Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)
Part 21
La situazione dei Milanesi e quella dello Sforza erano egualmente difficili e pericolose; l'uno e gli altri mancavano di vittovaglie; più non trovavasi grano nelle esauste campagne, e quello che lo Sforza faceva venire da Lodi, appena bastava al mantenimento del terzo della sua armata. I Milanesi trovavano tuttavia de' contadini, che, sedotti da un immenso guadagno, avventuravansi a portar loro vittovaglie con pericolo della vita, mentre le sottraevano accortamente ai soldati dello Sforza, che, le avrebbero prese senza pagarle. Niuna sanguinosa azione affrettava la conchiusione della guerra; l'armata di Sigismondo Malatesta e quella dello Sforza non tenevano la campagna, e gl'Italiani, educati nella mollezza, non supponevano che in mezzo ai rigori dell'inverno si potesse agire alla scoperta. Frattanto i due generali si facevano ne' loro accantonamenti una guerra di scaramucce. Le truppe dello Sforza, alloggiate nelle borgate del Milanese, battevano la campagna per fermare i convogli di viveri; dall'altro canto il Malatesta ed il Coleoni avevano adunati in Bergamo ragguardevoli magazzini, di dove sforzavansi di approvigionare Milano.
Bartolomeo Coleoni, sperando d'aprirsi una comunicazione, passò di nuovo l'Adda, e si avanzò fino a Como. Giacomo Piccinino vi si recò dalla banda di Milano, ed altro non restava da farsi al Piccinino che di tornare per la già fatta strada a Milano coi convogli che il Coleoni gli aveva condotti a Como. Tutti i luogotenenti dello Sforza consigliavano il loro capo a ritirarsi, ed a non ostinarsi a guardare accantonamenti così pericolosi tra una grande città assediata ed un'armata nemica. Lo Sforza si ostinò solo ne' suoi progetti, e senza trar fuori dai quartieri tutta la sua cavalleria, seppe tagliare al Piccinino la strada di Milano. Le ricche borgate del Milanese gli offrivano comodi alloggiamenti, e la sua armata era non meno concentrata che se fosse stata in un campo[374].
[374] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 590. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 862. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VII, f. 193. v._
Il pericolo raddoppiavasi per le due parti per la slealtà di tutti i capitani, che, non pensando che ad arricchirsi, mettevano continuamente all'incanto l'onore e la fedeltà loro. Il Ventimiglia era entrato in trattati coi Veneziani nello stesso tempo che il Piccinino collo Sforza; ma il primo di cui fu scoperto l'intrigo, venne imprigionato dal conte, e mandato a Pavia; il secondo, non osando di porsi in mano del suo nemico sebbene lusingato dalle più larghe promesse, ruppe il trattato, già condotto molto avanti, e fece morire come falsario il deputato che aveva trattato con lui[375].
[375] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 592._
Intanto Milano trovavasi in preda a tutti gli orrori della fame: di già i più ricchi avevano mangiati i loro cavalli, i muli ed i cani chiusi con loro, mentre il popolo strappava le radici e le erbe che crescevano lungo le mura, senza che avesse sostanze untuose per cucinarle. Migliaja di poveri erano periti in mezzo alle strade, altri in maggior numero tentavano rifugiarsi nelle campagne; ma lo Sforza, che aveva riposta ogni speranza d'avere Milano nella sola fame, li faceva rientrare di nuovo in città. Le fanciulle sole erano sottratte a così rigoroso ordine, non dalla compassione, ma dall'incontinenza de' soldati[376].
[376] _Ivi, p. 594. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 863._
L'armata di Sigismondo Malatesta era più numerosa di quella dello Sforza, ma credesi che questo generale, il quale non mancava nè di abilità, nè di coraggio, non osasse di venire ad una battaglia necessaria alla liberazione di Milano, per timore di soggiacere, quando rimanesse perdente, alla meritata vendetta dello Sforza. Egli aveva in addietro sposata Polissena, figliuola di Francesco, e poco dopo l'aveva fatta perire per isposare un'amica; temeva la sorte d'una battaglia, che poteva esporlo a restar prigioniero di suo suocero mortalmente offeso[377].
[377] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 594. — Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 232._
I capi del governo di Milano, disposti a tutto soffrire piuttosto che venire sotto la tirannia dello Sforza, si adunarono nel tempio di santa Maria della Scala, e proposero di assoggettare la città al governo di Venezia, onde muovere questa repubblica a difenderla più potentemente. Era questo da lungo tempo l'oggetto della segreta ambizione de' Veneziani e dell'ambasceria del Venieri. Ma mentre stavano deliberando, la sera del 25 febbrajo cominciò un gravissimo tumulto tra la plebe affamata del quartiere di Porta nuova. Il podestà, Domenico da Pesaro, e Lampugnano Birago, uno dei magistrati, furono respinti a sassate. Gaspare da Vimercate e Pietro Cotta si posero alla testa degl'insorgenti, ed attaccarono il palazzo. Un'ala di questo edificio era occupata dalla signoria, un'altra dalla duchessa Maria, vedova dell'ultimo duca. Gl'insorgenti, respinti dalla guardia del primo corpo dell'edificio, entrarono per il secondo e si precipitarono a traverso ai suoi lunghi andatoj per giugnere alle sale del governo. Leonardo Venieri, ambasciatore de' Veneziani, si presentò loro, cercando di trattenerli, ma venne ucciso da que' furibondi. Allora i magistrati fuggirono dal palazzo, che venne occupato dal popolaccio, e l'insurrezione si estese ad altri quartieri della città. Ambrogio Trivulzio, che comandava a porta Romana, cercò invano di resistere, e togliere la patria dalle mani della plebe; all'ultimo si sottomise ancor egli, per non accrescere i mali di Milano coi disastri d'una guerra civile[378].
[378] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 597-599. — Nicc. Machiavelli Stor. Fior., l. VI, p. 234. — Jos. Ripamontii, l. V, p. 632._
Il tumulto aveva cominciato la sera, e si era continuato tutta la notte. La mattina del 26 febbrajo i cittadini si adunarono nuovamente in santa Maria della Scala per deliberare intorno a ciò che conveniva di fare; perciocchè quegli stessi insorgenti, che avevano rovesciato il governo, e manifestato tanto furore contro coloro che continuavano la guerra, non avevano verun piano determinato, veruna speranza intorno ai mezzi di farla finire. All'odio contro lo Sforza, radicato in tutti i cuori, aggiugnevasi quello contro i Veneziani, de' quali i Milanesi erano sempre stati gelosi, e che adesso accusavano di essere la cagione d'ogni loro male. Piuttosto che cadere sotto il loro giogo, o sotto quello dello Sforza, alcuni proposero in quest'assemblea tumultuosa di darsi al re Alfonso, altri a quello di Francia, altri al papa, altri al duca di Savoja; ma Gaspare da Vimercate, che prese la parola dopo tutti gli altri, e che avendo lungo tempo servito sotto Francesco gli era segretamente affezionato, non ebbe difficoltà a dimostrare, che il re di Napoli, il re di Francia ed il papa erano così lontani, che il popolo di Milano perirebbe di miseria, prima che potesse essere soccorso. Aggiunse che il duca di Savoja era troppo debole per salvarli, come era stato dimostrato dalla precedente campagna; all'ultimo dichiarò, che, volendosi far cessare all'istante la fame e la guerra, non eravi che un solo spediente possibile, quello cioè di darsi a Francesco Sforza, di cui vantò la clemenza e la bontà, e di riconoscere il genero ed il figliuolo adottivo dell'ultimo duca quale legittimo successore dei Visconti. Questa speranza di così vicina pace, dell'immediata cessazione d'insoffribili mali, produsse nella moltitudine una sorprendente rivoluzione. Quegli che poc'anzi era oggetto di esecrazione, parve a tutti il solo salvatore dei Milanesi, ed il Vimercate fu subito incaricato di portare al conte Sforza le offerte ed i voti di tutto il popolo[379].
[379] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 600. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 863. — Nicc. Machiavelli Stor. Fior., l. VI, p. 235._
Lo Sforza, avvisato di questa rivoluzione, si era posto in cammino da Vimercate, ov'era il suo quartiere, ed avvicinavasi a Milano alla testa della cavalleria. Aveva ordinato ai suoi corazzieri di prendere seco tanto pane quanto ne potevano portare. A sei miglia dalla città trovò la folla dei Milanesi che gli si faceva all'incontro, e senza sospendere la marcia fece dai soldati distribuire il pane che portavano agl'infelici che soffrivano la fame, onde contrarre con loro un legame d'ospitalità col primo beneficio. Giunto a Porta Nuova trovò Ambrogio Trivulzio con un piccolo numero di fedeli cittadini, che prima di lasciargli libero l'ingresso della città volevano imporgli alcune condizioni, e fargli giurare l'osservanza delle leggi della libertà della loro patria; ma più non era tempo di resistere, nè alla soldatesca insolente, nè al medesimo popolaccio, che ad altro non pensava che al cibo ed alla pace di cui voleva godere. Lo Sforza, incoraggiato dal Vimercate e da coloro che lo seguivano, passò avanti senza volersi legare con veruna promessa[380]. Spinto e quasi portato col suo cavallo tra le braccia de' cittadini, venne prima nel tempio di santa Maria a rendere grazie a Dio di questo felice avvenimento, indi passò nella pubblica piazza, ove fu salutato tra mille acclamazioni col nome di principe e di duca. Dispose guardie in molti luoghi della città, occupò le mura e le porte, poi tornò fuori di Milano immediatamente, onde affrettare l'arrivo d'altri convoglj di vittovaglie. Fece pubblicare in tutte le campagne che tutti i commestibili sarebbero ricevuti nella nuova sua capitale senza pagamento di gabella, ed in pari tempo fece a proprie spese trasportare da Cremona e da Pavia grandi convoglj di frumento e di pane da distribuirsi ai poveri. Ne' due susseguenti giorni Monza, Como e Bellinzona, sole piazze forti rimaste in potere dei Milanesi, gli aprirono le loro porte. Sigismondo Malatesta, avvisato della seguìta rivoluzione dai fuochi di gioja che vide farsi in città, ripassò l'Adda coll'armata veneziana; e Francesco Sforza in possesso di tutto il ducato di Milano, pose, finchè durò la cattiva stagione, le sue truppe ne' quartieri d'inverno[381].
[380] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 601._
[381] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 602-603. — Ant. de Ripalta Ann. Placen., t. XX, p. 901. — Marin Sanuto, t. XXII, p 1137. — Navagero Stor. Venez, t. XXIII, p. 1114._
Se nell'istante in cui Francesco Sforza conseguiva l'oggetto della sua ambizione, delle sue guerre e della sua politica, egli avesse potuto prevedere l'avvenire, non v'ha dubbio che la sua gioja sarebbesi turbata, paragonando il valor reale dell'acquistato trono col prezzo che gli era costato. «La corona, dice il Ripamonti storico milanese del diciassettesimo secolo, non doveva arrivare fino al sesto erede, e le cinque successioni, per le quali doveva trasmettersi, essere dovevano accompagnate da altrettante tragiche vicende nella sua famiglia. Galeazzo, suo figliuolo, fu, per i suoi delitti e per la sua dissolutezza, ucciso da alcuni gentiluomini contro di lui congiurati in presenza del popolo, innanzi agli altari, in mezzo alle feste consacrate; e l'intera città fu in appresso insanguinata dall'uccisione de' cospiratori. Giovanni Galeazzo, che gli successe, morì avvelenato da Lodovico il Moro, e fu vittima dei delitti dello zio. Questi, fatto prigioniere dai Francesi, morì di dolore in prigione. La sorte d'uno de' suoi figli fu simile alla sua: l'altro, dopo un lungo esilio ed una misera vita, ristabilito già vecchio e senza figli sopra un trono vacillante, vide finire ad un tempo il suo impero e la sua vita. Tale fu la ricompensa del tradimento che soggiogò Milano; e per questo Francesco Sforza passò tutta la sua vita tra gl'inganni, le privazioni ed i pericoli»[382].
[382] _Josephi Ripamontii Can. Sanctae Mariae ad Scalam Historia Urbis Med., l. V, p. 620._
CAPITOLO LXXIV.
_Politica di Cosimo de' Medici. — Guerra di Piombino tra il re di Napoli ed i Fiorentini. — Ultimi sforzi de' Veneziani e di Alfonso contro lo Sforza sostenuto dai Fiorentini. — Pace di Lodi._
1447 = 1454.
Milano mai non sarebbesi conquistata da Francesco Sforza, nè la Lombardia sarebbe diventata la preda di un ambizioso capo di mercenari soldati, se la repubblica di Firenze, quella che aveva fatte fiorire le arti, le lettere antiche, la filosofia e la poesia, non avesse antecedentemente mutato governo. Per lo spazio di cinquant'anni si era veduta quest'illustre città diretta da uomini di stato patriotti, che risguardavano il mantenimento della libertà italiana, come il nobile ufficio della loro repubblica. Giammai non avevano temporeggiato a porsi nella prima linea per opporsi alle usurpazioni di Barnabò e di Galeazzo Visconti, di Ladislao di Napoli, e di Filippo Maria. Maso degli Albizzi e Nicolò d'Uzzano credevano fermamente che la libertà fosse la sola guarenzia della pace e della prosperità d'Italia; che sollevandosi un tiranno non solo schiacciava i proprj suoi sudditi, ma minacciava tutti i vicini; che i vizj e la bassezza di una corte corrompevano col loro fatale esempio i cittadini di uno stato libero chiamati a trattare con lei. Si credevano per dovere obbligati e per coscienza ad abbracciare le difese di un popolo che prendeva le armi per mantenere o per ricuperare la libertà; essi calcolavano meno l'interesse della loro repubblica, di quello che si affidassero alla nobiltà de' loro proprj sentimenti; e perchè non erano meno illuminati che giusti, avevano sentito e fatto riconoscere ai loro concittadini che la più alta prudenza si trova nella più alta virtù, e che una condotta nobile e generosa conduce alla grandezza ed alla gloria.
Sgraziatamente questa memorabile aristocrazia, una delle più brillanti per i talenti, delle più commendevoli per le virtù, delle più scrupolose a favorire la libertà dei popoli, provò, siccome tutto ciò che s'avvicina alla perfezione, la fatale influenza de' tempi. Rinaldo degli Albizzi, meno abile e più prosontuoso di suo padre, abusò di un'autorità che i suoi rari talenti più non rendevano benefica. Venne esiliato co' suoi vecchi amici della libertà, che in tempo della loro amministrazione avevano dato un così nobile carattere alla loro repubblica. Cosimo de' Medici aveva ereditata la loro gloria e la loro autorità: egli raccolse i frutti di tutto quanto essi soli avevano fatto pei progressi dello spirito umano, per lo sviluppo del pensiere e dell'immaginazione, sebbene egli fosse lontano dall'uguagliarli. Eppure Cosimo de' Medici è il solo conosciuto dalla posterità; mentre sono dimenticati gli Albizzi, perchè noi siamo più tocchi dallo splendore che circonda un grand'uomo, che da quello di cui egli stesso è la causa, o perchè possiamo ancora leggere le adulazioni di coloro che incensarono il primo Medici, di Ambrogio Traversari, di Poggio Bracciolino, d'Argirogilo, di Lapo da Castiglionchio, di Benedetto Accolti, di Flavio Biondo, di Giannozzo Manetti e di Leonardo Aretino, che tutti vissero a lui famigliari, che vennero sostenuti dalla sua borsa, e gli dedicarono le scritture colle quali maggiormente contribuirono al rinnovamento delle lettere; ma il governo virtuoso che fece nascere e che formò tutti quegli uomini distinti, e lo stesso Cosimo con loro, non trovò alcuno che lo celebrasse, perchè fu rovesciato nell'istante in cui questi scrittori, di già arrivati al perfezionamento delle loro facoltà, potevano rendere gloria in ricompensa della ricevuta protezione, e perchè la riconoscenza anche tra i più celebri autori sopravvive poche volte al credito dei loro benefattori.
Cosimo de' Medici era non per tanto un grand'uomo, e non ha usurpata la riputazione con cui attraversò i secoli futuri. Questo mercante di Firenze, che in mezzo alla luminosa sua carriera non abbandonò mai il traffico de' suoi padri, che sparse intorno a sè il ben essere ed animò l'industria coll'immensa sua ricchezza, questo mercante era uno de' più destri politici d'Europa, un uomo di squisito gusto nelle arti, d'una vasta erudizione letteraria, di un giusto e profondo giudizio in filosofia, di cui fu uno de' principali ristauratori.
La ricchezza di Cosimo de' Medici, prima cagione della sua potenza e della sua gloria, non apparve senza limiti che perchè questo grand'uomo ebbe la saviezza di rimanersi sempre cittadino. Anche calcolando, non solo le sue entrate, ma i profitti del suo commercio al maximum; egli non dispose mai di più di cinquanta mila fiorini all'anno, circa 600,000 italiane, ed il suo capitale non oltrepassò mai i dugento cinquanta mila fiorini. Questa somma sarebbe stata ben poca cosa pel bellicoso suo amico Francesco Sforza, che ancora prima di essere duca di Milano spese diverse volte più di trecento mila fiorini all'anno. Ma i calcoli degli ambiziosi gl'ingannano sempre; il danaro, che prodigalizzano ai loro soldati per innalzare la loro potenza, li renderebbe veracemente più grandi se lo erogassero nelle arti della pace. Cosimo de' Medici non conobbe il lusso nè nella pubblica nè nella privata sua vita, e nell'una e nell'altra fu veramente grande. Non profuse il suo patrimonio nell'assoldare armate, o nel fomentare intrighi presso le straniere potenze, non cercò d'abbagliare i suoi concittadini nè collo splendore delle vesti e degli equipaggi, nè colla magnificenza della tavola, nè con numerosi servi riccamente vestiti; ma innalzò monumenti alle arti non uguagliati da verun principe d'Europa, estese le sue beneficenze a tutti gli uomini illustri del suo secolo, e coi capi d'opera creati col di lui favore, e coi monumenti dell'antichità ch'egli ci ha conservati, farà sentire i benefici effetti delle sue ricchezze fino alla più lontana posterità[383].
[383] La sostanza di Cosimo de' Medici ci viene fatta conoscere da due inventarj riportati ne' _Ricordi di Lorenzo de Medici Ap. Roscoe, App. III, p. 41-44_. Il primo fu dato alla morte di Lorenzo, fratello di Cosimo, di quattro anni di lui più giovane. La sostanza d'ogni fratello ammontava allora a 235,137 fiorini d'oro. Dopo 29 anni si fece del 1469 un inventario dell'eredità di Pietro, figlio di Cosimo, e la sua sostanza ascendeva allora a 237,989 fiorini, di modo che non aveva nè aumentato nè diminuito. I prodotti del commercio, calcolati al 20 per cento su questo capitale, non sono che 46,000 fiorini. Conviene ricordarsi che il fiorino fu costantemente l'ottavo d'un'oncia d'oro, o la 64ª parte del marco, mentre il Luigi d'oro nuovo n'è la 32ª.
Cosimo de' Medici illustrò la sua munificenza, aprendo al pubblico vaste raccolte di preziosi manoscritti in un'epoca in cui ogni libro era considerato quasi come un tesoro. In occasione del suo esilio a Venezia lasciò per pegno della sua riconoscenza allo stato, che gli avea dato asilo, una pubblica biblioteca nel convento di san Giorgio, che vi si mantenne fino al 1614[384]. Uno de' suoi compatriotti, Niccolò Niccoli, poco ricco cittadino, aveva adunati ottocento manoscritti latini, greci ed orientali, molti de' quali erano stati da lui copiati ed arricchiti di utili commenti. L'aveva, morendo, legata al pubblico sotto la cura di sedici deputati; ma fu Cosimo che procurò ai Fiorentini il godimento della liberalità del Niccoli, pagando tutti i suoi debiti, e stabilendo a sue spese questa biblioteca nel convento di san Marco, che aveva fatto magnificamente fabbricare[385]. Nello stesso tempo la privata sua collezione fu il primo fondo della biblioteca, che da suo nipote ebbe poi il nome di Laurenziana[386].
[384] _Vita di Lorenzo de' Medici di Roscoe, t. I. — Ginguené Hist. Litter. d'Italie, chap. XVIII, t. III, p. 255._
[385] _Poggi Orat, parentalis Nicolai Nicoli, p. 276. — Ginguené, chap. XVIII, p. 258._
[386] _Vita di Lorenzo de' Medici, t. I._
Cosimo de' Medici, alzandosi tra i primi contro il primato che la filosofia d'Aristotile aveva ottenuto nelle scuole, seguì le lezioni di Gemistio Pleto, uno dei greci teologi del concilio di Firenze; acquistò da lui un vivissimo gusto per la filosofia platonica, e destinò uno degli scolari di Pleto, Marsilio Ficino, ad essere il ristauratore dell'accademia. Gli fece dare un'educazione tutta diretta a questo scopo, ed egli, più ancora che l'allievo da lui scelto, fu il padre dei nuovi Platonici[387]. Le sue immense ricchezze, le sue corrispondenze, che abbracciavano tutto il mondo conosciuto, erano costantemente impiegate in servigio dell'erudizione; dietro inchiesta del Poggio o del Traversari egli incaricava i commessi delle sue case di commercio di comperare, o di far copiare i manoscritti che altri dotti avevano scoperti in Germania, in Inghilterra, in Francia, in Grecia ed in Siria. Palazzi, conventi, chiese, venivano innalzati a sue spese in ogni città nel territorio, ed egli faceva in tal modo godere del lusso delle belle arti i poveri cittadini d'uno stato libero, mentre incoraggiava il genio del Michelozzi e di Filippo Brunelleschi. Egli fu l'amico ed il protettore di Donatello e di Masaccio, ai quali la scultura e la pittura devono i rapidi loro progressi. In mezzo alla protezione ch'egli accordava a tutti i lavori eleganti o utili, non dimenticò l'agricoltura, ed i suoi due poderi di Careggi e di Caffagiuolo, di cui tanto amava il soggiorno, vennero arricchiti dalle cure e dall'intelligenza di questo agricoltore consolare.
[387] _Ginguené, chap. XVIII, t. III, p. 262._
Non pertanto è come uomo di stato che Cosimo de' Medici ottenne la più grande riputazione, ed in questa carriera, in cui sparse così luminosi raggi, la sua gloria non va esente da ogni rimprovero. Conoscendo profondamente gli uomini e l'arte di guidarli, egli si mostrò in particolar modo fermo ne' suoi progetti, paziente, coraggioso, irremovibile; ma la di lui politica, invece di essere mossa da superiori considerazioni, tutta si riferiva a lui solo; e le viste del personale interesse sono più corte di quelle dell'amore della patria o della libertà. Cosimo, volendo internamente ed esternamente assicurare il poter suo e quello della sua famiglia, fece perdere a Firenze ciò che formava la sua gloria e la sua grandezza; volendo farsi al di fuori un potente alleato, che gli fosse personalmente affezionato, ruppe le antiche alleanze della sua patria, e la fece rinunciare a massime, che non erano state meno savie che generose. Cosimo de' Medici conservò Firenze libera, senza mostrare troppo attaccamento per la libertà. Sotto colore d'impedire le sommosse popolari ristrinse l'oligarchia tra le mani del minor numero possibile; nel 1452 fece attribuire il diritto di nominare la signoria a cinque soli cittadini, non senza eccitare la diffidenza e le lagnanze degli amici della patria[388]. Impiegò contro i suoi nemici severe e violenti misure, che scossero dai fondamenti la costituzione, ed egualmente ferirono gl'individui; sostituì allo spirito di corpo, che animava gli Albizzi, uno spirito di famiglia che riferitasi soltanto ai Medici; si sforzò d'uscire dall'eguaglianza repubblicana, mentre i suoi concittadini sforzavansi di mantenervelo. Cercò nell'amicizia di Francesco Sforza un appoggio di cui conoscevasi bisognoso, assai più per sè stesso che per la repubblica; talvolta, se dobbiamo prestar fede al Simonetta, diede a questo amico tali consiglj, che ben dimostrano che la sua politica non era frenata da verun principio di lealtà[389]. Persuase all'ultimo Firenze a secondare lo Sforza nell'oppressione dei Milanesi, mentre le inclinazioni non meno che l'interesse de' Fiorentini dovevano preferire in Lombardia uno stato libero, che servisse di contrappeso all'ambiziosa oligarchia veneziana, ed alla militare monarchia di Napoli.
[388] _Ist. di Gio. Cambi Deliz. degli Erud. Tosc., t. XX, p. 300._