Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)

Part 11

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Quest'imperatore, che aveva riaccesa la guerra in Boemia, non osservando verso gli Ussiti le convenzioni che aveva giurate avanti d'essere coronato, morì l'otto dicembre del 1487. Col suo testamento chiamò, per quanto da lui dipendeva, suo genero, Alberto II d'Austria, all'eredità delle sue corone. Era questo l'istante in cui la contesa tra il concilio ed Eugenio era più viva. Eugenio, che diffidava dello spirito indipendente dei Tedeschi, che aveva già più volte cercato di traslocare il concilio per istancheggiare i padri coi viaggi e colle eccedenti spese, e costringerli in tal maniera a tornare volontariamente a casa loro, aveva acquistato un ausiliario, sul quale non aveva potuto contare prima d'allora. Era questi l'imperatore di Costantinopoli, Giovanni VI Paleologo, che stretto nella sua capitate dalle armi dei Turchi, e minacciato della vicina distruzione della sua nazione, veniva a chiedere agli Occidentali una protezione, che la greca fierezza aveva lungamente ricusata. Egli si sottometteva a rientrare col suo clero in seno della romana Chiesa, ad abiurare le credenze ed i riti, pei quali i suoi antenati avevano sparso tanto sangue, e sperava a tale prezzo di ottenere dai Latini, invocandoli come fratelli, maggiori soccorsi.

Il Paleologo misurava la loro riconoscenza sulla grandezza del sagrificio che egli loro faceva. Nulla poteva costargli di più quanto l'unione delle due chiese, cosa da lui sempre giudicata empia e sacrilega. Voleva in allora farvi acconsentire i suoi sudditi, onde ottenere a tale prezzo una potente crociata; ma s'egli avesse preveduto quante poche braccia si sarebbero per sua difesa armate in Occidente, non sarebbesi al certo assoggettato ad un passo, che a' suoi occhi feriva l'onor suo e la sua coscienza. Ma anche facendolo egli volle pur conservare qualche dignità, e rendevasi difficile intorno alle condizioni. Non voleva trasportarsi ne' lontani e sconosciuti paesi della Germania e della Francia, ed i suoi prelati vi si sarebbero rifiutati più di lui. Sebbene mosso dalle offerte del concilio di Basilea, ed incerto tra il papa e questa assemblea, egli protestò che non recherebbesi a Basilea; e ricusò egualmente Avignone, come tutte le città della Savoja, ove i prelati del concilio avevano offerto di traslocarsi per incontrarlo[179]. Desiderava particolarmente di piacere al papa, e di corteggiarlo, perchè sembravagli che il papa fosse tuttavia il dominatore del cristianesimo; le sue ricchezze, l'estensione de' suoi stati, e la loro prossimità alla Grecia, davano maggior prezzo alla sua alleanza. Eugenio dal canto suo, che sentiva il vantaggio grandissimo che l'unione de' Greci darebbe alla sua causa, procurava di compiacere l'imperatore, e giunse perfino a proporre di adunare in Costantinopoli il concilio ecumenico progettato, sotto la presidenza di un suo legato[180], sperando senza dubbio di scoraggiare in tal modo i vescovi latini, e di sciogliere il concilio di Basilea. In quest'ultimo si dava pure grandissima importanza all'unione delle due chiese, e gli ambasciatori greci eranvi trattati con que' riguardi, che più non si accordavano ad Eugenio IV[181].

[179] _Labbe Conc. Gen., t. XII, p. 578, 580, sess. 25. — Ann. Eccles., p. 1434, § 15, p. 132._

[180] _Rayn. Ann. Eccles. 1435, § 8, p. 142._

[181] _Sess. 24, Conc. Gen. Labbe, t. XII, p. 567._

Ma il timore d'impedire la riunione dei Greci alla Chiesa Romana lasciò luogo finalmente alla sempre crescente collera del concilio. Il papa era stato da molto tempo citato a presentarsi a quest'assemblea, e perchè non aveva ubbidito, venne dichiarato contumace nella 28.ª sessione il 1.º ottobre del 1487[182]. Eugenio, in quest'occasione, dovette la sua salvezza alla precipitazione ed all'indecenza del procedere de' suoi avversarj. Gli ambasciatori di quasi tutti i principi riclamavano contro una rivoluzione, che non avrebbe mancato di strascinare il cristianesimo in un nuovo scisma. Il papa, prendendo ardire da questa favorevole disposizione de' sovrani, traslocò di propria autorità il concilio a Ferrara; si trovò tra i padri di Basilea una debole minorità che si unì a lui; esso accettò la traslazione con decreto che emanò in nome di tutta l'assemblea, e venne subito a stabilirsi nella città ch'erale stata assegnata. L'apertura di questo nuovo concilio ebbe luogo l'8 gennajo del 1438, quando non vi si trovavano ancora che cinque arcivescovi, dieciotto vescovi, e dieci abati, quasi tutti sudditi del papa[183]. Non pertanto l'imperatore di Costantinopoli vi andò subito dopo col despota della Morea, suo fratello, il patriarca di Costantinopoli, venti tra arcivescovi e vescovi greci, ed i veri e supposti deputati degli altri patriarchi dell'Oriente. Venne a presiedere il concilio Eugenio IV, e la prima sessione dell'assemblea delle due chiese fu tenuta il giorno 8 di ottobre del 1488[184].

[182] _Ann. Eccles. 1437, § 18, p. 177. — Labbe, t. XII, sess. XXVIII, p. 590._

[183] _Labbe Conc. Gen., t. XIII, p. 876._

[184] _Labbe, t. XIII, Conc. Flor. Hist., sess. I, p. 34. — Hist. du Conc. de Bâle, l. XIX, p. 78._

In questo concilio italiano più non rimaneva nulla di quello spirito d'indipendenza che animava sempre quello di Basilea: i prelati di Ferrara non si mostrarono meno zelanti per la monarchia della Chiesa, di quello che i padri di Basilea lo fossero pel suo governo repubblicano. Condannarono il concilio de' loro avversarj, chiamandolo un conciliabolo; pronunciarono sentenza di scomunica contro gli ecclesiastici, che gli rimarrebbero attaccati, contro coloro che avrebbero col medesimo corrispondenza, contro i mercanti che gli porterebbero vittovaglie, o altro oggetto necessario alla vita, ed invitarono i fedeli a dividersi l'avere di questi mercanti, appoggiandosi a questa autorità evangelica, _justi tulerunt spolia impiorum_[185]. Altronde ogni cura di riformare la Chiesa, di porre un limite tra l'autorità della sede romana e quella de' vescovi, a Ferrara fu abbandonata, e fu trattato esclusivamente il grand'affare dell'unione delle due chiese. Le quattro quistioni, dell'uso del pane senza lievito, dell'autorità del papa, del purgatorio e della processione dello Spirito Santo, vennero trattate con tutta la sottigliezza che può essere adoperata in argomenti superiori alla portata dell'umana ragione[186]. Il concilio fu come un campo di battaglia pei teologi scolastici: i più riputati uomini della Grecia e dell'Italia vi vennero a far pompa d'erudizione e di eloquenza. L'amore delle lettere si era rianimato quasi con ardore eguale in Oriente ed in Occidente; la filosofia platonica si studiava dal clero greco, che non ignorava l'antichità e cercava d'imitare l'eloquenza e la dialettica dell'antica Accademia. Bessarione, arcivescovo di Nicea, che fu poi cardinale, comunicò ai Latini con quella sottile filosofia un gusto più puro, una ragione più severa, cui i suoi compatriotti erano giunti i primi collo studio di una più vasta letteratura. Ma mentre fu giudicato in Occidente come colui che si era reso sommamente benemerito delle lettere, ebbe la taccia di disertore presso i suoi fratelli d'Oriente, poichè si lasciò sedurre dalle dignità e dalle ricchezze della corte di Roma; egli abbandonò il partito nazionale e la sua _defezione_ decise della sommissione della Chiesa greca. Il patriarca di Costantinopoli era morto il 10 giugno dei 1439[187], tutti i vescovi che l'avevano seguito erano stati privati della piccola pensione loro promessa; volevasi domarli colla cattività e colla miseria, e con tali mezzi in fatti si costrinsero finalmente a dare il loro assenso. Essendo scoppiata in Ferrara la peste, erasi traslocato il concilio a Firenze, nella di cui cattedrale fu proclamata, il 6 luglio del 1439 nella 25.ª sessione, l'unione dei Greci e dei Latini[188]. Sebbene la maggior parte della Chiesa greca l'abbia in appresso rigettata, questa riconciliazione è riconosciuta ancora nell'età presente dalla piccola congregazione che porta il nome di Greci uniti.

[185] _Rayn. Ann. Eccles. 1438, § 5, p. 187._

[186] Il concilio di Calcedonia, per evitare certe insolubili questioni che facevano nascere nuove eresie, aveva proibito di nulla aggiungere al Simbolo Niceno; ma i Latini vi avevano fatta l'aggiunta del _filioque_, che dichiarando la duplice processione dello Spirito Santo, aveva fatto nascere lo scisma. I Greci parevano adunque fondati sopra una decisione della Chiesa universale, riconosciuta ancora a Roma; ma veniva loro risposto, che il concilio, vietando di nulla aggiugnere al Simbolo, aveva sott'inteso, _niente di contrario al senso o alla fede della Chiesa_. Ora poichè la doppia processione dello Spirito Santo faceva parte della fede cattolica, ciò che era in quistione, erasene potuto aggiugnere la dichiarazione al Simbolo. _Ann. Eccles. Rayn. 1438, § 18, p. 196_. Può giudicarsi da quest'esempio della dialettica adoperata in questa assemblea.

[187] _Acta Con. Flor. Labbe Concil. Gen., sess. XXV, t. XIII, p. 494 e 1131._

[188] _Ann. Eccles. Raynald. 1439, § 1, p. 201. — Concil. Gener., t. XIII, p. 510._ Tutta la storia di quest'unione viene circostanziatamente descritta dietro l'autorità degli storici greci in _Gibbon, Decline and fall of the Roman Empire, c. 66, p. 330-346._

In conseguenza di tale unione il papa promise ai Greci in nome dei Latini, una flotta, un'armata e dei sussidj per difendere Costantinopoli, quando i Turchi si avanzassero ad attaccarla[189]. A conto di questo futuro sussidio, Eugenio IV fece pagare dai Medici, banchieri della santa sede, dodici mila fiorini alla guardia dell'imperatore. Il viaggio di Paleologo e de' suoi prelati era stato in gran parte pagato coi regali delle città e dei principi che loro avevano accordata l'ospitalità. Pure la condiscendenza dei Greci, e la lunga loro lontananza dalla patria, non ebbero per loro, generalmente parlando, che i più meschini risultati; il solo Eugenio IV ne tirò tutto il vantaggio. Dopo quell'epoca egli godette d'una considerazione assai maggiore che prima non aveva, e venne considerato come continuamente intento alla pacificazione della Chiesa, mentre che il concilio di Basilea non tendeva che a dividerla. Nulla trascurò il papa di quanto potesse contribuire ad accrescere questa nuova gloria. Dopo che i Greci, non meno che la maggior parte de' prelati latini ebbero abbandonata l'assemblea di Firenze, Eugenio ne trasportò i deboli avanzi a Roma, ed in quest'ombra di un concilio ecumenico, ammise le supposte deputazioni degli Etiopi, dei Sirj, de' Caldei, de' Maroniti; conchiuse con questi disertori di diverse sette nuovi trattati d'unione, di cui le loro chiese mai non ebbero notizia, ed in tal modo compì apparentemente la pacificazione dell'Oriente[190].

[189] _Ann. Eccles. Rayn. 1439, § 10, p. 205._

[190] _Annal. Eccles. 1442, § 1, p 264. — Labbe Concil., t. XIII. Acta Concil. Flor. p. III, p. 1197 e seg. — Hist. du Concile de Bâle, l. XXI, p. 160._

D'altra parte il concilio di Basilea, abbandonato da una parte de' suoi partigiani, ma sempre frequentato dai vescovi di tutte le contrade della Cristianità, e sempre riconosciuto dalla Germania, dalla Francia, dalla Spagna e dall'alta Italia, elesse finalmente per papa il 5 novembre del 1439 Amedeo VIII di Savoja, che in allora più non era che il decano dei cavalieri di san Maurizio di Ripaglia, e che prese il nome di Felice V[191]. Questo sovrano, che fino a tale epoca aveva goduto opinione di uomo prudente, e che, stanco delle cure del governo, aveva nel 1434 rinunciata l'amministrazione de' suoi stati a suo figlio maggiore, Luigi, principe di Piemonte, accettò la nomina del concilio, che lo chiamava negli estremi suoi giorni a più cocenti cure, che non erano state quelle del trono che aveva abdicato. Fissò alternativamente il suo soggiorno a Basilea, a Losanna ed a Ginevra con una immagine della corte di Roma, che compose in quattro promozioni di ventiquattro cardinali[192]. Mentre che i due concilj ed i due papi continuavano per alcuni anni a caricarsi di scomuniche, le due metà della Chiesa sforzavansi di diffamarsi a vicenda colle più oltraggiose e calunniose imputazioni, e questi scandali furono trasmessi ai futuri secoli, non per mezzo di libelli, ma nelle dichiarazioni infallibili de' concilj e de' papi[193]. Eugenio IV non doveva soltanto difendere la sua potenza spirituale colle negoziazioni coi Greci, e con aperta guerra contro il concilio, ma ancora i suoi temporali dominj, i quali erano egualmente minacciati dalle guerre ond'era agitata l'Italia; guerra cui la sua naturale inquietudine non gli permetteva di essere straniero. Abbiamo osservato che nella guerra della Lombardia egli era diventato l'alleato attivo delle repubbliche di Venezia e di Firenze: egli prese parte ancora nella guerra di Napoli, ma meno vivamente; aveva abbracciato il partito d'Angiò, e si trovò compromesso dai rovesci di questo partito, ch'egli aveva male secondato.

[191] _Rayn. Ann. Eccles. 1439, § 33, p. 224. — 1440, § 1, p. 331._

[192] _Labbe Concil. Gener., t. XII, p. 636, 638. Acta Concil. Basil., sess. 39, 40. — Guichenon Hist. Génér. de la maison de Savoie, t. II, p. 65._

[193] Nella _Collezione generale de' Concilj del Labbe_ il tomo XII è consacrato al concilio di Basilea, ed il XIII a quello di Ferrara. Quasi tutti i documenti di questa scandalosa lite vi si trovano per disteso. Può leggersi in _Monstrelet, vol. II des Chroniques, p. 157_, una bolla d'Eugenio IV diretta al re di Francia ed agli altri sovrani della cristianità il 10 aprile del 1439, nella quale accusa Amedeo ed i padri del concilio di Basilea di essere _diavoli, sotto figure e specie di uomini travestiti_.

Alfonso di Arragona, che disputava la corona a Renato d'Angiò, non aveva dovuto combattere per lungo tempo che la moglie del suo rivale, Isabella di Lorena era venuta a Napoli nel 1485, con Luigi suo secondo figliuolo; la sua saviezza e le sue virtù la rendettero cara agli antichi partigiani della casa d'Angiò, e di concerto con loro ella sostenne tre anni una lotta disuguale, finchè venne a raggiugnerla il di lei sposo. Renato sbarcò nel porto di Napoli il 19 maggio del 1438[194]. Ma la sua libertà eragli costata un'enorme taglia, i suoi tesori erano esausti, egli non recava nè sussidj, nè armata in un regno ruinato, le di cui entrate venivano divise tra i faziosi. I suoi partigiani, non meno adescati dalla dolcezza e dalla bontà del suo carattere che dal suo coraggio, avevano da principio mostrato il più vivo zelo; ma quando si accorsero che soli dovevano fare tutto per lui, il loro zelo scemò ed i suoi affari andarono sempre più declinando. Nella Calabria gli era stata tolta Cosenza per tradimento, e tutta la provincia seguì la sorte della capitale e si sottomise ad Alfonso. Nella Puglia Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, chiamò alla ubbidienza dell'Arragonese quasi tutte le città, tranne Manfredonia ed alcuni castelli in cui teneva guarnigione Francesco Sforza: negli Abruzzi la sola città dell'Aquila mantenevasi fedele a Renato colle piazze di confine della Marca d'Ancona, possedute pure dallo Sforza.

[194] _Barthol. Facii de Reb. Gest. Alphon. Regis, l. VI, p. 76._

Giacomo Caldora o Caudola, duca di Bari, era morto il 18 novembre del 1439, dopo essere stato il più fermo appoggio del partito d'Angiò[195]. Suo figlio Antonio, che gli successe nel comando delle armate e del ducato di Bari, era meno del padre affezionato agli Angioini, o meno disposto ad ubbidire ad un re che non poteva pagarlo, e svegliò la diffidenza di Renato. Questo principe volle togliergli l'armata, e la perdette col suo generale, che nell'estate del 1440 passò al servigio dell'Arragonese. Più non restava nella Campania al principe francese che la città di Napoli, e questa pure assediata, e mancante di vittovaglie. Tanto nell'interno del regno, che in altri stati non vedevasi un'armata o un principe che potessero arrecargli soccorso[196].

[195] _Barthol. Facii Rer. Gest. Alphon. Regis, l. VI, p. 89._

[196] _Jo. Simonetae Hist. Franc. Sfortiae, l. VI, p. 311. — Uberti Folietae Genuen. Hist., l. X, p. 595. — Barthol. Facii Rer. Gest. Alphonsi Regis, l. IV, p. 92._

Alfonso credette il momento favorevole per chiudere per sempre l'ingresso del regno al solo alleato che avesse Renato; e cercò di togliere per sorpresa a Francesco Sforza tutto ciò che questo condottiere possedeva nella monarchia siciliana. Lo Sforza, occupato in allora nella guerra di Lombardia, aveva lasciate poche truppe ne' varj feudi che aveva ereditati da suo padre. Era affezionato al re Renato, e nemico d'Alfonso, contro il quale egli suo padre avevano lungamente combattuto; ma egli aveva con questo principe fatta una tregua di dieci anni, in forza della quale le piazze forti da lui occupate erano state dichiarate neutrali, ed i loro mercati egualmente aperti alle due fazioni. I Napolitani, di già bloccati da Alfonso, approfittavano di tale neutralità per tirare vittovaglie da Benevento, e questo fu il fatale pretesto di cui si valse il re d'Arragona per rompere il suo trattato, e sorprendere questa piazza in sul finire del 1440. Approfittando de' primi successi occupò in pochi giorni per accordo o per forza tutti i castelli del vicinato, e tutto quanto possedeva nella Campania Francesco Sforza. In principio del susseguente anno fece attaccare dai suoi luogotenenti i feudi che lo Sforza aveva negli Abruzzi, mentre andò egli stesso ad assediare Troja.

Francesco Sforza, in allora al servizio de' Veneziani, era abbastanza occupato dal Piccinino. Non pertanto mandò per il mare Adriatico due de' suoi luogotenenti, Cesare Martinengo e Vittore Rangone per difendere la sua eredità. Il corpo di cavalleria che questi conducevano sbarcò a Manfredonia, ove si affrettarono di raggiugnerlo i partigiani pugliesi di Renato: s'avanzarono verso Troja per obbligare Alfonso a levarne l'assedio; ma questi attaccò i due capitani, li ruppe, e disperse interamente la loro piccola armata. Alessandro Sforza, fratello del conte Francesco, e suo luogotenente nella Marca d'Ancona, fu più fortunato contro Raimondo di Caldora, che comandava gli Arragonesi negli Abruzzi; lo sconfisse e fece prigioniere con circa cinquecento cavalli; scacciò dalla provincia il rimanente della di lui truppa, ma non cercò d'inseguirla, e di approfittare della sua vittoria[197].

[197] _Jo. Simonetae Hist. Franc. Sfortiae, l. VI, p. 312. — Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1122. — Barthol. Facii Rer. Gest. Alphon. Regis, l. VII, p. 95._

Il cardinale di Trento, mandato da Eugenio IV, entrò pure con un'armata di dieci mila uomini nel contado d'Albi dell'Abruzzo ulteriore per sostenere il partito di Renato; ma dopo una breve campagna, che non venne illustrata da verun'impresa importante, fece una tregua con Alfonso e rientrò nel territorio della Chiesa. Vedendo il re d'Arragona che gli sforzi de' suoi nemici erano impotenti, ricondusse i suoi soldati sotto Napoli, e la strinse in modo, che le vittovaglie salirono ben tosto ad un eccessivo prezzo. Il re Renato faceva distribuire sei once di pane ai soldati ed agli abitanti il giorno che facevano la guardia, e tutti gli altri erano ridotti ad alimentarsi di erbaggi o di animali immondi e schifosi[198]. Nondimeno Renato si era in modo affezionati i Napolitani, era così apertamente partecipe delle loro privazioni e dei loro pericoli, che il popolo non si lagnava, e sottomettevasi per amor suo ai più grandi patimenti. Ma tutta la speranza degli assediati fondavasi sul conte Sforza; sapevano essi che dopo la pace di Lombardia questo generale era rimasto alla testa di una fiorente armata, che si era arricchito coi tesori di suo suocero, e che niente omai lo riteneva in Lombardia. Renato lo affrettava a salvare un amico dall'ultima sua ruina, ed a vendicarsi di un nemico che lo aveva assalito senza essere stato provocato. Infatti lo Sforza animato da giusto sdegno per la ricevuta ingiuria, si pose in cammino in principio di gennajo del 1442 per assicurare la propria autorità nel principato della Marca, e per difendere o riconquistare i suoi feudi ereditarj del regno di Napoli[199].

[198] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1122. — Barth. Facii Rer. Gest. Alphonsi, l. VII, p. 99._

[199] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 313. — Sabellico Hist. Venet. dec. III, l. VI, f. 185._

Un così formidabile avversario poteva un'altra volta cambiare la sorte della guerra. Alfonso, avvisato del suo imminente arrivo, supplicò il duca di Milano a soccorrerlo prima che perdesse una conquista, che omai credeva sicura. Era il Visconti, egli diceva, che gli aveva posta la corona in capo; per terminare quest'opera altro più non restava a farsi che ritenere lo Sforza fuori del regno, finchè Napoli avesse capitolato; ed in allora la riconoscenza d'Alfonso per così grande beneficio non sarebbe più impotente[200].

[200] _Niccolò Machiavelli Istor. Fior. l. VI, p. 187._

È verosimile che nell'istante in cui Filippo Maria si era rappattumato collo Sforza, e che gli aveva data la figlia, avrebbe avuto tanta influenza sul di lui animo da persuaderlo a rimanersi inattivo, particolarmente qualora gli avesse guarentiti o fatti restituire i feudi che gli si erano tolti. Ma il duca di Milano non voleva mai conseguire i suoi fini che per mezzo dell'intrigo; egli aveva una decisa passione disinteressata per gl'inganni, e preferì di ruinare suo genero e sua figlia, piuttosto che cercare di persuadere il primo a seguire le sue viste. Forse la morte di Niccolò, marchese d'Este, accaduta il 26 dicembre del 1441, contribuì ad intiepidire il Visconti intorno ad un parentado trattato da questo principe. Niccolò, uno de' più accorti sovrani che abbia prodotti l'illustre famiglia d'Este, aveva così ben guadagnata la confidenza del Visconti, che questi lo aveva indotto a fissare il 5 aprile del 1441 la sua dimora in Milano, e ve lo aveva trattenuto come confidente, amico e suo solo consigliere; onde spargevasi voce che sarebbe stato nominato successore del duca. La morte di Niccolò, che aprì la successione di Ferrara e di Modena a suo figlio naturale Lionello, uno de' grandi protettori delle lettere e delle arti[201], venne attribuita a veleno che si suppose essergli stato dato da' suoi rivali nella corte di Milano. Filippo, perdendo il suo consigliere, si ravvicinò a coloro che godevano per lo innanzi il suo favore, ed in particolare a Niccolò Piccinino; ordinò a questo generale di assoldare la maggior parte de' corazzieri che i Veneziani avevano licenziati dopo la pace, e di prendere il cammino di Bologna. Nello stesso tempo scrisse ad Eugenio IV, che l'istante era finalmente giunto di ricuperargli la Marca d'Ancona, che pentivasi d'aver data in feudo allo Sforza, e gli offriva per riconquistarla le truppe del Piccinino pagate per tutto il tempo che durerebbe la guerra[202].

[201] _Diario Ferrarese, t. XXIV, Rer. Ital., p. 192._

[202] _Jo. Simonetae Hist. Francisci Sfortiae, l. VI, p. 314._

Pochi mesi prima lo Sforza comandava le truppe della lega, di cui era parte anche il papa; era ancora minor tempo che lo Sforza era stato riconosciuto da questo papa per arbitro nell'ultimo trattato di pace; finalmente in questa stessa epoca egli accorreva in soccorso di un alleato della corte di Roma, di già ridotto alle ultime angustie: ma nè la riconoscenza, nè i giuramenti potevano tenere a freno l'ambizione d'Eugenio. Egli accettò la proposizione che gli faceva il duca di Milano, sagrificò senza scrupolo Renato, alla di cui difesa poco prima credeva attaccata l'indipendenza della santa sede, nominò il Piccinino gonfaloniere della Chiesa, e senza dichiarazione di guerra, in mezzo alle più pacifiche proteste, lo autorizzò a sorprendere Todi, e ad assediare Assisi[203].

[203] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 315._