Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)

Part 20

Chapter 203,581 wordsPublic domain

[357] _Jo. Simonetae, l. XVII, p. 526._

Un terzo avvenimento ancora più importante fu in sui punto di ruinare l'armata dello Sforza; fu questo la diserzione dei due Piccinino, che, incaricati di ricominciare l'assedio di Monza, abbandonarono Guglielmo di Monferrato, cui si erano associati, e si gettarono in città con tre mila cavalli. Giacomo, il più giovane, voleva sortire all'istante per un'altra porta, attaccare Guglielmo, e, approfittando della sua sorpresa, disfarlo affatto. Credeva di giustificare questa doppia perfidia col carattere di colui contro al quale l'esercitava. Non è egli per un tradimento, diceva, che Sforza rivolse contro Milano un'armata pagata dai Milanesi? i suoi progetti per ridurre in servitù l'Italia non sono forse conosciuti? si crede egli legato nella loro esecuzione dalle leggi della buona fede? Francesco Piccinino, cui spettava il comando, non lasciossi traviare da questi sofismi suggeriti dall'odio. «Nel nobile mestiere del soldato, rispondeva egli, il sentimento dell'onore non deve assoggettarsi alle sottigliezze della dialettica. Se in ogni guerra io dovessi giudicare i potentati, a pro o contra de' quali io servo, forse non ne troverei giammai un solo di giusto, un solo contro il quale io non potessi, per la stessa ragione, autorizzare una perfidia. In mezzo ai risentimenti ed agli odj che risveglia, il soldato non dorme tranquillo che perchè non crede possibili le azioni infami. Io senza dubbio non ispingo fino all'esagerazione lo scrupolo intorno alle leggi della guerra, e la mia diserzione ne è una prova; ma se sullo stesso campo di battaglia, ove sono stato posto dallo Sforza tra le sue squadre, e nel giorno medesimo, io rivolgessi contro di lui le armi che mi aveva affidate, se io abusassi della sua confidenza per iscannare i suoi soldati, che si credevano miei fratelli, quand'ancora io ne fossi applaudito a Milano per avere tradito un traditore, la posterità più imparziale mi giudicherebbe, ed il nome di Piccinino non si purgherebbe da questa macchia.» Questa discussione salvò il luogotenente dello Sforza, che ritirassi, mentre il più giovane fratello disputava col primogenito[358]. I Piccinino dopo essersi mostrati a Milano, ove furono ricevuti con trasporti di gioja, marciarono contro una armata veneziana che nello stesso tempo aveva cinto d'assedio Crema, e la forzarono a ritirarsi. Tornando da questa spedizione sorpresero nel castello di Melzi l'artiglieria che lo Sforza teneva colà apparecchiata per l'assedio di Monza, e se ne impadronirono[359].

[358] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 532. — Jos. Ripamontii, l. V, p. 625._

[359] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 534. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 869._

Il popolo di Milano, sentendo da questi avvenimenti rilevarsi il suo coraggio, formò compagnie di milizie più numerose di tutte quelle che da lungo tempo si erano vedute nelle guerre d'Italia. Lo Sforza aveva assediato Marignano, e la fortezza di questa terra dovevagli essere consegnata il 1.º di maggio, se non era prima soccorsa. Per fargli levare l'assedio i Piccinino ed il Gonzaga uscirono da Milano con sei mila cavalli, e quasi tutta la milizia. Si dice che non avevano meno di venti mila uomini armati di fucile. Quest'arma ancora poco in uso ispirava grandissimo terrore anche ai più provetti corazzieri, mentre i generali delle due armate sapevano egualmente che potevano cavarne poco frutto. In fatti i fucili erano in allora fatti in maniera che abbisognava quasi un quarto d'ora per caricarli, ed in tutto questo tempo i fucilieri erano inabilitati ad agire o a difendersi dopo una scarica. Non si erano per anco inventate le bajonette, che dovevano trasformare queste bocche da fuoco in formidabili armi bianche; non erasi nè meno inventato il fuoco non interrotto della colonna, e l'evoluzione che, facendo passare le prime file in sul di dietro dopo di avere tirato, oppone sempre nuovi fucilieri al nemico. I generali milanesi, imbarazzati da tanta folla di soldati, avrebbero voluto far levare l'assedio col solo terrore. Facevano circolare esagerate notizie intorno al numero dei loro soldati, ed alla portata delle palle, contro le quali, essi dicevano, la corazza non resiste. I corazzieri dello Sforza, avvezzi a battaglie poco sanguinose, erano spaventati dall'idea di un pericolo, contro il quale non giovavano nè il valore, nè la destrezza. Invano il loro generale cercava di far loro comprendere che una sola carica della cavalleria rovescierebbe questa truppa poco agguerrita prima che potesse far fuoco. Difficilmente potè ispirare alla sua armata sufficiente risoluzione perchè restasse al suo posto; ciò era tutto quanto egli le chiedeva; in fatti i Milanesi non osarono avanzarsi, e Marignano si arrese[360].

[360] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 537. — Marin Sanuto Vite dei duchi, p. 1132. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Med., l. V, p. 626._

L'ingresso de' Savojardi in Lombardia non aveva cagionati importanti avvenimenti. Bartolomeo Coleoni era stato incaricato di tenerli di vista, e perchè trovavasi al soldo della repubblica di Venezia, allora in pace col duca di Savoja, non volle passare la Sesia, che separava il Piemonte dalla Lombardia. Dal canto loro i Savojardi non facevano che rapide scorrerie al di là dei confini, non si allontanavano mai, e le frequenti loro scaramucce non erano mai decisive. In una di queste, gli è vero, che fu fatto prigioniero Giovanni Compeys, generale dei Savojardi, ma in molte altre il Coleoni, inferiore di numero, ebbe qualche svantaggio; all'ultimo le due armate vennero a battaglia, il 20 aprile, presso Borgo Mainero. I Savojardi rinnovarono molte brillanti cariche e sempre accompagnate da buon successo, ma perchè si erano persuasi esservi qualche imboscata nella vicina macchia, non uscivano dal campo di battaglia, e non approfittavano del loro vantaggio. Così timida condotta rese arditi i nemici, i quali erano furibondi perchè questi barbari, com'essi li chiamavano, non davano quartiere. Il Coleoni, di già celebre per un'antecedente vittoria sugli oltramontani, ricondusse i suoi corazzieri ad un'ultima carica ch'ebbe pieno effetto. I Savojardi furono sbaragliati con grave perdita e posti in piena rotta. Quelli che fuggirono ritiraronsi in Piemonte, e più non recarono molestia alla Lombardia. Il campo di battaglia, coperto di morti, fece non pertanto sugl'Italiani una profonda sensazione. I Savojardi, più accostumati alle guerre della Francia che a quelle dell'Italia, combattevano con un accanimento sconosciuto in quest'ultimo paese. Non perdevano tempo nel fare prigionieri, uccidevano coloro che rovesciavano da cavallo; ed i soldati dei condottieri, che nelle guerre ordinarie credevano appena di arrischiare la vita, fremevano ancor dopo la battaglia d'aver avuto a fare con tali nemici. Essi non temevano l'arte militare, nè il valore de' Francesi, ma la loro ferocia, e conservarono delle guerre francesi un cotale terrore, che, passato d'una in altra generazione tra queste razze effemminate, apparecchiò le vittorie degli oltramontani in sul finire del secolo, e le conquiste del re Carlo VIII[361].

[361] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 541. — Ann. Placent. Ant. de Ripalta, p. 899. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 191._

Un'altra diversione recò ancora maggiore sollievo ai Milanesi, e fu la ribellione di Vigevano, grossa borgata della Lomellina, che cacciò il comandante mandato dallo Sforza, e spiegò le insegne della repubblica. Gli abitanti, dopo avere ottenute dalla metropoli alcune squadre di cavalleria, cominciarono a guastare le campagne di Pavia, ed obbligarono lo Sforza a ripassare il Ticino per venire ad assediarli. Nello stesso tempo questo generale ricevette una segreta denuncia contro Guglielmo di Monferrato, uno de' suoi luogotenenti, che si pretendeva apparecchiato a passare dalla banda del nemico. Senza potere giustificare quest'accusa, lo Sforza fecelo arrestare il 13 di maggio e sostenere nella cittadella di Pavia; ma conservò sempre per lui tali riguardi, che manifestavano la sua intenzione di riconciliarsi colla casa di Monferrato[362].

[362] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 544. — Ann. Placent. Ant. de Ripalta, p. 900._

L'assedio di Vigevano fu uno dei fatti militari in cui gl'Italiani mostrarono maggior valore e costanza. Desideravano i Milanesi che questo tenesse lungamente occupato lo Sforza, per dar loro tempo di fare il raccolto del frumento, che cominciava allora a fiorire. Ma lo Sforza, che non isperava di prendere Milano che colla fame, desiderava di avanzarsi a tempo per guastare la campagna. La guarnigione milanese e gli abitanti di Vigevano gareggiavano di zelo e di attaccamento. In pochi giorni consumarono tutta la polvere da cannone, ma impiegarono con altrettanta bravura che buon successo le antiche armi per resistere alle nuove. Quando l'artiglieria dello Sforza ebbe fatto nel muro una breccia praticabile, vide alzato in sul di dietro un nuovo trinceramento formato di terra e di concime, e legato con grosse travi. Impiegò di nuovo l'artiglieria per rovesciarlo, ma tutt'ad un tratto le mura ed i baluardi furono coperti di balle di lana, che ammorzavano i colpi delle pietre lanciate dalle bombarde. Finalmente questo nuovo trinceramento venne ancor esso aperto, e lo Sforza risolse di dare l'assalto il 3 di giugno.

Conoscendo l'ostinazione ed il coraggio de' suoi nemici, s'avvide che non potrebbe vincerli che colla fatica e lo spossamento. Divise la sua armata in otto corpi; il primo cominciò a battersi all'alba del giorno, e quando fu respinto dagli assediati, gli succedette un altro, poi un altro ancora, sicchè l'attacco, rinnovato sempre con truppe fresche, non fu mai interrotto. Dal canto loro Jacopo di Rieti, Enrico di Carreto, e Ruggero Galli, che comandavano nella piazza, avevano a tutto preveduto. I borghesi erano distribuiti lungo le mura, e sui terrapieni, oggetto principale dell'attacco, la brava guarnigione; le donne della terra, poste dietro i soldati, loro distribuivano i rinfreschi, o le pietre da lanciarsi contro gli aggressori, mentre che i preti, radunati nella chiesa principale con tutte le fanciulle, pregavano per i loro concittadini che combattevano. Per altro tutta la guarnigione era stata costretta fino dal principio ad opporsi tutt'intera al nemico, e mentre vedeva avvicendarsi gli assalitori per combatterla, non poteva nè sperare straniero soccorso, nè avere un istante di riposo. Malgrado il vantaggio della sua posizione, ella andava pure facendo qualche perdita, e le sue file diventavano sempre più rare; ma quando veniva rovesciato un soldato, una donna si copriva subito colle insanguinate sue armi, e prendeva il suo luogo. Gli assalitori, vedendo ricomparire guerrieri caduti morti sotto i loro occhi, mentre il suono delle campane e le processioni di immagini mischiavano la religione alla battaglia, credevano di provare in questa resistenza qualche cosa di soprannaturale, e si lasciavano abbattere da religioso terrore.

Finalmente dopo un assalto che aveva durato una lunga intera giornata di giugno, i soldati dello Sforza all'avvicinarsi della notte si stabilirono sul terrapieno. I borghigiani spaventati abbandonavano le mura, e già la città era presa, quando sdrucciolando tre o quattro degli assalitori cadono sul terreno in pendìo bagnato di sangue; coloro che li seguono danno a dietro, tutta la colonna si rovescia spaventata, ed i soldati precipitano uno sopra l'altro nelle fossa, seco strascinando masse di ruine che gli schiacciano. Essi sono compresi di terrore innanzi a quelle mura che credono incantate, e lo Sforza per non compromettere di più la gloria della sua armata, fa suonare la ritirata.

Ma Vigevano più non poteva difendersi. Durante la notte gli assediati proposero, ed a stento ottennero dal vincitore una capitolazione. Fu ancora più difficile il farla rispettare dai soldati; risguardando questi il saccheggio come un loro diritto, diedero ancora un assalto alle mura dopo soscritto il trattato, e furono richiamati al loro dovere con molta fatica da Francesco Sforza, il quale rinfacciò loro d'avere rinculato in faccia alla breccia in tempo della battaglia, e di volervi salire adesso contro la data fede. La città fu salva, e soltanto obbligossi a ristabilire a sue spese il castello, ch'era stato distrutto in nome della libertà[363].

[363] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 544-548._

Dopo la sommissione di Vigevano, lo Sforza, secondo il suo progetto, cominciò a far tagliare le biade ancora verdi sul territorio di Milano. Nello stesso tempo ricondusse all'ubbidienza gli abitanti delle rive dei laghi, e quelli di varie terre che si erano contro di lui ribellati. Dall'altro canto i Milanesi, che rifacevano ogni due mesi la signoria, scossero per breve tempo il giogo del popolaccio, che opprimeva la loro repubblica, e che doveva essere cagione della sua ruina. Giovanni d'Ossa e Giovanni d'Appiano, due plebei che avevano così crudelmente abusato della loro autorità come capitani del popolo, furono imprigionati il 1.º luglio, quando uscivano di carica, e loro furono surrogati uomini superiori assai per nascita e per educazione, Guarnieri Castiglione, Pietro Pusterla e Galeotto Toscani. Questi, nella breve loro magistratura, cercarono la sola risorsa che ancora poteva restare alla repubblica. Incaricarono Enrico Panigarola, mercante milanese, stabilito in Venezia, d'entrare in trattato coi Veneziani; e trovarono il doge Francesco Foscari ed il consiglio de' dieci più disposti per la pace di quello che avevano sperato[364].

[364] _Jo. Simonetae, l. XIX, p. 552. — Jos. Ripamontii, l. V, p. 627._

Finalmente i Veneziani cominciavano a sentire quanto in politica era grande l'errore d'avere voluto abbandonare il ducato di Milano ad un principe guerriero ed ambizioso, piuttosto che lasciarlo sussistere in repubblica. Marcello, il procuratore di san Marco, che seguiva le armate, aveva da lungo tempo cercato di far sentire ai suoi commettenti il pericolo di questo sistema. Il trattato, agevolato da questo ritorno alla moderazione, si continuò tra Milano e Venezia con profondo segreto, per non lasciarlo traspirare al conte Sforza. Non era per anco terminato al primo di settembre, quando una nuova signoria entrò in carica a Milano, e tolse ogni potere al partito moderato per renderlo a feroci demagoghi. Il senato di Venezia aspettava, per dichiararsi, il risultamento di una pratica, di cui lo Sforza teneva il filo, e questa scoppiò l'undici di settembre. Le città di Crema e di Lodi gli furono date per tradimento. La prima spiegò l'insegna di san Marco, e l'altra quella del conte. Questo fu il termine che i Veneziani pensarono di porre alle sue conquiste. Siccome egli conduceva la sua armata sotto le mura di Milano, il consiglio dei dieci gli partecipò di essere stato sottoscritto un armistizio coi Milanesi; e richiamò nello stesso tempo Bartolomeo Coleoni e la sua armata[365].

[365] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 226._

I deputati di Venezia, annunciando al conte Sforza che il loro senato accettava la pace e che lo invitava ad accedervi, erano incaricati di fargli sentire quanto fosse ancora incerto il fine della guerra, e quanto doveva ancora credersi lontano da una piena vittoria, di modo che avrebbe dovuto ritenersi ben fortunato di accettare le vantaggiose condizioni, che i Veneziani gli avevano procurate. Per lo contrario egli ben sapeva, che le rapide sue conquiste erano quelle che avevano risvegliata la gelosia del senato, e che non gli si proponeva la pace che per timore di vederlo in breve padrone di Milano. Le sue speranze venivano rinforzate dall'arrivo al suo campo di moltissimi emigrati che il governo rivoluzionario aveva cacciati di città, e dall'arrivo dello stesso Carlo Gonzaga, fin allora comandante della piazza[366]. Frattanto lo Sforza aveva dal canto suo fatte dolorose perdite, ed in particolare di ufficiali generali: il conte del Verme, alla cui figlia aveva dato in isposo un suo bastardo, era stato ucciso sotto Monza. Roberto di monte Albotto, Cristoforo di Tolentino, Jacopo Catalani, ed il conte Dolce dell'Anguillara gli erano stati tolti da una febbre pestilenziale, che aveva travagliato il suo campo e quello de' Veneziani, ed in pari tempo lo aveva privato di moltissimi soldati. Aveva ancora pianto di più Manno Barile, vecchio capitano di settant'anni, che lungo tempo aveva militato sotto suo padre, indi lo aveva costantemente servito con somma fedeltà, ed erasi annegato nel Lambro[367]. Altronde Alfonso d'Arragona pareva che volesse prendere la difesa dei Milanesi; egli aveva mandati in diversi tempi due piccoli corpi d'armata, ch'erano entrati nello stato di Parma, e colà poi dispersi da Alessandro Sforza. Queste medesime disfatte potevano agli occhi d'Alfonso essere motivi per mandare in Lombardia più imponenti forze.

[366] _Platina Hist. Mant., l. VI, p. 847._

[367] _Jo. Simonetae, l. XIX, p. 553. — Ant. de Ripalta Ann. Placent., p. 900._

La pace fra le due repubbliche era stata sottoscritta in Brescia il 27 settembre, ed il 30 Pasquale Malipieri venne a parteciparne le condizioni allo Sforza. Questa pace lo innalzava al rango de' primi sovrani d'Italia, onde non poteva lagnarsi d'essere stato sagrificato dalla sua alleata. Il territorio della nuova repubblica di Milano doveva stendersi soltanto fra i tre fiumi Adda, Ticino e Po, senza nemmeno comprendere la parte di questa penisola che un tempo appartenne ai Pavesi. Lo Sforza doveva restituire Lodi, e rinunciare ad ogni pretesa sopra Milano, Como ed il loro territorio; del rimanente veniva riconosciuto sovrano di Novara, Tortona, Alessandria, Pavia, Piacenza, Parma e Cremona, colle fertili loro province. Pasquale Malipieri soggiunse soltanto, che accordava venti giorni al conte Sforza per accedere ad un trattato che gli assicurava tanti vantaggi[368].

[368] _Jo. Simonetae, l. XIX, p. 565. — Crist. da Soldo Stor. Bresc., p. 860. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 192. — Marin Sanuto, p. 1135._

Ma l'ambizione dello Sforza era andata crescendo colle conquiste, e non potev'essere soddisfatta che collo stato posseduto già da suo suocero; soltanto egli sentiva la necessità d'opporre l'astuzia a questo cambiamento di politica. Accordò ai Milanesi la tregua di venti giorni che gli erano stati domandati, la quale loro non permetteva d'approvigionare la città, e siccome propriamente arrivava alla stagione delle semine, egli accortamente calcolava, che nella speranza di certa pace, gli assediati affiderebbero alla terra quasi tutto il grano che loro rimaneva. Mandò nello stesso tempo tre ambasciatori a Venezia, uno de' quali era lo stesso suo fratello Alessandro, per recarvi la sua adesione al trattato di pace; ma segretamente loro commise di tirare in lungo il trattato, evitando, se possibile fosse, di apporre al trattato le loro firme. In appresso allontanò da Milano le sue truppe, ma conservando tutti i passi che potevano agevolarne il pronto ritorno[369].

[369] _Jo. Simonetae, l. XIX, p. 552-572. — Cristof. da Soldo Istor. Bresc., p. 861. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 192. — Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 228. — Platina Hist. Mant., l. VI, p. 848._

Mentre ancora durava questa ingannatrice tregua, morì a Milano d'idropisia il 16 ottobre 1449 Francesco Piccinino. Questo generale aveva cagionato ai Milanesi più mali che beni. Inferiore al padre ed al fratello di talenti, di coraggio, ed ancora di forza di corpo, perdeva talvolta nell'ubbriachezza l'uso delle sue facoltà. I suoi falli avevano apportato alla milizia di Braccio frequenti rotte, che l'avevano umiliata e scoraggiata. Il comando in capo di questa milizia passò dopo la sua morte a suo fratello Giacomo, capitano assai più rapido in ogni movimento, e più valoroso in battaglia. Giacomo fu dai Milanesi riconosciuto generalissimo, e proclamato dalle truppe. Queste per altro, confessando la superiorità dell'ultimo, non lasciavano di sospirare Francesco, il quale si affezionava il soldato colla sua prodigalità e colla sua ingenuità, mentre il secondo veniva notato d'avarizia[370].

[370] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 571._

Era appena spirato il giorno della tregua, e terminate le semine del Milanese, quando Francesco Sforza dichiarò che non ratificava la pace segnata in di lui nome dai suoi deputati. Per altro, per mettere il suo onore e la sua coscienza in riposo malgrado la sua mala fede, fece ciò che ancora generalmente si fa in Italia, quando vuolsi riconciliare l'opinione pubblica ad un'azione immorale[371]; indusse de' teologi, che ne fanno professione, a scrivere dissertazioni, che sparse in ogni luogo, onde provare che non era tenuto ad osservare un trattato che la sola forza delle circostanze gli avevano fatto conchiudere. Non trasse per altro fuori le sue truppe dai quartieri d'inverno, i quali erano così avvedutamente disposti, che senza abbandonarli poteva continuare il blocco di Milano; ma fece uscire numerose squadre di cavalleria, che guastavano le campagne, e che rompevano ogni comunicazione tra l'armata veneziana e gli assediati.

[371] Lo stesso facevano i re di Francia colle adunanze de' loro vescovi, poi colla università Parigina, ed in ultimo colla Sorbona. In tutti i paesi e non nella sola Italia si abusò pure della religione. _N. d. T._

Il senato veneto, ricevendo questa notizia, risolse di forzare colle armi quest'ambizioso condottiere a stare alle condizioni accettate dai suoi ambasciatori. La signoria ordinò a Sigismondo Malatesta, generale in capo della sua armata, di aprirsi a forza una comunicazione con Milano, e di vittovagliare quella città. Sigismondo passò l'Adda presso Lecco, ed entrò in mezzo alle ridenti colline che separano il lago di Como da quello di Lecco, dette _monti di Brianza_; colà doveva recarsi il Piccinino, che infatti partì da Milano per raggiugnerlo. Ma lo Sforza colla sua rapidità prevenne la loro unione; battè il Piccinino il 28 di dicembre, respingendolo in Milano, e si portò subito dopo sopra Sigismondo, cui costrinse a ripassare l'Adda dopo avergli fatti molti prigionieri; e così terminò l'anno con una importante vittoria[372].

[372] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 576-579. — Jos. Ripamontii. l. V, p. 630._

Cominciò il seguente con un trattato non meno vantaggioso. I suoi ambasciatori, uno de' quali era Bartolomeo Visconti, vescovo di Novara, segnarono per lui il 20 gennajo con Luigi di Savoja un trattato di pace, in forza del quale i due sovrani si guarentivano le vicendevoli loro conquiste. Lo Sforza rinunciava a molti distretti e castelli, che il Piemontese gli aveva tolti ne' territorj di Pavia, di Novara, e di Alessandria; ma era troppo contento di liberarsi a tale prezzo da un formidabile nemico, che avrebbe potuto fare contro di lui una potente diversione, finchè trovavasi impegnato nella presente guerra[373].

[373] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 573. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VII, f. 193. — Ann. Placent., t. XX, p. 901. — Guichenon, Hist. généal. de la maison de Savoie, t. II, p. 86._