Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)
Part 23
Le potenze che occupavano in Italia il secondo od il terzo rango non erano meglio stabilite nelle loro alleanze. Il marchese di Mantova, i di cui stati erano quasi da ogni banda circondati da quelli della repubblica di Venezia, mostravasi sconcertato nella sua politica. Luigi III era succeduto nel 1444 a suo padre Giovan Francesco di Gonzaga. Vittorino da Feltre, chiarissimo professore di belle lettere, aveva educato questo principe il di lui fratello e la sorella in una scuola, dal maestro intitolata la casa del piacere, nella quale aveva ricevuti sufficienti alunni per mantenere fra loro l'emulazione[409]. Luigi III mostrossi degno della fama del suo maestro coi progressi che fece nell'antica letteratura, e colla protezione che accordò ai dotti. Ma le sue pubbliche e private virtù non corrisposero alle sue cognizioni ed ai suoi talenti. Spogliò il fratello Carlo della sua parte della paterna eredità; e si videro questi due Gonzaga, nemici l'uno dell'altro, abbracciare opposte parti in tutte le guerre d'Italia. Carlo, alternativamente attaccato allo Sforza ed ai Milanesi, aveva spesso dato prove della sua mala fede. Era di nuovo ai servigj dello Sforza, quando questi occupò Milano, e venne fatto comandante della piazza da quello stesso principe, contro al quale pochi mesi prima aveva difesa la stessa città; in premio de' suoi servigj ricevette dallo Sforza il governo di Tortona: ma nello stesso tempo all'incirca Luigi Gonzaga, o perchè fosse scontento de' Veneziani, o per servire alla propria incostanza, cominciò a trattare col duca di Milano. I due fratelli non vollero trovarsi sotto le medesime insegne. Troppo difficile cosa sarebbe oggi lo scifrare a traverso delle reciproche loro accuse da qual parte stesse la ragione, se pure stava da qualche parte. È noto soltanto che Carlo Gonzaga fu arrestato il 15 novembre del 1450 per ordine di Francesco Sforza, e chiuso nella fortezza di Binasco; che gli furono tolti nello stesso tempo Tortona ed il comando delle truppe; che in appresso fu posto in libertà pel prezzo di 60,000 fiorini d'oro, e relegato nella Lumellina; ma che quando potè fuggire, lasciò il luogo del suo esilio per passare a Venezia, ove prese servigio contro il fratello e contro il duca di Milano, mentre Luigi Gonzaga erasi alleato collo Sforza contro i Veneziani[410].
[409] _Ginguené Hist. Litteraire d'Italie, t. III, chap. XVIII, p. 251._
[410] _Platinae Hist. Mant., l. VI, p. 849. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 700. — Jo. Simonetae, l. XXII, p. 609. — M. Antonio Sibellico, Dec. III, l. VII, f. 194. — Marin Sanuto, p. 1140._
I marchesi di Ferrara erano più potenti che quelli di Mantova, ma erano di più pacifica natura. I figli di Niccolò III erano stati educati da Guarino di Verona, e questo dotto grecista aveva saputo ispirar loro il gusto delle lettere e della poesia, la passione pei monumenti dell'antichità, per l'eleganza, per il lusso. Sebbene Lionello, il maggiore di questi principi, avesse in seguito, uscendo dalla scuola del Guarino, imparata l'arte della guerra nella milizia di Braccio, portò nel suo governo disposizioni affatto pacifiche, quando regnò dal 1441 al 1450. Fece fiorire gli stati di Ferrara e di Modena col commercio e coll'agricoltura, si circondò, non di soldati, ma di dotti e di poeti, coi quali rivalizzava egli medesimo, e cercò di ridurre i principi suoi vicini a godere, com'egli, dei beni della pace[411]. Aveva adunato in Ferrara il congresso che pareva in sul punto di pacificare l'Italia, quando Filippo morì, e Lionello vi aveva con imparzialità e con moderazione sostenute le parti di mediatore. L'ambizione de' Veneziani, cui si apriva un nuovo campo, rendette allora vane le sue fatiche; ma nel 1450 si offerse di nuovo per mediatore tra i Veneziani ed il re Alfonso, di cui aveva sposata la figliuola Maria. Gl'interessi di queste due potenze cominciavano ad essere gli stessi; le vicendevoli offese vennero facilmente dimenticate, e Lionello ebbe la soddisfazione di far loro sottoscrivere il 2 di luglio un trattato di pace[412]. Non sopravvisse lungo tempo a questa negoziazione, essendo morto a Belriguardo il primo ottobre del 1450. Ebbe per successore suo fratello Borso, come lui illegittimo, a preferenza di Niccolò suo figlio, ancora fanciullo, e de' suoi fratelli Ercole e Sigismondo nati di legittimo matrimonio. Borso, non meno di Lionello affezionato alle scienze ed alle arti della pace, si mantenne alleato dei Veneziani senza però prendere parte nella guerra che stavano per cominciare; ed accettò la mediazione dei Fiorentini, nemici de' suoi alleati, per troncare alcune ostilità scoppiate tra i suoi sudditi delle montagne Modenesi, ed i Lucchesi[413].
[411] _Ginguené Hist. Litter. d'Italie, t. III; chap. XVIII, p. 250._
[412] _Ann. Estens. Fr. Joan. Ferrariensis, t. XX, p. 457._
[413] _Annales Estenses, t. XX, p. 462._
Il duca di Milano confinava all'occidente col marchesato di Monferrato e col ducato di Savoja. Lo Sforza aveva offesa la casa di Monferrato, facendo imprigionare Guglielmo, che aveva lungo tempo militato sotto le sue insegne, ed era fratello del principe regnante. Lo rilasciò il 26 maggio a condizione che questo generale gli restituirebbe la signoria d'Alessandria. Egualmente aveva fatto imprigionare Carlo Gonzaga, cui avea resa la libertà mercè la cessione di Tortona. Una tale condotta tenuta verso due capitani, cui il duca aveva donate due città come prezzo de' loro servigj, dà motivo di credere che il solo loro delitto fosse quello d'avere richiesti troppo ricchi compensi. Ma tostochè Guglielmo trovossi negli stati di suo fratello, egli protestò contro una cessione estorta colla violenza, e persuase il marchese di Monferrato ed il duca di Savoja ad allearsi coi Veneziani, prendendo di concerto le armi contro il loro ambizioso vicino.
Mentre le pratiche degli ambasciatori, secondati dall'irritamento degli spiriti, gettavano ovunque i semi di una nuova guerra, altre negoziazioni tendevano altresì a ristabilire la pace. Ve n'ebbero di dirette tra lo Sforza ed i Veneziani; il primo domandava soltanto la restituzione dei due castelli di Brivio e di Rivalta, che la repubblica voleva conservare per aprirsi l'ingresso nel Milanese, in caso che si riaccendesse la guerra[414]. Altre si trattarono alla corte di Napoli da due ambasciatori fiorentini, Franco Sacchetti, renduto celebre dalle sue novelle, e Giannozzo Pandolfini. Parve che ottenessero un felice esito, essendosi firmata la pace tra il re Alfonso ed i Fiorentini il 29 giugno del 1450, a condizione che il signore di Piombino pagherebbe al re un annuo tributo di cinquecento fiorini d'oro[415]. Ma nel tempo medesimo altre negoziazioni di ben diversa natura si continuavano tra la repubblica di Venezia ed il re di Napoli, cui il desiderio di vendicarsi delle loro precedenti disfatte, acciecava ugualmente sul vantaggio de' loro stati e de' loro popoli. I Veneziani non ebbero appena firmata la nuova loro alleanza col re, che cominciarono a far conoscere ai Fiorentini il loro irritamento, aggravando di grosse gabelle i mercanti forastieri che trafficavano nella loro città, e le stoffe che importavano[416]. Matteo Vettori, ambasciatore veneziano, passò in appresso a Firenze con Antonio di Palermo, il celebre segretario di Alfonso, ed il 6 marzo del 1451 comunicarono alla signoria la nuova alleanza dei due stati. Dichiararono che lo scopo loro non era stato quello di riaccendere la guerra, ma bensì il desiderio di conservare la pace d'Italia. Per altro il Vettori si valse di quest'opportunità per rinfacciare ai Fiorentini il passaggio accordato ad Alessandro Sforza a traverso alla Lunigiana nella precedente guerra, ed il danaro sovvenuto a suo fratello. Cosimo de' Medici rispose a queste imputazioni, e rintuzzò con molta nobiltà le indirette minacce che il Vettori aveva frammischiate al suo ragionamento. Ricordò i soccorsi prestati dai Fiorentini ai Veneziani dopo la rotta di Caravaggio, a quei medesimi Veneziani che rifiutato avevano pochi mesi prima di soccorrerli contro Alfonso; rinfacciò loro di avere strascinati i Fiorentini, senza consultarli nella guerra collo Sforza, e d'avere, senza consultarli, pure fatta col medesimo la pace. Per altro i Fiorentini avevano accettata questa pace, colla quale si era rinnovata l'amicizia da lungo tempo esistente fra essi e lo Sforza, e che il solo bisogno de' Veneziani aveva potuto far loro dimenticare; egualmente senza interpellarli, e senza neppure avvisarli, Venezia erasi in appresso disgustata con questo generale. Ma l'incostanza de' consigli di san Marco, o le variazioni della loro politica, che nemmeno erano state notificate a Firenze, non bastavano ad alienare i Fiorentini dal loro antico capitano, diventato duca di Milano[417]. Parve che l'ambasciatore veneziano ammettesse la verità di queste allegazioni, e ch'egli si ritirasse soddisfatto. Per altro il 20 giugno susseguente tutti i Fiorentini ed i loro sudditi ebbero ordine di uscire dal territorio di Venezia[418]; e lo stesso giorno si pubblicò in Napoli un'eguale notificazione. I Veneziani tentarono di far emanare un somigliante ordine da Costantino Paleologo, l'ultimo imperatore d'Oriente; ma questo sventurato principe, omai vicino a vedersi tolti dalle armi turche l'impero e la vita, non era disposto a crearsi nuovi nemici[419].
[414] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 610._
[415] _Scip. Ammirato, l. XX, p. 64. — Bart. Facii, l. i IX, p. 154._
[416] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 65._
[417] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 66. — Niccolò Machiavelli, l. VI, p. 237._
[418] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. VIII, p. 426. — Platinae Hist. Mant., l. VI, p. 849._
[419] _Niccolò Machiavelli, l. VI, p. 240. — Marin Sanuto vite dei duchi di Venezia, p. 1140._
I Veneziani si provarono altresì di sollevare contro Firenze le due repubbliche più vicine. Cercarono prima l'alleanza de' Sienesi per aprirsi la porta della Toscana, ma i Sienesi non accettarono la loro alleanza che a condizione che non accorderebbero il passaggio ad alcun'armata destinata a turbare il riposo di Firenze. Per istaccare Bologna dai Fiorentini, i Veneziani credettero necessario di ricondurvi la fazione dei Canedoli contraria a quella dei Bentivoglio. Fecero gustare la loro alleanza ai signori di Coreggio e di Carpi, che s'accostarono a Bologna il sette di giugno con circa tre mila cavalli. Un rastrello, destinato a chiudere un canale, venne di notte aperto ai Canedoli, i quali entrarono in città ed occuparono la piazza maggiore. Ma mentre i medesimi magistrati abbandonavano il palazzo pubblico, Santi Bentivoglio, postosi alla testa dei partigiani della sua famiglia, caricò vigorosamente i ribelli, li rispinse fuori delle mura, e mostrò con questo primo fatto ch'era degno del nome che gli si era fatto prendere. Spedì subito dopo un'ambasciata a Firenze per rinfrescare la sua alleanza e quella di Bologna con questa repubblica[420].
[420] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 697. — Scip. Ammirato, l. XXII, p. 68. — Niccolò Machiavelli, l. VI, p. 238. — Anton. de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 902. — Ann. Bonon. Hier. de Bursellis, p. 886._
I Fiorentini conobbero facilmente per così manifeste animosità, che sarebbero attaccati tostocchè spirasse la loro alleanza con Venezia, val a dire in principio del seguente anno. Si apparecchiarono perciò dal canto loro a vicine ostilità; il 12 giugno nominarono i decemviri della guerra, e posero tra questi magistrati Cosimo de' Medici, Neri Capponi, Angelo Acciajuoli, e Luca degli Albizzi. Erano questi i più riputati politici dell'Italia. Strinsero col duca di Milano un'alleanza, colla quale guarentivansi reciprocamente i loro stati; assoldarono Simoneta di Campo Sampiero, ch'era stato altre volte al loro servigio, ed aspettarono gli avvenimenti[421].
[421] _Scip. Ammirato, l. XII, p. 69._
Il cominciamento delle ostilità venne inoltre ritardato da una circostanza che ne' precedenti secoli avrebbe potuto essere cagione d'importanti rivoluzioni. Era il viaggio in Italia di Federico III, che veniva a cercarvi la corona dell'impero. Sigismondo, l'ultimo degl'imperatori coronato dal papa, aveva mal sostenuta la dignità dell'impero nelle ultime sue spedizioni d'Italia; pure vi era stato aspettato e temuto come un potente monarca; ed i due suoi viaggi eransi associati a grandi avvenimenti. Sigismondo aveva avuto per successore il 18 marzo del 1438 suo genero, Alberto II d'Austria, re d'Ungheria e di Boemia[422], che i Tedeschi contano tra i loro migliori monarchi, ma che non figurò in verun modo nella storia d'Italia. Alberto, occupato dalle contese del concilio di Basilea col papa, persuase la Germania ad un'esatta neutralità. Scacciò dalla Boemia, dalla Slesia e dalla Lusazia il principe Casimiro, fratello di Ladislao V, re di Polonia, ch'era stato elettore dagli Ussiti; ma non fu egualmente fortunato contro Amurat II, che avendo conquistata la Servia, minacciava l'Ungheria. Fu in mezzo ai suoi disastri in una campagna contro i Turchi, che Alberto II morì a Langendorf tra Gran e Vienna il 17 ottobre del 1439[423], lasciando la sua vedova Elisabetta gravida di Ladislao, in appresso re d'Ungheria e di Boemia, che venne conosciuto sotto il nome di Postumo[424]. Il 2 febbrajo del 1440 gli elettori nominarono suo successore il di lui cugino Federico III, nato il 23 dicembre del 1415, da Ernesto duca d'Austria e di Stiria. Questo debole principe, cui il suo segretario Enea Silvio, che poi fu Pio II, cercò invano di dare qualche celebrità, veniva nel dodicesimo anno del suo regno a chiedere al papa la corona d'oro conservata a Roma, per aggiugnere il titolo d'imperatore a quello di re dei Romani. Era sceso in Italia senz'armata, sebbene risguardasse come suo nemico Francesco Sforza, il più potente sovrano di quella contrada. Per non riconoscerlo come duca di Milano non volle andare a Monza a prendere la corona di ferro di Lombardia. Passò da Venezia a Firenze, ove fu ricevuto con grandissime onorificenze.
[422] _Spiegel der Ehren Buch IV, e. VIII, p. 465, edit. Nuremb., 1668, in fol. — Thomae Ebendorffer de Haselbach Chron. Austriae. Ap. Pez. Script. Rer. Aust., t. II, p. 853, l. III._
[423] _Spiegel der Ehren des Erzhauses Oesterreich B. IV, c. 13, p. 506. — Thom. Ebendorffer de Haselbach, p. 855, l. III._
[424] _Spiegel der Ehren, B. V, C. V, p. 516._
Federico III aveva dato appuntamento in Toscana alla principessa Eleonora di Portogallo, figlia del re Odoardo, e sorella d'Alfonso V, che aveva chiesta per sua sposa. Questo parentado, proposto tra le famiglie sovrane d'Austria e del Portogallo, era un indizio dei progressi dell'incivilimento, e delle relazioni che il commercio cominciava finalmente a stabilire tra i diversi membri della repubblica europea. Pure i paesi non Italiani erano ancora molto lontani dalla civiltà e dall'ordine sociale che regnano nell'età nostra in Europa. Niccolò Lanckman di Falkenstein, cappellano dell'imperatore, era uno degli ambasciatori mandati in Portogallo per isposare Eleonora, e si è fino al presente conservato il giornale del suo viaggio[425]. Non si crederebbe, leggendolo, che appartenga al secolo dei Medici, perchè ci rappresenta l'Europa così poco sicura pei viaggiatori, quanto lo sembrarono pochi anni dopo agli ambasciatori Veneziani presso Ussum Cassan la Turchia e la Persia. Questi ambasciatori recavansi, travestiti da pellegrini, dalla Germania, passando per Ginevra, il Delfinato e la Linguadocca, nella Catalogna, nell'Arragona, nella vecchia Castiglia e nella Galizia. Nè il diritto delle genti nè la polizia li proteggevano dagli assassini che spogliavano i passaggeri, o dai comandanti delle città che li taglieggiavano. Soltanto dopo il loro disastro trovavano in ogni luogo banchieri fiorentini, che loro somministravano danaro.
[425] _Historia desponsationis et coronationis Federici III et conjugis ipsius Eleonorae, authore Nicolao Lanckmanno de Valckenstein. Apud Pezium. Script. Austriac., t. II, p. 569-602._
Per altro i paesi abitati dai Mori conservavano tuttavia l'antica loro civiltà. Formavano questi la più industriosa porzione della popolazione di tutte le grandi città della Spagna, e queste città erano ancora fiorenti. Dopo il suo matrimonio Eleonora s'imbarcò per passare in Toscana, ma dovette dar fondo a Ceuta in Africa, città in allora, al dire di Lankman, due volte più grande e più popolata che Vienna d'Austria.
Eleonora arrivò dal Portogallo a Livorno il 3 febbrajo del 1452, e per un singolare accidente era entrato quattro dì prima in Firenze Federico il 30 gennajo. Essi si riunirono il 19 di febbrajo a Siena. I Toscani osservavano con estrema curiosità un altro non meno illustre ospite che viaggiava coll'imperatore. Era questi Ladislao il Postumo, figlio d'Alberto II, che Federico III conduceva seco, dopo averlo ingiustamente spogliato della sua eredità. Gli Ungari, che domandavano il loro re, avevano formato il progetto di farlo rapire a Firenze; ma i Fiorentini credettero di mancare ai doveri dell'ospitalità, se permettevano entro le loro mura una violenza contro il loro ospite, sebbene tendente a riparare un'ingiustizia. Per altro fecero presso l'imperatore nobili rimostranze a favore di un re oppresso e di un pupillo tradito dal suo tutore. Le loro istanze non ebbero effetto, ma non lasciarono d'ispirare a Ladislao sentimenti di riconoscenza verso i Fiorentini.
Dopo avere attraversata la Lombardia e la Toscana come viaggiatore non come monarca, senza riclamare sul governo le prerogative della sovranità imperiale omai andate in dissuetudine, Federico III proseguì la sua strada alla volta di Roma, ov'entrò colla sua sposa l'otto marzo; furono sposati il 16 da Niccolò V, e coronati il 18[426]. Il 25 di marzo partirono alla volta di Napoli, ove furono ricevuti da Alfonso, zio della nuova imperatrice, col più splendido lusso. L'antica diffidenza, che teneva d'occhio tutti i passi degli imperatori d'Italia, aveva fatto luogo al desiderio di ostentare, in faccia ad un monarca che più non era temuto, tutti i prodigi di questa contrada incantatrice. Tra le feste celebrate a Napoli dalla magnificenza d'Alfonso la più sorprendente fu una caccia illuminata coi fanali nel recinto della Solfatara, ove la disposizione dei lumi in quel circolo fatto dalla natura, il numero degli animali, la musica, e la vaghezza degli abiti de' cacciatori, parevano realizzare i prodigi della magia. Il 20 aprile Federico III lasciò Napoli per riunirsi a Roma a Ladislao il Postumo, dal quale non separavasi senza inquietudine. Intanto l'imperatrice Eleonora imbarcossi a Manfredonia per Venezia, ove fece il suo ingresso il 18 di maggio. E soltanto il 19 di giugno arrivò coll'imperatore a Newstad, nella diocesi di Salisburgo, luogo di sua residenza.
[426] La descrizione del suo ingresso in Roma fu scritta in tedesco assai circostanziatamente da un autore contemporaneo e stampato da Pez. _Scrip. Rer. Aust., t. II, p. 561-569. — Niccolò Machiavelli Ist., l. VI, p. 241. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 698. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1211. — Spiegel der Ehren, B. V, c. VII, p. 476._
Mentre Federico III tornava da Roma a Venezia, passando per Ferrara diede con grande cerimonia il titolo di duca di Modena e di Reggio, e di conte di Rovigo e di Comacchio, al marchese Borso d'Este[427]. Questi feudi dipendevano dall'impero; lo stato di Ferrara, che spettava all'alto dominio della santa sede, non venne eretto in ducato a favore della medesima famiglia che dopo altri diciannove anni[428].
[427] Il Muratori porta quest'investitura sotto il 18 di aprile; ma dev'essere corso abbaglio nella data, poichè dietro il giornale di Lankmann, Federico non partì da Napoli che il 20 aprile. Pare che lasciasse Ferrara il 16 maggio, e che l'investitura sia stata data la vigilia al nuovo duca.
[428] _Ann. Est. Frat. Joan. Ferrariensis, t. XX, p. 464. — Ist. di Brescia di Cristof. da Soldo, p. 870._ Per altro nè l'uno nè l'altro parlano del contado di Comacchio. Appoggiato all'autorità del Muratori che esaminò questo punto di diritto con molta erudizione, ma non senza parzialità, io credo il feudo di Comacchio dipendente dall'impero piuttosto che dal papa.
Questa decorazione data alla casa d'Este, decorazione che per la medesima diventò l'epoca di una nuova grandezza, non era dovuta che alla venalità del monarca che attraversava allora l'Italia. Trovando tuttavia in questo paese un popolare rispetto pel potere ch'egli aveva perduto, egli pose all'incanto gli estremi avanzi della sua dignità. Vendette al maggior offerente tutti i titoli e tutte le prerogative imperiali che si vollero da lui comperare. Si moltiplicarono con profusione i diplomi di nobiltà, di notariato imperiale: i diritti di legittimare i bastardi, e quelli del perdono de' falsarj furono offerti a chiunque volle pagarli; e la bassa venalità della camera imperiale terminò di distruggere tutto quanto restava ancora in Italia di rispetto per gl'imperatori.
Il 16 maggio, giorno in cui l'imperatore lasciava Ferrara ed entrava nello stato della repubblica veneta, questa dichiarava la guerra al duca Francesco Sforza, e l'11 giugno il re Alfonso dichiarò la guerra ai Fiorentini[429]. Quest'ultimo, che destinava suo successore nel regno di Napoli suo figlio naturale Ferdinando, volle procurargli un'occasione d'illustrarsi. Gli diede per consigliere e per guida Federico di Montefeltro, conte d'Urbino, uno de' più esperti guerrieri e de' più gentili sovrani dell'età sua: pose sotto i suoi ordini un'armata di otto mila uomini d'armi, e lo mandò in Toscana, persuaso che questo principe ne occuperebbe una gran parte. Ma, o sia che per qualche accidente l'artiglieria non potesse tener dietro all'armata, come dice lo storico d'Agobbio,[430] o sia che Ferdinando non avesse talenti per la guerra, nè docilità pel suo Mentore, questa spedizione non ebbe felici risultamenti. L'armata napoletana assediò da principio Fojano, piccolo castello posto in val di Chiana, che chiudeva la comunicazione tra lo stato di Siena e quello di Firenze. I suoi bravi abitanti, secondati da una guarnigione di dugento uomini, fermarono Ferdinando per trentasei giorni, e diedero tempo alla repubblica di raccogliere la sua armata sotto gli ordini di Sigismondo Malatesta. Due case di campagna della famiglia Ricasoli, Brolio e Cacchiano, che secondo l'usanza degli antichi tempi erano circondate da alcune fortificazioni, fecero una difesa ancora più sorprendente, poichè Ferdinando non potè impadronirsene. Finalmente Ferdinando andò ad assediare Castellina, piccolo castello lontano dieci miglia da Siena all'ingresso della valle di Chianti, e vi stette quarantaquattro giorni senza rendersene padrone. Finalmente le piogge dell'autunno lo costrinsero a levare l'assedio il 5 di novembre; ed allora uscì dal territorio fiorentino, dopo avere incagliato con tutta la potenza del re di Napoli contro piccoli castelli, che appena credevansi capaci di difesa[431].
[429] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 72._
[430] _Guernieri Bernio Cron. d'Agobbio, t. XXI, p. 989._
[431] _Nic. Machiavelli, l. VI, p. 243. — Scip. Ammirato, l. XXII, p. 73. — Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1212. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. VIII, p. 428. — Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 156. — Pandol. Collenuccio Stor. di Napoli, l. VI, f. 198 — Bart. Facii, l. X, p. 164._