Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)

Part 22

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[389] Consigliò Francesco Sforza, i di cui affari in primavera del 1447 parevano affatto disperati a rifare la sua armata scoraggiata coll'abbandonarle a sacco Pesaro, sola delle città del suo dominio conservatasi fedele, e nella quale trovavasi inallora chiuso; soggiugnevagli che omai non doveva altro consultare che il proprio interesse, e non cercare ajuti che in se medesimo, rinunciando all'alleanza delle repubbliche, che non potevano amare gli uomini educati nella militare disciplina. Dice il Simonetta che lo Sforza rigettò quest'iniquo consiglio, e che si maravigliò d'aver ritrovato in così riputato uomo tanta barbarie. _Joan. Simonetae, l. VIII, p. 388._ _NB._ Questo aneddoto, raccontato dal solo storico di Francesco Sforza, intento ad allontanare dal suo eroe ogni sospetto di slealtà, ci darebbe una idea troppo svantaggiosa di un uomo che i suoi coetanei e la posterità collocarono fra i più illustri personaggi del 15.º secolo, e che ebbe per le sue virtù il nome di _padre della patria_. _N. d. T._

Vero è che i Fiorentini non erano rimasti oziosi durante la guerra di Milano, nè affatto liberi nella scelta del partito cui dovevano appigliarsi. In sul cominciare della state del 1447, mentre ancora viveva Filippo Maria, e che i Fiorentini, uniti ai Veneziani, cercavano di terminare nel congresso di Ferrara la loro guerra con questo principe, Alfonso, re di Napoli, fece ribellare la piccola fortezza di Cennina, in val d'Arno di sopra, e vi mandò guarnigione per aprirsi l'ingresso della Toscana, qualunque volta vi volesse condurre l'armata che in allora aveva adunata a Tivoli. Per altro non prese le opportune misure per difendere questo castello, lasciando che i Fiorentini lo ripigliassero dopo quindici giorni[390]. Le rivoluzioni di Lombardia e la morte di Filippo lo tennero senza dubbio incerto per qualche tempo intorno alla condotta che doveva tenere; per altro seppesi alla fine di settembre, che aveva sotto i suoi ordini sette mila cavalli, quattro mila fanti e quattro mila foraggeri; che si era innoltrato fino a monte Pulciano, ai confini dello stato di Siena, e che aveva cercato di guadagnarsi quest'ultima repubblica. Gli ambasciatori Giannozzo Pitti e Bernardo Medici, che gli furono mandati, riferirono che voleva staccare i Fiorentini dall'alleanza di Venezia, e difendere così la Lombardia, al di cui possedimento aspirava essendovi chiamato dal testamento di Filippo Maria[391]. Entrò in fatti nel territorio fiorentino per la provincia di Volterra; colà come pure nelle Maremme di Pisa occupò alcune castella di non molta importanza, e fermossi in dicembre innanzi a quello di Campiglia, che gli oppose un'ostinata resistenza. Dal canto loro i Fiorentini avevano nominati i decemviri della guerra; avevano chiamato al loro soldo Federico, conte di Montefeltro, ed in appresso Sigismondo Malatesta; gli avevano rappattumati l'uno coll'altro, e non avevano perduto tempo nel levare un'armata, e porsi in istato di difesa[392].

[390] _Scip. Ammirato Stor. Fiorent., l. XXII, p. 54. — Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 207._

[391] _Scip. Ammirato, l. XXII. p. 55. — Barthol. Facii, l. IX, p. 144._

[392] _Nicc. Mach. Ist. Fior., l. VI. p. 208. — Comm. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1204._

La vigorosa resistenza di Campiglia costrinse il re a levare l'assedio, ed a prendere i quartieri d'inverno nelle Maremme presso alle ruine dell'antica Populonia. Non era in allora lontano che tre miglia da Piombino, e si propose d'assicurarsi di questo forte castello. Piombino, altravolta povera borgata in mezzo a campagne quasi abbandonate, era diventato nel 1399 un piccolo principato, ov'erasi ritirata la casa d'Appiano, dopo avere tradita la repubblica di Pisa. Giacomo I d'Appiano aveva afforzato il castello, aveva sparso qualche danaro nella coltivazione di quelle fertili ma insalubri campagne, e renduto alquanto mercantile il suo piccolo porto. Egli morì, e sua figlia Catarina portò come dote il principato di Piombino a suo marito Rinaldo Orsino. Questi aveva precedentemente avuto qualche contesa coi Fiorentini, ma aveva imparato dall'esempio del conte di Poppi quanto fosse pericolosa cosa l'abbracciare contro la repubblica il partito d'un lontano monarca, che non mancherebbe in appresso di abbandonarlo e di sagrificarlo. Chiuse dunque il proprio castello ad Alfonso ed ai suoi soldati, ricusò loro i viveri, ed eccitò in modo lo sdegno del re, che questi, nel seguente marzo, dopo avere nuovamente minacciata Campiglia, si ripiegò bruscamente sopra Piombino, e ne intraprese l'assedio[393]. L'Orsini erasi posto sotto la protezione della repubblica di Siena, e colla frase di quel tempo, chiamavasi suo _raccomandato_; ma Siena non era abbastanza forte per proteggerlo, onde s'addirizzò a Firenze, e Lucca Pitti, che in allora era gonfaloniere di giustizia e pareggiava di credito Cosimo de' Medici, promise che la repubblica lo difenderebbe come se fosse uno stato suo.

[393] _Poema d'Antonio degli Agostini sull'assedio di Piombino, t. XXV Rer. It., p. 321-324. — Scipione Ammirato, l. XXII, p. 57. — Nicc. Machiavelli, l. VI, p. 209. — Comm. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1205. — Barth. Facii Rer. gest. Alphonsi, l. IX, p. 146._

In fatti le galere fiorentine condussero a Piombino l'otto luglio trecento fanti ed un approvvigionamento di polvere e di piombo[394]. Questo convoglio doveva bentosto essere seguito da un altro più considerabile, ma Alfonso, che risguardava l'acquisto di Piombino come cosa di molta importanza, perchè il suo porto poteva in ogni tempo aprirgli la Toscana, fece venire in quelle acque una flotta napoletana per assediarlo ancora dalla banda del mare. In pari tempo questa flotta assicurava ai Napoletani abbondanti convoglj di provvigioni, mentre un'armata fiorentina, ch'erasi avanzata fino alle alture di Campiglia, si vedeva chiusa la strada dall'armata d'Alfonso, e trovavasi mancante di provvigioni d'ogni sorta e particolarmente di vino, necessario ai soldati in un clima insalubre, ove le acque sono infette e l'aere pestilenziale[395].

[394] _Ant. degli Agostini Poema dell'assedio di Piombino, p. III, c. 3, p. 339. — Barth. Facii, l. IX, p. 148._

[395] _Scip. Ammir., l. XXII, p. 57. — Comm. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1205._

Le due armate napoletane e fiorentine, poste sulle alture come sopra un anfiteatro, e gli abitanti di Piombino dall'alto delle loro mura consideravano inquieti il vasto mare di dove potevano giugnere tutti i loro convoglj. Dieci galere napolitane, comandate da Garcilasso di Requesens, stavano presso la riva. I Fiorentini non ne avevano che quattro; ma o perchè confidassero nella grandezza e nella superiorità de' loro movimenti, o perchè tentar volessero ad ogni costo la liberazione di Piombino, essi non temettero di attaccare la flotta reale la sera del 15 luglio 1448. La battaglia durò cinque ore protraendosi fino a notte avanzata. La presenza delle due armate, che non levavano gli occhi da una battaglia per loro decisiva, e le grida dei soldati, che cercavano d'incoraggiare i loro ausiliari, rianimavano la pugna quando era in sul punto di terminarsi per la spossatezza de' combattenti; ma dopo prodigj di valore, i Fiorentini furono vinti. Due galere caddero in mano de' nemici e le altre due, gravemente danneggiate nei loro attrezzi e dopo avere perduta molta gente, si salvarono a stento[396].

[396] _Comment. di Neri Capponi, p. 1205. — Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 210. — Barth. Facii, l. IX, p. 149._

Dopo la perdita di queste navi, Neri Capponi, che comandava l'armata fiorentina col titolo di commissario, risolse di ritirarsi. Allontanandosi da Piombino andò ad assediare alcuni castelli delle Maremme, che il re aveva occupati nel precedente autunno e li prese tutti. Intanto persuase i suoi compatriotti a rifiutare le proposizioni di pace di Alfonso, perchè il primo articolo richiedeva l'abbandono del signore di Piombino.

Questi già da oltre tre mesi difendevasi vigorosamente; l'armata di Alfonso era indebolita dalle malattie; in quella pestilenziale campagna erano omai periti più di mille soldati napolitani di febbre maremmana, e quasi tutti gli altri n'erano affetti. Frattanto l'artiglieria d'Alfonso avendo rovesciata una delle torri che sostenevano le mura di levante, egli risolse di dare un ultimo assalto alla piazza alla metà di settembre. Divise l'armata tra Pietro di Cordova ed Inigo di Guevara, facendo nello stesso tempo avvicinare la flotta comandata da Berlinghieri Barili, e dopo di avere incoraggiati i suoi soldati con tutto ciò che poteva risvegliare l'orgoglio e la cupidigia loro, o il desiderio della vendetta, spinse le sue truppe all'assalto, e in questo i Catalani rivalizzarono coi Napolitani, dispiegando agli occhi del re tutta la loro bravura. Dall'altra parte Rinaldo Orsini, avendo adunati gli abitanti di Piombino e la sua piccola guarnigione, fece loro sentire che se soccumbevano, non caderebbero in mano d'Italiani, ma di barbari soldati, che non intendevano il loro linguaggio, e che non conoscevano nè le leggi della guerra nè quelle dell'umanità. Fece porre le femmine dietro i loro mariti e fratelli per somministrar loro munizioni e rinfreschi; ed egli stesso, precedendo gli altri col suo esempio, fu maravigliosamente secondato dagli abitanti e dai soldati. Gli assediati aggiugnevano alle armi comuni dei fiumi d'olio bollente e di calce viva, che, penetrando sotto le armature degli assalitori, cagionavano loro insopportabili dolori. Nello stesso tempo i vascelli catalani si avanzavano dalla banda della Rocchetta; alcuni battelli, pieni di gente armata, ed innalzati con carrucole fin all'altezza degli alberi, dovevano trovarsi a livello delle mura, attaccarvisi con uncini, e dare in tal modo un facile passaggio agli assalitori. Ma un avventurato colpo di bombarda, partito dalla Rocchetta colpì, nel mezzo uno de' battelli, e tutto lo fracassò; gli altri, sebbene avessero più volte lanciati i loro arpesi, mai non riuscirono ad afferrare la muraglia. La battaglia durava già da più ore con uguale accanimento, quando i Napolitani si videro improvvisamente alle spalle alcuni squadroni di cavalleria fiorentina. Credettero fermamente che il Capponi riconducesse tutta la sua armata per attaccarli a' piedi di quelle medesime mura, ove omai sentivansi oppressi da soverchia fatica: non vollero esporsi all'incerta sorte di una nuova battaglia, e si ritirarono al loro quartiere[397]. Alfonso, scoraggiato da quest'ultimo tentativo, levò l'assedio di Piombino. In pari tempo abbandonò la Maremma, ove la febbre gli aveva tolta assai più gente che il ferro nemico: ricondusse la sua armata a Roma, ed in appresso a Napoli per rifarla durante l'inverno; e sebbene minacciasse la repubblica di vendicarsi contro di lei nel susseguente anno, più non tornò a fare triste sperimento della funesta influenza di un clima mortifero, contro il quale spesso non vale il coraggio del più valoroso soldato[398].

[397] _Poema dell'assedio di Piombino, p. IV, c. V, p. 362. — Scip. Ammirato, l. XXII, p. 60. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1206. — Barthol. Facii, l. IX, p. 151._

[398] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 211. — Pandolfo Collenuccio Comp. delle Istor. del regno di Napoli, l. VI, f. 197._ Edit. Ven. 8.º, 1557. — _Poema dell'assedio di Piombino, p. IV, c. 6, p. 365._ Antonio degli Agostini di Samminiato, autore di questo poema, trovavasi alla corte del principe di Piombino in tempo dell'assedio. Pare che fosse una specie di trovatore, o di poeta cortigiano, addetto a Rinaldo Orsini, di cui celebrò in terza rima il valore e la morte. Trovansi in questi versi alcuni curiosi dettagli intorno alle costumanze del tempo; ma le invocazioni degli Dei, i discorsi, le similitudini, finalmente tutta la parte poetica di queste cronache rimate ne rendono la lettura faticosissima. Questo poema trovasi, _t. XXV, Rer. Ital., p. 319-370._

Poichè si fu il re ritirato, i Veneziani fecero istanze ai Fiorentini di mandar loro soccorsi in forza dell'alleanza tra loro esistente, e di ajutarli a rialzarsi dalla loro disfatta di Caravaggio. Effettivamente i Fiorentini mandaron loro Sigismondo Malatesta con due mila cavalli è mille pedoni; questa è la sola parte che scopertamente essi presero nella guerra del Milanese, nella quale fin allora avevano voluto mantenersi neutrali. Ma quando in sul finire di settembre del 1449 i Veneziani fecero una pace parziale coi Milanesi, il conte Sforza, rimasto solo in guerra contra questi due popoli, fece calde istanze alla repubblica fiorentina perchè gli accordasse quella protezione, cui andò debitore della propria salvezza nelle guerre della Marca. Nello stesso tempo eccitò Cosimo de' Medici a non mancare all'antica loro amicizia, e Cosimo gli fece rendere venti o venticinque mila scudi, che gli erano dovuti dalla repubblica per un reso conto per lo meno controverso[399]. Inoltre gli prestò del proprio più grosse somme; egli avrebbe pur voluto far entrare la repubblica in un'alleanza aperta collo Sforza, ma ne fu impedito dall'opposizione di Neri Capponi. Neri, il miglior negoziatore ed il più bravo guerriero che avessero i Fiorentini, uomo di grandissima autorità per i meriti del padre e pei proprj, era stato a vicenda incaricato d'importantissime ambascerie, e del comando delle armate col titolo di commissario. La di lui riputazione erasi accresciuta per la vittoria riportata ad Anghiari sopra il Piccinino, e per la negoziazione del precedente anno, colla quale aveva saputo rappattumare ed armare in favore della repubblica Sigismondo Malatesta e Federico di Montefeltro, e più recentemente per avere comandata l'armata che costrinse Alfonso a levare l'assedio di Piombino. Egli solo tra gli uomini di stato di Firenze aveva conservato lo stesso rango e lo stesso credito in tempo dell'amministrazione degli Albizzi e dei Medici. Egli non amava Cosimo, nè da questi era amato; aveva motivo di credere, che in odio suo avessero i partigiani di Cosimo fatto perire Baldaccio d'Anghiari, capitano dell'infanteria e suo amico, e dal canto suo temeva l'appoggio che poteva dare ai Medici l'amicizia di un gran generale; ma indipendentemente da questi personali motivi egli credeva che Firenze, come repubblica, avesse obbligo di sostenere la repubblica di Milano; che per l'equilibrio d'Italia fosse necessario che due stati liberi si dividessero la Lombardia; che un soldato avventuriere, diventato sovrano degli stati di Filippo, sarebbe le mille volte più formidabile di quello che lo fosse stato lo stesso Filippo, o quel medesimo soldato non essendo che condottiere; che nella lotta tra lo Sforza ed i Veneziani, il primo, qualora uscisse vincitore, dimenticherebbe bentosto la sua riconoscenza per tener dietro ai progetti de' suoi predecessori; che se per lo contrario i Veneziani ottenevano di ridurre i Milanesi a porsi tra le loro braccia, sarebbero in breve padroni di tutta l'alta Italia, e che omai conoscevasi quanto si doveva temere dalla politica e dall'ambizione loro. Da lungo tempo Neri Capponi avrebbe voluto che Firenze avesse impiegata la potente sua mediazione a condurre una pace che assicurasse la repubblica milanese. Credeva per altro che si fosse ancora in tempo di soccorrerla; la salute della patria sembravagli attaccata all'indipendenza di questa repubblica, e parevagli che si dovesse ad ogni patto impedire che stati così potenti e formidabili ai loro vicini passassero da un governo civile, che rispetta le leggi ed i trattati, ad un governo militare che non conosce altre regole che i capricci d'un uomo.

[399] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 62. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., t. XX, l. VIII, p. 425._

Dall'altra parte Cosimo de' Medici sosteneva che una repubblica non poteva formarsi nè mantenersi che presso popoli virtuosi; ch'era assurdo il fondare speranze sopra coloro ch'erano corrotti dal despotismo, che i Milanesi e gli altri Lombardi eransi sempre mostrati poco gelosi d'una libertà tante volte da loro sagrificata; che le fazioni che laceravano la nuova repubblica, ed il sangue di già versato, indicavano la prossima sua caduta; e che, dovendo i Fiorentini avere per vicini in Lombardia un governo assoluto, meglio era che fosse quello del conte loro amico, che non quello de' Veneziani loro rivali, o d'un tiranno che si solleverebbe colle proprie forze, e ch'essi ancora non conoscevano[400]. I consiglj, divisi fra due uomini di tanta autorità nella repubblica, non sapevano a quale partito appigliarsi, e Cosimo si adoperava per accrescere la loro lentezza. Finalmente, dopo avere molto tardato, spedirono ambasciatori al conte con ordine di esaminare le stato delle forze sue e di quelle dei Milanesi, e di non sottoscrivere con lui trattati d'alleanza che nel caso che vedessero apertamente non essere possibile che Milano si salvasse. Questi ambasciatori non erano per anco giunti a Reggio, che seppero essere il conte salito sul trono di Filippo Maria[401].

[400] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 229._

[401] _Ivi, pag. 231._

Qualunque si fosse l'incertezza de' consigli il popolo di Firenze mostrò la più sincera gioja per la vittoria di Francesco Sforza. Egli vedeva sottentrare alla casa Visconti, sua acerba nemica da oltre un secolo, una casa che in certo modo gli doveva la propria grandezza, e sua antica alleata. Lusingavasi di trovare finalmente de' fedeli amici in que' Milanesi, le di cui forze tutte e tutte le ricchezze erano state costantemente impiegate a danno suo. Per ciò vollero i Fiorentini presentare con magnifica ambasciata le loro felicitazioni a Francesco Sforza; e gli vennero deputati gli stessi capi della repubblica. Furono scelti Pietro, figlio di Cosimo de' Medici, Neri Capponi, Lucca Pitti e Diotisalvi Negri. Tranne Cosimo, questi quattro uomini erano i più riputati cittadini di Firenze; l'accoglimento loro fatto da Francesco Sforza corrispose a così onorevole scelta. Egli espresse loro con vivacità la costante sua intenzione di vivere e di morire amico dei Fiorentini, e di mostrar loro una riconoscenza proporzionata agli ajuti che nel corso di vent'anni aveva ricevuti dalla repubblica[402].

[402] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 63. — Jo. Simonetae, l. XXI, p. 608. — Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 235._

Francesco Sforza stava in allora occupato a celebrare il suo coronamento con feste e tornei, a sorprendere il popolo, ad affezionarsi la nobiltà coi favori che le accordava, a rialzare le fortezze, ed in particolare quella di Porla Zobia ch'era stata atterrata in tempo della libertà, finalmente ad assicurarsi coll'esilio o colla prigione di coloro che si erano mostrati più affezionati al governo da lui distrutto[403].

[403] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 607._

Il nuovo duca era stato senza difficoltà riconosciuto da tutti gli stati d'Italia; ma gli oltramontani parevano più disposti a contestargliene i diritti. L'imperatore Federico III riclamava la prerogativa sua propria di creare i duchi nelle terre dell'impero: a' suoi occhi il ducato di Milano aveva cessato colla linea dei Visconti, i di lui stati erano ricaduti alla diretta dell'impero, e lo Sforza era un usurpatore: dal canto suo Carlo VII, re di Francia, non conosceva altro duca di Milano che suo nipote, il duca d'Orleans, figliuolo di Valentina Visconti[404]. Per altro veruno di questi sovrani sembrava apparecchiato a far valere le proprie ragioni colle armi, nè lo Sforza prevedeva alcun movimento militare per parte della Francia o della Germania. Propriamente parlando non trovavasi l'Italia nè in pace nè in guerra. L'armata veneziana aveva ripassata l'Adda, ed afforzava il ponte conservato a Rivalta, senza però commettere veruna ostilità[405]. Una stanchezza, uno spossamento generale, forzavano al riposo queste potenze, che avevano così lungo tempo combattuto. Altronde una calamità d'un altro genere bastava in allora per opprimere i popoli, ed occupare i governi; la peste, conseguenza di tanti patimenti e privazioni, era scoppiata in Lombardia. Manifestassi prima a Milano, ove la fame avevale apparecchiata la culla[406]; ed il giubileo, accordato pel 1450 da Niccolò V, fu cagione che i pellegrini la diffondessero di città in città. Il contagio fece perdere a Milano trenta mila abitanti; a Lodi venne di buon'ora fermato dalla vigilanza del governo; ma Piacenza rimase pressochè diserta; altre città soffrirono egualmente assai, e non fu risparmiata Roma, dove i pellegrini portavano il suo veleno. Il papa si ritirò prima a Spoleti, poi a Foligno, indi a Fabriano, ma i suoi sudditi, che non potevano imitarlo furono vittima di una immatura divozione[407].

[404] _Ivi. — Bern. Corio Istor. Milan., p. 938_, Ediz. Ven. 1565.

[405] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 610._

[406] _Bern. Corio Istor. Milan., p. VI, p. 941._

[407] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 610. — Ant. de Ripalta Ann, Placent., t. XX, p. 901. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., t. XXI, p. 867. — Ann. Foroliv., t. XXIII, p. 223._

Prima di ricominciare la guerra, gli stati d'Italia avevano inoltre bisogno di conoscere quali fossero i veri loro interessi, di sapere quali alleanze loro fossero più utili, quale sistema di politica dovevano seguire dopo che le precedenti loro combinazioni erano tutte mutate. Per lungo tempo le due repubbliche avevano fatto testa al re di Napoli ed al duca di Milano; ma dacchè Firenze, abbandonando il suo antico sistema, si associava al duca, la repubblica di Venezia doveva accostarsi al re di Napoli. Ne' precedenti anni però avevano avuto luogo alcune ostilità tra Alfonso ed i Veneziani a cagione di qualche vascello mercantile predato dai corsari di Napoli. Luigi Loredano, ammiraglio della repubblica, incaricato di vendicarsi, aveva bruciate quarantasette navi nel porto di Siracusa in sul finire del 1449, ed aveva guastate le coste della Sicilia e di Napoli[408]. Ma un odio comune contra lo Sforza riconciliò queste due potenze, mentre i Veneziani perdonare non sapevano ai Fiorentini il loro rifiuto di ajutarli nell'ultima guerra, nè i secreti sussidj che sospettavano essere stati da loro mandati a Francesco Sforza. Lo stesso popolo che aveva ajutato Venezia a conquistare Verona, Brescia, Bergamo, e tanta parte della Lombardia, mostravasi ormai geloso della sua grandezza e si era scopertamente rallegrato dei vantaggi del suo nemico. Il senato de' Veneziani, profondamente offeso da tale abbandono di un'antica alleanza, mostrava verso i Fiorentini tant'odio, e tanta diffidenza, quant'era stata in addietro la sua confidenza in loro.

[408] _M. A. Sabellico Dec. III, l. VII, f. 192, v. — Giorn. Napolet., t. XXI, p. 1130. — Barth. Facii, l. IX, p. 152._