Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)
Part 16
Non è già che le pretese di Francesco Sforza all'eredità di Filippo Maria fossero ingiuste: i suoi diritti non erano meno fondati che quelli di qual si fosse altro pretendente; o a dir meglio fra tutti coloro che l'ambivano non vi aveva diritto che la repubblica milanese. I Visconti altro non erano che i capi della fazione seguita dai popolo innalzati al potere sovrano ora dal tacito assenso della nazione, ora dall'intrigo e dalla forza delle armi. Giammai essi non avevano fondata una monarchia regolare e costituzionale, nella quale fossero riconosciuti i diritti ereditarj. Dopo Ottone Visconti che nel 1277 diede cominciamento alla grandezza della sua casa fino a Filippo in cui si spense, non si vide in cento settant'anni una sola successione regolare. Talora tutt'i fratelli avevano regnato assieme, talvolta eransi divisi gli stati, ed ora si erano succeduti gli uni agli altri a pregiudizio de' figli; il cominciamento di qualunque regno era stato notato da qualche rivoluzione. La sola forza decideva del diritto, il timore teneva luogo dell'affetto, ed il sovrano della Lombardia non sarebbe rimasto meno sorpreso del suo popolo, se gli si fosse parlato dei diversi gradi di eredità che aprivano la successione al trono.
Nelle famiglie dei signori d'Italia i bastardi stavano quasi a livello coi figli legittimi, e se si acconsentiva che la successione dei Visconti potesse passare alle femmine, la nascita di Bianca non era una sufficiente cagione per escluderla. Nella divisione degli stati di Giovan Galeazzo, padre dell'ultimo duca, il suo bastardo Gabriele aveva avuta una parte press'a poco eguale a quella dei figli legittimi; Lionello d'Este, allora regnante, e dopo di lui Borso, l'uno e l'altro bastardi di Niccolò III, vennero chiamati alla signoria di Ferrara e di Modena in pregiudizio de' loro fratelli maggiori nati da legittimo matrimonio; e la successione della casa della Scala erasi trasmessa dal principio fino alla fine da bastardo in bastardo. Santi Cascese era stato di fresco chiamato al governo di Bologna come figlio adulterino di un Bentivoglio, mentre che Federico di Montefeltro, che sapevasi non essere figliuolo del conte Guido, di cui portava il nome, veniva riconosciuto per signore d'Urbino. Effettivamente il popolo non considerava in verun modo i diritti di successione come sono regolati dalle leggi per le private proprietà, ma soltanto la garanzia che il nuovo capo poteva dare per la sua età, per i suoi talenti, al partito di cui la di lui famiglia era stata capo.
I diritti che la casa d'Orleans pretendeva avere acquistati da Valentina Visconti, sorella dell'ultimo duca, erano fondati sull'ipotesi che la Lombardia fosse un feudo femminino; ma la Lombardia non era nè un feudo, nè una successione aperta alle femmine. I diritti che gl'imperatori fecero in appresso valere sul ducato di Milano, come ricaduto alla diretta dell'impero per l'estinzione della linea Visconti, non erano più legittimi degli altri, perchè Milano, avanti la fondazione del ducato, ed anche prima della grandezza della casa Visconti, era uno stato libero sebbene membro dell'impero, nè mai aveva appartenuto all'imperatore. La corona ducale poteva ritornare a quello che l'aveva accordata, ma la sovranità non doveva uscire dalle mani dei Lombardi, di cui questi duchi non erano che i mandatarj. I diritti d'Alfonso V, re d'Arragona e di Napoli, appoggiati ad un vero o supposto testamento di Filippo Maria a suo favore, erano egualmente invalidi, perchè al duca di Milano non era mai stato accordato di disporre per testamento del governo dei suoi popoli. Finalmente i diritti di Francesco Sforza, come sposo dell'unica figlia dell'ultimo sovrano, in un paese in cui le figlie non erano mai succedute, dipendeva totalmente dall'assenso del popolo. Se gli amici dei Visconti, se i nobili ghibellini, che avevano voluto dare e conservare un capo al loro partito, credevano che l'educazione di Bianca fra di loro, che la di lei successione ai beni patrimoniali, che il reciproco affetto fra di lei ed i servitori di suo padre, loro assicurassero la sua persistenza e quella del suo sposo nelle massime del governo di cui essi avevano cercata la guarenzia, erano padroni di considerare Francesco Sforza, dopo il suo matrimonio con Bianca, come il rappresentante d'una famiglia, cui essi avevano consacrate le loro spade e le loro sostanze. Era in conseguenza di questo stesso diritto ch'essi renduto avevano a Filippo Maria quell'ubbidienza che ritirata avevano a Giovan Maria suo fratello, che precedentemente avevano sostituito Giovan Galeazzo a Barnabò ed ai suoi figliuoli, e che più anticamente scelto avevano a vicenda Azzo, Lucchino e Giovan Visconti, senza giammai attenersi alla diretta linea di successione. Ma se Bianca non portava allo sposo l'affetto d'una fazione, e l'attaccamento della maggiorità della nazione, non aveva verun diritto legale da far valere. La sola repubblica milanese avea giustissimo titolo per riclamare la sua sovranità. Non solo quando spontaneamente si era assoggettato alla signoria de' Visconti non aveva acconsentito che la sovranità passasse ad un'altra famiglia, ma non aveva pure riconosciuta altra eredità nella famiglia Visconti, che quella ch'essa sanzionava co' suoi suffragi in ogni cambiamento di regno. Una deliberazione dei consiglj aveva sempre deferiti ad ogni Visconti, l'uno dopo l'altro, il titolo ed i diritti di _perpetuo signore di Milano_; e quand'anche questa deliberazione fosse stata più volte estorta colla forza, non pertanto questa sola dava al titolo di signore qualche apparenza di legalità.
Ma quando venne a morte Filippo Maria, i Milanesi erano ben lontani dai cercare un nuovo capo di parte, e dal sottomettersi a nuovi signori. Avevano provate tutte le disgrazie che la tirannide di ambiziosi padroni può chiamare sopra un popolo, ed accusavano dolendosene la memoria de' loro antenati, che, sedotti dalle pratiche dell'arcivescovo Ottone, avevano acconsentito che la di lui famiglia riducesse la patria in servitù[280]. Si era loro tenuta segreta la malattia di Filippo Maria. Questo principe, che si era sempre renduto invisibile ai suo popolo, e che non aveva mai accordate agli ambasciatori stranieri che udienze assai rare, aveva languito otto giorni per una dissenteria, cui dovette finalmente soggiacere, senza che alcuno, in fuori de' suoi più intimi familiari, avesse soltanto sospettato che avesse qualche indisposizione di salute. Il consiglio di Milano volentieri avrebbe ancora lungo tempo nascosto quest'avvenimento, onde non accrescere il coraggio o dei nemici che di già si trovavano alle porte della città, o delle diverse fazioni pronte a scoppiare. Ma l'ambizione ed un antico spirito di parte avevano fatto abbracciare queste determinazioni a questi consiglieri troppo egoisti per pensare ai diritti della loro patria. L'antica rivalità delle scuole militari di Sforza e di Braccio dividevano il consiglio. Francesco Landriano e Broccardo Persico, addetti alla milizia di Braccio, volevano far passare al re di Napoli la sovranità della Lombardia. Alfonso, essi dicevano, era il più ricco ed il più potente principe d'Italia, egli era stato con lunga alleanza unito a Filippo Maria, e ne aveva ricevuti beneficj che non aveva dimenticati; onde trasporterebbe ai consiglieri del duca la propria riconoscenza. Dall'altro canto Andrea Birago cogli amici dello Sforza, e coloro che avevano servito nella di lui milizia, facevano valere i legami del sangue che univano alla casa Visconti il conte Francesco, le promesse dell'ultimo duca, e la naturale successione di una figlia a suo padre[281].
[280] _Joseph. Ripamontii Hist. Urbis Mediol. ap. Graevium. Thesaur. Hist. et Antiquitatum Italiae, t. II, l. X, p. 609._
[281] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 397._
La vinsero i partigiani d'Alfonso, i quali pretesero di eseguire in tal modo la volontà manifestata da Filippo Maria negli ultimi istanti di vita, e consegnarono la cittadella ed il castello a Raimondo Boile, luogotenente del re, che di fresco era giunto dalla Puglia con una piccola armata ausiliaria. Le insegne arragonesi, che si videro spiegate sul castello del duca, indicarono ai Milanesi la morte del loro sovrano, e la rivoluzione che pretendeva di fare un consiglio di ministri; ed i capi del partito popolare furono avvisati di prendersi cura della libertà del loro paese.
Quattro cittadini egualmente distinti per nascita, per ricchezze, per talenti, e pel loro zelo per il ben pubblico, Antonio Trivulzio, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnani ed Innocenzo Cotta, si adunarono per provvedere alla libertà della loro patria, giurando di non permettere che ricadesse in servitù. Allo spuntare del giorno tutta la città fu informata della morte del Visconti, tutte le botteghe si tennero chiuse, si barricarono le strade con catene, e quelle che conducevano al castello vennero tagliate con profonde fosse. Trivulzio, Bossi, Lampugnani e Cotta si divisero i quartieri della città, fecero adunare il popolo alle sei porte, e furono da ogni porta nominati quattro deputati. Un supremo consiglio formato da queste sei deputazioni doveva rappresentare la repubblica, ed essere rinnovato ogni due mesi, come la signoria di Firenze; i quattro promotori della rivoluzione vennero nominati i primi a questa nuova magistratura. Nello stesso tempo Raimondo Boile, cogli antichi consiglieri del duca, aveva chiamati in castello tutti i condottieri che trovavansi allora in città, cioè Guido Antonio Manfredi di Faenza, Carlo Gonzaga, Luigi del Verme, Guido Torello ed i fratelli Sanseverino, e gli aveva tutti persuasi a giurare ubbidienza ad Alfonso: ma appena furono usciti di castello, che, strascinati dal movimento popolare, riconobbero il nuovo governo, e si posero al soldo della repubblica, che veniva allora costituita[282].
[282] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 398._
Questa nuova magistratura aveva permesso che l'ultimo duca si portasse al sepolcro colle consuete cerimonie; e la marcia del corteggio non venne sturbata da verun popolare movimento; ma si agitavano in allora così grandi interessi, timori così vivi, così variate speranze, notizie così contraddittorie succedevansi con tanta rapidità, che i cittadini, dopo essersi uniti alla pompa funebre, l'abbandonarono successivamente, e gli stessi preti se ne allontanarono, onde a stento si potè portare il corpo di Filippo fino al sepolcro che gli era stato destinato, dietro all'altar maggiore della cattedrale[283].
[283] _Josephi Ripamontii, l. V, p. 610. — Jo. Simonetae, l. IX, p. 398._
Il primo affare che doveva trattarsi dal nuovo governo doveva essere l'acquisto delle cittadelle, perchè i soldati forestieri che le occupavano potevano essere tentati di venderle ai Veneziani, ed aprir loro in tal modo la città. Gli equipaggi di Raimondo Boile vennero abbandonati al popolo per punirlo d'avere occupato il castello. I soldati, spaventati da quest'esecuzione, divisi da molte centinaja di miglia dalle armate del re di Napoli, e non avendo fatto alcun apparecchio per sostenere un assedio, aprirono le porte quasi subito dopo. Quelli del castello di porta Zobia pareva che si disponessero a fare maggiore resistenza; ma perchè non formavano in tutto che tre compagnie, ascoltarono proposizioni di accomodamento. Venne loro permesso di dividersi diciassette mila fiorini rimasti nella cassetta del principe, ed a tale condizione consegnarono il castello. All'istante queste due formidabili fortezze furono atterrate dal popolo, ed il grosso de' cittadini più non abbandonò il lavoro, finchè non furono uguagliate al suolo.
Ne' precedenti mesi, ad istanza di Niccolò V, nuovo papa, erasi cominciato a trattare di pace. Si era aperto un congresso a Ferrara sotto la presidenza del marchese Lionello, e di un legato del papa; gli ambasciatori de' Veneziani, dei Fiorentini e del duca di Milano, che trattavano ancora per parte di Alfonso, vi si erano di già recati. Le varie proposizioni, o di una tregua fondata sullo stato attuale di possedimenti, o di una pace con reciproca restituzione, erano state discusse, indi lasciate alla scelta di Filippo Maria, e l'opera del congresso poteva in qualche modo risguardarsi come terminata[284]. I magistrati della nuova repubblica di Milano, che bramavano di essere in pace con tutti, dichiararono che volevano proseguire la negoziazione, e che accetterebbero le condizioni convenute col loro duca: ma i Veneziani, che vedevano affacciarsi alla loro cupidigia nuove conquiste, rigettarono quest'offerta quasi con derisione. Prima di restituire ai Milanesi gli stati che avevano appartenuti a Filippo Maria, chiesero il pagamento di tutte le spese della guerra, e di tutti i danni loro dalla medesima cagionati[285]. Ruppero così ogni trattato, e ritiraronsi dal congresso, ad altro più non pensando che a dividersi le spoglie dell'ultimo Visconti[286].
[284] _Niccolò Machiavelli, l. VI, p. 206. — Barth. Facii, l. IX, p. 141._
[285] _M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 188. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1126._
[286] _Platina Hist. Mant., t. XX, l. VI, p. 843._
Il doge Francesco Foscari, uomo ambizioso, che amava la guerra, e che lusingatasi d'illustrare il suo regno colle conquiste, trovavasi in allora dominante nei consiglj di Venezia. Egli strascinò la repubblica a tener dietro a progetti d'aggrandimento, che parevano favoriti dalle circostanze. Per altro ella sagrificò le sue antiche massime di giustizia e di libertà ad una falsa politica. I Veneziani non dovevano supporre che gli altri stati d'Italia, nè gli stessi loro alleati gli acconsentissero giammai di soggiogare la Lombardia. Ostinandosi a combattere, senz'esserne provocati, la repubblica di Milano, la spinsero sotto il giogo dello Sforza, si procurarono un più pericoloso vicino che non lo erano i Visconti, e per un necessario concatenamento, furono la prima cagione delle guerre de' Francesi e de' Tedeschi alla fine del secolo pel possedimento dello stato Milanese; mentre che se tre potenti repubbliche, Milano, Venezia e Firenze, si fossero divisa l'Italia superiore, e ne avessero mantenuto l'equilibrio, questa contrada, assai più forte e più ricca sotto una paterna amministrazione, non sarebbe mai più diventata preda dagli stranieri.
Il governo di Milano, in guerra con Venezia, incerto rispetto ai suoi rapporti con Firenze ed alla condotta che terrebbe il conte Sforza, non era neppure succeduto a tutta la potenza che aveva esercitata l'ultimo Visconti. In tutto il ducato un'eguale oppressione aveva fatto nascere un eguale desiderio di libertà; in tutte le città era stato proclamato il nome di repubblica, ma in quasi tutte l'amore dell'indipendenza nazionale pareggiava per lo meno l'amore della libertà politica. Il giogo dei Milanesi detestavasi quanto quello dei Visconti, ed ogni città, ch'era stata repubblica, voleva esserlo ancora. Pavia aveva lungo tempo conteso a Milano il primo rango tra le città lombarde; era stata la favorita residenza di Giovanni Galeazzo, il più grande dei Visconti; il suo orgoglio fortificava il suo amore per l'indipendenza, ed ella era determinata di tutto soffrire, piuttosto che di ubbidire ai Milanesi. Il popolo di Pavia nominò i suoi magistrati, si costituì in repubblica, ed intraprese subito l'assedio della fortezza che signoreggiava la città. Una parte del tesoro del duca e delle munizioni di guerra era stata deposta in questa fortezza, ma Matteo Bolognini, che ne aveva il comando, rispinse con ostinazione tutti gli sforzi degli assalitori. Le città di Como, Alessandria e Novara, ch'erano attaccate ai Milanesi più per affetto che per ubbidienza, dichiararono di seguire la sorte della nuova repubblica; ma Lodi, che pei suoi rapporti di commercio, e per la maggioranza della fazione Guelfa, era unita ai Veneziani, rispinse i due Piccinini, e li costrinse a rifugiarsi a Pizzighettone, dopo di che la città mandò a chiedere a Michele Attendolo una guarnigione veneziana, ch'entrò il 16 agosto, cinque giorni dopo la morte del duca[287]. Il castello di san Colombano, posto tra Lodi e Pavia, si unì pure volontariamente ai Veneziani. Piacenza trovavasi divisa in quattro fazioni, dirette da quattro potenti famiglie. Quella degli Anguissola era la sola affezionata ai Ghibellini, e le tre altre, riunite dal medesimo amore per la parte Guelfa, si decisero all'ultimo, per metter fine alla lite, a sottomettersi ai Veneziani. Taddeo d'Este, uno de' generali di Venezia, prese possesso di Piacenza il 20 d'agosto con mille cinquecento cavalli, ed in pochi giorni sottomise ancora tutto il suo territorio[288]. Parma e Tortona si eressero in repubbliche; Asti aprì le sue porte a Rinaldo di Dresnay, che ne prese possesso a nome di Carlo, duca d'Orleans, in conseguenza dei trattati cominciati pochi mesi prima tra Filippo e Carlo VII, e come dote di Valentina Visconti. In tutte le città si videro rientrare gli esiliati ed i proscritti, e riprendere dovunque il possesso de' loro beni, che il fisco si era appropriati, o aveva venduti, cacciandone colla spada alla mano i nuovi proprietarj[289].
[287] _Cristof. da Soldo Istor. Bresc., t. XXI, p. 843._
[288] _Cristof. da Soldo Istor. Bresc., t. XXI, p. 843. — Plat. Hist. Mant., t. XX, p. 843. — Ann. Placent. Anton. de Ripalta, t. XX, p. 892._
[289] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 399. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 188._
I capi della repubblica milanese, attaccati dai Veneziani, abbandonati dalla metà dei popoli ch'erano stati prima governati dal duca, e male ubbiditi dall'altra, qualunque volta volevano mantenere l'ordine, levare soldati e fare regolarmente pagare le imposte, minacciati dal re Alfonso, dai Savojardi e dai Francesi, che tutti annunciavano varie pretese sull'eredità dei Visconti, credettero di dover chiedere l'assistenza di Francesco Sforza, per non dover contare tra i suoi nemici anche questo condottiere. Lo Sforza aveva di già condotta la sua armata ai confini per soccorrere il principe di cui essi erano rimasti i rappresentanti, e quest'armata formava l'unica loro speranza. Scaramuccio Balbo offrì a questo grande capitano, in nome della repubblica milanese, di mantenere il trattato che con lui aveva fatto il Visconti, continuandogli pure il medesimo pagamento e le condizioni medesime per combattere gli stessi nemici e difendere lo stesso paese. Bentosto Antonio Trivulzio si recò presso al generale, ed aggiunse a tali offerte, la cessione dei diritti dei Milanesi sopra Brescia, o sopra Verona, se riusciva allo Sforza di togliere ai Veneziani l'una o l'altra di queste città. Lo Sforza, che erasi avanzato fino a Cremona per vedere quale partito potesse tirare dalle turbolenze della Lombardia, accettò senza difficoltà le offerte condizioni, sebbene gli paresse dura cosa il dover ubbidire a coloro cui aveva sperato di comandare. Apparecchiossi dunque alla guerra, ma senza deporre la speranza di costringere un giorno i Milanesi a riconoscere un'autorità, che per ora abbassavasi innanzi alla loro[290].
[290] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 401. — Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 205. — Josephi Ripamontii Hist. Urb. Med., l. V, p. 611._
Il primo servigio che rese alla repubblica, dalla quale riceveva il soldo, fu d'intimidire i Parmigiani, avanzandosi fin sotto le loro mura. Questi per evitare le ostilità si obbligarono a seguire senza eccezione la sorte di Milano, ed a riconoscere sempre gli stessi amici e nemici[291]. Lo Sforza rinnovò in appresso la sua alleanza con Rinaldo Palavicini, che gli accordò un libero commercio ne' suoi feudi. Trovò a Cremona mille cinquecento cavalieri di Guid'Antonio Manfredi, ch'erano stati scacciati dal Lodigiano dai Veneziani, e ch'egli riunì sotto le sue insegne. Recandosi quindi con una piccola scorta a Pizzighettone, presso ai due Piccinini, si guadagnò il loro affetto con questa prova di confidenza; li trovò disanimati nella universale rivoluzione, e disposti a trattare coi Veneziani, che di già gl'invitavano a dividere le future loro conquiste, offrendo loro in ricompensa della loro _defezione_, Cremona in sovranità al primogenito, Crema al secondo. Lo Sforza seppe così destramente maneggiarli, che malgrado l'antica rivalità tra le due scuole militari, e malgrado le vicendevoli loro offese, li persuase a restare ancor essi attaccati alla repubblica milanese, ed a rinnovare con Luigi Bossi e Pietro Cotta, deputati della repubblica, il trattato che avevano fatto col duca[292]. Lo Sforza passò in appresso l'Adda con Francesco Piccinino, il 30 di settembre, ed entrò nel territorio di Lodi. Il generale veneziano Michele Attendolo, suo parente, che si era indebolito per le molte guarnigioni ch'era stato obbligato di staccare dalla sua armata, e per la vasta estensione del paese che occupava, non si trovò in istato di fargli testa, e lasciò che assediasse il castello di san Colombano, che si arrese il 15 dello stesso mese[293].
[291] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 401._
[292] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 403. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII, p. 1126._
[293] _Cristof. da Soldo Istor. Bresc., t. XXI, p. 843._
I Veneziani, disperdendo le loro forze, avevano perduta quella superiorità che conservata avevano fino a tale epoca sopra Filippo dopo la battaglia di Casale, e la moltiplicità delle conquiste ebbe per loro quasi le conseguenze di una disfatta. Per rifare la loro armata, radunarono quanto fu possibile di gente con nuove leve in Bergamo ed in Brescia; dall'altro canto i Milanesi erano stati abbandonati da diversi loro condottieri, tra gli altri da Alberto Pio, signore di Carpi, il quale, saccheggiati il palazzo del duca ed i castelli che trovaronsi a lui più vicini, passò, carico di preda, al proprio paese[294]. Per altro lo Sforza fece un ragguardevole acquisto, prendendo al soldo de' Milanesi Bartolomeo Coleoni di Bergamo, che, dopo essersi fatto qualche nome, era stato nel precedente anno arrestato per ordine di Filippo Maria, e chiuso nelle prigioni di Monza. Il Coleoni trovò modo di fuggire, quando la morte del duca rese il suo custode meno rigoroso; ed i suoi antichi soldati, accantonati a Landriano, avendolo riconosciuto in tempo della sua fuga, si erano nuovamente adunati sotto le sue insegne. Lo Sforza richiamollo da Pavia, ov'erasi rifugiato, per incorporarlo all'armata milanese[295].
[294] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 403._
[295] _M. A. Sabellico Ist. Ven. Dec. III, l. VI, f. 189. — Marin Sanuto, Vite dei Duchi, p. 1127. — Ant. Cornazzani de Vita et gest. Barthol. Coleionis, l. IV, p. 18, ap. Burmannum Thesaur., t. IX, p. VI._