Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 09 (of 16)

Part 10

Chapter 103,600 wordsPublic domain

[162] _Jo. Simonetae, l. V, p. 302. — M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 181. — Scipione Ammirato, l. XXI, p. 33._

[163] _Jo. Simonetae, l. V, p. 304. — Comment. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1198. — Platinae Hist, Mant., l. VI, p. 838._

[164] _Scipione Ammirato, l. XXI, p. 35. — Jo. Simonetae, l. V, p. 305. — M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 181._

D'assediante, ridotto ad essere assediato, lo Sforza abbandonavasi alle più tristi riflessioni; perdendo la sua armata, che omai non sapeva più in qual modo salvare, vedeva sfumare tutte le concepite speranze di grandezza e di sovranità; quando circa la mezza notte venne introdotto nella sua tenda Antonio Guidoboni di Tortona, uno de' più fedeli servitori del duca di Milano, ed amico ancora del conte Sforza.

«Filippo, che a te mi manda, gli disse, conosce abbastanza la tua prudenza e la tua esperienza militare per assicurarsi che tu non ignori i pericoli della tua posizione e di quella de' Veneziani e de' Fiorentini. La mancanza de viveri non può permetterti di tenere ancora lungamente assediato Martinengo, e la vicinanza della sua armata non ti lascia modo di ritirarti senza gravissima perdita. Egli si tiene dunque in pugno una vittoria vicina ed immancabile; pure egli vi rinuncia: imperciocchè egli, che sempre è stato padrone, non conosce maggiore indegnità di quella d'essere sottomesso come un prigioniere alle domande ed alle condizioni che vogliono imporgli i suoi servitori. Ora i suoi affari sono ridotti a questo punto, che in mezzo alla guerra, quello stesso Piccinino, ch'egli tanto innalzò, gli chiede la sovranità di Piacenza, Luigi di Sanseverino quella di Novara, Luigi del Verme vuole Tortona, Taliano Furlano Bosco e Figarolo nel territorio d'Alessandria, e gli altri suoi condottieri altri stati o altri feudi. Com'essi lo vedono senza prole e senza successore, osano, lui vivente, dividere in tal modo la sua eredità. Ma piuttosto che sottomettervisi, il Visconti ha risoluto di cercare il tuo avanzamento, il tuo onore e quello de' Veneziani e de' Fiorentini, purchè tu sappia approfittarne. Per pegno porrà in tua mano tutto ciò che fu preso dal Piccinino nello stato di Bergamo, cominciando dallo stesso Martinengo che tu stringi d'assedio. Ti darà in matrimonio la figlia Bianca e per dote Cremona col suo territorio, ad eccezione di due castelli. Io devo dunque chiederti soltanto un salvacondotto per Eusebio Caimo, suo segretario, il quale verrà subito nel tuo campo a dare l'ultima mano al trattato»[165].

[165] _Jo. Simonetae, l. V, p. 306._

Lo Sforza, colmo di gioja, dichiarò che accettava le parti di mediatore, e rilasciò i chiesti salvacondotti. La susseguente notte vennero firmati i preliminari con Eusebio Caimo, senza che nel campo si avesse il più leggiere sospetto dell'accaduto. Quando in sul fare del giorno il procuratore di san Marco, Malipiero, venne presso lo Sforza al consiglio di guerra coi principali ufficiali dell'armata, questi loro annunciò sorridendo, che la pace era fatta, e vietò all'istante ogni atto ostile. Comunicò in appresso al Malipiero le convenute condizioni, facendogli sentire quanto sarebbe imprudente di aspettare, per conchiudere il trattato, l'approvazione del senato veneto[166].

[166] _M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 182._

Caimo dal canto suo ordinò al Piccinino di sospendere le ostilità. Questo vecchio generale, che già si teneva la vittoria in pugno, ricusò alcun tempo di ubbidire ad un ordine che sembravagli tanto assurdo, e di rinunciare ad infallibili successi. Il segretario di Filippo per ridurlo all'ubbidienza, fu costretto di minacciarlo di fargli ribellare tutti i soldati milanesi, che servivano nella sua armata, facendoli passare nell'armata dello Sforza. Il Piccinino, deplorando la propria sventura, fu costretto di cedere. Omai, diceva egli, sentivasi sorpreso dalla vecchiaja, era diventato zoppo in guerra, aveva consumata per Filippo la sua salute e la vita, e questi non lo credeva degno nemmeno d'essere chiamato ai consiglj in cui trattavasi della pace. Il suo padrone, piuttosto che accordargli una ricompensa per la quale aveva così lungo tempo penosamente servito, davasi egli medesimo colla figliuola in mano al suo nemico. Gli stessi dominj milanesi, che il Piccinino aveva tante volte difesi e tante volte strappati a potenti armate venivano date al suo più antico rivale, a quello stesso che aveva cercato di averli a viva forza. L'ambizione legittima d'un vecchio generale risguardavasi come un delitto, mentre Filippo appagava i più avidi voti di colui che aveva scosso il suo trono, e di cui poteva adesso vendicarsi[167].

[167] _M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 182. — Platina Hist. Mant., l. VI, p. 838. — Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 186._

Non pertanto i due generali, che si erano così lungamente battuti, si scontrarono e s'abbracciarono con tutte le dimostrazioni di vicendevole stima[168]. I due campi si confusero in un solo, non d'altro mostrandosi occupati che di feste e di conviti. I popoli, ancora più felici, credettero che questo trattato, sanzionato da una stretta parentela, avrebbe avuto maggior durata che non i precedenti, e che lungo tempo assicurerebbe il riposo dell'Italia. Le nozze di Francesco Sforza e di Bianca Visconti, allora in età di sedici anni, e non meno illustre per la sua bellezza e pel suo carattere che per la sua nascita, vennero celebrate il 24 di ottobre, ed in pari tempo il suo sposo fu posto in possesso di Cremona e di Pontremoli. Egli era stato riconosciuto arbitro dalle potenze alleate come dal Visconti. Gli ambasciatori di quelle e di questo si adunarono presso di lui a Capriana; e dopo alcune negoziazioni, il 20 novembre del 1441, in virtù della sua autorità arbitramentale, egli loro dettò le condizioni della pace. Con questo trattato il duca di Milano, la repubblica di Venezia, quella di Firenze, quella di Genova, il papa ed il marchese di Mantova, vennero rimessi ne' loro antichi diritti e confini. L'ultimo soltanto fu costretto a rinunciare ad ogni pretesa sopra Peschiera, Lonato, Asola e Valeggio, ch'egli aveva conquistate nel territorio veronese, ed in appresso perdute: dovette inoltre restituire Porto Legnago, Nogarola, e tutto quanto possedeva ancora delle precedenti sue conquiste; perciò egli solo lagnavasi di una pace, che pure era cagione dell'universale allegrezza[169].

[168] _Poggio Bracciolini, l. VIII, p. 418._

[169] _Jo. Simonetae Hist. Fran. Sfortiae, l. V, p. 310. — M. A. Sabellico Ist. Ven., dec. III, l. V, f. 183. — Scipione Ammirato, l. XXI, p. 83. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1198. — Poggio Bracciolini l. VIII, p. 419. — Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1108._

CAPITOLO LXX.

_Carattere d'Eugenio IV. — Concilj di Basilea, di Ferrara e di Firenze. — Renato d'Angiò contrasta ad Alfonso d'Arragona l'acquisto del regno di Napoli. — Egli perde la capitale ed abbandona l'Italia._

1436 = 1442.

Accade talvolta che un uomo innalzato a grandi dignità esercita sul suo paese, sul suo secolo, su tutta l'Europa un'influenza non proporzionata ai suoi talenti, alle sue virtù, alla sua capacità, ma alla sola inquietudine del suo carattere. Si vede prendere parte in tutte le rivoluzioni, veggonsi gli effetti de' suoi maneggi ne' più lontani paesi, ed in tutti gli avvenimenti che sembrano avere meno relazione con tutti gli altri. Dopo averlo incontrato in ogni luogo, si fissa finalmente lo sguardo sopra di lui, e siamo compresi da maraviglia trovandolo tanto piccolo proporzionatamente agli effetti da lui prodotti, finchè non siamo ben convinti che le grandi catastrofi non indicano spesse volte vera grandezza in colui che le cagionò. Tale fu in particolar modo papa Eugenio IV, il quale alla metà del quindicesimo secolo scosse senza interrompimento colle sue passioni ed i suoi maneggi l'Italia, la Chiesa e tutta la cristianità; che prese parte in tutte le controversie religiose, in tutte le guerre politiche del suo tempo; che ancora, dopo morto, fece lungamente sentire l'influsso quasi sempre funesto del suo regno; e che non pertanto quando ci facciamo a considerarlo attentamente non ci sembra così forte per eccitare i movimenti che vediamo continuamente partire dal suo trono.

Si videro in sul declinare dei quindicesimo secolo sedersi sulla cattedra di san Pietro alcuni papi, la di cui riputazione è talmente screditata, che gli stessi scrittori ecclesiastici non hanno pur tentato di difenderli. Ma Eugenio IV non trovasi in questa categoria. Per quanto sia fatale l'influenza ch'ebbe il suo regno sull'autorità della Chiesa, per quanti errori abbia commessi in tempo del suo pontificato, gli annalisti della corte romana hanno preso a giustificarlo, opprimendo tutti i suoi nemici coi loro anatemi, ed in ogni controversia risguardando un partito come giusto o come empio, secondo che fu da lui abbracciato o abbandonato. Enea Silvio, che durante il suo regno era ambasciatore di Sigismondo presso la santa sede, e che più tardi salì sul trono pontificio, delineò il ritratto d'Eugenio da quel profondo politico ch'egli era, eppure non gli attribuisce pressochè altro difetto che quello della sua leggerezza. «Egli aveva l'animo elevato, dice egli, ma il suo maggior vizio fu di non aver misura in alcuna cosa, e d'intraprendere sempre ciò che voleva, non ciò che poteva[170].» Il Vespasiani, contemporaneo di questo papa, di cui ne scrisse la vita, lo descrive poco meno che un santo[171]. Infatti Eugenio, regolare fino allo scrupolo in tutte le discipline monastiche, austerissimo nelle domestiche abitudini, si asteneva quasi da tuttociò che l'uomo volgare risguarda come piaceri; ma egli non seppe mai porre limite alle passioni ond'era agitato, nè la sua cupidigia era frenata dal timore de' falsi giuramenti.

[170] _Oratio Aeneæ Silvii de morte Eugenii papæ IV. Vitæ Roman. Pont., t. III, p. II, p. 891._

[171] _Vespasiani Vita Eugen. IV, t. XXV. R. I. p. 255._

Nella distanza in cui oggi lo stiamo osservando, dopo che gli odj di parte si sono spenti, che i pregiudizj più non hanno impero, e che i papi, come gli altri sovrani, sono particolarmente giudicati per conto delle azioni pubbliche, pare che pochi pontefici fossero meno meritevoli d'Eugenio IV di occupare il primo rango tra i Cristiani. Nelle violenti rivoluzioni in cui si vede sempre avviluppato, nella guerra col suo clero, co' suoi sudditi, co' suoi benefattori, manca quasi sempre di buona fede e di politica. A pochi tiranni si possono imputare tanti atti di perfidia e di crudeltà, pochi monarchi imbecilli hanno date più aperte prove d'incapacità e di leggerezza. Così quando si osserva, nel principio del suo regno, vacillante sul suo trono per gli attacchi, provocati da lui medesimo, dei popoli, dei sovrani e degli stessi prelati, non sappiamo comprendere come abbia potuto sostenersi tredici anni, e trionfare quasi sempre di avversarj forniti di maggiori virtù, e di più singolari talenti.

Le credenze religiose, che formavano il suo appoggio, conservavano in allora sugli spiriti un'influenza la di cui natura ed i limiti sembrano inesplicabili. Esse si erano compiutamente sciolte, almeno rispetto alla maggior parte degli uomini, da ogni superstizione, da ogni calore di opinione, da ogni entusiasmo; esse non appoggiavansi ad alcuna idea morale, più non erano preferite a verun calcolo d'interesse privato; ma inspiravano tuttavia un allontanamento invincibile da tutto ciò che portava il nome d'eretico o di scismatico. Gli spiriti che avevano rigettato ogni legislazione morale, ogni freno alle loro passioni, ogni principio indipendente dai loro interessi, avevano ribrezzo d'entrare in disamine religiose; essi sollevavansi contro la libertà di pensare, e non contro i nuovi dommi. Vedevansi senza scandalo accusare il papa o i suoi prelati di atroci delitti, e vedevansi colla medesima indifferenza i loro nemici ricorrere contro di loro ad una insigne perfidia[172]. L'indegna condotta del Vitelleschi, patriarca d'Alessandria, non sembrò più odiosa in ragione della elevata sua dignità ecclesiastica, come non fu cagione di scandalo il tradimento con cui il papa fece perire il suo antico amico, il suo ministro. Risguardavasi come una legittima astuzia della regnante politica l'artificio del Piccinino, che si era dal papa fatto anticipare il danaro, col quale gli aveva tolto gli stati; com'era pure un calcolo affatto semplice quello con cui papa Eugenio voleva togliere allo Sforza la Marca, che gli aveva dato egli medesimo e garantita con mille giuramenti: egli non era più legato al suo difensore poichè più non gli abbisognavano i suoi servigi. Sarebbe pure stato senza difficoltà scusato il principe o il prelato, che si fosse alleato coi Turchi e cogli eretici, purchè ciò fosse tornato a suo utile e non fosse stato fatto senza motivo. Ma ancora coloro che ponevano sì poco freno all'ambizione ed alle passioni politiche, fremevano al solo nome degli Ussiti. Essi non esaminavano se la loro dottrina fosse riprovevole, o s'era in opposizione coi dommi primitivi sui quali è fondata l'umana società, o co' suoi rapporti verso il creatore; bastava loro che fosse condannata per desiderare ardentemente che fosse distrutta col ferro e col fuoco. Lo scopo delle crociate, predicate sotto Eugenio IV, nella Sassonia, nel Brandeburghese nell'Austria, nell'Ungheria, non tendeva, come nel dodicesimo secolo, a soccorrere i fratelli oppressi, ma ad esterminare i dissidenti. Non volevansi convertire i Boemi, ma strascinarli sul rogo. Questo desiderio erasi fatto nazionale presso popoli sui quali la religione esercitava pochissima influenza. L'intera Cristianità non aveva allora un solo uomo, nemmeno tra i più vantati filosofi, che credesse permesso ai Cristiani il convivere coi miscredenti, e che non rigettasse con orrore l'idea della tolleranza.

[172] Il lettore cattolico potrà rettificare le sue idee intorno a queste generali osservazioni leggendo i primi capitoli della Storia del Concilio di Trento del cardinale Pallavicino. _N. d. T._

Nella forza dell'educazione, dell'esempio, delle abitudini radicate da più secoli, ed il di cui esame mai non era permesso, può solo trovarsi la spiegazione delle grossolane contraddizioni, nelle quali vediamo cadere l'intelletto umano. Non conviene attribuire il nostro modo di ragionare a que' secoli che si erano formati un'altra logica, nè ricusar di credere all'impero delle passioni che regnavano allora perchè ci sembrano non conciliabili. La storia prova pur troppo evidentemente, che lo sragionamento umano non ha limite, quando credesi appoggiato ad un'autorità d'un ordine superiore. A questa mescolanza di perfidia e di fanatismo, d'indifferenza per la morale e di zelo per la fede, i crociati d'Eugenio IV andarono debitori de' loro prosperi avvenimenti contro gli Ussiti. Riuscirono a dividerli per distruggerli, ad ingannarne una parte con false promesse, ad arruolarli sotto i loro stendardi, ad armare gli uni contro gli altri. Niuno degli artifici più condannati della più corrotta politica venne risparmiato; e quando ebbero ottenuto l'intento loro, credettero dovuto alla gloria di Dio il distruggere gli strumenti di cui si erano serviti. «In fine della guerra, dice lo storico Cocleo, rimanevano tuttavia tra le mani dei vincitori molte migliaja di prigionieri, che Mainardo di Casa Nuova voleva distruggere per liberarsi da questa colpevole razza. Ma perchè temeva di confondere cogli eretici innocenti contadini, che forse erano stati forzatamente arruolati, fece pubblicare tra i prigioni che la guerra non era ancora terminata, che Czapchon era fuggito, e che voleva inseguirlo; che perciò abbisognava di que' valorosi soldati che avevano militato sotto i due Procopj; che confidava nel loro coraggio e nella loro esperienza della guerra; che in conseguenza, diceva egli, aveva fatto assegnar loro un soldo sul pubblico tesoro, finchè il regno fosse perfettamente tranquillo; faceva perciò invitare tutti coloro che volevano servire a passare ne' vicini casolari che faceva aprire, raccomandando loro di ben guardarsi d'ammettere in loro compagnia contadini non accostumati alle armi, i quali dovevano anzi essi medesimi rimandare all'aratro. Dietro tale invito alcune migliaja di Taboriti e d'Orfanelli entrarono nelle capannine, che secondo l'uso di Boemia erano tutte coperte di stoppie. Si chiusero subito le porte, ed appiccatovi il fuoco, questa feccia, questo rifiuto della razza umana, dopo avere commessi tanti delitti, pagò finalmente tra le fiamme la pena del suo disprezzo per la religione[173].» Tale era nel quindicesimo secolo la sensazione che faceva il racconto d'una perfidia, quando n'erano vittima gli eretici; tale era ancora in Italia verso la metà del diciasettesimo secolo. Rainaldi, l'annalista della Chiesa, adottando il racconto di Cocleo, vi aggiugne soltanto, che «queste vendicatrici fiamme fecero passare gli Ussiti da un fuoco terrestre ad un fuoco eterno[174][175].»

[173] _Coclaeus Hist. Hussitarum, l. VIII._

[174] _Rayn. Ann. Eccles. 1434, § 23, t. XVIII._

[175] Eppure il Rainaldi non era italiano! ed in Italia nel 17.º secolo si avevano da molti le stesse opinioni di tolleranza che aver si potevano altrove tra i più colti cattolici degli altri paesi; e per tacere di tanti altri, ne fanno prova le scritture di F. Paolo Sarpi, e di altri teologi e canonisti, che dovettero assumere le difese di qualche stato contro le pretese della corte pontificia. _N. d. T._

Fu a cagione di quest'orrore per ogni esame della fede, che la riforma predicata in Boemia con tanto fervore, e spesso accompagnata da tanta ferocia, non guadagnò un solo partigiano in Italia, nè fece nascere il menomo dubbio sui sacri diritti d'un papa, o di chi rappresentava la Chiesa, e de' quali vedevasene così da vicino la corruzione. Per la stessa ragione un'altra assai più stretta riforma e più limitata, che il concilio di Basilea intraprendeva nello stesso tempo in seno all'ortodossia, venne parimente disapprovata; Felice V, che sotto tutti i rapporti era superiore ad Eugenio IV, fu screditato come antipapa, e la prodigiosa scossa che ricevette la Chiesa in tempo di questo agitatissimo pontificato non rendette la libertà agli spiriti.

Una maggiore indipendenza d'opinioni ed in pari tempo un più vero zelo per i sentimenti religiosi pareva che di quest'epoca avessero dominato nella Germania. Sebbene il concilio di Basilea avesse invitato alle sue deliberazioni i deputati di tutte le nazioni cristiane, aveva non pertanto ricevuto il suo carattere dai principi e dai prelati tedeschi che vi si trovavano in numero assai maggiore, e sentiva lo spirito popolare della nazione, in seno alla quale era adunato. Tutte le sue deliberazioni, tutti i suoi decreti, malgrado l'amore del bene, della libertà, della religione, ond'era animato, annunciano una mancanza di precisione nelle idee, che doveva impedire di giugnere giammai in quest'assemblea ad un'utile riforma, il concilio aveva approvato nel 1436 le _compactata_ dei Boemi col re Sigismondo. Per il bene della pace e perchè Sigismondo salir potesse sul trono paterno, erasi in qualche modo convenuto d'ingannarsi vicendevolmente, d'ammettere reciprocamente una nuova professione di fede, i di cui vocaboli erano così vaghi ed oscuri, che ognuno poteva intenderli a modo suo, e che i Boemi sembrando oramai ortodossi, i cattolici non sarebbero più obbligati in coscienza a far loro la guerra. Sarebbe per avventura stato savio consiglio il riconoscere per cristiane tutte le sette che sarebbersi accordate intorno ai dommi fondamentali del cristianesimo, malgrado qualche dissidenza su cose di minore importanza; ma l'avviluppare con ambigue parole quelle stesse quistioni che formavano l'oggetto della disputa, dare una espressione comune ad opinioni diametralmente opposte, pretendere di andare d'accordo con una professione di fede inintelligibile intorno a ciò che nè l'una nè l'altra parte voleva abbandonare, era lo stesso che acconsentire ad ingannarsi reciprocamente, e mancare nello stesso tempo di buona fede cogli uomini e col cielo[176].

[176] Vedansi queste _Compactata in Lenfant Hist. du Concile de Bâle, l. XVIII, p. 43_, ed in _Rayn. Ann. 1436, § 16, p. 158._

Questo trattato, sebbene assai diffettoso, fu non pertanto il più giudizioso atto del concilio, non essendo tutti gli altri decreti che vane declamazioni contro l'incontinenza, contro la simonia, contro gli errori di alcuni sconosciuti eretici. Non era possibile di applicare al governo della Chiesa idee così vaghe, nè di prevedere un risultamento probabile o possibile da veruno de' suoi decreti. I prelati sinceramente desideravano la riforma degli abusi, ma non volevano dal canto loro trovarsi angustiati nella propria diocesi rispetto alla libertà o all'autorità, e perciò non pensavano a stabilire una più ferma organizzazione, che potesse comprimere i vizj, che essi condannavano nelle loro declamazioni.

Il concilio mostrava una più giusta conoscenza degli affari nei suoi piani d'attacco che ne' suoi stabilimenti permanenti. Per soppiantare il papa i prelati attaccavano successivamente le annate, le collazioni de' beneficj, le nuove contribuzioni e tutte le altre sorgenti della pontificia ricchezza. Denunciavano le une dopo le altre nelle loro grandi assemblee tutte le usurpazioni della corte di Roma, per le quali avevano individualmente sofferto[177]. Il concilio trovavasi diviso in quattro deputazioni, o sia camere, nelle quali i suffragi del clero inferiore sembrano essere stati ritenuti eguali a quelli dei prelati, e questa mescolanza faceva in tutte dominare le opinioni democratiche[178]. Lo spirito di corpo che s'andava sviluppando in queste assemblee fortificavasi per la persuasione in cui erano i loro membri, che i loro suffragi riuniti esprimevano la stessa volontà dello Spirito Santo. Perciò non ponevano verun limite alle loro pretese; si sforzavano di tutto concentrare nel concilio, e volevano sottomettere la Chiesa all'autorità popolare della loro assemblea, che agli occhi loro era l'autorità di Dio. Ogni giorno essi toglievano qualche prerogativa alla santa sede per attribuirsela; disputavano in pari tempo intorno al fondo ed alla forma di tutte le questioni; ogni concessione del papa rendevali più arditi ad esprimere qualche nuova inchiesta; in somma la tattica loro era quella stessa delle grandi assemblee legislative che furono viste lottare coi re nelle monarchie che cambiavano costituzione. Avrebbero infatti mutata la costituzione della Chiesa, se non avessero spinta troppo lontano la loro ambizione. Ma i padri del concilio credettero avere una missione dallo Spirito Santo per governare le potenze temporali egualmente che la Chiesa di Dio; si eressero arbitri de' principi della Germania e de' re, e le orgogliose loro pretese terminarono coll'alienare gli animi dell'imperatore Sigismondo e de' loro più zelanti protettori.

[177] _Concil. General., t. XII, sess. VIII, p. 499, 500, sess. XII, p. 509, sess. XXXI, p. 601 ec_. Può vedersi una rapida enumerazione dei loro attacchi in una Bolla d'Eugenio IV, _Raynal. Ann. Eccles. 1435, § 7, p. 141, e di nuovo 1436, § 2, p. 147._

[178] _Ann. Eccles. 1436, § 8, p. 152._