Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)

Part 24

Chapter 243,564 wordsPublic domain

La campagna di Lombardia non fu più memorabile; la prima operazione dei Veneziani fu diretta contro Bartolomeo Coleoni, loro proprio generale, di cui diffidavano, e che perciò tentarono di fermare disarmando i suoi soldati. Il Coleoni, avvisato di quest'attacco dal tumulto del suo campo, ebbe appena il tempo di fuggire presso lo Sforza che gli diede un comando. I Veneziani gli sostituirono Gentile di Lionessa che posero alla testa dell'armata che adunavano tra Verona e Brescia. Dall'altra banda la signoria di Venezia aveva promesso a Lodovico, duca di Savoja, la città di Novara, ed a Giovanni, marchese di Monferrato, quella d'Alessandria, per ridurli a prendere con lei le armi contro lo Sforza; l'armata che lo doveva attaccare da quella banda era comandata da Guglielmo, fratello del marchese di Monferrato[432].

[432] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 611. — Marin Sanuto vite de' duchi di Venez., p. 1140. — M. A. Sabellico dec. III, l. VII. f. 194. — Crist. da Soldo Ist. Bresciana, p. 868._

Ai confini dell'Alessandrino il duca di Milano oppose a Guglielmo suo fratello Corrado Sforza. La fedeltà dei popoli verso il loro nuovo sovrano non era abbastanza sicura; si aspettavano di essere dal loro padrone ceduti al re di Francia o al duca di Savoja come prezzo di una nuova alleanza, ed erano tentati di darsi da sè medesimi prima di essere venduti. Molti castelli vennero in mano di Guglielmo senza combattere, e la posizione di Corrado rendevasi sempre più difficile, allorchè Sagramoro di Parma gli condusse un rinforzo di due mila cavalli, e lo pose in istato di sorprendere il 26 di luglio Guglielmo nel suo campo sotto le mura di Canina, mentre che i suoi soldati, oppressi dal calore del giorno, eransi dispersi e disarmati per prendere riposo. Il principe di Monferrato, dopo avere perduti tutti i suoi equipaggi, ritirossi disordinatamente dall'Alessandrino, ed abbandonò le sue conquiste[433].

[433] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 619. — Plat. Hist. Mant., l. VI, p. 851. — Crist. da Soldo. Ist. Bresc., t. XXI, p. 872. — Marin Sanuto vite de' duchi di Venez., p. 1142._

Il duca di Milano aveva affidata la difesa de' confini orientali e meridionali de' suoi stati a suo figlio Tristano ed al fratello Alessandro. Aveva loro dato il comando di due corpi d'osservazione, mentre che col grosso dell'armata, composta di 18 mila cavalli e 3 mila pedoni, egli aveva passato l'Oglio ed invaso il territorio bresciano. L'armata Veneziana di Gentile di Lionessa era di 15 mila cavalli, e di 6 mila fanti. Questa passò l'Adda per la negligenza di Tristano Sforza, ed occupò Soncino ed altri castelli del Milanese[434]; piegò in appresso sopra Cremona, mentre un'altra armata veneziana, capitanata da Carlo Fortebraccio, figlio di Braccio da Montone, e da Matteo Campano, entrava nel Lodigiano, dove in sul finire di luglio sorprese Alessandro Sforza, uccidendogli o prendendogli circa ottocento soldati, e sforzandolo ad abbandonare la campagna per chiudersi ne' castelli[435]. Le due principali armate eransi in seguito ravvicinate, ma i due nemici generali cercavano l'uno e l'altro di non venire a battaglia. Immensi apparecchi ed un'eccedente spesa facevano stare i popoli in attenzione di grandi avvenimenti, e di un sollecito fine della guerra; ma il pericolo di tutto perdere ad un tratto, spaventava l'uno e l'altro capitano assai più che la ruina di un lungo ritardo. Avrebbero desiderato di parer valorosi senza nulla arrischiare, e credettero di avere l'intento con vane rodomontate. Francesco Sforza mandò a sfidare i Veneziani ad una battaglia generale nella pianura di Montechiaro. La proposta fu dal Lionessa e da Jacopo Piccinino accettata. In uno de' primi giorni del mese di novembre le due armate si adunarono in battaglia su quel piano; erano ambedue coperte da densa nebbia, che loro impediva di vedersi, ed in tale oscurità si andavano provocando colle grida e cogli insulti, senza che nè l'una nè l'altra si risolvesse in ultimo di attaccare. Le due armate mandavano a vicenda i loro trombetta a suonare fin presso agli avamposti nemici; veruna pensava però a battersi, aspirando soltanto all'onore di non avere ricusata la battaglia. Finalmente, sciogliendosi la nebbia in una pioggia agghiacciata, i soldati, dopo essere rimasti lungo tempo in presenza del nemico, tornarono ai loro alloggiamenti. Così ebbe fine questa campagna nella quale i migliori generali d'Italia erano alle prese, e facevano sperare dagl'immensi loro apparecchi i più grandi risultamenti[436]. Porcelli, letterato napolitano, scrisse la storia di questa insignificante guerra con tanta ampollosità, con così eccessiva adulazione, che pare quasi derisoria. Per dare una maggiore apparenza d'antichità al suo racconto lo scrisse in facile ed elegante latino, chiamando il Piccinino Scipione ed il duca di Milano Annibale. Nell'atto di adulare il primo, cui dedica la sua opera, credesi pure costretto ad adulare il suo avversario. Erano potenti ambidue, e tali da poterli giovare e nuocere; ma nè l'uno nè l'altro doveva mostrarglisi riconoscente, perciocchè un vile adulatore si rende sospetto di menzogna, anche quando loda il vero merito[437].

[434] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 615. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VII, f. 195. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., t. XXI, p. 872. — Marin Sanuto vite de' duchi di Venez., p. 1142._

[435] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 622. — M. A. Sabellico dec. III, l. VII, f. 194. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 873._

[436] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 629. — Crist. da Soldo Ist. Bresciana, p. 876._

[437] La prima decade di questi commentarj è stampata nel _t. XX, Rer. It. p. 66-154_, e la seconda _t. XXV, p. 1-66._

S'impiegò dall'una e dall'altra parte l'inverno non già nel ristabilire la pace, ma nel procurarsi dei disertori nelle file nemiche. Evangelista Sabello, ch'era stato nell'armata veneziana, passò ai servigi dello Sforza con cinquecento cavalli, abbandonandogli il posto a lui affidato. Tiberto Brandolini, generale di non comune riputazione, ebbe più riguardi per l'onore militare in un trattato della stessa natura. Il suo servigio coi Veneziani era ultimato, ed egli voleva abbandonarli; ma prima di porsi sotto le insegne dei duca di Milano, andò a passare l'inverno alla Mirandola con due mila cinquecento cavalli che gli appartenevano, onde non battersi immediatamente contro coloro coi quali aveva fin allora militato[438].

[438] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 631._

Se dobbiamo dar fede a Neri Capponi, la repubblica di Venezia era nello stesso tempo entrata in più vergognosi trattati. Il senato tentò di fare assassinare Francesco Sforza nella fortezza di Cremona, ed in appresso di farlo avvelenare. Il veleno era stato portato dal Levante; doveva essere gettato sul fuoco nella camera ove trovavasi il duca, ed eccitarvi un così pericoloso fumo, che niuno di coloro che sarebbero stati nell'appartamento avrebbero potuto sopravvivere dopo averlo respirato. L'avvelenatore, cui il consiglio dei dieci aveva promessi dieci mila fiorini di premio, manifestò il segreto a Francesco Sforza, il quale ritenne questo veleno per adoperarlo quando lo trovasse opportuno[439].

[439] _Comment. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1212._ — Neri Capponi, uomo pubblico, e che fu più volte ambasciatore presso i Veneziani e presso lo Sforza, sembra degno di fede intorno ad un avvenimento, che poteva per tante vie avere saputo. Pure il Simoneta, segretario del duca, che mai non lo abbandonava, non ne fa verun cenno.

Il duca di Milano era meglio provveduto di soldati che di danaro, ed i Fiorentini avevano più danaro che soldati; onde i due alleati convennero di giovarsi con vicendevoli cambi. Alessandro Sforza entrò, attraversando la Lunigiana, in Toscana nella primavera del 1453 con due mila cavalli, e raggiunse Sigismondo Malatesta che assediava Fogliano; i Fiorentini invece si obbligarono di pagare a Francesco Sforza un sussidio annuo di ottanta mila fiorini[440], e presero inoltre al loro soldo Manello d'Appiano, nuovo signore di Piombino, con mille cinque cento cavalli[441], Rinaldo Orsini era morto il 13 luglio del 1450, e sua moglie Catarina lo aveva raggiunto nel sepolcro in marzo del susseguente anno. Emanuele, zio di Catarina, aveva occupata la sua eredità ad armata mano, e perchè aveva dato a conoscere di voler continuare nelle alleanze della sua famiglia, era stato riconosciuto dagli stati vicini per legittimo sovrano[442]. L'armata fiorentina era più numerosa che non quella di Ferdinando; essa riprese Fojano, Rencina e Vado, mentre che i Napoletani, costretti di campeggiare in luoghi malsani, furono tormentati da febbri maremmane, ed indeboliti da più pericolose malattie che non erano le armi de' loro nemici[443].

[440] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 634._

[441] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 76._

[442] _Ist. di Gio. Cambi, Delizie degli eruditi Toscani, t. XX, p. 274._

[443] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. VIII, p. 431. — Barth. Facii, l. X, p. 167._

Il più notabile avvenimento di questa campagna, illustrata da pochi fatti militari, fu la ruina di Gherardo Gambacorti, conte di Bagno. Era costui figliuolo di Giovanni, l'ultimo capo di parte della repubblica Pisana, il quale aveva venduta la sua patria ai Fiorentini nel 1406, ed aveva ottenuto in premio del suo tradimento la sovranità feudale d'un piccolo stato, posto presso le sorgenti del Tevere ai confini del Casentino e dello stato della Chiesa. Gherardo era cognato di Rinaldo degli Albizzi; lo spirito di partito gli fece ascoltare le proposizioni d'Alfonso. Questi gli offriva, in cambio del feudo che aveva ricevuto dalla repubblica fiorentina, un altro assai più ragguardevole feudo nel regno di Napoli. I Fiorentini avendo avuto sentore di questo trattato, il Gambacorti non esitò a dare ai capi della repubblica il proprio figlio in ostaggio, per dissipare così ogni sospetto. Questo fanciullo in età di quattordici anni fu condotto a Firenze, e dopo ciò la signoria più non volle dar fede agli avvisi che le venivano dati intorno al tradimento del Gambacorti. Pure non aveva questi rinunciato ai suoi progetti; il 12 agosto del 1453 frate Puccio, cavaliere di san Giovanni di Gerusalemme, luogotenente d'Alfonso, si presentò con quattro cento cavalli e tre cento pedoni alle porte di Corzano, principale fortezza del conte di Bagno. Il Gambacorti, disposto a darla ai nemici della repubblica, fece abbassare il ponte levatojo, e s'innoltrò egli stesso verso il cavaliere; ma un cittadino pisano, detto Antonio Gualandi, che stava a canto al Gambacorti, osservando in viso a tutti i vassalli del conte la costernazione pel cambiamento che facevano della protezione della repubblica col dominio d'uno straniero padrone, spinse rapidamente colle due mani il Gambacorti fuori del ponte levatojo, che fece poi rilevare, abbassando il rastello e spiegando di nuovo lo stendardo de' Fiorentini tra le grida _di viva la repubblica!_ Tutti i vassalli del conte di Bagno seguirono l'esempio degli abitanti della fortezza, e vennero riconosciuti per immediati sudditi di Firenze. Il conte ritirossi colmo di vergogna coll'armata napoletana; e la repubblica ebbe la generosità di ritornargli senza taglia il figlio, che egli aveva così barbaramente dato in ostaggio; ma accordò magnifiche ricompense ad Antonio Gualandi, ed a due giovani Pisani che lo avevano ajutato[444].

[444] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 77. — Machiavelli, l. VI, p. 249. — Ann. Bonin. Miniat., p. 157. — Ist. di Gio. Cambi, t. XX, p. 313._

I Fiorentini desideravano che non in Toscana ma in Lombardia si continuasse la guerra con vigore; perciò fino dal precedente anno avevano trattato col re di Francia per persuaderlo a mandare in Italia Renato, conte d'Angiò e re titolare di Napoli: in principio del presente anno rinnovarono le loro pratiche, e promisero a Renato, finchè continuerebbe la guerra per loro in Lombardia ed in Toscana, l'annuo assegnamento di cento venti mila fiorini, e quando questa sarebbe terminata, si obbligavano unitamente al duca di Milano ad assistere Renato con tutte le loro forze per riporlo sul trono di Napoli. Questo trattato si negoziò in loro nome da Angelo Acciajuoli, ed a nome del duca da Abramo Ardiccio di Vigevano[445].

[445] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 633. — Corio Stor. Mil., p. 946._

Ma Francesco Sforza, ritenuto dallo spossamento di tutti i popoli, conseguenza di così lunghe guerre, dal timore di disgustare i suoi sudditi poco avvezzi ad ubbidirgli, e dal timore ancora più grande di far dipendere la sua corona dalla sorte di una battaglia, nulla fece, siccome pure nulla fecero i suoi avversarj che degna fosse dei generali che comandavano le armate e dei sagrificj che costava la guerra.

Gentile di Lionessa, generalissimo dei Veneziani, ferito da un colpo di fucile sotto Manerbio, morì il 15 aprile, ed il senato gli sostituì Giacomo Piccinino[446]. Questo generale occupò Ponte Vico e fece alcune scorrerie nel Cremonese, prima che lo Sforza potesse trar fuori dai quartieri d'inverno la sua armata. D'altra parte Carlo Gonzaga entrò nel Mantovano, e cominciò a guastare le campagne: ma quando i primi prosperi avvenimenti l'ebbero fatto più coraggioso, suo fratello Lodovico, secondato da Tiberto Brandolini, lo sorprese il 15 giugno nelle vicinanze di Godio, lo ruppe, e gli prese più di mille cavalli[447]. Francesco Sforza, avendo finalmente adunato il suo esercito, lo condusse nello stato di Brescia per tirare colà il teatro della guerra; in fatti il Piccinino gli tenne dietro. Frequenti furono le scaramucce tra gli avanposti dei due eserciti, ed ebbe luogo un fatto generale presso Ledo, di cui lo Sforza s'era impadronito; ma i due generali, temendo egualmente un'azione decisiva, andarono poc'a poco ritirando le loro truppe quando il sole acquistava maggior vigore, e l'uno e l'altro evacuarono il campo di battaglia, senza che l'una parte fosse più avvantaggiata dell'altra[448]. Gli Italiani d'allora non volevano combattere che quando erano sicuri dell'esito; così Sagramoro Visconti di Parma, luogotenente dello Sforza, sorprese il 15 agosto e disfece a Castiglione presso di Lodi quattro mila cavalli del Piccinino; ma questi parziali vantaggi non potevano mai decidere della sorte della guerra; e questa, che sembrava ridotta a marcie, a scaramucce, ad assedj insignificanti, ruinava interamente i sudditi senza esporre i soldati[449].

[446] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 635. — Porcelli de Gestis Scip. Piccinini, t. XXV, l. I, p. 5. — Ist. Bresc., p. 878. — M. A. Sabellico dec. III, l. VII, f. 197. — Barth. Facii, l. X, p. 169._

[447] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 638. — Porcelli de Gestis Scipionis Piccinini dec. II, l. II, p. 16. — Platina Hist. Mant., l. VI, p. 853. — Ist. Bresc., p. 880. — Bart. Facii, l. X, p. 172._

[448] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 643. — Porcelli de Gest. Piccinini dec. III, l. III, p. 19. — Platinae Hist. Mant., l. VI, p. 852-855._

[449] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 647._

Lo Sforza aspettava con impazienza l'arrivo del re Renato per agire di concerto con lui più vigorosamente; ma questo re veniva trattenuto nelle Alpi dal duca di Savoja e dal marchese di Monferrato, che ricusavano d'accordargli il passo. Renato, mal soffrendo ogni indugio, si recò per mare a Ventimiglia, ed il Delfino, che poi fu Lodovico XI, tanto si adoperò negoziando, che finalmente il duca di Savoja accordò all'armata francese di passare nel mese di settembre in Lombardia[450]. Renato, che ancora nella guerra portava la sua universale benevolenza e lo spirito di conciliazione, si trattenne ancora qualche tempo alle falde delle Alpi per trattare la pace tra il marchese di Monferrato ed il duca di Milano. Le due parti lo lasciarono arbitro, e col suo lodo pronunciato il 15 di settembre terminò le loro liti[451].

[450] _Niccolò Macchiavelli, l. VI, p. 253._

[451] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 649. — Ist. Bresc. di Crist. da Soldo, p. 883. — Benvenuto da san Giorgio, Hist. Montisferrati, t. XXIII, p. 731._

L'arrivo di Renato al campo dello Sforza portò la sua armata a più di quindici mila uomini di cavalleria pesante; e dopo circa un mese Alessandro Sforza lo raggiunse pure con quattro in cinque mila uomini d'arme che riconduceva dalla Toscana. Ma il duca di Milano non seppe o non volle approfittare di tanta superiorità di forze per isforzare il nemico ad una battaglia generale. Si limitò a dare il 19 di ottobre un assalto alla fortezza di Ponte Vico, in cui i vincitori entrarono per la breccia. Ma i soldati di Renato non partecipavano in verun modo della dolcezza o della bontà del loro capo; ossia che nelle loro guerre cogl'Inglesi essi si fossero avvezzati alla ferocia, o che la diversità delle costumanze e della lingua loro ispirasse per gl'Italiani quell'odio e quel disprezzo, che sogliono spesse volte rendere le armate più feroci verso i popoli che non conoscono; entrando in Ponte Vico essi uccisero tutti coloro che scontrarono; non risparmiarono nè le donne, nè i fanciulli; nè que' medesimi che di già si erano resi prigionieri ai soldati dello Sforza. Questi, offesi da tanta barbarie, risguardaronsi come insultati ne' loro prigionieri, videro nell'accanimento dei Francesi l'effetto di un odio universale verso la nazione italiana, e lungo tempo non sostennero tanto oltraggio; diedero addosso ai soldati di Renato nelle strade, posero fuoco alle case in cui trovavansi ritirati i Francesi, e gl'inseguirono con tanto furore, che Francesco Sforza ottenne a stento di separare i combattenti[452].

[452] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 655. — Ber. Corio Stor. Mil. R. VI, p. 947. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 884. — Marin Sanuto vite de' duchi di Venez., p. 117. — Barth. Facii, l. X, p. 173._

Questa ferocia delle truppe francesi inspirò tanto terrore agli abitanti di tutti i castelli e di tutte le borgate del Bresciano, che s'affrettarono di mandare deputati al campo dello Sforza per offrirgli le loro chiavi e domandargli salvaguardie. Anche que' castelli che trovavansi un solo miglio lontani dal campo del Piccinino parteciparono di cotale panico terrore. In breve si comunicò anche all'armata veneziana, che fuggì disordinata fino alle porte di Brescia che le furono chiuse in faccia[453]. Lo Sforza non ebbe avviso di questa fuga, che quando più non poteva approfittare della confusione dei suoi nemici, i quali si erano di già fortificati sotto le mura di Brescia; ma i territorj, Bresciano e Bergamasco, si assoggettarono al duca di Milano. Il castel di Roate alle falde della montagna di Brescia, e quello d'Orci nel piano, l'uno e l'altro difesi da numerosa guarnigione, furono i soli che sostenessero un regolare assedio. Dopo essersene impadronito lo Sforza ridusse le sue truppe ne' quartieri d'inverno[454].

[453] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 657. — Cron. di Bol., t. XVIII, p. 703. — Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1264. — Ist. Bresciana, p. 884._

[454] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 660. — M. A. Sabellico dec. III, l. VII, f. 199. — Platina Hist. Mant., l. VI, p. 856. — Ist. Bresciana, p. 885._

Frattanto gli uomini d'armi francesi, che avevano accompagnato Renato in Italia, vi avevano appena passati tre mesi, che già premurosamente domandavano di essere ricondotti ne' loro focolari. Si erano disgustati per la loro contesa cogli uomini d'armi dello Sforza a Ponte Vico; altronde sentivansi umiliati dalla loro inferiorità; vedevano che nelle guerre d'Italia la destrezza era sempre avantaggiata sul valore, e che la tattica italiana era in allora incontrastabilmente superiore alla francese. Dal canto suo Renato, di già vecchio ed omai fuori di speranza di conquistare Napoli, malvolentieri sopportava le fatiche della guerra, e divideva l'impazienza de' soldati. Francesco Sforza andò a trovarlo a Piacenza per trattenerlo; ma a tutte le sue istanze Renato opponeva un'invincibile risoluzione, che per altro accompagnava colle proteste di attaccamento e di confidenza. Promise soltanto che nella susseguente primavera suo figlio Giovanni, che aveva il titolo di duca di Calabria, e la di cui età era più atta agli avvenimenti delle spedizioni militari, scenderebbe in sua vece in Italia. La partenza di questo vecchio pretendente al trono di Napoli, rendendo debole lo Sforza, accrebbe in esso il desiderio di fare la pace, e di godersi una volta tranquillamente i suoi nuovi stati[455].

[455] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 664. — Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 254. — Corio Stor. di Milano, p. IV, p. 948._

Uno spaventoso avvenimento, che colpì di terrore tutta la cristianità, rendeva generale il desiderio della pace, ed esponeva ai rimproveri di tutta l'Europa coloro che vi mettevano qualche ostacolo. Costantinopoli era stata presa da Maometto II il 29 maggio del 1453; l'ultimo imperatore de' Greci, Costantino Paleologo, era stato ucciso con quaranta mila Cristiani; moltissimi mercanti italiani ed in particolare veneziani, che soggiornavano in quell'antica capitale dell'Oriente, avevano nel saccheggio perduta ogni loro proprietà, ed erano stati fatti schiavi[456]; ed i Turchi, la di cui arroganza era cresciuta a dismisura, minacciavano di assoggettare all'impero della mezza luna tutta la cristianità. La città imperiale, risguardata come il baluardo de' paesi ridotti a civiltà, pareva effettivamente che aprisse colla sua caduta l'Occidente ai barbari. Quando questa notizia fu portata ai due opposti campi dello Sforza e del Piccinino, eguale fu la costernazione; i capi dei soldati si rimproverarono inique guerre, che invano tutte consumavano le loro forze, nel momento in cui le loro armi avrebbero dovuto essere soltanto consacrate alla difesa de' loro fratelli. Il cardinale di sant'Angelo, nunzio di papa Niccolò V, loro rammentò i soccorsi per così lungo tempo implorati dai Greci e così crudelmente rifiutati dai Latini, e rigettò sull'ostinazione di quest'ultimi la vergogna di questa grande calamità. Si adunò sotto la presidenza del papa un congresso in Roma, e tutti gli stati manifestarono egualmente il loro desiderio di fare la pace, per rivolgere tutte le forze d'Europa contro i Turchi[457].

[456] Quarantasette, o secondo altri sessantatre gentiluomini veneziani, membri del gran consiglio, erano nel numero degli schiavi de' Turchi. _Cron. di Bol. t. XVIII, p. 701. — M. A. Sabellico dec. III, l. VII, f. 198. — Marin Sanuto vite de' duchi di Venez., p. 1150._

[457] _Epist. card. sancti Angeli apud Porcelli de Gest. Scipionis Piccinini dec. III, l. V, p. 35. — Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 645._