Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)

Part 13

Chapter 133,456 wordsPublic domain

Pietro Brunoro aveva rapita nella Valtellina una fanciulla, detta Bonna, che lo seguiva vestita da soldato, e che sempre combatteva al suo fianco. Questa donna, affezionatissima al suo padrone ed amante, si fece a procurargli la libertà. Andò di città in città a cercare tutti i capitani, tutti i magistrati, tutti i principi pei quali Brunoro aveva combattuto; chiese loro certificati di fedeltà, e commendatizie per Alfonso; passò anche in Francia, onde ottenere dalla compassione o dalla galanteria de' principi francesi un'assistenza ch'essi non vollero ricusare ad una donna. Con queste commendatizie tornò presso Alfonso, lo commosse collo zelo e colla costanza con cui aveva raccolte tante raccomandazioni, ed ottenne da lui la libertà di Brunoro. Passarono insieme al servizio dei Veneziani con un soldo di venti mila ducati, e Bonna, diventata consorte di colui che aveva salvato, continuò a combattere al suo fianco, lo seguì in Grecia, ove Pietro Brunoro perì a Negroponte nel 1466, non potendo sopravvivergli, morì ancor essa lo stesso anno[220].

[220] _Muratori Ann. d'Italia all'anno 1443_. Dietro l'autorità di _Cristoforo da Costà, Elogi delle donne illustri_. — Porcelli vide nel 1453 Pietro Brunoro, che in allora serviva nell'armata di Giacomo Piccinino, dopo avere ricuperata la libertà. Dice che questo capitano era in allora vecchio, losco ed offeso in un fianco da paralisia; che Bonna, che lo accompagnava, portava un turcasso in ispalla, un arco in mano e stivaletti da soldato, con un caschetto in capo. «È, soggiugne, una donna piccola, vecchia, gialla e magrissima; ma è sincera, fedele al suo amico, ed ha più volte attraversato l'Oceano per vederlo e procurargli la libertà.» _De Gest. Scip. Piccinini, t. XXV, Rer. Ital., p. 43._

Il re Alfonso, dopo avere sbandati egli stesso i disertori che aveva ragunati, ritirossi nel proprio regno, vinto dalle istanze del duca di Milano. Dopo di ciò lo Sforza si trovò di avere press'a poco eguali forze del Piccinino; ed altronde si andava adunando nella Romagna un'armata sussidiaria di circa quattro mila cavalli, mandata dai Veneziani e dai Fiorentini. Erano cominciate le piogge dell'autunno, ed i nemici, che avevano veduto tutta l'estate lo Sforza condannato all'inazione, non credevano di doverlo temere al ritorno della cattiva stagione. Alfonso aveva poste le sue truppe ne' quartieri d'inverno, e Niccolò Piccinino, fortificatosi a monte Lauro, presso Pesaro, non aveva bisogno di uscire dal suo campo per togliere la comunicazione tra l'armata delle due repubbliche, che sotto gli ordini di Taddeo d'Este erasi innoltrata fino a Rimini, e quella che si era chiusa in Fano. Ma Francesco Sforza era impaziente di ristabilire la propria riputazione compromessa da tanti rovesci; segretamente chiamò presso di sè i corpi, che sotto il comando di Alessandro, suo fratello, e di Sarpellione, avevano difesa la Marca d'Ancona; riunì sotto le sue bandiere molte compagnie d'infanteria licenziate da Alfonso, quando prese i quartieri d'inverno; fece avvisare Taddeo d'Este di avanzarsi verso monte Lauro, e l'8 di novembre si mosse per avvicinarsi al Piccinino. Mentre avanzavasi, incontrò un araldo d'armi, che questi gli mandava sotto qualche pretesto per riconoscere i suoi movimenti. «Va a dire al tuo padrone, gli disse lo Sforza, che andiamo a bere al suo fiume.» Infatti per giugnere al Piccinino era d'uopo passare la Foglia, l'antico Pisauro, che copriva il campo posto tra monte Lauro e monte all'Abate. Per altro lo Sforza non era intenzionato d'attaccare il nemico la stessa sera del suo arrivo, perchè una leggiere pioggia, che rendeva più sdruccievole il declivio dell'eminenza su cui stava il nemico, accresceva lo svantaggio dell'attacco; voleva soltanto accamparsi in faccia al Piccinino, ed aspettare colà Taddeo d'Este. Ma le scaramucce ch'ebbero luogo nel passaggio del fiume resero la battaglia generale. I soldati dello Sforza di già occupati nel formare il loro campo sull'altra riva, vennero respinti da un numero superiore; essi presentavansi continuamente al generale per chiedere rinforzi e nuovi cavalli, e lo Sforza li ricondusse contro il nemico, rinfacciandoli di poca fermezza; nello stesso tempo aveva staccato Sarpellione con un ragguardevole corpo, che, girando l'armata del Piccinino alla sinistra, comparve improvvisamente sopra della medesima sull'alto della collina. A tale vista il Piccinino più non potè contenere i suoi soldati, e fu egli stesso strascinato dai fuggiaschi nel campo. Sperava di potervisi difendere, e molti de' suoi più valorosi sostennero alcun tempo la battaglia alle porte, ma in ultimo i suoi trincieramenti furono forzati dall'impeto del vincitore. Un immenso bottino cadde in potere dei soldati dello Sforza, i quali, mentre si appropriavano le armi ed i cavalli, facevano fuggire i prigionieri; questi, approfittando della notte, si rifugiarono nelle città e ne' castelli del vicinato; e lo stesso Piccinino, errante tutta la notte per aspre montagne, giunse a stento all'indomani a monte Sicardo, ove si pose in sicuro. Lo Sforza, per non perdere i vantaggi della vittoria, voleva subito condurre la sua armata nella Marca d'Ancona, che avrebbe castigata per la sua ribellione, e tutta sottomessa in pochi giorni; ma Sigismondo Malatesti, suo genero, lo trattenne colle sue importunità, facendosi pagare l'ospitalità, che gli aveva accordata, coll'impiegare le di lui truppe a riconquistare Pesaro[221].

[221] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 338-343. — Ann. Forolivien., t. XXII, p. 222. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1112. — Barth. Facii, l. VIII, p. 126. — Franc. Adami Frag. de Reb. Gest. in Civit. Firmana, l. II, c. 97, p. 66._

Il Piccinino, ajutato dai tesori della Chiesa, trovò modo, durante l'inverno, d'adunare i suoi soldati; mentre lo Sforza, senza danaro, poteva difficilmente impedire nuove diserzioni. I sussidj che gli pagava la repubblica di Venezia furono tutti ritenuti da Sigismondo Malatesti, che vantava vistosi arretrati. Quelli di Firenze furono mandati al suo luogotenente Sarpellione, che sosteneva la guerra con molto valore ne' territorj d'Osimo e di Recanati, ed il grosso dell'armata, che trovavasi sotto gl'immediati ordini di Francesco Sforza, non riceveva il suo soldo, onde non poteva rifare i perduti equipaggi. Questa guerra provava la debolezza della piccola monarchia militare fondata dallo Sforza; il suo paese era divorato dai soldati, le stesse contribuzioni che spingevano i popoli alla ribellione, non bastavano al mantenimento del quarto della sua armata. Colui ch'erasi mostrato così formidabile al duca di Milano, quando guerreggiava per gli altri, non poteva ne' proprj stati e per la propria causa, nè approfittare delle sue vittorie, nè rialzarsi da una disfatta[222].

[222] _Jo. Simonetae Hist. F. Sfortiae, l. VII, p. 349._

Ma Filippo Maria Visconti, di cui non potevansi mai prevedere le risoluzioni dettate a vicenda dalla sua incostanza, o da una sottile politica, venne un'altra volta in soccorso di suo genero. Dietro le istanze di Venezia e di Firenze mandò Francesco Landriani, uno dei suoi consiglieri, ai due generali, che combattevano nella Marca, per invitarli ad una tregua. Nello stesso tempo fece dire a Niccolò Piccinino, che doveva comunicargli cose di somma importanza, onde lo invitava a recarsi subito a Milano. Il Piccinino e lo Sforza parevano egualmente disposti a firmare un armistizio, ma il legato del papa ricusava di acconsentirvi[223]. Non pertanto il Piccinino, sia per vaghezza di conoscere i nuovi progetti del duca, sia per ubbidienza, diede la sua armata al figlio Francesco, e recossi a Milano. Lo Sforza, ridotto alle ultime estremità, risolse di affidare la sua sorte alle vicende di una battaglia, mentre trovavasi lontano il suo emulo; impiegò il poco danaro che aveva a provvedere la sua armata di vittovaglie per otto giorni; richiamò i soldati da tutte le guarnigioni, ed andò a cercare il nemico. Francesco Piccinino trovavasi in allora in una posizione inattaccabile presso di Macerata, ma ebbe l'imprudenza di abbandonarla, e di avanzarsi fino a Mont'Olmo, luogo per altro forte, ma non quanto quello che abbandonava. Colà fu dallo Sforza attaccato il 19 agosto del 1444.

[223] _Ivi, p. 353._

Il legato del papa, che seguiva l'armata del Piccinino esortò i soldati alla battaglia, promise la vita eterna a coloro che morirebbero per la santa romana Chiesa, e minacciò ai loro avversarj l'eterna dannazione. «Ma questi discorsi del legato, dice il Simonetta, storico presente alla battaglia, non erano ascoltati, o venivano disprezzati, come sempre accade fra gli uomini accostumati alle armi ed alla guerra, i quali poco si occupano della religione e della salvezza delle anime loro[224].» Il quadro della passata miseria, dell'opulenza che seguirebbe la vittoria, che lo Sforza presentò ai suoi soldati, fece maggiore impressione. Mentre essi dovevano vincere nello stesso tempo la superiorità del numero e lo svantaggio del luogo, il loro capitano fece comparire sulle vette tutti i servitori della sua armata con una lancia in mano, per far credere ch'egli aveva un corpo di riserva affatto fresco, pronto ad entrare in battaglia. Questa sola vista decise della vittoria. Giacomo Piccinino, il più giovane de' figli di Niccolò potè fuggire fino a Recanati; ma Francesco, suo maggior fratello, fu fatto prigioniere in un pantano, ove cercava di nascondersi, e dove lo manifestò lo scudiere che lo accompagnava. Il legato del papa, Capranico, che si era spogliato degli abiti prelatizj, fu, prima d'essere conosciuto, lungo tempo maltrattato dai soldati che lo fecero prigioniero. Furono presi la maggior parte dei capitani e dei centurioni, con tre quarti dei soldati. Il castello di Mont'Olmo, ove trovavansi tutti gli equipaggi dell'armata, si arrese all'indomani al vincitore[225].

[224] _Jo. Simonetae, l. VII, p. 355._

[225] _Jo. Simonetae, t. VII, p. 357. — Ann. Foroliv., l. XXII, p. 222. — Marin Sanuto, p. 1115._

In pochi giorni Francesco Sforza sottomise le città di Macerata, di Sanseverino, di Cingoli, di Jesi, e molte altre che si affrettarono di mandargli i loro deputati, e di aprirgli le porte. Ma egli era assai più sollecito di fare la pace col papa che di tentare nuove conquiste. Fece sapere ad Eugenio, che lungi di voler approfittare de' presenti vantaggi per ispogliare la Chiesa, nulla più desiderava che di dargli prove della sua sommissione, e chiedeva caldamente l'apertura di un congresso per trattarvi della sua riconciliazione. Il papa, che trovavasi non senza timore a Perugia, luogo di sua residenza, acconsentì ad aprire una conferenza. Gli ambasciatori di Venezia e di Firenze secondarono lo Sforza coi loro buoni ufficj e la pace venne sottoscritta il 10 di ottobre. Per altro le ostilità dovevano durare fino al giorno 18, essendosi accordati allo Sforza otto giorni per ricuperare, se lo poteva, le perdute città. Ciò che possederebbe a tale epoca doveva rimanergli in feudo, col titolo di marchesato, ed il rimanente della Marca doveva ritornare sotto l'immediato dominio della Chiesa romana. Le città d'Ancona di Osimo, Fabbriano, e Recanati, furono le sole che in questi otto giorni non vennero in mano dello Sforza; ma queste ancora furono obbligate di pagargli in avvenire i tributi ch'elleno pagavano per lo innanzi alla camera apostolica[226].

[226] _Jo. Simonetae, l. VII, p. 361. — Ann. Eccles. Raynal. 1444, § 22, p. 197. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1115._

Niccolò Piccinino, che dietro la domanda del Visconti erasi recato a Milano, venne ricevuto in questa capitale coi più grandi onori. Non si seppe poi quali motivi avesse avuto il duca per chiamarlo alla sua corte. Suppone il Machiavelli che non avesse che quello di liberare suo genero Sforza dall'imbarazzo in cui si trovava; ed assicura che il dolore, che provò il Piccinino d'essere stato la vittima di così grossolano artificio, fosse la prima cagione d'una malattia che bentosto lo sorprese[227]. Se questa fu cagionata da rammarico, questo rammarico raddoppiossi senza dubbio, quando egli ebbe notizia della disfatta della sua armata a Mont'Olmo, e della prigionia del figliuolo primogenito. Il Piccinino, in età già avanzata, non sapeva darsi pace di non aver potuto con tante battaglie, con tante vittorie, acquistarsi una terra ove riposare il suo capo. Tutti i grandi capitani del suo secolo si erano successivamente innalzati al sovrano potere; egli pareva avervi più diritto d'ogni altro, poichè avrebbe dovuto ricevere a titolo ereditario il principato di Braccio come ricevette la sua armata; pure egli solo non era in sul finire della sua lunga gloriosa carriera nè più ricco, nè più potente di quello che lo fosse in principio. Aveva perduta Bologna quando credeva di farne la sua capitale; due rotte avute in brevissimo tempo avevano dissipate le sue ricchezze e dispersi i suoi soldati; uno de' suoi figliuoli era prigioniero, l'altro fuggiasco, ed egli non poteva collocare le sue speranze che nella generosità di un principe accusato d'incostanza da tutta l'Italia, e spesso di perfidia. Questo principe attualmente, ingannandolo, aveva cagionata la sua ruina. Altronde il Visconti era omai vecchio, e pareva aver designato per suo successore il più acerbo nemico del Piccinino. La salute di questo capitano già da lungo tempo alterata non si era fin allora sostenuta che per la forza della sua anima; essa finalmente soggiacque alle tristi riflessioni suggerite dalla presente sua situazione. Morì di cordoglio piuttosto che di malattia il 15 ottobre del 1444. Il Piccinino dev'essere annoverato tra i più illustri capitani che abbia prodotto l'Italia; perciocchè fu il più rapido nelle sue esecuzioni, il più audace, il più fertile ne' ripieghi, il più pronto a riparare le perdite, il solo che dopo una totale disfatta fosse ancora in istato di far tremare i suoi nemici[228]. Filippo Maria, che non l'aveva giammai degnamente ricompensato ne pianse amaramente la perdita. Egli aveva bisogno di un uomo sempre ubbidiente ai suoi bizzarri capricci, e sempre intraprendente; di un uomo cui potesse esclusivamente affidare l'amministrazione militare de' suoi progetti, senza aver bisogno d'iniziarlo negli andirivieni della sua politica. Nel medesimo istante in cui gli era tolto il suo più fidato generale, ne perdeva un altro che sarebbe stato degno della sua confidenza: Giovanni Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, quello che lo aveva così valorosamente servito nella guerra di Brescia, era morto l'8 settembre del 1444; e suo figliuolo Luigi, che gli successe, cercò bentosto di attaccarsi alla repubblica di Venezia[229].

[227] _Niccolò Machiavelli Istor. Fior., l. VII, p. 194._

[228] _Cristoforo da Soldo Istor. Bresciana, p. 831. — Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1128. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1115._

[229] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1116._

Francesco Sforza, genero del Visconti, non sembrava disposto ad ubbidire a suo suocero con quel cieco attaccamento che gli aveva mostrato sempre il Piccinino. Aveva ancor esso i suoi progetti e la personale sua ambizione di cui non sapeva scordarsi. Le sue alleanze con Firenze e con Venezia, dalle quali non voleva staccarsi, rendevano Filippo diffidente. Il duca di Milano, cui la figliuola, moglie dello Sforza, aveva dato un nipote[230], approfittò di questo nuovo legame, e della memoria degli ultimi servigj che aveva renduti a suo genero, per ottenere da lui la libertà di Francesco Piccinino. Egli lo chiamò a Milano egualmente che suo fratello Giacomo, e li pose alla testa delle truppe di Braccio, loro somministrando danaro, armi e cavalli per rimontare quest'antica milizia, che voleva poter sempre opporre a quella dello Sforza; e cercò in ogni modo di sdebitarsi con loro di quanto doveva al padre[231]. Frattanto, siccome non aveva per anco riposta in loro l'intera sua confidenza, desiderò pure d'avere al suo servigio un capitano già sperimentato, e dal quale potesse trarre miglior partito: gettò perciò gli occhi sopra Sarpellione, il migliore luogotenente dello Sforza, cui fece segrete offerte, e Sarpellione, dopo una negoziazione che non rimase ignota alla vigilanza del suo capo, chiese un congedo per andare a Milano. Sapeva lo Sforza che s'egli somministrava un generale a suo suocero, verebbe bentosto impiegato contro di lui medesimo; conosceva Sarpellione per uomo avido e crudele, ma aveva sperimentati i suoi talenti militari e la sua fedeltà in un'epoca in cui tutti gli altri suoi luogotenenti l'avevano abbandonato; Sarpellione aveva difesa la Marca d'Ancona con non minore abilità che costanza contro Alfonso e contro il Piccinino. Era forse difficile il provvedere agl'interessi dello Sforza, rispettando i diritti del suo luogotenente; ma il partito cui si appigliò questo generale, tanto celebrato per la sua generosità; mostra troppo apertamente in quale grado di depravazione fosse caduta la pubblica morale, e quali esempj avesse il Machiavelli innanzi agli occhi, quando dettava il suo trattato del Principe. Lo Sforza fece imprigionare Sarpellione nella fortezza di Fermo, lo atterrì coll'apparecchio d'un processo criminale, colla prova, o almeno colla minaccia della tortura, e gli strappò, o almeno si pretende che gli strappasse di bocca, la confessione di colpevoli trame in forza della quale lo fece appiccare il 29 novembre del 1444[232].

[230] Galeazzo Maria, figlio di Sforza e di Bianca Visconti, nacque il 14 gennajo del 1444. Suo avo parve allora tutto lieto vedendosi rivivere nel nipote. _Jo. Simonetae Hist., l. VI, p. 348._

[231] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 362._

[232] _Jo. Simonetae, l. VII 3 p. 362. — Franc. Adami Frag., l. II, c. 98, p. 67._

Ma Francesco Sforza dovette bentosto pentirsi di questa non meno impolitica che crudele azione. Filippo Maria Visconti se ne sdegnò fieramente; pubblicò l'innocenza di Sarpellione, che non aveva perduta la vita, che per aver voluto passare in tempo di pace dal servizio d'un genero a quello di suo suocero; giurò di farne vendetta, e da quell'istante cominciò gli apparecchi per una nuova guerra.

Di già alcuni intrighi in Romagna preparavano la vendetta del Visconti e di Sarpellione. Sigismondo Malatesti, signore di Rimini, che durante la guerra della Marca aveva dato asilo a Sforza, suo suocero, non possedeva che parte degli stati di sua famiglia. Mentre che suo fratello Domenico regnava a Cesena, Galeazzo Malatesti, suo cugino, era signore di Pesaro e di Fossombrone; e perchè questi non aveva figliuoli, Sigismondo sperava di raccogliere l'eredità. Ma Galeazzo aveva per consigliere e per unico ministro Federico, secondo figliuolo del conte Guido da Montefeltro, il quale non era favorevole a Sigismondo. Questo Federico, che in appresso fu l'onore della casa di Montefeltro, passava per un figliuolo adulterino. Credevasi figlio di Bernardino della Carda degli Ubaldini, uno de' più valenti condottieri del principio del secolo. Frattanto il suo legittimo padre, Guido, era morto il 20 febbrajo del 1442. Oddo Antonio, primogenito di Guido, gli successe ed ottenne dal papa, in aprile dello stesso anno, il titolo di duca d'Urbino. Ma il suo governo si rese in breve insopportabile al popolo, ed egli fu ucciso in un ammutinamento il 22 luglio del 1444. Federico venne chiamato da Pesaro, ed ebbe la sovranità di Montefeltro e di Urbino[233]. Poco tempo dopo si attaccò a Francesco Sforza, onde imparare l'arte della guerra sotto così egregio capitano. Entrò al suo servigio in agosto del 1444, con lance quattrocent'una e d'un egual numero di pedoni[234]; sposò in appresso una figlia dello Sforza, e negoziando in suo nome con Galeazzo Malatesti acquistò le sue due signorie pel prezzo di venti mila fiorini[235]. Francesco Sforza, che aveva somministrato il danaro, si riservò Pesaro per formare un piccolo principato a favore del proprio fratello, Alessandro Sforza, e lasciò Fossombrone a Federico da Montefeltro come premio dell'abilità da lui mostrata in questa negoziazione. Sigismondo Malatesti vedeva con estremo rammarico uscire dalla sua famiglia questi piccoli principati, ed il Visconti si prese cura d'inasprire il suo sdegno. Fece entrare Sigismondo al soldo d'Eugenio IV, e lo persuase a tenersi apparecchiato pel momento in cui lo Sforza potrebb'essere spogliato di quella Marca d'Ancona, che gli era tanto invidiata[236].

[233] _Guernieri Bernio Istoria d'Agobbio, t. XXI, p. 981, 982. — Ann. Forol., t. XXII, p. 222._

[234] _Guern. Bernio Ist. d'Agobbio, p. 983._

[235] _Ivi. — Ann. Foroliv., p. 222._

[236] _Jo. Simonetae, l. VII, p. 364._

Nello stesso tempo il Visconti condusse un'altra pratica contraria ai suoi trattati, la quale doveva riaccendere la guerra. Egli aspirava alla sovranità di Bologna di fresco tolta a Niccolò Piccinino, e lusingavasi di averla coll'ajuto delle fazioni ch'egli manteneva in questa repubblica. La sua alleanza con Eugenio IV gli aveva agevolato il modo di unire il partito della Chiesa a quello degli antichi fautori della casa Visconti; l'uno e l'altro opposti egualmente ai partito dell'indipendenza, in allora dominante. Annibale Bentivoglio, capo di questo ultimo, era in pari tempo il capo della repubblica bolognese. Questo virtuoso cittadino per conservare la pace nella sua patria aveva cercato coi beneficj di affezionarsi coloro che dirigevano l'opposta fazione: aveva redenti dalle prigioni del Piccinino due gentiluomini della casa de' Canedoli, e gli aveva con matrimonj vincolati alla propria famiglia[237]. A questa stessa famiglia dei Canedoli s'addirizzarono gli agenti del duca di Milano e del papa per far assassinare il Bentivoglio. Venne loro promesso l'ajuto della santa lega di fresco rinnovata tra i due sovrani. Taliano Furlano con mille cinquecento cavalli del duca di Milano, Carlo Gonzaga e Luigi di Sanseverino colle truppe della Chiesa dovevano avvicinarsi a Bologna per assecondarli, tostocchè sarebbe scoppiata la congiura, la quale secondo lo spirito allora dominante de' prelati pontificj, fu condotta sotto il sacro manto della religione.

[237] _Niccolò Machiavelli, l. VI, p. 196. — Scip. Ammirato, l. XXII, p. 47. — Hieron. de Bursellis Ann. Bonon., t. XXIII, p. 881._