Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)

Part 19

Chapter 193,749 wordsPublic domain

La vittoria di Caravaggio pareva che dovesse condurre bentosto quella pace, che tanto era sospirata dalla Lombardia; tale vittoria doveva disingannare i Veneziani, e ridurli ad abbandonare gli ambiziosi loro progetti di conquista, poichè le forze che essi credevano irresistibili erano state distrutte da così subiti rovesci. Piacenza, la più forte delle loro città, era stata presa d'assalto; la più bella flotta, che mai rimontasse il Po sotto lo stendardo di san Marco, era stata bruciata; e la più bella armata, che avesse tentato la conquista del Milanese, era stata fatta tutta prigioniera. Dopo tante perdite, dovevansi finalmente credere i Veneziani animati dal desiderio della pace, come lo erano anche i Milanesi. La loro repubblica trovavasi smunta dagli inauditi sforzi ch'ella faceva per mantenere così numerose armate; sentiva il bisogno di godere della sua esistenza, di riconoscersi, di organizzarsi; essa temeva una terza campagna, ed il senato, invece di continuare le sue vittorie nello stato veneziano, avrebbe soltanto voluto allontanare il nemico dalle piazze più vicine alle sue mura, ed entrare nello stesso tempo in negoziazioni di pace. Egli esortava Francesco Sforza a dividere le sue forze per attaccare nello stesso tempo Bergamo e Lodi; ma questi per lo contrario insisteva per condurre la sua vittoriosa armata sotto Brescia, onde conquistare a spese dei Milanesi una città, che doveva restargli in piena sovranità. Egli omai sentiva avvicinarsi il termine de' suoi voti; ma temeva le conseguenze delle proprie vittorie, e non voleva così bene assecondare i Milanesi, che fossero poi in grado di fare senza di lui; temeva la pace, oggetto degli ardenti desiderj del popolo, e resa facile dalle sue vittorie, onde omai si rimproverava d'aver troppo abbattuti i Veneziani, la di cui opposizione era necessaria ai suoi disegni. Questo mutamento ne' suoi progetti fu la principale cagione della generosità con cui trattò i prigionieri di Caravaggio, mettendoli tutti in libertà. I Piccinino, gelosi della sua autorità e della sua gloria, osservavano i suoi passi, ed eccitavano la diffidenza del senato di Milano. Lo Sforza credette conveniente di separarsi da loro; li distaccò coi tre Sanseverini, Ventimiglia e tutti i soldati della scuola di Braccio, mandandoli sotto Lodi, mentre ch'egli stesso, tre giorni dopo la sua vittoria, prese la strada di Brescia, e fissò il suo campo nel piano a piedi delle mura[331].

[331] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 481. — Cristof. da Soldo Ist. Bresc., p. 852._

I Veneziani non ismentirono la riputazione loro di costanza ne' rovesci; si affrettarono di rimontare la loro armata; ma prima di tutto ne levarono il comando a Michele Attendolo di Cotignola. Questo antico soldato, compagno e parente del primo Sforza, venne assoggettato ad una processura intorno alla condotta da lui tenuta nella battaglia di Caravaggio. Se non cadde in sospetto di criminosa intelligenza col suo avversario, perchè apparteneva alla di lui famiglia, fu fatto per altro risponsabile della sua cattiva fortuna. Una deliberazione del senato, del 19 di novembre, lo rilegò a Conegliano, che gli era prima stato dato in feudo, e lo ridusse ad un'annua pensione di mille ducati[332]. Pasquale Malipieri e Giacom'Antonio Marcello vennero nei Veronese per raccogliere tutti i fuggiaschi del campo di Caravaggio, e render loro armi e cavalli. Nello stesso tempo chiamarono da ogni banda nuovi condottieri al servizio della repubblica, ed ottennero dalla repubblica di Firenze, in virtù dell'antica loro alleanza, un sussidio di due mila cavalli, e mille fanti, sotto gli ordini di Sigismondo Malatesti, e di Gregorio d'Anghiari[333].

[332] _Navagero Stor. Ven., t. XXIII, p. 1113. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1131. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 190._

[333] _Jo Simonetae, XIV, p. 483. — Nicc. Machiavelli, l. VI, p. 218. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 190._

Ma Pasquale Malipieri cercava nello stesso tempo di procurare alla sua repubblica un assai più potente appoggio. Uno de' suoi segretarj, prigioniero nel campo del vincitore, aveva intavolato un segreto trattato con Angelo Simoneta, segretario dello Sforza e zio dello storico. Mentre i Milanesi offrivano la pace ai Veneziani, e si obbligavano a garantir loro il possedimento di Brescia, Malipieri offriva allo Sforza la stessa sovranità di Milano, se voleva passare al servigio dei Veneziani. L'amico ed il segretario dello Sforza, che ci lasciò la migliore storia de' suoi tempi che posseda l'Italia, quando giugne a questo enorme tradimento, cerca di far credere che il suo eroe vi fu strascinato dalle circostanze, e provocato dall'ingratitudine dei Milanesi. Ma tutta la condotta dello Sforza fu così destra, così costantemente diretta al medesimo scopo, che mal si può credere che tutto non fosse antecedentemente preveduto e meditato, fin dall'istante che entrò al servigio dei Milanesi. Per innalzarsi alla sovranità, ch'egli mai non perdette di vista, non poteva dispensarsi dal procurarsi l'appoggio, ed i sussidj d'un altro popolo. Egli doveva egualmente temere i Milanesi ed i Veneziani; gli conveniva valersi degli uni per indebolire gli altri, combattere alternativamente per tutti e due, risparmiare i proprj soldati, esporre i loro, strascinarli di spese in ispese, e non gettare in ultimo la maschera per combattere in proprio nome, che quando sarebbe egli solo l'arbitro dei loro soldati e delle loro ricchezze[334].

[334] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 484. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. V, p. 619. — Platinae Hist. Mant., l. VI, p. 846. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1130._

Il trattato tra Venezia e Francesco Sforza, che fu soscritto il 18 ottobre del 1448, trentatre giorni dopo la rotta di Caravaggio, portava che lo Sforza porrebbe in libertà tutti i prigionieri, che evacuerebbe tutte le piazze conquistate negli stati di Bergamo e di Brescia, che rinuncerebbe ai diritti dei Visconti e dei Milanesi sopra il Cremasco e sopra la Ghiaja d'Adda, cedendo queste due province ai Veneziani, i quali dal canto loro si obbligavano ad ajutare Francesco Sforza a conquistare gli stati già posseduti da Filippo Maria; gli promettevano perciò quattro mila cavalli, e due mila fanti, e si obbligavano inoltre a pagargli tredici mila fiorini al mese, finchè Milano fosse ridotto in poter suo; in allora Venezia ed il nuovo duca dovevano rimanere alleati, e darsi vicendevolmente ajuto in tutte le loro guerre, sul piede dell'eguaglianza[335].

[335] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 486. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 190 v. — Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 219._

Dopo di aver segnato questo trattato, Francesco Sforza fece adunare la sua armata per informarla dell'accaduto. Nel suo discorso dichiarò ai suoi soldati, che i Milanesi, dimenticando gli obblighi loro, avevano voluto tradirlo; che, non contenti di volere far la pace coi Veneziani, ciò ch'era per la sua armata una potente ingiustizia, non tendevano le negoziazioni loro a nulla meno che all'intera sua ruina; che il senato di Milano aveva proposto a quello di Venezia un'alleanza per togliergli Pavia e Cremona, e che il solo desiderio di difendersi coi suoi figliuoli e compagni d'armi lo forzavano a mutare partito[336]. Non abbisognavano troppo convincenti argomenti per persuadere i soldati, i quali, facendo del battersi un mestiere mercenario, non avevano giammai posto mente alla giustizia o alla iniquità delle guerre, e che volentieri abbracciavano una nuova spedizione, il di cui prezzo essere doveva il sacco delle ricche campagne milanesi. Risposero pertanto al loro generale con clamorose acclamazioni, ch'erano apparecchiati a seguirlo dovunque. Pure lo Sforza seppe con sommo suo dispiacere che Lodi, che doveva essere a lui consegnato dalla guarnigione veneziana, erasi arreso ai Milanesi lo stesso giorno 18 ottobre[337], e che Carlo Gonzaga aveva abbandonato il suo campo durante la notte con mille duecento cavalli e cinquecento fanti, per mantenersi fedele ai Milanesi[338].

[336] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 486. — Jos. Ripamontii Hist., l. V, p. 619._

[337] _Cristof. da Soldo Ist. Bresc., p. 856._

[338] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 490._

Ogni memoria di libertà non era per anco spenta in Lombardia; nell'istante in cui erasi spezzato l'antico giogo, erasi cercato di rialzare dovunque il governo repubblicano, come il solo felice e legittimo. Ma gli animi erano stati indeboliti da lunga servitù, e questa razza effemminata sentiva che l'avere una volontà propria, dei progetti ed una condotta a suo arbitrio, era un sottomettersi ad una grande fatica. Tostocchè un uomo di genio pretese di comandare a' Lombardi, trovò una folla di schiavi, che domandavano di ubbidire. Le città e le borgate, gelose della grandezza di Milano, mostraronsi disposte ad abbracciare il partito dello Sforza. Quella di Piacenza, ch'egli stesso aveva così crudelmente trattata nel precedente anno, si dichiarò a lui favorevole, o perchè non volesse esporsi un'altra volta alla sua vendetta, o perchè egli vi avesse fatti entrare molti de' suoi partigiani, o che finalmente l'odio contro i Milanesi vincesse la memoria de' più sanguinosi oltraggi. Ella chiuse le sue porte a Giacomo Piccinino, ed il conte Sforza ardì d'entrarvi senza guardie per prenderne possesso, ponendosi senza difesa tra le mani di coloro cui aveva saccheggiati i beni e disonorate le figlie: e non ebbe motivo di pentirsene[339]. I tre fratelli Sanseverino abbandonarono pure le insegne dei Milanesi per unirsi allo Sforza. Figli naturali d'uno de' principi dell'illustre casa di Napoli, che possede il feudo di Sanseverino, erano stati arricchiti da Filippo Maria Visconti, e si credevano obbligati da una tal quale lealtà ad attaccarsi a suo genero, sebbene lasciassero in Milano le loro spose ed i loro figli. Essi gli condussero circa otto cento cavalli[340]. Il condottiero Luigi del Verme si pose pure sotto gli ordini dello Sforza, e raffermò questa nuova alleanza col matrimonio dell'unica sua figlia con un figlio naturale del conte Francesco. Guglielmo di Monferrato trattò altresì con lui, chiedendo per prezzo dei servigj, che gli renderebbe, la cessione d'Alessandria. Lo Sforza, dopo essersi acquistati nuovi alleati con questi trattati, condusse in principio di novembre la sua armata nella campagna milanese che confina col pavese; occupò i castelli di Rosate e di Binasco, che non fecero resistenza, e pose i suoi soldati ai quartieri d'inverno nelle più ricche e fertili campagne della Lombardia.

[339] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 491. — Ant. de Ripalta Ann. Placent., p. 898._

[340] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 493. — Jos. Ripamontii, l. V, p. 620._

Due volte i deputati Milanesi eransi recati presso al conte per ridurlo a rinunciare a così inaspettate ostilità, e per testificargli, conservando sempre alcuni riguardi, il dolore che il suo tradimento cagionava alla repubblica, e per offrirgli di fargli giustizia se voleva esporre le sue lagnanze. Ma quello stesso Sforza, che fino a tale epoca aveva tenuto col senato di Milano il linguaggio di un servitore ubbidiente, prese tutt'ad un tratto verso i suoi superiori il tuono di un padrone verso i sudditi ribelli. Era il suo avere, rispose egli, che chiedeva ai Milanesi, era una sovranità che gli apparteneva, e loro soltanto prometteva indulgenza pei passati errori, ed un'amnistia per coloro che prontamente rientrerebbero in dovere[341].

[341] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 496. — Jos. Ripamontii Hist. Mediol., l. V, p. 620._

Non contento di rispondere in tale maniera ai deputati milanesi, mandò Benedetto Riguardati a Milano per tenere al popolo adunato lo stesso linguaggio. Ma appena quest'inviato era sceso dalla tribuna delle arringhe, che vi salì Giorgio Lampugnani. Questi esortò i Milanesi ad esporsi a tutto, a tutto soffrire piuttosto che perdere la libertà comune, piuttosto che piegare la cervice sotto il giogo un uomo che gli aveva ingannati con sì nera perfidia, di una donna che degl'illegittimi suoi natali facevasi un titolo, perchè in qualunque modo procedevano dal sangue dei loro tiranni. In questa famiglia dello Sforza, che sembrava non conoscere i sacri nodi del matrimonio, vedevasi, disse loro, un infinito numero di fratelli, di quasi fratelli e di figliuoli legittimi, bastardi ed adulterini. Se il conte conseguiva lo scopo della sua ambizione, un solo non vi sarebbe de' suoi parenti che non si risguardasse quale padrone dei Milanesi, un solo che spegnere non volesse la sete del comandare, l'avarizia, il lusso, le vergognose dissolutezze, a spese dei cittadini. Che ascoltassero il conte Sforza, coloro che potevano risolversi ad abbandonare le loro spose, le loro figlie, alla seduzione ed all'adulterio, le loro case, i loro campi, le borse loro, alle fiscali estorsioni ed alle confische, i loro figli al capriccio d'un capo di soldati; coloro che non temevano di rassodare di nuovo coi loro sudori e col sangue quella cittadella quell'antimurale della tirannide, ch'essi avevano atterrato. In quanto a sè ed ai suoi, viverebbero liberi o saprebbero morire per la libertà[342].

[342] _Jo. Simonetae, l. XV, p, 497._

Il popolo, strascinato da questo discorso, più non contenne la sua collera contro lo Sforza, ed i titoli di traditore, di disertore erano associati al suo nome in ogni bocca; più niuno eravi che si rifiutasse ai sagrificj di danaro, che potevano salvare la libertà. Francesco Piccinino fu nominato generalissimo, Carlo Gonzaga comandante della piazza, e la milizia della città somministrò numerose truppe di fucilieri. Non vedevasi ancora che raramente questa nuova arma negli eserciti, ma la ricchezza di Milano aveva permesso di moltiplicarla. Furono mandate guarnigioni a Monza, ad Abbiate, a Busto Arsiccio, a Cantù; e corpi di milizie andarono a Como ed a Novara, mentre i magistrati chiamavano al loro soldo tutte le lance spezzate[343], che andavano allora vagabonde per l'Italia. Scrissero pure a Federico III, re dei Romani, al re Alfonso, al duca Luigi di Savoja, a Carlo VII di Francia, al Delfino, al duca di Borgogna, per denunciar loro il tradimento dello Sforza, e chiedergli soccorso[344].

[343] Chiamavansi allora _lance spezzate_ i corazzieri che trattavano individualmente pel loro soldo, e non facevano parte della compagnia di un condottiero.

[344] _Jos. Ripamontii, l, V, p, 621._

Ma la grande rivoluzione dell'arte militare, che si terminò ai nostri giorni, aveva di già avuto cominciamento; i mezzi di difesa delle piazze più non erano proporzionati coi mezzi d'attacco. Risguardavasi in addietro come capace di sostenere un assedio ogni borgata circondata di buone mura, sebbene non sostenute da terrapieni. Per altro queste mura più non potevano resistere al cannone; le pretese fortezze de' Milanesi più non potevano trattenere un'armata provveduta d'artiglieria ed una breccia praticabile fa fatta in tre giorni nelle mura di Abbiate Grasso. Lo Sforza desiderava di risparmiare gli estremi disastri a questa borgata per compiacere Bianca Visconti, che vi aveva passata la sua infanzia. Ma gli abitanti, sebbene perduti senza rimedio, non volevano conoscere il loro pericolo, e non acconsentirono a capitolare che a stento, per evitare l'assalto ed il sacco[345]. Un'altra parte dell'armata dello Sforza svolse il canale o _naviglio_, che dal Ticino conduce a Milano, per impedire il trasporto delle vittovaglie alla città, e privare i borghesi dell'uso de' loro mulini; ma in Milano eranvi tuttavia sufficienti provvigioni di frumento, ed i mulini a braccia supplirono a quelli mossi dall'acqua.

[345] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 499. — Jos. Ripamontii, l. V, p. 622._

Il rinforzo di quattro mila cavalli, promesso dal senato di Venezia, fu condotto nel Milanese da Giacomo Antonio Marcelli, Pasquale Malipieri e Luigi Loredano. Quando lo Sforza l'ebbe ricevuto condusse la sua armata verso i laghi, ed occupò i castelli di Busto Arsiccio e di Varese. Questo paese era tuttavia abitato da molti membri della famiglia Visconti, parenti degli antichi duchi, ma la di cui agnazione rimontava a tempi anteriori alla grandezza di questa casa. Tutti si dichiararono a favore di Francesco Sforza. Tutte le rive del lago maggiore, di Lecco e di Lugano, seguirono quest'esempio, ma le città di Arona, di Como e di Bellinzona si mantennero fedeli ai Milanesi[346]. Lo Sforza, disceso dalle montagne in sul piano, cagionò tanto terrore ai Novaresi, che si fece aprire le loro porte il 20 di dicembre. Luigi del Verme prese in di lui nome Romagnano, ch'era occupato da tre mila Savojardi; lo Sforza mandò cinquecento cavalli a Tortona, e la città gli fu data dalla fazione a lui favorevole, mentre Alessandria dietro le sue istanze apriva le porte a Guglielmo di Monferrato[347]. Per compensare tanti disastri i Milanesi non avevano ottenuti che insignificanti vantaggi. Francesco Piccinino aveva saccheggiate le campagne di Pavia, ma senza osare di trattenervisi lungamente, e suo fratello Giacomo era stato introdotto in Parma, perchè questa repubblica, in allora alleata di Milano, aveva scoperta entro le sue mura una trama di alcuni cittadini, che volevano darla ad Alessandro Sforza.

[346] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 501._

[347] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 503. — Crist. da Soldo Ist. Bresciana, p. 857._

Carlo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, ed uno degli allievi di Vittorino da Feltre, era stato nominato comandante di Milano. Questo ambizioso principe cercava di rendersene assoluto padrone. Doveva, gli è vero, sentirsi troppo debole per isperare di rimanervi sovrano; ma forse al desiderio di comandare aggiugneva qualche segreto pensiero di vendere in seguito vantaggiosamente ai Veneziani, od allo Sforza un potere che andava dilatando colle sue perfide pratiche. Scelse i suoi partigiani tra i membri della fazione Guelfa, si fece riconoscere per loro capo, e cercò che avessero parte nel governo. I nobili Ghibellini, che fin allora vi avevano avuta la parte principale, ed in particolare il conte Vitaliano Borromeo, Teodoro Bossi, e Giorgio Lampugnani, costretti a difendersi contro questi nuovi avversarj, cominciarono a volgere i loro sguardi allo Sforza, sperando d'impegnarlo a dare le basi alla costituzione della loro patria, conciliando la loro libertà colla sua ambizione, in caso che fossero costretti a riconoscerlo per duca[348].

[348] _Jo. Simonetae, l. XVI, p. 506. — Jos. Ripamontii, l. V, p. 622._

Il conte Sforza, giunto a Landriano; vi accolse i segreti deputati dei capi ghibellini della repubblica, ma trovò inammissibili le loro proposizioni; pretese che il volerlo sottomettere alle leggi fosse un trattarlo da vinto piuttosto che da vincitore. Pure, siccome la negoziazione non era rotta, restò presso di lui un segretario di questi magistrati. Poco dopo un dispaccio da lui scritto in cifre cadde in mano di Carlo Gonzaga, e fu denunciato alla parte guelfa, come prova d'un tradimento dei nobili e dei Ghibellini. Il Gonzaga, invece di attaccare questi magistrati ne' consiglj, fece nominare coloro di cui più diffidava ambasciatori presso Federico III. Diede loro una scorta per accompagnarli fino a Como, ma furono appena usciti dalle porte, che la scorta li fermò, e li condusse nelle prigioni di Monza. Colà Giorgio Lampugnano perdette la testa sul patibolo; Teodoro Bossi, assoggettato alla tortura, nominò molti suoi compagni nelle negoziazioni collo Sforza, che furono subito imprigionati. Il rimanente de' nobili ghibellini salvossi colla fuga; i più trovarono asilo nel campo del conte Francesco, mentre il Gonzaga, di concerto con Ambrogio Trivulzio ed Innocenzo Cotta, diede nuova forma al governo di Milano. La superiorità venne data ai Guelfi ed alla fazione democratica; plebei dell'ultima classe, come un Giovanni d'Ossa ed un Giovanni d'Appiano, furono innalzati alle prime magistrature; la confisca de' beni dei nobili fuorusciti empì il pubblico tesoro, ed il governo prese un aspetto rivoluzionario. Carlo dichiarò ne' suoi editti che piuttosto che dare Milano al conte Sforza, era disposto a darsi al Gran Turco, o al gran demonio dell'inferno[349]. Ma l'armata milanese andava scemando con nuove diserzioni: il conte Ventimiglia, che aveva il comando di Monza, passò nel campo dello Sforza con cinquecento cavalli e quattrocento pedoni; Francesco Piccinino, ch'era accampato presso Landriano, e che cominciava a mancare di vittovaglie, aprì dal canto suo un trattato per essere ricevuto nell'armata nemica, e quando fu sicuro di esserlo a vantaggiose condizioni, disertò ancor esso. Forse, come lo accusarono i partigiani dello Sforza, aveva fin d'allora intenzione di tornare, in primavera, al servigio dei Milanesi, dopo essersi nutrito nella cattiva stagione coi granai del suo nemico[350]. Suo fratello Giacomo, che allora trovavasi a Parma, cambiò pure partito, ed uscì da quella città per passare nel campo d'Alessandro Sforza, che l'assediava; ma Parma non aprì le porte che in febbrajo a questo fratello del conte Sforza. Questa città aveva resistito alle pratiche del conte Rossi, che entro le sue mura secondava gli assalitori, agli attacchi di Alessandro, ed alla diserzione del Piccinino. L'avvicinamento di Bartolomeo Coleoni con due mila corazzieri e mille cinquecento fanti, la ridusse all'estremità: allora volle darsi al marchese Lionello, ma la repubblica di Venezia non permise che Lionello accettasse l'offerta; onde i Parmigiani dovettero finalmente cedere alla loro cattiva fortuna[351]. Lo Sforza accordò vantaggiose condizioni, e trovò modo di riconciliarsi con quelle stesse famiglie che fin allora gli si erano mostrate più nemiche[352].

[349] _Jo. Simonetae, l. XVI, p. 510. — Jos. Ripamontii, l. V, p. 623._

[350] _Jo. Simonetae, l. XVI, p. 507. — Ant. di Ripetila Ann. Placent., p. 899._

[351] _Jo. Simonetae, l. XVII, p. 514. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 692._

[352] _Jo. Simonetae, l. XVII, p. 518._

Durante l'inverno gli affari dei Milanesi avevano sempre peggiorato. Lo Sforza aveva stabiliti i suoi quartieri presso alle porte della loro città, delle quali porte ne teneva cinque così strettamente bloccate ch'era quasi impossibile il ricevere per mezzo di queste provvigioni dalla campagna; ma in primavera alcuni più felici avvenimenti parvero rianimare le speranze degli assediati. Luigi del Verme, Ventimiglia e Dolce, che dallo Sforza erano stati mandati ad assediare Monza, e che di già avevano aperta una breccia praticabile nelle mura di quella fortezza, furono sorpresi da Carlo Gonzaga, e compiutamente rotti. Più tardi attribuirono questo disastro a tradimento di Francesco Piccinino, ch'erasi loro associato. Furono presi con tutta la loro artiglieria e quasi tutti i cavalli. Il Dolce morì in conseguenza delle ricevute ferite, e Luigi del Verme dovette per molti mesi guardare il letto[353].

[353] _Jo. Simonetae, l. XVII, p. 520. — Ann. Placent, t. XX, p. 899._

Dall'altra banda la vedova di Filippo Visconti, Maria di Savoja, che stava sempre in Milano, dov'era rispettata dai magistrati ed amata dal popolo[354], negoziò un'alleanza tra suo fratello Luigi, duca di Savoja, e la repubblica milanese. Il duca di Savoja fece invadere il Novarese da Giovanni Compeys, signore di Torrens[355], con un'armata di sei mila cavalli. Il nome di barbari che i Greci davano altre volte a tutti i popoli che non parlavano il loro linguaggio, veniva altresì dagli Italiani del quindicesimo secolo prodigato a tutti gli oltramontani; e con tal nome indicarono i Savojardi condotti da Compeys[356]. In fatti questi montanari mezzo selvaggi trattarono con eccessiva crudeltà tutti i villaggi e castelli di cui s'impadronirono, ma non poterono entrare in Novara che avevano sperato di sorprendere[357].

[354] _Jos. Ripamontii, l. V, p. 625._

[355] _Cuichenon Hist. généalog. de la maison de Savoie, t. II, p. 85._

[356] _Ed erano da sei mila barbari_, dice Marin Sanuto, e gli altri storici di quel tempo usano tutti le medesime espressioni. _Vite de' duchi di Venez., p. 1131._