Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)

Part 12

Chapter 123,726 wordsPublic domain

Lo Sforza, trattenuto nella Marca da così inaspettato attacco, abbandonò il progetto di soccorrere la casa d'Angiò, per opporsi al Piccinino. Intanto l'accidente favorì Alfonso. Un muratore, cacciato dalla fame fuori di Napoli, indicò al re d'Arragona il giro e l'uscita di un acquidotto abbandonato, pel quale Belisario era entrato in questa città. Credevasi bastantemente chiuso colle palafitte, ed erasi trascurato di porre una guardia in que' luoghi umidi ed oscuri. Il muratore condusse il 2 giugno del 1442 dugento soldati arragonesi a traverso a quest'acquidotto fino ad una torre cui faceva capo. Nello stesso tempo Alfonso fece dare l'assalto alle mura per distrarre gli assediati; e malgrado la valorosa resistenza di Renato, gli Arragonesi penetrarono in città per due diversi luoghi. È peraltro probabile che sarebbero stati respinti, se uno di loro non presentavasi nelle strade di Napoli montato sul cavallo d'un corazziere napoletano da lui ucciso. A tale vista fu universalmente creduto che una porta della città fosse stata occupata dal nemico, poichè v'era entrata la stessa cavalleria, ed in allora più non fu possibile di trattenere i fuggitivi. Renato, strascinato da loro, si chiuse in Castelnuovo; la città venne saccheggiata per alcune ore; ma Alfonso, essendovi entrato, ristabilì l'ordine, ed accolse umanamente tutti gli abitanti. Le fortezze di Capuano e di Capo di monte si arresero dopo pochi giorni, quelle di Castelnuovo e di sant'Elmo rimasero più lungamente in potere di Renato. Questo principe non vi si rinchiuse per difenderle; egli s'imbarcò per passare prima a Firenze, poi a Marsiglia, ed in sul finire di questo stesso anno, quando perdette la speranza di ricuperare il regno di Napoli, fece rendere ad Alfonso le fortezze che venivano ancora custodite per suo conto, onde non prolungare inutilmente i mali di un popolo, che gli aveva mostrato tanto amore e tanta fedeltà[204].

[204] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1125-1128. — Jacobi Bracelli Gen. Hispani Belli, l. V, f. m. — Jo. Simonetae, l. VI, p. 316. — Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 151. — Uberti Folietae Genuens. Hist., l. X, p. 597. — Barth. Facii Gest. Alphonsi Regis, l. VII, p. 102. — Jo. Mariana, l. XXI, c. 17, p. 27._

Frattanto continuavasi la guerra nella Marca d'Ancona, sebbene i Fiorentini, che risguardavano la conservazione dello Sforza come necessaria alla loro propria indipendenza, cercassero, d'accordo coi Veneziani, di ristabilire la pace. Bernardo de' Medici erasi recato per commissione loro alle due armate per essere mediatore, e due volte aveva strappato al pontefice ed al Piccinino l'assenso per un equitativo trattato. Ma tosto che lo Sforza, fidandosi ai loro giuramenti, prendeva la strada del Tronto per entrare nel regno di Napoli, il papa o i suoi legati scioglievano il Piccinino dall'osservanza della sua parola, fondandosi sul principio, _che nessun trattato svantaggioso alla chiesa è valido_; e questo generale ricominciava le ostilità[205]. La prima volta approfittò della buona fede dello Sforza per sorprendere Tolentino, la seconda per assediare Assisi. Il sovrano della Marca, impedito in tutti i suoi progetti, perdeva le sue truppe alla spicciolata; tutti i distaccamenti comandati dai suoi capitani o dai suoi fratelli, Giovanni ed Alessandro, erano successivamente battuti[206]. Assisi fu preso, ed il nemico vi entrò per un acquidotto, come pochi mesi prima era entrato in Napoli. Tre degli ufficiali generali dello Sforza, Manno Barile, Cesare Martinengo e Vittore Rangone, credendo i suoi affari disperati, erano passati al soldo del re Alfonso. Questi sottomise in poco tempo tutto ciò che negli Abruzzi ed in seguito nella Puglia conservavasi tuttavia fedele a Renato ed allo Sforza. L'Aquila gli aprì le porte, Manfredonia e Troja capitolarono, quando lo videro vicino, e prima che terminasse l'anno Francesco Sforza più non conservava un solo feudo, di quanti suo padre ne aveva acquistati nel regno di Napoli con tante fatiche e tante vittorie[207].

[205] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 322. — Bulla Eugenii IV 3 augusti 1442. Florentiae. — Rayn. Ann. Eccles. 1442, § 12, p. 270._

[206] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 320._

[207] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 323. — Barth. Facii, l. VII, p. 107._

Poteva restare a Renato d'Angiò qualche speranza di risalire sul trono di Napoli, finchè il valoroso condottiere, che aveva abbracciato il suo partito, era padrone delle strade degli Abruzzi e della Puglia; ma la ruina di Francesco Sforza consumava quella degli Angioini, e Renato dovette infatti differire, fin dopo la morte del suo avversario, ogni tentativo per rientrare nel regno, cui credeva di avere diritto. Egli si era tenuto sicuro dell'alleanza del papa; i loro trattati erano stati sanzionati da tutte le dimostrazioni d'amicizia che mai possono darsi i Sovrani, e dalla guarenzia ancora più grande del vicendevole vantaggio; e non pertanto Eugenio IV era il vero autore della ruina del principe Angioino. Quand'egli aveva preso il Piccinino a suo soldo, e che aveva assalito lo Sforza in onta alla giurata pace, aveva tolta a Renato la sola speranza di salute che gli rimanesse, e fatta cadere la corona dal suo capo. Il principe fuggitivo, prima d'abbandonare l'Italia, aveva desiderato almeno di rimproverare questa mancanza di fede al suo imprudente alleato. Venne per lagnarsene a Firenze, ove trovavasi in allora la corte pontificia; non ebbe difficoltà a provare che la diversione operata contro il suo difensore aveva accresciuta la miseria de' suoi fedeli partigiani, che con lui sostenevano l'assedio di Napoli. Ma Renato trovavasi allora senza stati e senza armate, e non osò alzare troppo la voce per lagnarsene; si mostrò soddisfatto della buona volontà che tuttavia gli mostrava la corte pontificia; accettò dal papa con riconoscenza l'investitura degli stati che aveva perduti; perciocchè Eugenio IV, quasi riparare volendo il commesso errore, pose in capo a Renato con grande cerimonia, ed in nome della Chiesa, la corona d'un regno, che questo principe aveva dovuto abbandonare[208].

[208] _Ann. Eccles. Raynaldi 1442, § 13, p. 271._

CAPITOLO LXXI.

_Alfonso di Napoli, Eugenio IV ed il duca di Milano si uniscono contro lo Sforza per torgli la Marca d'Ancona. — Le repubbliche di Firenze e di Venezia prendono le sue difese. — Rivoluzioni di Bologna. — Morte di Eugenio IV e di Filippo Maria Visconti._

1443 = 1447.

Le due lunghe e sanguinose guerre che avevano straziato il nord ed il mezzodì dell'Italia erano terminate: la pace di Capriana, che aveva ristabiliti i rapporti di buona vicinanza tra il duca di Milano e le due repubbliche di Venezia e di Firenze, non era per anco stata violata. La ritirata di Renato d'Angiò lasciava Alfonso V d'Arragona pacifico possessore del regno di Napoli, che aggiugneva a quelli della Sicilia e della Sardegna. La Lombardia, le due Sicilie e lo stato della Chiesa, spossati da tante guerre, sospiravano il riposo. Ma in mezzo ai principi, che governavano questi stati, il figlio di un contadino, Francesco Sforza, aveva fondata una Monarchia militare, che inspirava diffidenza a tutti i suoi vicini. Egli medesimo non aveva verun interesse di turbare la pace d'Italia; anzi il proprio vantaggio lo chiamava a conservarne la tranquillità, onde più solidamente stabilire il suo principato della Marca; e come condottiere preferiva di fare la guerra per conto d'altri, non per sè medesimo. Coloro che lo qualificavano come usurpatore, e che pretendevano che il riposo dell'Italia non potesse conciliarsi col mantenimento della sua autorità, non avevano per avventura diritti assai più legittimi di quelli di Francesco. Alfonso non regnava in Napoli che pel diritto di conquista; Filippo Maria aveva allargato in Lombardia il suo dominio con una lunga serie di slealtà, ed Eugenio IV era un prete decorato della tiara malgrado il voto de' suoi elettori medesimi; ma tutti erano persuasi che una più pericolosa usurpazione per loro sarebbe quella sanzionata dai talenti e dal carattere; che un soldato, salito sul trono, ne indicherebbe la strada a tutti i valorosi, e che il paragone d'un tal uomo comprometterebbe la sicurezza di tutti coloro che dovevano il loro rango all'eventualità della nascita.

L'accanimento contro Francesco Sforza pareva accrescersi in ragione della diffidenza che ogni sovrano aveva diritto di concepire di lui medesimo. Alfonso V, cui le vicendevoli offese, e la rivalità di parte tenuta lungo tempo, avevano poste le armi in mano, era non pertanto il più disposto a riconciliarsi collo Sforza, perciocchè, conscio del proprio valore, egli non temeva di spogliarsi delle insegne del principato, e pareggiarsi uomo per uomo con un eroe. Il Visconti, ch'era suocero dello Sforza e che talvolta trovava nel suo cuore l'affetto paterno per la figlia e pei nipoti, era per lo contrario divorato da estrema gelosia, e vedeva nel nuovo signore, ch'era riuscito ad unire il sangue dei Visconti al sangue del contadino di Cotignola, un successore che oscurerebbe la sua gloria, e forse un formidabile rivale apparecchiato a spogliarlo. Non pertanto il più acerbo nemico dello Sforza era Eugenio IV. Era in su le porte di Roma, e nelle sue stesse province che un soldato insegnava ad uomini effeminati quale ricompensa possa ottenere il coraggio, e che a lato alla carriera percorsa dagli ecclesiastici, ne apriva un'altra che in mezzo a maggiori pericoli ed alla gloria conduceva agli stessi onori ed allo stesso potere. Lo Sforza riconosceva dallo stesso Eugenio IV l'investitura della Marca, come giusto premio de' suoi servigi, e come prezzo del sangue che aveva versato per la santa sede. Ma Eugenio era determinato di ritogliergli questa provincia a qualunque costo. Egli aveva sagrificato il suo alleato Renato d'Angiò a questo ardentissimo desiderio, e si accostò per soddisfarlo ad Alfonso d'Arragona, che aveva sempre risguardato come suo nemico. Per istabilire con lui un'alleanza, mandò a Napoli il suo nuovo favorito, il patriarca d'Aquilea, e pochissimi mesi dopo avere accordata, così mal a proposito, l'investitura del regno a Renato, firmò un trattato con Alfonso col quale lo riconosceva re di Napoli, e si obbligava a mantenergli la corona, guarentendone l'eredità a suo figliuolo naturale, don Ferdinando. Ma il prezzo di tale alleanza fu l'obbligo, assuntosi da Alfonso, di portare la guerra nella Marca d'Ancona, e di continuarla finchè ne avesse scacciato lo Sforza, e rimesso il papa nella piena sovranità di tutto quanto vi possedeva questo capitano[209].

[209] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 324. — Rayn. Ann. Eccl. 1443, §. 1, p. 273. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 1108. — Barth. Facii, l. VIII, p. 111._

Niccolò Piccinino, generale del duca di Milano, trovavasi in allora al soldo del papa, e comandava l'armata destinata alla conquista della Marca, mentre Alfonso faceva avanzare le sue truppe verso la stessa provincia. Lo Sforza, abbandonato da molti suoi luogotenenti, vedevasi attaccato da ventiquattro mila uomini di cavalleria pesante, cui non poteva opporre che otto mila. In verun modo non poteva dare battaglia con forze tanto sproporzionate, onde risolse di destinare la metà circa de' suoi soldati a formare le guarnigioni di tutte le principali città della Marca, affidandole a governatori che gli erano legati per matrimoni o per sangue. Mentre loro ordinava di stancare la pazienza de' nemici col sostenere lunghi assedj, giudicò opportuno di tenersi al largo da ogni attacco con circa quattro mila uomini, che formerebbero il nucleo d'una nuova armata, in testa alla quale gli sarebbe libero di marciare a disturbare gli assedj delle sue fortezze, qualunque volta credesse di poterlo fare con vantaggio[210]. Scelse per luogo di sua residenza la città di Fano, posta negli stati di Sigismondo Malatesti, suo genero, e la fortificò in modo da potervi, ove fosse d'uopo, sostenere un lunghissimo assedio. In pari tempo non cessava di affrettare i soccorsi delle repubbliche di Firenze e di Venezia, e la sua ritirata in Romagna gli agevolava il modo di riceverli più sollecitamente. Le due repubbliche sentivano che la sicurezza loro richiedeva che fosse salvo il generale solo capace di salvarle a vicenda in un istante di pericolo; pure i loro apparecchi non si facevano colla dovuta diligenza. Fortunatamente per lo Sforza Filippo, che aveva bensì voluto indebolirlo, ma non ruinarlo interamente, in sul finire di quest'anno fece istanza ad Alfonso di desistere dalle ostilità contro il suo genero, e dietro le sue preghiere, questo re vittorioso abbandona un'impresa che sembravagli sicura[211].

[210] _F. Adami Frag. de Reb. Gest. in Civ. Firmana, l. II, c. 85, p. 61._

[211] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 331. — Annales Forolivienses, t. XXII, p. 222. — Barth. Facii Rer. Gest. Alphonsi, l. VIII, p. 117._

Rivoluzioni assai più vicine avevano tenute inquiete Firenze e Venezia, e ritardati i soccorsi che le due repubbliche destinavano allo Sforza. Dopo che Niccolò Piccinino aveva tolta Bologna alla Chiesa, questa città aveva richiamati i suoi esiliati, e reso al suo governo press'a poco l'antica forma repubblicana, ma sotto la sopravveglianza di Francesco Piccinino, figliuolo di Niccolò, che aveva il comando della guarnigione. Questi non tardò a concepire qualche diffidenza di Annibale Bentivoglio, pel di cui richiamo egli stesso aveva operato, ma che adesso vedeva rapidamente riacquistare il credito della sua famiglia, in altri tempi sovrana. Parevagli inoltre che i Bolognesi si ponessero troppo pienamente in possesso della libertà loro promessa, e questi per lo contrario lagnavansi, che andasse troppo ristringendo i privilegj ch'erasi obbligato a conservare. In tali circostanze Francesco Piccinino andò a prendere i bagni a Castel san Giovanni, facendovisi accompagnare da Annibale Bentivoglio, da Gaspare e da Michele Malvezzi, e da più altri gentiluomini bolognesi. Nell'uscire dal primo pranzo che aveva fatto con loro, fece arrestare i primi tre, che furono all'istante tradotti in tre lontane fortezze. I Bolognesi s'addirizzarono al duca Filippo ed a Niccolò Piccinino per far rilasciare i loro tre illustri concittadini; ma vane tornarono tutte le loro istanze. Galeazzo Marescotti preferì in allora di tentare egli stesso la liberazione di Annibale Bentivoglio, suo amico, piuttosto che ricorrere ad un ingiusto padrone. Recossi a Varano, nello stato di Parma, ove sapeva ch'era chiuso Annibale, sedusse un fabbro ferrajo impiegato nel castello, che gliene fece conoscere tutte le uscite ed i luoghi in cui venivano poste le sentinelle. Il Marescotti si associò in allora cinque gentiluomini bolognesi, entrò con loro, scalando le mura, in Varano, uccise la sentinella che incontrò in sul suo passaggio, sorprese mentre dormiva il comandante della fortezza ed i cinque o sei soldati che vi si trovavano, e, facendosi consegnare Annibale Bentivoglio, partì con lui immediatamente alla volta di Bologna. I loro amici, che gli aspettavano, procurarono loro l'ingresso in città nella susseguente notte del 5 giugno 1443 con scale di corda che loro gettarono dall'alto delle mura, mentre nelle loro case eransi segretamente adunati moltissimi loro partigiani. Tutt'ad un tratto uscirono chiamando ad alte grida il popolo alle armi ed alla libertà, e facendo nello stesso tempo suonare a stormo nella chiesa di san Giacomo; una folla di cittadini venne a raggiugnerli, e fecero prigioniero nel pubblico palazzo Francesco Piccinino ed i soldati che dovevano difenderlo[212].

[212] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 325. — Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1200. — Platina Hist. Mant., l. VI, p. 840. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1108. — Hieron. de Bursellis Ann. Bonon., t. XXIII, p. 879. — Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 667-670._

Avendo Bologna ricuperata la libertà e posto Annibale Bentivoglio alla testa del suo governo, fece tosto chiedere ai Fiorentini ed ai Veneziani di riceverla nella loro alleanza, che sembrava destinata ad accogliere tutti gli amici della libertà. Malgrado il pericolo di questa associazione, i due popoli non si mostrarono difficili. I Fiorentini spedirono a Bologna Simoneta di Campo san Pietro con quattrocento cavalli, ed i Veneziani Tiberto Brandolini con cinquecento. Questi due generali, uniti ai Bolognesi, il quattordici agosto riportarono sopra Luigi del Verme, ufficiale del Piccinino, una vittoria che assicurò l'indipendenza di Bologna. Il primo uso che Annibale Bentivoglio fece degli ottenuti vantaggi, fu quello di procurare la libertà ai due Malvezzi ch'erano stati con lui arrestati, come pure ai due Canedoli, capi di una contraria fazione, ch'egli sperava di rendersi amici coi beneficj. Furono tutti quattro rilasciati in cambio di Francesco Piccinino, che Annibale restituì al padre[213].

[213] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 327._

I Fiorentini medesimi non andarono affatto immuni da interne turbolenze. Gli è vero che Cosimo de' Medici non cercava di governare la città come principe; ma come capo di partito non sapeva soffrire veruna opposizione. Neri, figlio di Gino Capponi, lo pareggiava di riputazione e quasi di potere; egli solo in Firenze aveva saputo mantenersi in eminente dignità sotto i due governi. Egli non erasi punto legato agli Albizzi, onde non era stato strascinato nella loro caduta; ma non tenevasi nemmeno obbligato a fare la sua corte ai Medici. Tenuto in molta considerazione da' suoi concittadini, non era meno stimato dai soldati. Più volte aveva comandate le armate fiorentine, ed egli solo tra i magistrati aveva fatte brillare ai loro occhi le virtù militari. Dovevasi a suo padre l'acquisto di Pisa, a lui la vittoria d'Anghiari sopra il Piccinino e l'acquisto del Casentino. Quanto più l'intera città stimava il Capponi, altrettanto Cosimo de' Medici rendevasi di lui geloso. Di già in settembre del 1441 aveva cercato d'umiliarlo col più sanguinoso affronto. Tra gli amici di Neri Capponi, uno de' più zelanti era Baldaccio d'Anghiari, fedele condottiere della repubblica, che sempre aveva comandata l'infanteria, e che si era acquistata grandissima riputazione in quest'arma, di cui cominciavasi a sentire l'importanza. Baldaccio poteva all'occasione di un tumulto popolare dare importanti soccorsi al Capponi, e fare a lui raccogliere il frutto d'una vittoria che il Medici non voleva dividere con chicchefosse. Così vaghi sospetti bastarono ai capi del partito dominante per determinarli a disfarsi d'un uomo eminentemente distinto. All'odiosa loro politica s'aggiunse il risentimento del gonfaloniere di giustizia, Bartolomeo Orlandini, quello stesso che aveva tanto vilmente abbandonato Marradi nel 1440. Sapeva costui che Baldaccio aveva parlato con disprezzo della sua condotta, che lo aveva accusato di viltà in presenza della magistratura e dell'armata, e lusingavasi di ricuperare la propria riputazione col far perire il suo accusatore. Fece un giorno chiamare Baldaccio in palazzo, il quale v'andò senz'ombra di diffidenza. Il gonfaloniere lo intrattenne alcun tempo intorno ad affari relativi al soldo delle truppe, passeggiando lungo i corridoj che guardano la pubblica piazza. Tutto ad un tratto alcuni soldati appostati dall'Orlandini lanciaronsi sopra Baldaccio, lo pugnalarono e gettarono il suo cadavere dalle finestre del palazzo sulla piazza, presso la dogana, ove rimase tutto il giorno esposto alla vista del popolo. Un così violento atto di tirannia, eseguito in una repubblica, non venne seguito da veruna procedura o giudizio; imperciocchè per una strana imprudenza i Fiorentini, tanto gelosi della loro libertà, niente avevano fatto per guarantirsi dall'abuso del potere giudiziario. Baldaccio d'Anghiari venne dalla folla risguardato come colpevole di qualche segreto tradimento, poichè lo vedeva punito; gli amici di Cosimo insuperbironsi, vedendo che niuno ardiva opporsi alla loro autorità, quelli di Neri Capponi tremarono, e per qualche tempo non fu notata ne' consiglj veruna opposizione[214].

[214] _Niccolò Machiavelli Istor. Fior., l. VI, p. 190. — Scip. Ammirato, l. XXI, p. 37._

Quando dopo tre anni di pace i rivali dei Medici cominciarono a riprendere fiato, Cosimo li percosse con un nuovo spavento, con un mezzo veramente più conforme agli usi della repubblica, ma non perciò meno sovversivo della libertà. La signoria, che sedeva in maggio del 1444, si fece accordare dai consiglj il potere dittatoriale della balia in compagnia di dugento cinquanta cittadini che vennero prescelti a tale effetto[215]. Quest'arbitraria magistratura, che le stesse leggi ponevano al di sopra delle leggi, limitò il numero di coloro che potevano entrare nella signoria, tolse l'impiego di segretario di stato, ossia di cancelliere delle riformagioni, a Filippo Peruzzi e lo esiliò, prolungò l'epoca del richiamo di tutti coloro ch'erano di già esiliati, ne condannò altri senza nuovo processo, privò d'ogni parte alle magistrature tutte le famiglie che potevano essere sospette al partito dominante, e concentrò in tal modo il governo nelle mani della ristretta oligarchia, che lo aveva usurpato[216].

[215] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 44._

[216] _Niccolò Machiavelli. Istor. Fior., l. VI, p. 193._

Dopo essersi in tal modo internamente assicurati del loro potere, e averlo rassodato al di fuori col rinnovamento della loro alleanza col duca di Milano[217], i capi della repubblica fiorentina pensarono a dare più efficaci soccorsi al loro alleato, Francesco Sforza. Di già avevano essi stipulato un trattato con Filippo Maria Visconti, pubblicato in Firenze il 18 ottobre del 1443, in forza del quale il duca obbligavasi a mandare a suo genero tre mila cavalli e mille fanti[218]; e bentosto ordinarono a quello stesso Simoneta, che aveva difesi i Bolognesi, di avanzarsi a traverso la Romagna per unirsi allo Sforza.

[217] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 43._

[218] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII, p. 1111._

Intanto il conte Francesco aveva avuti nuovi disastri; era stato abbandonato da Troilo di Rossano e da Pietro Brunoro, sebbene il primo, essendo vecchio ufficiale, educato nella scuola di suo padre, e già in età di sessant'anni, sembrar dovesse inaccessibile alle seduzioni della cupidigia o all'incostanza. Molti altri ufficiali avevano nello stesso tempo abbandonate le insegne dello Sforza per passare sotto quelle d'Alfonso; essi avevano seco trascinati quasi tutti i loro soldati, e l'incostante popolo della Marca d'Ancona si era ovunque ribellato, senz'avere altro scopo o altra speranza, che quella di mutar padrone.

Francesco Sforza, esulcerato da tante indegnità, ne fece ancor esso un'indegna vendetta. Mentre il re Alfonso avvicinavasi a Fermo con Troilo, Brunoro e gli altri fuggiaschi, che formavano la maggior parte della sua armata, lo Sforza scrisse a' primi per avvisarli che finalmente era giunto l'istante di fare quanto essi gli avevano promesso. Affidò questa lettera ad un messo, che egli sapeva dover essere preso nel recarsi al campo nemico, e nello stesso tempo fece spargere incerte voci nel proprio accampamento di una grande rivoluzione che non doveva tardar molto, e che darebbe ai suoi soldati sommo contento e ricchezze. Il messo dello Sforza venne infatti fermato, e fu portata ad Alfonso la lettera addirizzata ai due capitani. Il re arragonese fu preso da grandissimo terrore, credendosi tradito dai due disertori; le relazioni delle spie ch'egli teneva nell'armata dello Sforza accrebbero la sua diffidenza. Fece all'istante armare tutti i suoi più fedeli soldati, e prendere, spogliare e caricare di catene Troilo e Brunoro, ch'eransi recati al suo padiglione; e mentre egli abbandonava i loro soldati all'avarizia ed alla vendetta de' suoi, fece tradurre i due capitani prima a Napoli, poi in un castello del regno di Valenza ove languirono in prigione più di dieci anni[219].

[219] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 328. — Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1128. — Barthol. Facii, l. VIII, p. 123._ Questo scrittore giunse nel campo lo stesso giorno.