Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)

Part 15

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Il sacco dell'armata veneziana si stese intorno a Monza e fino alle porte di Milano, ed alcune bande di prigionieri presi ne' villaggi seguivano le mandre de' buoi tolti nelle stalle degli agricoltori. Michele da Cotignola non si limitò a questa momentanea scorreria, ma occupò Cassano, e vi fortificò una testa del ponte, lasciandovi due mila cavalli con un corpo d'infanteria, per avere aperto il territorio milanese, qualunque volta trovasse utile di tornarvi. Diede poi riposo alla sua cavalleria in Caravaggio, senza che questa sua inazione lasciasse il nemico tranquillo, perchè ad ogn'istante poteva di nuovo spingere ancor più lontano le sue scorrerie ed i guasti[262].

[262] _Jo. Simonetae, l. VIII., p. 385. — Istor. Bresciana, p. 838. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1123._

Francesco Sforza aveva approfittato di questa diversione per ristabilire i suoi affari in Romagna e nel contado d'Urbino. Gli si erano uniti in principio d'ottobre Guid'Antonio Manfredi e Simoneta di Campo San Pietro, condottieri al soldo de' Fiorentini; onde trovandosi superiore di forze, aveva sfidato a battaglia il patriarca d'Aquilea che non ardì accettarla. Lo Sforza coll'intromissione di Federico da Monte Feltro erasi riconciliato con suo fratello Alessandro, ed aveva in oltre ricuperate colle armi varie fortezze del contado d'Urbino e dello stato di Rimini. Non pertanto sopraggiunse l'inverno, avanti che ottener potesse qualche decisivo vantaggio, e fu costretto a rimanersi inattivo pel cattivo tempo, che pure procurò un poco di riposo ai sudditi del duca di Milano in Lombardia[263].

[263] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 382. — Scip. Ammirato, l. XXII, p. 52. — Guern. Bernio Cronica d'Agobbio, p. 986. — Barthol. Facii, l. VIII, p. 137._

I popoli di questa provincia non erano altrimenti affezionati al loro sovrano; e perchè lo vedevano senza successori, pensavano assai meno a difenderlo, che a guadagnarsi l'affetto de' nuovi padroni che potrebbe dar loro la sorte delle armi; onde Filippo non aveva il sicuro possedimento di veruno de' suoi stati. Perciò, durante l'inverno, si rivolse a tutti i suoi alleati e vicini, caldamente loro chiedendo potenti soccorsi. Ricordava ad Alfonso, re di Napoli, d'avergli posta la corona in capo, e lo pregava a volere adesso sostenere la sua; lo sollecitava a mandare in Lombardia Raimondo Boile, che fin allora aveva a nome dei re guerreggiato nella Marca, ed a fare un'invasione nella Toscana per costringere i Fiorentini a difendere sè stessi, invece di lasciare le forze loro a disposizione dei Veneziani. Gli rappresentava che il senato di Venezia, più costante che verun monarca ne' suoi progetti ambiziosi, teneva dietro da oltre un secolo a quello di conquistare tutta la Lombardia; che adesso era più vicino a conseguire il suo desiderio, che mai lo fosse stato in addietro, e che se giugneva una volta ad estendere la sua signoria dalle Alpi agli Appennini, questo corpo, i di cui consiglj non venivano traviati da personali passioni, nè i tesori dissipati da verun lusso, si assoggetterebbe facilmente tutto il restante dell'Italia. Questi timori, che il Visconti faceva vittoriosamente valere presso Alfonso, non lasciavano di avere altresì qualche influenza sopra Cosimo de' Medici e sopra lo stesso Francesco Sforza.

Il mantenimento dell'equilibrio d'Italia non avrebbe mosso l'animo di Carlo VII, re di Francia, dal quale il duca di Milano sperava pure soccorsi. Il monarca francese, occupato in una lunga lite coll'Inghilterra, non poteva fermare lo sguardo sopra l'Italia, ed avrebbe veduto con indifferenza le conquiste della repubblica di Venezia e l'abbassamento di tutti i suoi rivali. E se pure la Francia conservava, in forza delle antiche affezioni, qualche attaccamento ad alcun partito, era a quello dei Guelfi, alle due repubbliche ed a Francesco Sforza. Ciò non ostante il Visconti non disperava di averla in sua difesa, onde mandò a Carlo VII Tomaso Tebaldi di Bologna, suo segretario, e per prezzo dei corpi di truppe ch'egli domandava, gli offrì la restituzione della città d'Asti, ch'era stata precedentemente data alla casa d'Orleans, come dote di Valentina Visconti. Finalmente un'ultima ambasciata fu spedita allo stesso Sforza, chiedendogli di prendere le difese del suocero contro i Veneziani, che volevano spogliarlo de' suoi stati. Gli faceva osservare, che di già oppresso dalla vecchiaja, e da nuova infermità che quasi lo rendeva cieco, non aveva altro appoggio naturale che il marito dell'unica sua figlia, cui destinava la sua eredità, ond'egli almeno desiderare non poteva la ruina di quegli stati, di cui doveva un giorno essere padrone[264].

[264] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 386. — Nicc. Machiavelli Istor. Fior., l. VII, p. 202._

Lo Sforza assediava in allora il castello di Gradaria, dal quale fu costretto di levare l'assedio dopo quaranta giorni per mancanza di danaro e di polvere da cannone. Era egli giustamente adirato contro Filippo, l'istigatore d'una guerra che sembrava avere avuto per oggetto la totale sua rovina, e che di già lo aveva privato di tutti i suoi stati. Sapeva quanta poca fede prestar doveva alle parole del suocero, dalla di cui perfidia poteva tutto temere, se giammai si trovasse in sua balìa, dopo avere abbandonata l'alleanza dei Fiorentini e de' Veneziani. Dall'altro canto sentiva quanto gli sarebbe utile il riconciliarsi col duca di Milano, potendo soltanto con tale riconciliazione nodrire la speranza della successione dei Visconti, alla quale era ben lontano di voler rinunciare. Egli sentiva che se i Veneziani conquistavano una volta la Lombardia, non potrebbe poi in alcun modo strapparla dalle loro mani; e la loro vittoria a Casal Maggiore, che in sulle prime lo aveva colmato di gioja, non aveva lasciato in appresso di tenerlo inquietissimo. Aspettando opportunità per decidersi senza pericolo, andava guadagnando tempo con equivoche negoziazioni; per mezzo de' suoi ambasciatori esponeva ai suoi alleati l'intera sua nudità, ed i sempre rinascenti bisogni della guerra. I Fiorentini, che più non temevano la potenza del duca di Milano, andavano più a rilento nell'accordare sussidj, ed i Veneziani sempre facevano un amaro confronto dei continui disastri della Marca, coi prosperi avvenimenti di Lombardia. Quando il conte Sforza domandava nuovi soccorsi, rispondevano che il loro generale, Michele Attendolo, impiegherebbe più utilmente il loro danaro e le loro munizioni per la causa comune. L'assedio di Gradaria mal riuscito, era loro costato, essi dicevano, più tesori che non sarebbero abbisognati per conquistare metà della Lombardia[265]. Un'universale diffidenza disanimava i suoi alleati, e lo Sforza, che la conosceva, e che le dava motivo, non lasciava perciò di sollecitare sussidj, non solo per conseguirli, ma ancora perchè il rifiuto de' suoi alleati fosse un motivo per giustificarsi, qualunque volta si risolvesse di abbandonarli[266].

[265] _Scip. Ammirato Stor. Fiorent., l. XXII, p. 53._

[266] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 388._

Il più intimo consigliere dello Sforza, il suo segretario Giovanni Simonetta, cui andiamo debitori dell'eccellente storia che ci serve di guida in tutto questo periodo di tempo, assicura che Cosimo de' Medici, consultato dal suo padrone circa la condotta che tener doveva, lo esortò segretamente a non seguire altra norma che quella del proprio interesse, ed a non credersi totalmente legato verso le due repubbliche, che non l'avevano ajutato pel solo suo vantaggio, ma per il proprio[267]. In tal modo cominciava a manifestarsi quel piano di politica che in breve vedremo adottato dal Medici, e quella gelosia contro Venezia, per la quale mutò tutte le alleanze d'Italia. Lo Sforza accolse con infinito piacere questo consiglio, risguardandolo come un indizio delle segrete disposizioni de' Fiorentini, e si trovò incoraggiato ne' progetti che aveva di già adottati; perciocchè i consiglj d'egoismo e di mala fede non sono d'ordinario chiesti che da coloro i quali sono di già risoluti di seguirli. Intanto questi contraddittori trattati tenevano tutti gli animi sospesi; l'intera Italia si aspettava qualche grande avvenimento, allorchè impreveduti accidenti mutarono di nuovo i calcoli e le opinioni delle potenze belligeranti.

[267] _Ivi._

Papa Eugenio, la di cui inquieta attività era stata cagione di così violenti scosse allo stato ed alla Chiesa, morì in Roma il 23 febbrajo del 1447. Le austerità monacali, ch'egli rigorosamente sostenne, fecero scordare agli scrittori ecclesiastici il suo scandaloso disprezzo pei giuramenti più solenni, la sua cieca confidenza ne' suoi favoriti, e la parte che prese in odiose perfidie; essi lo rappresentarono come un santo[268], mentre la storia non può risguardarlo che come un cattivo sovrano. Quando gli si accostò l'arcivescovo di Firenze per dargli l'estrema unzione, Eugenio lo rispinse con vivacità, dicendogli «di sentirsi ancora forte, che l'istante non era ancora giunto, e che gliene darebbe avviso, a quando fosse tempo». Allorchè questo aneddoto fu raccontato ad Alfonso, disse: «Dobbiamo esser noi maravigliati che abbia voluto combattere contro Francesco Sforza, contro i Colonna, contro di me, contro tutta l'Italia, colui che osò combattere contro la stessa morte, e che appena ne fu vinto[269]?» Per altro questa morte poteva variare tutta la politica dell'Italia meridionale, ed Alfonso, in allora meno occupato della guerra dello Sforza, si affrettò di passare a Tivoli sotto colore di occuparsi della sicurezza di Roma, ma in realtà per esercitare maggior influenza nel conclave, e meglio conoscere le disposizioni del futuro pontefice[270].

[268] _Vespasiani Vita Eugenii IV, t. XXV, Rer. Ital., p. 255. — Raynald. Ann. Eccles. 1447, § 13, p. 234._

[269] _Oratio Aeneae Silvii de morte Eugenii IV coram Federico III habita, t. III, p. II, Rer. Ital., p. 889._

[270] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 53. — Barth. Facii, l. IX, p. 139._

Dall'altro canto i Veneziani, omai più non dubitando che il conte Sforza non mantenesse segrete corrispondenze col duca di Milano, vollero prevenire l'istante in cui sarebbesi dichiarato contro di loro. Avevano essi difesa la sua città di Cremona contro il Visconti, calcolando che servirebbe di baluardo ai loro stati di terra ferma; ora avevano cagione di temere che questa città medesima servisse di piazza d'armi per attaccarli. Commisero dunque al loro generale, Michele Attendolo di Cotignola, di occuparla. Gherardo Dandolo, ch'essi vi avevano posto per loro commissario, doveva consegnargli una porta coll'ajuto dei Guelfi Cremonesi. Ma il luogotenente dello Sforza, egualmente attento ai progetti dei suoi alleati e de' suoi nemici, sventò questa trama, tenne tutti gli abitanti in dovere, e quando il 4 marzo comparì l'Attendolo sotto Cremona, lo sforzò a ritirarsi coperto della vergogna d'un tradimento che non aveva saputo condurre a buon termine[271].

[271] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 389. — Cristof. da Soldo Istor. Bresc., p. 839._

Francesco Sforza, che tuttavia mostravasi dubbioso nella scelta, più non bilanciò dopo quest'attentato dei Veneziani; accettò le proposizioni di suo suocero, il quale gli promise dugento quattro mila fiorini d'oro all'anno pel mantenimento delle sue truppe, somma eguale a quella che i Fiorentini ed i Veneziani gli avevano fin allora pagata. Nello stesso tempo il Visconti gli diede la suprema autorità militare in tutte le fortezze, e sopra tutti i soldati degli stati milanesi; gli mandò danaro, e gli fece pagare altre somme in suo nome da Alfonso; onde lo Sforza, sagrificando gli antichi suoi alleati al nemico, cominciò gli apparecchi per entrar presto in campagna[272]. Ma fin allora non erasi ancor veduto Filippo lungamente fedele a verun progetto. Non ebbe appena conchiuso questo trattato col genero, ch'ebbe timore d'essersi interamente posto tra le mani di questo ambizioso generale. Era circondato da consiglieri e da generali formati nella scuola di Braccio, ed attaccati a quella che chiamavasi fazione militare de' _Bracceschi_. Tutti vedevano con estremo dolore l'ingrandimento dello Sforza e del suo partito, che riguardavano come il segno della propria ruina. I due fratelli Piccinino, Niccolò Guerrieri di Parma, Antonio da Pesaro e Giacomo d'Imola, abituali consiglieri di Filippo, tostocchè si avvidero di qualche principio di diffidenza nel principe, si presero cura di accrescerla. Pretesero che lo Sforza apparecchiavasi ad entrare come padrone nel Milanese, che di già prometteva anticipate ricompense ai suoi soldati, terre agli ufficiali, come se fosse già sovrano degli stati del suocero: e seppero a tal segno inasprire la gelosa anima del Visconti, che questi fece sospendere i sussidj promessi allo Sforza, cui ordinò in pari tempo di portarsi direttamente sopra Padova o sopra Verona, senza avvicinarsi a Milano, e senza toccare i confini de' suoi stati. E quando seppe che Francesco Sforza aveva mandati suo figlio e sua figlia a Cremona perchè fossero presentati all'avo loro, lungi dal mostrarsi desideroso di vederli, fece loro proibire di passare i confini del Milanese[273].

[272] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 391. — Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 682. — Barthol. Facii, l. IX, p. 140._

[273] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 392._

Francesco Sforza, maravigliato da così subito cambiamento, temette di avere perduti gli antichi suoi alleati, senza averne acquistato un nuovo. Il piano di campagna, che gli si proponeva, era contrario a tutte le regole dell'arte militare. Questo grande capitano, troppo povero per equipaggiare la sua armata, reso troppo incerto da contraddittorj avvisi per prendere qualche consiglio, trattenevasi irrisoluto ai confini dello stato d'Urbino. Egli e suo suocero insieme perdevano in tal modo l'istante di operare, mentre i Veneziani sapevano approfittarne. In principio di primavera la loro armata guastò il Cremonese, che tutto occupò ad eccezione della capitale. Passò in appresso il ponte di Cassano, e Michele da Cotignola venne a porre il suo campo a tre sole miglia da Milano. Mentre saccheggiava le campagne fino alle porte della capitale, cui si presentò più d'una volta[274], teneva vive segrete intelligenze con coloro ch'egli credeva avere maggiore influenza sul popolo. I Veneziani annunciavano la vicina morte di Filippo, col quale spegnevasi la casa Visconti, ed offrivano ai Milanesi o di passare sotto il loro dominio, conservando tutti i loro privilegi, o pure di ristabilire la loro repubblica, se volevano prendere le armi senz'altro indugio, e porsi in libertà[275].

[274] _Cristof. da Soldo Istor. Bresc., p. 841._

[275] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 1125. — M. A. Sabellico Hist. Venet. Dec. III, l. VI, f. 187, v._

Filippo non ardiva arrischiare una battaglia per liberare la sua capitale; ordinò al contrario ai suoi generali di tenere i loro soldati chiusi in città. Altronde il pericolo e la ruina de' suoi stati gli fecero sentire la necessità di ricorrere a suo genero. Questa volta pare che mettesse affatto da banda la diffidenza ed i sospetti, non ponendo veruna condizione alla sua marcia, e facendogli anticipare danaro da Alfonso, perchè non si trovava in istato di somministrargli quanto gli aveva promesso. Il re di Napoli, che desiderava liberare sè ed il papa dall'incomoda vicinanza d'un condottiere, dichiarò di non voler pagare il danaro chiesto dal Visconti finchè lo Sforza non restituiva a Niccolò V, successore d'Eugenio IV, la città di Jesi, che tuttavia possedeva nella Marca, rinunciando ad una sovranità per la quale erasi sparso tanto sangue. Il conte, che non poteva far uso della sua armata per mancanza di danaro, e che colla sua inazione correva pericolo di perdere la sua riputazione militare, i soldati, egli stati, acconsentì all'ultimo ad abbandonare una città fedele, che durante due anni d'assedio, aveva per lui infinitamente sofferto. Rendette Jesi al papa, ricevendo in ricompensa dalle mani di Alfonso trentacinque mila fiorini, coi quali rifece la sua armata[276].

[276] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 394._

Fino dall'undici di marzo il conte Sforza, colla mediazione del duca d'Urbino, aveva firmato una tregua con Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, in forza della quale aveva assicurato a suo fratello Alessandro il pacifico possesso di Pesaro; ed egli abbandonava la Marca, senza aver più alcun motivo di trattenersi negli stati della Chiesa. Si mosse il 9 agosto, prendendo la strada della Lombardia; ma giunto a Cotignola, villaggio da cui prendeva origine la sua famiglia, e dove pensava di lasciare riposare alquanto la sua gente, colà ricevette il 15 agosto un segreto messo di Lionello, marchese d'Este, che gli annunciava la morte di suo suocero. Il duca di Milano, sempre invisibile ai suoi sudditi, ed appena accessibile ad un ristretto numero di consiglieri e di servitori segreti, era stato il 7 agosto sorpreso da una dissenteria; la malattia erasi tenuta scrupolosamente celata a tutto il mondo, ed egli era morto il 13 dello stesso mese nel suo castello di Porta Zobia di Milano, senza che alcuno lo sapesse tampoco in pericolo[277].

[277] _Ivi, p. 395. — Scipione Ammirato, l. XXII, p. 54. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 684. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1126._

Filippo Maria, l'ultimo dei Visconti, duchi di Milano, era grande di statura, assai magro finchè fu giovane, assai grasso in età avanzata. Aveva deforme viso e quasi spaventevole, grandissimi gli occhi, e lo sguardo sempre incerto. Trascurava tutto quanto poteva contribuire a rendere piacente la sua persona, l'eleganza e la politezza medesima sembravangli odiose cose, e non ammetteva mai alla sua presenza coloro ch'erano elegantemente vestiti: la caccia ed i cavalli erano l'unico suo divertimento; altronde egli era sobrio, timido, e sopra modo lo spaventavano i lampi, il tuono, e qualunque discorso tendeva a fargli pensare alla morte; ed il suo carattere e la sua condotta parevano principalmente spiegarsi per la continua diffidenza di se stesso e degli altri[278]. Temeva il giudizio che pronuncierebbero intorno a lui coloro che l'avvicinerebbero, e piuttosto che superare questa timidità per vedere l'imperatore Sigismondo, in occasione del suo passaggio, si espose a farsi di quel monarca un irriconciliabile nemico. Egli non superò tale diffidenza, che quando fu posta in sua mano la sorte de' principi introdotti innanzi a lui. Perciò vide egli Carlo Malatesti, ed in appresso Alfonso d'Arragona, l'uno e l'altro suoi prigionieri, che ricolmò di beneficj quasi per riconciliarli colla sua orribile faccia. Egli si sottraeva egualmente allo sguardo dei forestieri, ed a quello de' suoi sudditi d'ogni condizione, che non potevano essere introdotti vicino a lui senza incontrare mille difficoltà; ma s'egli finalmente si accontentava di ricevere qualche persona, sapeva mostrarsi dolce ed affabile, e tutti coloro che giugnevano ad acquistarsi una volta la sua confidenza, erano quasi sicuri d'avere sopra di lui una grande influenza. Sospettoso all'eccesso verso coloro coi quali non aveva domestichezza, cercava sempre anche in mezzo alla pace d'indebolirli, e ruinarli celatamente colla più malvagia politica, ma era poi capace di durevole confidenza per coloro che ammetteva alla sua familiarità; perciò fu sempre veduto falso nelle sue promesse, perfido nelle alleanze, e non pertanto fedele all'amicizia. Egli temeva, disprezzava, ed odiava generalmente gli uomini; ma sapeva altresì scegliere coloro che immediatamente dipendevano da' suoi ordini, ed adoperò quasi sempre uomini di somma capacità come generali, come consiglieri di stato e come ambasciatori. Nelle missioni che loro affidava, non limitava le facoltà loro con gelosa diffidenza; ed in un secolo in cui l'onore e la buona fede erano sbanditi, in cui egli stesso dava frequenti prove di perfidia, non fu mai tradito dai suoi ministri o dai suoi generali. Sovrano senza rispetto per l'umanità, senza amore per i suoi popoli, flagello de' proprj stati e di quelli de' vicini, non fu così cattivo uomo come era malvagio principe, e trovavasi in lui qualche mescolanza di talenti, di virtù e di generosità.

[278] _Aeneas Sylvius in gestis imperat. Federici III. — Benvenuto da san Giorgio, Histor. del Monferrato, t. XXIII, p. 711._

CAPITOLO LXXII.

_Sforzi de' Milanesi per ricuperare la libertà; Francesco Sforza si obbliga al servigio della nuova repubblica; sue vittorie sui Veneziani a Piacenza, a Casal Maggiore ed a Caravaggio._

1447 = 1448.

Da oltre quindici anni l'Italia era sconvolta da rivoluzioni di nuovo genere; vedevansi guerre incominciate senza motivi, trattate senza vigore, e sospese senza che la pace arrecasse verun vantaggio, alleanze contratte, rotte, rinnovate, e mille volte violate; la perfidia in tutti i rapporti politici era diventata la morale di moda; un pericoloso credito veniva accordata ai comandanti delle armate, mentre l'arte militare più non era nobilitata dal sacro motivo della difesa della patria; per ultimo ogni giorno nuovi capitani s'innalzavano ad un potere indipendente, trattavano coi principi da piccoli sovrani, ed in appresso perivano quasi tutti sul patibolo senza formalità di giudizio. Ma questo stato d'Italia così straordinario, così diverso di tutto ciò che lo aveva preceduto, da tutto ciò che seguì, apparecchiava la grande rivoluzione ch'ebbe compimento alla metà del quindicesimo secolo. Videsi in allora e per tutte queste cagioni il più avventurato di tutti questi avventurieri collocarsi sul primo trono d'Italia, gli Sforza succedere ai Visconti, un nuovo sistema d'equilibrio riunire il poter militare al civile, ed il condottiere, che conseguì la più magnifica ricompensa, fare scomparire tutti gli altri.

Lo Sforza ottenne con una insigne perfidia di succedere a suo suocero; ma il secolo era talmente corrotto ed abituato alla mancanza di fede della casa Visconti, di tutti i piccoli principi d'Italia, e dei papi, che questa mala fede più non risguardavasi come una macchia dalla maggior parte degli uomini. Quando Machiavelli diceva dello stesso Sforza, che non era trattenuto da timore o da vergogna di mancare ai suoi giuramenti, perchè i grandi uomini si vergognavano di perdere, non di guadagnare coll'inganno[279], egli esprimeva il sentimento di tutti i suoi contemporanei, più ancora che il suo proprio, e lo Sforza, che in cotal modo egli scusava, aveva nome d'essere anzi uno de' più generosi, de' più fedeli nell'amicizia fra tutti i principi del suo secolo. L'intima sua amicizia con Cosimo de' Medici, che i Fiorentini intitolarono il padre della patria, e che gli amici delle lettere risguardano come il ristauratore della filosofia platonica, faceva egualmente onore all'uno ed all'altro. L'amicizia dello Sforza veniva nello stesso tempo ricercata da Federico di Montefeltro, in appresso duca d'Urbino, da Lionello e da Borso d'Este, marchesi e duchi di Ferrara, e da Luigi Gonzaga, marchese di Mantova, allievo di Vittorino da Feltre. Il nome di questi principi venne illustrato dalla benefica protezione accordata alle lettere in sul declinare del quindicesimo secolo, ed a costoro può attribuirsi la scoperta della bella antichità, il risorgimento delle arti e della poesia. Francesco Sforza era degno d'essere loro associato, e noi avremo pur troppo frequenti occasioni di vedere che questi illustri principi in fatto di onore e di moralità non vanno meno di lui soggetti a censura. Non possiamo non compiangere un secolo in cui il sentimento del giusto e del vero era talmente indebolito, che un uomo di elevato carattere più non arrossiva della falsità e del tradimento; ma conservando tutto l'orrore che nutrir dobbiamo per il vizio e per la bassezza, dobbiamo guardarci di addossare ad un solo uomo il biasimo e la vergogna che appartengono a tutta la sua generazione.

[279] _Niccolò Machiavelli Stor. Fiorent., l. VI, p. 212._