Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)
Part 17
Tutti i principi che avevano qualche diritto all'eredità del Visconti, o soltanto desiderio di approfittare della rivoluzione accaduta ne' suoi stati, eransi sforzati di guadagnare a prezzo d'oro partigiani nelle diverse città della Lombardia. Quella di Pavia, assai più bramosa di sottrarsi al dominio dei Milanesi che non di conservare la sua libertà, trovavasi in allora divisa in più fazioni. Vi si contavano i partigiani di Carlo VII, re di Francia, del Delfino suo figlio di que' tempi in guerra col padre, di Luigi, duca di Savoja, di Giovanni, marchese di Monferrato, e di Lionello, marchese d'Este. Tutti gli abitanti convenivano che per non soggiacere ai Milanesi era d'uopo darsi un padrone straniero; ma se l'interesse, la corruzione, l'egoismo rendevano i loro consiglj unanimi in questa assurda determinazione, i medesimi motivi dividevano i loro suffragi intorno alla scelta del principe. In mezzo a tali pratiche, Francesco Sforza non perdeva di vista questa città, ed uno de' suoi agenti, chiamato Sceva Curti, cercò di procurargli i voti dei Pavesi. Nello stesso tempo Agnese del Maino, madre di Bianca Visconti, ch'erasi rifugiata nella fortezza di Pavia, cercò di guadagnare al genero Matteo Bolognini, che ne aveva il comando. Quest'ufficiale aveva altre volte militato sotto le insegne di Braccio, onde contavasi tra i nemici del suo rivale; ma Agnese seppe lusingare la di lui vanità, promettendogli di farlo adottare nella famiglia dello Sforza, e di ottenergli il titolo di conte di sant'Angelo, e la sovranità di quel castello dove il Bolognini era nato. In conseguenza di questo duplice trattato arrivarono al campo sforzesco otto deputati del senato di Pavia nell'istante medesimo in cui Francesco rispingeva vigorosamente un attacco di Michele Attendolo, diretto a liberare san Colombano; essi gli offrirono la sovranità del loro stato, trasmissibile ai suoi discendenti, col titolo di conte di Pavia, e gli chiesero la conferma di privilegi che il nuovo principe accordò in sull'istante. Lo Sforza accolse con gioja tale proposizione; la cittadella gli fu data in pari tempo che la città, ed egli si recò con magnifico corteggio alla chiesa di san Siro, per rendere grazie a Dio di così fausto avvenimento[296].
[296] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 407. — Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 212._
I Milanesi avevano avuto sentore di questo trattato, ed avevano inutilmente cercato di stornarlo, rappresentando allo Sforza che la sua convenzione colla città di Milano l'obbligava a conservarle tutti gli stati che appartenevano al precedente duca. Rispose il generale, che se avesse esitato ad accettare le offerte fattegli da Pavia, questa città sarebbesi data nelle mani di qualcuno de' potenti sovrani che se ne disputavano l'acquisto. Soggiugneva di non avere alcun mezzo di ridurla colla forza, e tornare meglio ai Milanesi che ella si fosse volontariamente sottomessa ad un amico e ad un alleato, che unita coi loro avversarj. Nello stesso tempo per acquietarli fece loro la cessione di san Colombano che aveva allora conquistato. Per altro i suoi ambiziosi progetti cominciavano allora a manifestarsi scopertamente: ma i Milanesi, che avevano creduto d'impiegarlo, sebbene di lui diffidassero, non vollero alienarlo col mostrargli che la loro diffidenza andava crescendo, poichè durava tuttavia il bisogno della sua assistenza. Dall'altra parte lo Sforza, ponendo di guarnigione le proprie truppe ne'castelli del territorio pavese, ordinò di non molestare quelli di cui eransi di già impadroniti i Milanesi o il duca di Savoja nella Lomellina, e di mantenersi possibilmente in pace con quest'ultimo vicino. Fece inoltre armare a proprie spese, a Pavia, quattro galeoni che mandò giù per Po per attaccare Piacenza, onde guadagnarsi in tal modo la benevolenza della signoria di Milano[297].
[297] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 408. — Jos. Ripamontii Hist. Med., l. V, p. 611._ Quand'ebbe avviso dell'occupazione di Pavia, il governo di Milano mandò nuovamente a chiedere la pace ai Veneziani, loro offrendo vantaggiosissime condizioni, ma di nuovo le sue proposizioni vennero rigettate con imprudente arroganza. Lo stato dei duchi di Milano sembrava in allora abbandonato al sacco; tutti i suoi vicini volevano arricchirsi colle spoglie di colui che gli aveva così lungo tempo fatti tremare. Lionello, marchese d'Este, si era impadronito di Castel nuovo e di Cupriaco, ed i san Vitali che gli erano ligi, tenevano in Parma segrete pratiche per fargli aprire le porte della città. I Correggi avevano occupato Bressello, i Genovesi, lungo tempo lacerati da intestine fazioni che loro avevano fatto perdere ogni influenza sul rimanente dell'Italia, si erano opportunamente riuniti sotto il nuovo doge, Giano di Campo Fregoso, per occupare Voltaggio, Novi e molti castelli, e per minacciare Tortona. Il duca Luigi di Savoja, figliuolo dell'antipapa Felice V, sollecitava le borgate dei territorj di Alessandria, Novara e Pavia ad aprirgli le porte, offrendo loro per ricompensa la minorazione delle imposte, ed anche una totale esenzione. Giovanni, marchese di Monferrato, poneva in opera gli stessi allettamenti ai confini de' proprj stati; ma un più formidabile attacco di tutti gli altri era quello di Rinaldo di Dresnay, governatore d'Asti pel duca d'Orleans, che invadeva i confini del Milanese, in nome del suo padrone, con un'armata francese.
Carlo d'Orleans era figliuolo di Valentina Visconti, maggiore sorella dell'ultimo duca. Se il ducato di Milano fosse stato ereditario per linea femminile, se il loro diritto di successione fosse stato in Italia riconosciuto per le sovranità fondate dalle città, Carlo sarebbe in fatti stato il naturale erede di Filippo: ma la sua pretesa non si accordava nè colle leggi dello stato, nè colla pubblica opinione[298]. Per altro aveva a suo favore l'antica alleanza dei Guelfi colla casa di Francia, e la potenza del re Carlo VII. Asti, offerto ai Francesi da Filippo Maria, dopo la rotta di Casalmaggiore, per ottenere soccorsi a tale prezzo, era stato dato a de Dresnay il giorno precedente alla morte del duca, forse dietro un ordine carpito alla sua debolezza, quand'era già oppresso dalla malattia[299]. Questo luogotenente del duca d'Orleans aveva approfittato della posizione di Asti alle porte della Lombardia, per adunarvi tre mila cavalli chiamati dal Lionese e dal Delfinato, e per attaccare in appresso il territorio d'Alessandria. Molte fortezze di questa provincia, e lo stesso sobborgo di Bergoglio al di là del Tanaro erano di già venuti in suo potere. I Milanesi avevano gettato in quella città un migliajo di cavalli, aspettando che l'inverno scoraggiasse i Francesi prima di attaccarli[300].
[298] Non trovasi in tutta la storia d'Italia verun esempio di una _signoria_, o _principato_ (e con tal nome indicavasi una sovranità non feudale innalzata in seno ad una repubblica) che sia passata ad una donna. Il Monferrato era bensì passato per le femmine dalla casa degli antichi marchesi ai Paleologhi, ma era da lungo tempo un feudo imperiale, non una signoria, e com'era diversa la sua origine, diverse n'erano ancora le leggi. Il regno di Napoli, egualmente retto dalle leggi feudali, passava in eredità alle femmine. Il primo diploma per l'instituzione del ducato di Milano non regola l'ordine della successione, onde sembra confermare le leggi di già stabilite: ma un secondo diploma, emanato in Praga da Wencislao il 13 ottobre del 1396, ristringe la successione ai maschi, figli di maschi, nati di legittimo matrimonio, ed in mancanza loro, ai discendenti naturali di sesso maschile di Giovan Galeazzo, qualora solennemente legittimati dall'imperatore. Veruna femmina non viene chiamata in qualsiasi caso alla successione. _Ann. Med., t. XVI, c. 158, p. 828._
[299] _Jo. Simonetae, l. X, p. 411. — Enguerrand, de Monstrelet Chron., v. III, p. 5._
[300] _Jo. Simonetae, l. X, p. 413._
Frattanto Francesco Sforza, che segretamente aveva accettato l'omaggio di Tortona, intimò a de Dresnay di rispettare il territorio di questa città e di quella di Pavia che a lui appartenevano. Dichiarò di essere determinato a difendere i suoi nuovi stati contro qualunque attacco; ma che non poteva ridursi a credere che la corte di Francia avesse intenzione di spogliare un generale, che aveva in sull'esempio di suo padre combattuto trent'anni per la casa d'Angiò, e perduti per cagion sua tutti i proprj stati nella Puglia e nella Marca d'Ancona[301].
[301] _Ivi, p. 414._
In tal maniera lo Sforza evitò di misurarsi coi Francesi, lasciando che s'indebolissero nell'assedio di Bosco, castello vicino ad Alessandria, che loro aveva chiuse le porte, mentre egli andava gagliardamente stringendo l'assedio di Piacenza. Ma quando Bosco, dopo una lunga resistenza si vide vicino a dover capitolare, i Milanesi mandarono Bartolomeo Coleoni ed Astorre Manfredi, figliuolo di Guid'Antonio, a soccorrere la fortezza con circa mille cinquecento cavalli. Un corpo press'a poco della medesima forza era uscito d'Alessandria, sotto il comando di Giovanni Trotti, e di concerto furono addosso ai Francesi l'undici ottobre sboccando da diverse strade, mentre ancora la guarnigione di Bosco faceva una sortita. Dal canto loro i Francesi, costretti a dividersi per tener testa ai loro nemici, rovesciarono il corpo del Trotti, inseguendo senza dar quartiere i suoi soldati, ed uccidendo, invece di far prigioni, coloro che si arrendevano. Contaronsi quattrocento morti sul campo, locchè, per corpi così piccoli, e quando le guerre si trattavano quasi sempre senza spargere sangue, parve una spaventosa carnificina ed un disastro senza esempio. Ma intanto il Coleoni ed Astorre Manfredi avevano attaccata l'ala comandata in persona da de Dresnay; l'avevano rotta e spinta fino ne' suoi trinceramenti, e costretta a deporre le armi, rimanendo de Dresnay prigioniero con tutti i suoi soldati. Quando i prigionieri entrarono in Alessandria, trovarono tutta la città desolata per la disfatta del battaglione di Trotti. Estremo era il desiderio della vendetta contro barbari, che, calpestando le leggi della guerra, non avevano voluto dar quartiere; furono strappati dalle mani dei vincitori i prigionieri di Coleoni e di Manfredi, e quasi tutti uccisi[302].
[302] _Jo. Simonetae, l. X, p. 429. — M. A. Sabellico Ist. Ven. Dec. III, l. VI, f. 189. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 1127. — Ant. Cornazzani de Vita et Gestis Bart. Colei., l. IV, p. 20._
Lo Sforza, ch'erasi tenuto lontano dai Francesi, apparecchiavasi in questo tempo a riconquistare Piacenza. Aveva da prima inutilmente tentato di venire a battaglia con Michele Attendolo, generale dei Veneziani, e credette di ridurlo ad accettarla, intraprendendo un assedio di tanta importanza. Piacenza era, dopo Milano, la più grande città di Lombardia; grosse erano le sue mura, fiancheggiate di torri, circondate da doppia fossa ed afforzate di tratto in tratto da balovardi innalzati di fresco. La guarnigione consisteva in due mila uomini di cavalleria, ed in altrettanti fanti, oltre sei mila cittadini che avevano prese le armi. e la di cui fedeltà era guarantita dal loro odio contro i Milanesi e dal timore di essere severamente puniti. Lo Sforza, come genero e rappresentante del Visconti, aveva, gli è vero, moltissimi partigiani nel corpo della nobiltà, tra i quali gli Anguissola, i Landi, gli Araceli colla fazione ghibellina; ma questi eransi quasi tutti ritirati in campagna ne' loro feudi[303]. L'armata con cui questo generale attaccò così grande città non era molto più numerosa di quella che la difendeva. Le piogge dell'autunno, che avevano di già cominciato, rendevano più difficili le operazioni dell'assedio; altronde a Venezia si armavano dei galeoni, per farli rimontare il fiume e portare soccorsi a Piacenza.
[303] _Jo. Simonetae, l. X, p. 419 — Ann. Placent. Ant. de Ripalta, t. XX, p. 894._
L'assedio di una città a que' tempi facevasi principalmente consistere nel privarla di ogni comunicazione colla campagna; e perchè Piacenza aveva quattro porte, lo Sforza divise la sua armata in quattro corpi, collocandone uno ad ogni uscita in ridotti ben fortificati, e si limitò a colmare i fossi in tutto lo spazio che separava un ridotto dall'altro, e ad appianare il terreno, onde questi corpi staccati potessero facilmente comunicare tra di loro. Al di sotto della città fece ancorare in mezzo al fiume i quattro galeoni equipaggiati a Pavia, i quali sventarono il progetto che aveva Michele Attendolo di far giugnere rinforzi a Taddeo d'Este, che comandava in Piacenza, opponendo una vigorosa resistenza all'attacco de' Veneziani.
Di que' tempi l'uso dell'artiglieria non era meno conosciuto dell'arte d'attaccare una piazza; d'ordinario veniva diretta contro le file nemiche piuttosto che contro le mura; pure lo Sforza fece battere con tre delle sue più grosse bombarde la torre sostituita all'antica porta Cornelia, e la cortina che comunicava colla vicina torre. Per più di trenta giorni continuò a battere in breccia il muro e le due torri, ed ognuna di queste bombarde faceva ogni notte perfino sessanta colpi, lo che in allora risguardavasi come cosa affatto prodigiosa[304].
[304] _Ant. de Ripalta Ann. Placen., p. 895. — Jo. Simonetae, l. X, p. 432._
Michele Attendolo non aveva nulla ommesso in questo tempo per fare una potente diversione: spinse le sue bande ne' territorj di Milano e di Pavia, ove facevano orribili guasti, sperando che le lagnanze di queste due città obbligherebbero il conte Francesco a recarsi in loro soccorso. Non potendo con ciò smuoverlo, andò ad assediare san Colombano; perlocchè lo Sforza fece gettare un ponte di battelli sul Po, al di sotto di Piacenza, onde agevolarsi il modo di sorprendere improvvisamente l'armata di Attendolo, quale si vide perciò costretto a ritirarsi. Lo Sforza teneva eccellenti spie, che lo avvisavano fedelmente de' movimenti del nemico, spesso ancora de' suoi progetti, onde trovavasi sempre apparecchiato ad impedirli[305].
[305] _Jo. Simonetae, l. X, p. 422, 425._
Le due torri, e la cortina che le univa, erano state finalmente rovesciate dai replicati colpi delle bombarde; ed i rottami delle torri, cadendo nelle fosse, le avevano in parte colmate, e resa la breccia praticabile; onde lo Sforza risolse di dare l'assalto il giorno 16 di novembre. Affidò la direzione della sua flotta a Carlo Gonzaga; e perchè le piogge avevano gonfiate le acque del Po e della Trebbia, i galeoni accostaronsi alle mura presso la fontana d'Augusto o Forusta che serve di porto a Piacenza. Manfredi e Luigi del Verme furono incaricati d'attaccare le mura tra porta san Raimondo e porta Sublata; lo Sforza per approfittare dell'emulazione tra le sue truppe e quelle di Braccio, unì i suoi soldati a quelli dei fratelli Piccinino, ed unitamente a loro si propose di montare la breccia[306].
[306] _Jo. Simonetae, l. X, p. 433. — Platinae Hist. Mant, l VI, p. 844._
Lo Sforza si era riservati tutti i suoi più vecchi corazzieri, e tutti quelli che credeva meno agili per aspettare in vicinanza della breccia l'istante in cui potrebbero attaccare, o respingere una sortita. I più giovani e più lesti erano scesi di sella e marciavano alla testa degli assalitori. Oltre le due fosse esterne che coprivano il muro, e ch'erano state quasi colmate dai rottami delle torri, Taddeo d'Este, comandante della piazza e Gherardo Dandolo, provveditore veneziano, ne avevano fatta scavare un'altra. Gli assalitori, trattenuti da quest'ostacolo, ebbero ordine di portarvi tutti una fascina; ma n'erano tenuti lontani da una tempesta di pietre e di palle, e pochi poterono avanzarsi fino alla fossa col loro carico.
Per altro una grondaja fatta il giorno prima per mettere al coperto i lavoratori, e che non era stata atterrata, forse perchè il lavoro che copriva non era per anco ultimato, formava quasi una specie di ponte, sul quale avrebbero potuto passare due uomini di fronte al di là del fosso; ma questo ponte veniva difeso dai più valorosi tra gli assediati, ed un angolo del muro copriva gli archibugieri, che lo scopavano coi loro colpi; già da lungo tempo si combatteva presso questo ponte, e lo Sforza, che trovavasi assai vicino, ebbe un cavallo ucciso sotto di lui da una colombrina; i suoi soldati, vedutolo cadere, lo credettero morto, e cominciavano a dare a dietro; ma lo Sforza ricomparve subito sopra un altro cavallo e li rincorò. Nello stesso tempo fece appuntare un cannone contro l'angolo della muraglia che copriva gli archibugieri, ed essendo stato rovesciato al primo colpo e schiacciati molti de' suoi difensori, gli assalitori approfittarono di quest'istante di spavento per precipitarsi a traverso al ponte, munire il parapetto ed estendersi dai due lati della breccia nella strada coperta che si prolungava lungo le mura; in breve giunsero alla porta di san Lazzaro che fecero aprire. Lo Sforza vi entrò a cavallo in testa ai suoi corazzieri, e Taddeo d'Este, Gherardo Dandolo ed Alberto Scotto, vedendo la città perduta, ritiraronsi colla guarnigione nella cittadella, che non fece lunga resistenza. I cittadini, scoraggiati dalla loro ritirata, abbandonarono la difesa delle mura, e due ore avanti sera, la città fu in ogni lato aperta ai vincitori[307].
[307] _Jo. Simonetae Hist. Franc. Sfor., l. X, p. 436. — Cristof. da Soldo Ist. Bresc., t. XXI, p. 845._
Nello stato in cui trovavasi allora l'arte militare, la presa d'assalto di così grande città era un avvenimento affatto straordinario. Non erasi mai creduto che fortissime mura potessero venire scosse e rovesciate dal cannone, che si potessero superare le fosse in faccia ai difensori, e per ultimo che un'armata potesse essere forzata a combattere, non solo in una città, ma ne' semplici trinceramenti d'un campo. Quando rammentiamo l'infelice situazione cui videsi ridotto lo Sforza nel precedente anno per non essersi trovato a portata di forzare le porte del più piccolo castello, ci figuriamo quale dovette essere il di lui trionfo per essere entrato per la breccia in una città, che per estensione e forza di mura era tenuta la seconda di Lombardia. Ma questo memorabile avvenimento, che atterrì l'Italia, mostra sotto un aspetto assai odioso quelle leggi di guerra di cui gl'Italiani vantavano l'umanità. Mentre il mestiere del soldato omai altro non era che un giuoco, nel quale appena si esponeva la vita, i cittadini nelle loro disfatte rimanevano esposti alle più terribili calamità. Piacenza fu abbandonata al sacco, e non solo vennero spogliate tutte le case, ma inoltre si permise ai soldati di strappare ai proprietarj con isquisiti tormenti il segreto de' nascosti tesori, di oltraggiare le mogli e le figlie dei vinti, di ridurre in ischiavitù dieci mila cittadini, e di venderli al migliore offerente; per ultimo d'impiegare i quaranta giorni che l'armata passò in Piacenza a spogliare le case de' loro mobili, de' loro ferramenti e de' loro legnami, per caricarli sul Po, e venderli nelle vicine città. Così fu posto il colmo alla ruina di questa grande città, la quale dopo tanto disastro non potè mai rialzarsi al rango che gli avevano fatto prima occupare la sua popolazione e le sue ricchezze[308].
[308] Antonio di Ripalta, autore degli Annali di Piacenza, dopo avere perduti i suoi beni, i suoi libri e le sue proprie scritture, fu fatto schiavo; ma il suo padrone, il generale delle galere, lo rese libero in vista della sua celebrità letteraria. I suoi figli, dopo essere stati venduti, riuscirono a fuggire. _Ann. Piacent., t. XX, p. 896. — Jo. Simonetae, l. X, p. 438. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 688._ Non è già, com'è ben manifesto, attribuibile al solo cristianesimo l'abolizione della schiavitù, poichè non ebbe intero compimento che per la filantropia del 18º secolo.
Dopo avere spogliata Piacenza di tutto ciò che poteva meritare qualche prezzo, Francesco Sforza accordò alla sua armata i quartieri d'inverno, e venne egli stesso a Cremona in principio del seguente anno 1448 soltanto con due coorti. L'armata veneziana erasi accantonata tra l'Oglio, il Mincio e l'Adige, e la flotta di trentadue galeoni, che il senato veneto aveva fatta armare per liberare Piacenza, erasi ancorata in vicinanza di Casal Maggiore[309]. Un breve riposo teneva in sospeso le operazioni militari, mentre i maneggi e le negoziazioni si continuavano con grandissima attività. La stessa armata di Bartolomeo Coleoni, che aveva battuti i Francesi a Bosco, erasi avvicinata a Tortona, e l'aveva costretta a rimandare il comandante datole da Francesco Sforza, per riceverne un altro dal senato di Milano[310]. Francesco Sforza dissimulò il proprio risentimento: contro la fede del suo trattato coi Milanesi egli aveva accettato per sè medesimo il governo di Tortona, e con un atto di violenza glien'era stato levato il comando. Questi due avvenimenti contribuivano ad accrescere la vicendevole diffidenza; ma conveniva a questo generale il far uso del danaro e dei mezzi dei Milanesi per resistere ai Veneziani ed ai Francesi, che volevano avere l'eredità di Filippo Visconti; e conveniva egualmente al senato di Milano d'impiegare in sua difesa i talenti e l'armata del miglior generale d'Italia, sebbene avesse cagione di non fidarsi di lui.
[309] _Jo. Simonetae, l. X, p. 440._
[310] _Jo. Simonetae, l. X, p. 431._
La pace sarebbe stata preferibile ad una tanto sospetta alleanza. I Piccinini, sempre gelosi dello Sforza, tentarono di negoziarla coll'intervento del provveditore veneziano, Gherardo Dandolo, che tenevano prigioniere a Piacenza, e che lasciarono in libertà. Dopo queste prime aperture la città di Bergamo fu scelta per conferire tra le parti; il senato di Milano vi mandò Oldrardo Lampugnani, Giovanni Melzi, Ambrogio Alciati e Franchi Castiglione per trattare coi Veneziani[311]. Questi erano stati scoraggiati dalla perdita di Piacenza, ed acconsentirono a firmare preliminari che conservavano ad ogni potenza ciò che aveva acquistato durante la guerra. Ma questo trattato per avere forza di legge doveva a Milano passare nel consiglio degli ottocento; e Francesco Sforza, che vedeva da questo trattato ruinate tutte le sue speranze, approfittò della pubblicità che cominciava ad avere per renderlo sospetto.
[311] _Jo. Simonetae, l. XI, p. 442. — Crist. da Soldo Ist. Bresciana, t. XXI, p. 816._
Tra i fondatori della libertà milanese, si vedevano di già formarsi due fazioni. Il Trivulzio era dalle antiche sue alleanze addetto ai Guelfi, il Bossi ed il Lampugnani ai Ghibellini. Il primo vivamente bramava un trattato di pace, che proteggesse la repubblica sia contro il suo generale, sia contro i suoi nemici; gli altri, sedotti dalle insinuazioni dello Sforza, e dalle segrete sue pratiche, temevano l'antica alleanza de' Guelfi con Venezia, ed il credito che la pace darebbe ai loro avversarj. Essi rappresentarono tutto il pericolo di un trattato, che lascerebbe ai Veneziani Bergamo da una parte, e Lodi dall'altra, come pure la testa del ponte di Cassano, e molte altre fortezze sulla destra dell'Adda. Allora, dicevano essi, Milano rimarrebbe in balìa d'un senato ambizioso e perfido, che aveva più volte mostrato di prendersi così poca cura della pubblica fede. Numerosi agenti di Francesco Sforza andavano ripetendo fra il popolo, che vergognoso riusciva un tale trattato dopo la vittoria di Piacenza, e che una pace così poco sicura era peggiore della guerra. Il giorno che si adunò il consiglio degli ottocento per disaminare il trattato, tutta Porta Comasina, ossia la sesta parte della città, fu posta in movimento da Teodoro Bossi e da Giorgio Lampugnani, e gl'insorgenti protestarono con altissime grida contro la pace. Erasmo Trivulzio, atterrito, fu egli stesso forzato a rinunciarvi, ed il consiglio degli ottocento, che poteva salvare la Lombardia con un atto di moderazione, perdette la repubblica votando per la continuazione della guerra[312].
[312] _Jo. Simonetae, l. XI, p. 443. — Jos. Ripamonti, l. V, p. 613._