologna, p. 650. — Leonardi Aretini Comment., t. XIX, p. 937. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1181._
[53] _Scip. Ammirato, l. XX, p. 1099. — Cron. di Bologna, p. 651. — Joannis Simonetae Hist. l. III, p. 233. — Poggio Bracciolini, l. VII, p. 584. — Ann. Bonincontrii, p. 142._
Le conseguenze di questa vittoria furono proporzionate non al prodigioso numero de' prigionieri, ma al poco sangue che aveva costato. Dopo alcune scaramucce nello stato di Bologna, dopo una lunga inazione delle due armate, durante la quale si negoziava con molta attività dal marchese di Ferrara, la pace venne nuovamente soscritta il 10 agosto del 1435, e raffermate tutte le condizioni del precedente trattato[54].
[54] _Ricordi di Gio. Moretti, t. XIX, Deliz. degli Erud., p. 138. — Scip. Ammirato, l. XXI, t. III, p. 3._
Più importanti rivoluzioni minacciavano in pari tempo il regno di Napoli; sebbene in questo paese, più che in verun altro, fossero le guerre ridotte a ridicole millanterie ed a vilissime scaramucce. La regina Giovanna II aveva da sè allontanato suo figlio adottivo, Luigi III d'Angiò, tenendolo come in esilio nel suo governo di Calabria, onde potere abbandonare, senza verun ritegno sè e tutto lo stato in balìa di Giovanni Caraccioli, suo grande siniscalco. Giovanna, nata nel 1371, aveva passati i sessant'anni, ma colla sregolata sua vita si era procacciati innanzi tempo tutti i mali della decrepita vecchiaja. Anche il Caraccioli aveva sessant'anni[55], e l'amore, cui andava debitore del suo innalzamento, più non conservava verun impero nè sopra di lui, nè sopra la regina. Ma una lunga abitudine era subentrata a questa passione, e l'ambizioso Caraccioli comandava ancora alla sovrana, che la passione aveva di già resa sua schiava. Egli non era ancora pago di ricchezze, di onori, di potenza, ed ogni giorno chiedeva a Giovanna nuove concessioni. Era duca di Venosa, conte d'Avellino, signore, ma non principe di Capoa, perchè non osava assumersi un titolo devoluto agli eredi del trono; chiedeva ancora il ducato d'Amalfi ed il principato di Salerno, che quando morì Martino V Giovanna aveva tolti ad Antonio Colonna, nipote del papa. Queste smoderate inchieste eccitavano la gelosia di que' cortigiani che desideravano di partecipare alle grazie della regina; questa per sollevarsi dalla rabbia che in lei risvegliava l'imperioso carattere del Caraccioli, aveva ammessa nell'intima sua confidenza Cobella Ruffa, duchessa di Suessa. Costei, nè meno orgogliosa, nè meno vana del grande siniscalco, cercava la via di perdere quest'insolente ministro, che risguardava come una creatura della fortuna, ed approfittava di tutte le occasioni per inasprire il risentimento della sua padrona.
[55] _Tristani Caraccioli Opuscula Historica, t. XXII, Rer. It., p. 35._
Un giorno la duchessa di Suessa, stando in anticamera, udì il Caraccioli rinnovare le proprie istanze per ottenere i due feudi d'Amalfi e di Salerno; questi, piccato dal rifiuto della regina colla quale credevasi solo, le rimproverò in così amara ed ingiuriosa maniera questa mancanza di compiacenza, unì alle sue lagnanze tanta arroganza e tanti insulti che Giovanna proruppe in un dirotto pianto. Tosto che il siniscalco partì, la duchessa cercò di far subentrare la collera ai singhiozzi, e di rendere sospetti a Giovanna i progetti del Caraccioli. Questi faceva sposare a suo figlio la figlia di Giacomo Caldora, il solo generale del regno: pretendeva la duchessa di trovare in questo matrimonio le prove d'una cospirazione; il siniscalco, ella diceva, cercava di assicurarsi di tutte le forze dello stato, aspirava alla suprema autorità, e non dovevasi più mettere tempo in mezzo per rompere i suoi progetti. Con licenza della regina la duchessa adunò tutti i nemici del Caraccioli, li prevenne che gli si voleva togliere tutta l'usurpata autorità, di cui bruttamente abusava, e si assicurò della loro assistenza[56].
[56] _Giannone Istor. civ. del regno di Napoli, l. XXV, c. 5, t. III, p. 448. — Giorn. Napol., t. XXI, p. 1094. — Jo. Marianae de Reb. Hisp., l. XXI, c. 5, t. II, Hisp. Illustr., p. 10._
Le nozze del figlio di Caraccioli e della figlia di Caldora si celebrarono il 17 agosto del 1432 con una straordinaria magnificenza. Le feste dovevano continuarsi per otto giorni nel palazzo medesimo della regina; ma nella notte che precedeva l'ultimo degli otto giorni, consacrato ai giuochi ed ai tornei, dopo terminate le cene, il ballo, e quando tutta la corte erasi ritirata, e che lo stesso Caraccioli invece di andare a casa sua cogli sposi, era entrato per dormire nell'appartamento che aveva in palazzo[57], un paggio della regina picchiò alla sua porta, e gli disse che Giovanna, sorpresa da un attacco apopletico, chiedeva premurosamente di parlargli, prima di morire. Caraccioli, mentre si vestiva, fece aprire la porta della sua camera, ed i congiurati, che l'avevano ingannato col falso messo, gli furono subito a dosso e lo uccisero nel suo letto a colpi di aste e di ascie. La vegnente mattina, quando si sparse in città la notizia dell'accaduto, la nobiltà ed il popolo, che avevano tremato innanzi al gran siniscalco, e per lo spazio di diciotto anni l'avevano veduto regnare con un'illimitata autorità, cui nè il marito della regina, nè i due suoi figli adottivi avevano potuto far argine, entrarono in folla nella sua camera per contemplarlo morto. Era sdrajato per terra vestito per metà, con una sola gamba calzata, niuno de' suoi servi essendosi presa la cura di vestirlo o di riporlo sul letto. La regina, che aveva acconsentito a firmare un ordine d'arresto, non aveva pensato che si volesse ucciderlo, e mostrò il più vivo dolore, quando le fu detto che la resistenza di Caraccioli agli ordini che gli si erano recati aveva renduta necessaria la forza, cui aveva soggiaciuto. Pure accordò lettere d'assoluzione ai congiurati che lo avevano ucciso, ordinò la confisca di tutti i suoi beni per titolo di ribellione, fece imprigionare suo figlio e tutti i suoi parenti, e permise che il popolaccio saccheggiasse tutte le loro case[58].
[57] _Tristani Caraccioli Opus. Histor., t. XXII, p. 35._