Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)
Part 2
Il conclave, adunato per nominare il successore di Martino V, scelse il 3 marzo dei 1431 Gabriele Condolmieri, cardinale vescovo di Siena. Questo prelato, che non godeva di molta riputazione, riunì appunto a suo favore tutti i suffragi, perchè niuno lo credeva degno di così grande dignità. I cardinali non essendo ancora d'accordo con coloro che avevano maggiore influenza nel conclave cercavano di perdere i loro voti negli scrutinj che dovevano tenere ogni giorno, vale a dire a dividerli sopra soggetti insignificanti. Condolmieri, il più insignificante di tutti, si trovò designato per questa stessa ragione contro l'altrui aspettazione e la propria, da due terzi dei suffragi. Era Veneziano e nipote di quel Gregorio XII, che dal concilio di Costanza era stato obbligato ad abdicare. Aveva passata gran parte della sua vita nella povertà religiosa, e si era mostrato attaccato a tutto il rigore della disciplina claustrale. Pieno di confidenza nel proprio ingegno, l'inaspettato suo innalzamento accrebbe la di lui presunzione. Non degnavasi di udire gli altrui consiglj, e perchè niuno potesse dargliene, ogni cosa faceva con inconsiderata prestezza. Dopo aver presa a chiusi occhi una dannosa risoluzione, credeva dar prove di fermezza di carattere col non lasciarsi smuovere: e per tal modo offendeva l'amor proprio ed i diritti de' suoi cortigiani e di coloro che trattavano con lui; intanto risguardava ogni opposizione come un delitto, che veniva punito con estremo rigore. Il suo innalzamento non fu cagione di gioja ai Romani, ed in breve il suo contegno giustificò il pubblico timore. Egli si fece chiamare Eugenio IV[17].
[17] _Andr. Billii Hist. Mediol., l. IX, p. 143._
Appena il nuovo papa si vide in possesso di castel sant'Angelo che domandò i tesori accumulati da Martino V, ed accusò i Colonna suoi nipoti; cioè il cardinale Prospero, Antonio, principe di Salerno, ed Edovardo, conte di Celano, di averli sottratti alla camera apostolica. Mentre con tale domanda s'inimicava tutta la famiglia dell'ultimo papa, la ribellione di tutte le città del Patrimonio di san Pietro lo avviluppava in un'altra guerra. Perugia aveva scacciato il legato che la governava, riclamando gli antichi privilegi, e dichiarando di non volere d'ora innanzi pagare a san Pietro che il leggiere tributo stabilito ne' tempi in cui questa città era libera. A Viterbo il partito dell'aristocrazia, diretto da Giovanni de' Gatti, era rimasto vittorioso della contraria fazione, ed aveva scacciati i vinti dalla patria. I tesori di Martino V sembravano necessarj al di lui successore per assoldare truppe, onde ridurre all'ubbidienza i ribelli; poichè Città di Castello, Spoleti, Narni, Todi, avevano prese le armi, e tutto lo stato della Chiesa trovavasi in aperta rivoluzione[18]. Ma il principe di Salerno, che non voleva privarsi delle ricchezze dello zio, non vedeva nell'inchiesta del papa di restituirle, che una chiara riprova della di lui parzialità per gli Orsini suoi nemici; onde piuttosto che porsi in loro balia, pensò di erogare i suoi tesori nella propria difesa; e levò soldati, e guastò i feudi degli Orsini, protestandosi sempre rispettoso ed ubbidiente verso il papa. Eugenio IV, accecato dalla collera, sagrificò alla propria vendetta tutti gli amici dei Colonna rimasti in Roma; fece porre alla tortura Ottone, tesoriere dei suo predecessore, e tormentare questo infelice vecchio fino all'agonìa. Più di duecento cittadini romani perirono sul patibolo per supposti delitti; la casa di Martino V venne distrutta, atterrati in tutti i luoghi pubblici gli stemmi della famiglia, i monumenti del suo pontificato, e nello stesso tempo spinta con accanimento la guerra contro il principe di Salerno. Eugenio, assecondato dalle repubbliche di Venezia e di Firenze, lo ridusse finalmente ad accettare il 22 settembre del 1431 le condizioni di pace che gli piacque di stabilire. Vennero restituiti ad Eugenio settantacinque mila fiorini d'oro, ultimo avanzo del tesoro di Martino V, ed i Colonna ritirarono le guarnigioni dalle città del patrimonio ch'essi avevano occupate[19].
[18] _Andreae Billii, l. IX, p. 144. — Bulla Eugenii IV adversus Prosperum de Columna, t. III, Rer. It., p. II, p. 872._
[19] _Vita Eugenii Papae IV, Scrip. Rer. It., t. III, p. 869._
Questi prosperi avvenimenti persuasero vie meglio il papa de' proprj talenti, e più ostinato lo resero nel continuare le altre liti che aveva prese a sostenere. Ma gli Ussiti di Boemia, ed i padri di Basilea erano assai più formidabili dei Colonna, e più pericoloso il cimentarsi contro di loro. La guerra di Boemia era una conseguenza della morte di Giovanni Us e di Girolamo da Praga. I Boemi, esacerbati dalla slealtà che aveva fatti perire i loro riformatori con dispregio de' salvacondotti loro accordati, avidamente aspiravano a vendicarli. Non avevano voluto riconoscere Sigismondo come successore di suo fratello Wencislao morto in Praga il 16 agosto del 1419[20], ed avevano respinte le sue armate unite a quelle dei duchi d'Austria, di Baviera, di Sassonia e del marchese di Brandeburgo[21]. Alcune legioni di contadini e di borghesi crociati contro di loro eransi più volte avanzate fino ai confini della Boemia, ed altrettante volte erano state costrette a vergognosa fuga, o distrutte con ispaventevole carnificina da Ziska, dai due Procopj e dagli altri generali degli Ussiti[22]. Questi formidabili guerrieri avevano a vicenda invase le province che gli avevano provocati, e vendicati i ricevuti oltraggi e la persecuzione che loro si era fatta, mettendo que' paesi a fuoco e sangue. La riforma vestiva presso gli Ussiti un carattere feroce; si credevano chiamati a distruggere l'impero del demonio, ed a correggere col ferro e col fuoco le iniquità della terra. Tutte le umane debolezze, la galanteria, l'ubbriachezza, e perfino l'eleganza delle vesti sembravano peccati degni di morte ai Taboriti, i più severi fra questi settarj; la condanna loro stendevasi fino a quelli che tolleravano i peccati mortali degli altri[23]. Erano persuasi gli Ussiti, ed in breve persuasero anche i loro nemici, d'essere i vendicatori del cielo, i flagelli della mano di Dio. Un panico terrore precedeva le loro squadre, che dissipavano colla sola presenza le più formidabili armate. I popoli, soverchiati dal valore de' settarj, si affrettavano di chiedere la pace, ed i Boemi che non aspiravano ad avere dominio altrove, ma soltanto ad essere liberi nel proprio paese, accordavano la pace senza difficoltà; ma tostocchè si aveva in Roma notizia di questi trattati, il papa affrettavasi di annullarli, dichiarando sacrilega ogni convenzione cogli eretici; e la sola penitenza che potesse cancellare agli occhi suoi la macchia di questi empi trattati, era quella di riprendere subito le armi, di sorprendere gli Ussiti, e di purgarne la terra. «Noi abbiamo udito con profondo dolore (scrive Eugenio IV in una bolla del primo di giugno del 1431) che fu conchiusa cogli Ussiti una tregua per un determinato tempo, che non è ancora spirato; tregua sanzionata con vicendevoli giuramenti e con minaccia di pene contro coloro che la violeranno.... Noi, che con tutta la nostra podestà cerchiamo di reprimere gli sforzi degli eretici e di confutarne gli errori, noi, che pazientemente tollerare non possiamo tale ingiuria, tale bestemmia, ricordandoci che è la fede che ci ha salvati, e che senza di questa niuno può salvarsi, in vigore dell'apostolica nostra autorità, di certa nostra scienza e senz'esserne ricercati, sciogliamo e dichiariamo nullo e come non accaduto ogni contratto, ogni patto, ogni clausola; sciogliamo dai loro giuramenti i principi, i prelati, i cavalieri, i soldati, i magistrati delle città.... Noi gli avvisiamo, li chiamiamo, gli esortiamo in nome del sangue di Gesù Cristo, pel quale siamo stati redenti, ed in nome dei loro più cari affetti, e finalmente loro ingiungiamo come penitenza dei commessi peccati.... di levarsi in massa con tutte le forze loro nell'istante che verrà loro indicato, di attaccare gli eretici, di prenderli, di perderli, di sterminarli sulla terra, di modo che non ne rimanga memoria ne' secoli che verranno»[24].
[20] _Lenfant, Hist. du Concile de Bâle, l. VI, p. 100. — Jo. Adlzreitter Ann. Boicae Gentis, t. II, l. VII, c. 42, p. 127._ Edizione di Francoforte in fol. del 1710, _cura Leibnitii_.
[21] L'anno 1420. _Lenfant, Hist. du Concile de Bâle, l. VIII, p. 127. — Jo. Adlzreitter Ann. Boicae Gentis, t. II, l. VII, c. 53, p. 149._
[22] L'anno 1425. — _Hist. du Conc. de Bâle, l. XII, p. 231_; l'anno 1427, _l. XIII, p. 255_; e l'anno 1431, _l. XV, p. 300_. — _Adlzreitter, Ann. Boicae Gentis, t. II, l. VII, p. 156, 158._
[23] _Schmidt, Hist. des Allemands, l. VII, c. 14, p. 150._
[24] L'intera bolla è riportata da Raynaldo, lo storico ufficiale della corte di Roma del 17.º secolo. _Ann. Eccles. t. XVIII, p. 88._
Ma questa bolla d'Eugenio IV ad altro non servì che a procurare alla Chiesa nuovi infortunj: quaranta mila cavalieri, che il marchese di Brandeburgo, i duchi di Baviera e di Sassonia, e la lega sveva avevano adunati sotto il comando del cardinale Giuliano Cesarini, furono dispersi dagli Ussiti. Si credette di riconoscere il dito di Dio nelle successive disfatte de' crociati, ed i prelati cattolici, particolarmente quelli della Francia e della Germania, cominciarono a pubblicare che la Chiesa non trionferebbe degli eretici che dopo di avere fatta in sè medesima quella riforma nel capo e nelle membra, ch'era stata cominciata dal concilio di Costanza, e che doveva terminarsi da quello di Basilea[25].
[25] _Ann. Eccl. Raynal. 1431 § 19, t. XVIII, p. 89._
Martino V per contenere il concilio ecumenico, ch'egli si era obbligato di adunare, avrebbe desiderato di riunirlo in una città dell'Italia, ove i numerosi pensionati della corte di Roma avrebbero avuta maggiore influenza: perciò scelse prima Pavia, poi Siena; ma non potè riunirvi che quattro o cinque prelati per ogni nazione; e questi ancora protestarono contro l'illegale influenza che il papa voleva esercitare sopra di loro. Il concilio di Siena non si fece conoscere che per una disposizione, che accorda a tutti coloro che concorreranno a perseguitare gli eretici, le medesime indulgenze che acquisterebbero recandosi personalmente alla crociata[26]. Venne subito dopo disciolto, e si convocò un nuovo concilio a Basilea con una bolla del 4 degl'idi di marzo del 1424[27].
[26] _Acta Senensis Concilii, 1423 presso Labbe Concil. Gener., t. XII, p. 369._
[27] _Ann. Eccl. Raynaldi, 1424, § 5, p. 66._
Questa solenne assemblea dei deputati della Cristianità s'aprì il 23 luglio del 1431 sotto la presidenza del cardinale Giuliano Cesarini, scelto prima da Martino V, e raffermato poi da Eugenio IV come legato al concilio[28]. I più ragguardevoli prelati di tutte le nazioni d'Europa, gli uomini più distinti per dottrina e per eloquenza trovaronsi assieme uniti nell'istante medesimo in cui un generale fermento agitava tutti gli spiriti, in cui da ogni banda si chiedeva ad alta voce la riforma di scandalosi abusi. In questa imponente assemblea, l'eloquenza, la dottrina, la stima personale, assegnarono il rango che tutti dovevano occupare, di preferenza ai titoli ed alle dignità. Non tardò a manifestarsi uno spirito repubblicano, e la riforma cominciò nel più formidabile modo per l'autorità della santa sede. I prelati manifestavano l'intenzione di rendere ad ogni diocesi la propria indipendenza, di rialzare l'autorità dei vescovi, d'abbassare quella di Roma, finalmente di sostituire una libera costituzione repubblicana alla spirituale monarchia fondata dai papi. Innumerabili abusi d'amministrazione, una corruttela, una venalità, che nemmeno cercavasi di palliare, fresche usurpazioni, che però non avevano per anco fatti dimenticare gli antichi diritti, giustificavano le pretese del concilio agli occhi di tutta la Cristianità. Frattanto veniva scosso l'intero edificio della romana gerarchia; le entrate non meno che la potenza dei papi correvano pericolo di essere distrutte; ed Eugenio IV, che non riconosceva nella Chiesa altra podestà che la sua, era fieramente sdegnato contro questo spirito di ribellione[29].
[28] _Acta Concil. Basiliensis. Labbe Concil. Gener., t. XII, p. 459._
[29] _Lenfant, Hist. du Concile de Bâle, l. XVI. p. 331. — Ann. Eccl. Rayn., t. XVIII, p. 89. — Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 641._
Il concilio nella sua seconda sessione erasi dichiarato superiore al papa, e lo aveva pure minacciato di assoggettarlo a pene ecclesiastiche, se tentava di sciogliere l'assemblea, o di traslocarla senza il di lei assenso in altra città[30]. Il concilio di Costanza aveva ordinato alla santa sede di convocare ogni sette anni de' concilj ecumenici; ma perchè non ne aveva determinata la durata, quest'obbligo veniva deluso con un pronto scioglimento. Quindi il concilio di Siena non aveva esistito che un solo istante, ed Eugenio IV voleva egualmente distruggere nel primo anno quello di Basilea[31]. Perciò i prelati adunati determinarono di sottrarre interamente il loro sinodo all'autorità del papa, togliendogli nello stesso tempo la facoltà di creare nuovi cardinali[32]. Lo citarono a recarsi personalmente a Basilea nel termine di tre mesi, dichiarandolo contumace in caso di mancanza[33], e finalmente si riservarono il diritto di nominare un successore nell'eventualità di vacanza della santa sede[34].
[30] _Acta Conc. Bas. Ses. II, § 3, 4, 5. Labbe Concil. Gener., t. XII, p. 477._
[31] _Acta Conc. Bas. Ses. III, p. 480. Ib._
[32] _Sessio VI, § 6, p. 488._
[33] _Sessio IV, p. 494._
[34] _Ivi, VII, p. 496._
Sigismondo, che trovavasi per proprio interesse impegnato nella guerra di Boemia, aveva, per sostenerla, bisogno de' sussidj della chiesa di Germania, e d'altronde vedeva con rincrescimento la corte di Roma tirare da' suoi stati ragguardevoli entrate; onde si mostrava zelante protettore della libertà della Chiesa. Credette che recandosi a Roma per prendere la corona imperiale, potrebbe avere maggiore influenza sopra il papa, e muoverlo più facilmente ad acconsentire a tutto quanto da lui chiedeva la Cristianità. Ma Sigismondo non aveva un'armata; fino da quando aveva cercato di pacificare l'Italia, erasi avveduto che il credito di un imperatore dipende dai mezzi che ha per farsi temere, e più vivamente sentì questa verità, quando volle rendere la pace alla Chiesa; poichè i suoi sforzi furono sempre resi senza effetto dall'impeto e dall'inconseguenza d'Eugenio, o dall'imprudente zelo de' prelati. Il primo, che aveva di già tentato di disciogliere il concilio, o di traslocarlo a Bologna, acconsentì finalmente, dietro le calde istanze di Sigismondo, a riconoscerlo; ma a condizione che si annullasse tutto quanto si era fatto fino a quell'epoca, e sottomettendo l'assemblea alla presidenza di nuovi legati della santa sede[35]. I prelati, lungi dall'essere contenti di questa bolla, che avrebbe assoggettata la loro autorità a quella del papa, lo citarono di nuovo a recarsi nel loro seno, colla minaccia di dichiararlo decaduto, se non ubbidiva entro sessanta giorni. Sigismondo, dopo essere stato coronato a Roma da Eugenio IV in tempo di una brevissima tregua, ripigliò la strada di Basilea, ove l'otto degl'idi di novembre presiedette alla quattordicesima sessione del concilio; ma non incontrò minori difficoltà nel conservarsi moderatore di questa turbolenta e democratica assemblea, che nel far piegare l'orgoglio e l'ostinazione di un pontefice poco capace di governare[36].
[35] _Raynaldi Ann. Eccl., 1432, § 8-11; 1433, § 6, 18, 19, t. XVIII, p. 99-116. — Lenfant, Hist. du Concile de Bâle, l. XV, p. 352. — Schmidt, Hist. des Allem., l. VII, c. 16, p. 190._
[36] _Acta Concil. Basil. Ses. XIV, p. 523._
Durante questa pericolosa lite Eugenio IV si trovò attaccato da nuovi nemici: egli aveva nominato governatore della Marca d'Ancona Giovanni Vitelleschi, vescovo di Recanati, suo favorito, il di cui crudele e perfido carattere fu ben tosto cagione di una universale ribellione. Il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, che aveva di fresco fatta la pace coi Fiorentini, e licenziati i suoi generali e la maggior parte de' soldati, ma che non pertanto desiderava che le sue armate rimanessero unite, anche rinunciando al suo soldo, pensò che la ribellione contro il Vitelleschi potrebbe essere utile ai suoi disegni. Eccitò segretamente coloro che congedava, a guastare lo stato della Chiesa, ed a fondarvi, se lo potevano, principati per sè medesimi. In tal modo ricompensava senza dispendio i generali che lo avevano fedelmente servito, manteneva sul piede di guerra delle armate che più non erano da lui pagate, vendicavasi di Eugenio IV di cui era scontento, ed obbligava i Fiorentini a grandi spese, tenendo viva la loro inquietudine. Francesco Sforza e Niccolò Fortebraccio di Perugia entrarono ad un tempo, il primo nella Marca d'Ancona, l'altro nel patrimonio di san Pietro[37]. Pretendevano l'uno e l'altro di essere stati autorizzati dal concilio di Basilea a togliere queste province al papa, e furono ambidue favorevolmente accolti dai Colonna ancora sdegnati per la recente loro disfatta. Francesco Sforza sorprese Jesi, prese d'assalto Montermo, accettò le capitolazioni d'Osimo e di Recanati, e trovati in quest'ultima città gli ostaggi di Fermo, di Ascoli e di altre fortezze governate dal Vitelleschi, le costrinse tutte ad arrendersi una dopo l'altra[38]; la sommissione dell'intera provincia fu l'opera di quindici giorni. L'Ombria e la Toscana inferiore cominciavano ancora esse a vacillare, e nello stesso tempo Niccolò Fortebraccio, avendo occupato Tivoli e le altre piccole città più vicine a Roma, minacciava ancora questa capitale. Eugenio non aveva altri soccorsi per difendersi che la scelta tra i suoi nemici; all'ultimo determinò di ricorrere a Francesco Sforza, che si lasciò facilmente persuadere ad opporsi agli avanzamenti di Fortebraccio, per la memoria delle militari rivalità tra il vecchio Sforza e Braccio di Montone; oltre di che il papa gli offriva in ricompensa la Marca d'Ancona col titolo di marchese, promettendo di lasciarlo per un determinato tempo padrone degli altri paesi da lui acquistati, e creandolo vicario e gonfaloniere della Chiesa romana[39].
[37] _Petri Russii Hist. Senens., t. XX, Rer. It., p. 46._
[38] _Joannis Simonetae Vita Franc. Sfortiae, l. III, t. XXI, Rer. Ital., p. 226._
[39] _Joan. Simonetae, l. III, p. 227. — Franc. Adami Fragmentor. de rebus gestis in civitate Firmana, l. II, c. 64, 65, p. 52. In Thesauro Burmanni, t. VII, p. II._
Ma l'assistenza dello Sforza non bastò a ristabilire gli affari del papa, sia perchè Niccolò Piccinino si avanzò ancor esso per sostenere il suo parente Fortebraccio e per dividere con lui le spoglie della Chiesa, o sia più ancora perchè i Romani, stanchi di un governo che gli opprimeva colle contribuzioni e non sapeva difenderli, presero le armi contro Eugenio, proclamarono il ristabilimento della repubblica, ed assediarono il papa nella chiesa di san Giovanni Grisogono, ov'erasi rifugiato. Questi a stento ottenne di fuggire travestito sopra una piccola barca che lo trasportò ad Ostia frammezzo ad una grandine di saette. Di là una galera lo condusse a Pisa; indi venuto a Firenze, chiese un asilo alla repubblica, mentre i suoi stati trovavansi divisi tra lo Sforza e Fortebraccio, più non conservando egli alcuna autorità in tutto il territorio della Chiesa[40].
[40] _Joan. Simonetae Vita Franc. Sfortiae, l. III, p. 234. — Joan. Stellae Ann. Genuens., t. XVII, Rer. Ital., p. 1313. — Comment. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1181. — Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 649._
La repubblica di Firenze, dove Eugenio IV era venuto a cercare asilo, trovavasi in allora agitata da tali fazioni, che più delle precedenti dovevano porre in grande pericolo la sua libertà. Dopo la morte di Giovanni de' Medici, Cosimo, suo figliuolo, erasi fatto capo del partito anticamente formato dagli Alberti per mettere argine all'autorità dell'oligarchia, e rialzare quella del popolo. Cosimo aveva un carattere più fermo che suo padre, operava con maggior vigore, più liberamente parlava cogli amici, e non pertanto risguardavasi come il più prudente cittadino di Firenze. Aveva maniere gravi ad un tempo e gentili, e le infinite sue ricchezze gli permettevano di mostrarsi ogni giorno umano e liberale. Egli non attaccava il governo, non ordiva trame contro di lui; ma nemmeno curavasi di palliare le proprie opinioni, che manifestava con nobile franchezza; ed i moltissimi amici e clienti, che gli avevano procurati le sue generosità, gli davano l'importanza d'un uomo pubblico[41]. Coll'ajuto loro egli si credeva sicuro di conservare la sua libertà ed il suo rango, finchè si manterrebbe la pace interna, oppure di difenderla colle armi, quando fosse attaccato dai suoi nemici. Due confidenti erano presso di lui in maggior credito, Averardo de' Medici e Puccio Pucci, il primo de' quali coll'audacia, l'altro colla saviezza e la prudenza lo aiutavano a tenere uniti i suoi partigiani. Questi tre uomini di stato avevano potentemente contribuito a determinare i Fiorentini alla guerra di Lucca, senza che per altro fossero stati scelti a dirigerla. Onde, tanto per giustificare i consiglj che avevano dati, quanto per imbarazzare i loro avversarj, prendevansi cura di svelare le cagioni di tutti i rovesci dello stato.
[41] _Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. IV, p. 57. — Scip. Ammirato Ist. Fiorent., l. XX p. 1087._