Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)
Part 9
Avendo Michele rimossi tutti i magistrati stabiliti, e bruciate le borse onde dovevano cavarsi i nuovi, riunì i sindaci delle arti, e quelli del basso popolo per passare a nuove elezioni. Dispose da prima che tre membri della signoria, compreso il gonfaloniere, sarebbero presi in ogni classe, cioè: le arti maggiori, le minori ed il popolo minuto[239]. Questa nuova signoria venne subito installata, e si occupò immediatamente di far cessare il disordine, minacciando la pena di morte a chiunque renderebbesi colpevole di saccheggio o d'incendio.
[239] _Gino Capponi, p. 1124._
Il popolo, maravigliato di non raccogliere ulteriori frutti della sua vittoria, ripigliò ben tosto le armi e venne in piazza; chiese che i nuovi priori scendessero di palazzo per conoscere la volontà del popolo ed uniformarvisi. Michele di Lando rispose ai sediziosi, che senza sapere ancora ciò ch'essi domandavano, sapeva almeno che il loro modo di domandarlo era contrario alle leggi, e loro ordinava di deporre le armi, imperciocchè la dignità della signoria non permettevagli d'accordare nulla alla forza[240].
[240] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 241._
Il popolo ammutinato, vedendo la fermezza del gonfaloniere, ritirossi a santa Maria Novella per meglio organizzarsi. Colà nominò otto commissarj, che incaricò delle cose del governo; prese molte risoluzioni contrarie a quelle della nuova signoria, ed all'indomani, 31 agosto, mandò deputati al palazzo per partecipare ai priori le prese disposizioni. Questi deputati esposero audacemente le loro commissioni; rinfacciarono a Michele di Lando la sua ingratitudine e la sua disubbidienza alla volontà del popolo, che lo aveva innalzato; gli dichiararono che lo stesso popolo lo spogliava al presente di quegli onori di cui abusava, e lo minacciarono di più severo castigo in caso di disubbidienza. Michele non potè soffrire più a lungo; sguainò la spada, ed avventandosi contro di loro, li ferì gravemente, poi li fece caricare di catene, ed imprigionare[241].
[241] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 804, t. XV, p. 52._
Michele di Lando prevedeva le conseguenze di quest'atto di collera; ma nei due giorni che i commissarj di santa Maria Novella ed il popolo ammutinato consumarono nel fare progetti di governo, il gonfaloniere si era occupato intorno ai mezzi di salvare lo stato. Aveva chiamati presso di sè tutti i proprietarj, tutti coloro cui stava più a cuore il mantenimento dell'ordine. Aveva incaricato Benedetto Alberti di richiamare coloro che erano fuggiti in campagna, facendoli rientrare segretamente in città insieme ai più fidati contadini[242]. Avendo così ragunata una considerabile truppa, montò a cavallo per andare a sorprendere e disperdere gli insorgenti di santa Maria Novella. Nello stesso tempo questi, udito avendo il modo con cui erano stati trattati i loro deputati, eransi mossi per vendicarli. E volle l'accidente che mentre Michele di Lando andava verso santa Maria Novella, i Ciompi andassero verso il palazzo per diversa strada, di modo che non si scontrarono. Ma Michele tornò subito verso la piazza, che trovò ingombrata dai Ciompi di già occupati nell'assedio del palazzo. Gli attaccò vigorosamente, ed approfittando della circostanza che trovavansi in mezzo ai nemici, gli sgominò compiutamente; molti furono uccisi, molti altri fuggirono fuori di città, o si nascosero dopo avere deposte le armi[243].
[242] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 804, p. 50._
[243] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 804, p. 54. — Leon. Aretinus, l. IX. — Macchiavelli, l. III, p. 242. — Cron. di Siena, p. 261. — Sozomeni Pistor. Histor., p. 1111. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 733._
Avendo in tal modo colla sua virtù e col suo coraggio gloriosamente soddisfatto ai doveri del suo ufficio, Michele di Lando uscì di carica il 1.º di settembre. Alla nuova estrazione, quando le compagnie delle arti, che si trovavano adunate in sulla piazza, videro uscire i tre priori ch'erano stati presi nel popolaccio, gli accompagnarono colle fischiate. Il partito dei Ciompi era vinto, più di mille cardatori di lana erano in fuga, e le compagnie dichiararono ch'esse non volevano nella signoria persone di così bassa condizione. La costituzione fu nuovamente cambiata, la nuova corporazione, stabilita per i Ciompi, abolita, e gli onori della repubblica divisi tra le arti maggiori e minori, in maniera che le prime somministrassero quattro priori alla signoria, e le altre cinque[244].
[244] _Marchione de Stefani, Rub. 805, p. 56. — Macchiavelli, l. III, p. 245. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 735._
La disfatta de' Ciompi ridusse la repubblica sotto il potere di coloro che avevano cominciata la rivoluzione; il quale partito diretto da Giorgio Scali, da Salvestro de' Medici e da Benedetto Alberti, contava i principali suoi partigiani nelle arti minori, ed aveva per avversarj i due partiti estremi. I Ghibellini, o, a dir meglio, coloro ch'erano accusati di esserlo, tornarono in favore; i Guelfi zelanti ed i capi dell'aristocrazia erano esiliati come i Ciompi, e la nobiltà ed il popolo malcontenti: non pertanto l'anno terminò senza nuova rivoluzione, sebbene i governanti fossero agitati da continui sospetti.
I pericoli del partito dominante venivano renduti più gravi dalle turbolenze del rimanente dell'Italia, come vedremo nel seguente capitolo. Quest'anno la guerra era scoppiata tra Venezia e Genova, e queste repubbliche corsero pericolo di distruggersi vicendevolmente a Chiozza. Era morto in quest'anno in Pavia, il 4 di agosto, Galeazzo Visconti, e lasciava erede della sua parte della sovranità di Milano, e della metà della Lombardia suo figlio, Giovani Galeazzo, conte di Virtù, la di cui ambizione e simulato carattere prepararono ben tosto nuove guerre[245]. Finalmente il 29 novembre di questo medesimo anno l'imperatore Carlo IV morì a Praga dopo di avere dilatati da ogni banda i confini de' suoi stati ereditarj, mentre in pari tempo avea resa spregevole l'autorità imperiale. Portò seco, morendo, l'ammirazione entusiasta de' Boemi, mentre tutta la Germania malediva la sua debolezza e pusillanimità. Aveva ottenuto, prima di morire, di far innalzare suo figliuolo Wencislao alla dignità di re de' Romani[246].
[245] _Chron. Placent., t. XVI, p. 543. — Bernardino Corio Ist. di Milano, p. III, p. 252._
[246] _Schmidt, Storia dei Tedeschi, l. VII, c. 9, p. 595._
Ma l'anno seguente 1379 vide il principio di una rivoluzione, che più da vicino interessava la repubblica fiorentina. Urbano VI aveva trovato in Giovanna di Napoli la sua più pericolosa nemica: aveva questa regina permesso che si elegesse ne' suoi stati l'antipapa Clemente VII, cui aveva promessi soccorsi ed accordato asilo, prima in Napoli, poscia a Gaeta; onde la guerra si era manifestata ai confini del regno tra i cristiani attaccati ai due rivali pontefici. Urbano VI, ch'era Napolitano, aveva molti partigiani tra quel popolo, sebbene fosse nemico della corte. Una sommossa in Napoli atterrì la regina, ed obbligò Clemente VII a lasciare l'Italia per salvarsi co' suoi cardinali in Avignone. Nel tempo medesimo la compagnia de' Bretoni, che trovavasi al soldo della regina e di Clemente, fu disfatta a Marino da Alberico, conte di Barbiano. Questo gentiluomo romagnuolo aveva formato, sotto il titolo di san Giorgio, una compagnia d'Italiani, colla quale aveva preso servigio sotto Urbano VI. La compagnia di san Giorgio doveva ben tosto servire d'esemplare a tutti gl'Italiani che abbracciavano la professione delle armi, formare i grandi generali del susseguente secolo, e rialzare l'onore della milizia italiana. I suoi primi successi resero audace Urbano VI, cui serviva, onde egli si lusingò di spingere più in là le sue vendette, e di precipitare dal trono la stessa regina.
Giovanna di Napoli non aveva figliuoli, ed il marito che aveva sposato in quarte nozze non portava pure il titolo di re. L'infante d'Arragona, suo terzo marito, non aveva pure avuto questo titolo, ed ella aveva dato per successore a questi, il 25 marzo del 1376, Ottone, duca di Brunswick, che da molto tempo soggiornava in Italia[247], ov'era tutore dei figliuoli del marchese di Monferrato. Il diritto di successione al regno di Napoli apparteneva a Carlo di Durazzo, figlio di quel Luigi che il re d'Ungheria aveva fatto morire nel 1348. Questo giovane duca era l'ultimo dei principi del sangue; imperciocchè tutta la posterità, altrevolte così numerosa, di Carlo d'Angiò, erasi spenta. Carlo di Durazzo era in oltre l'unico erede di Luigi re d'Ungheria, e questo vecchio monarca aveva presso di sè chiamato il suo successore per ammaestrarlo nell'arte della guerra[248]. In questa corte guerriera, ed in mezzo ad una nazione cavalleresca, erasi Carlo avvezzato a sprezzare il lusso e la mollezza di Napoli. Aveva in oltre adottato l'odio degli Ungari contro Giovanna, che loro sembrava lorda del sangue di Andrea suo primo consorte. Luigi d'Ungheria aveva perdonata la morte di suo fratello, ma non aveva dimenticato il delitto della regina; aveva abbracciato il partito d'Urbano, e risguardava quale nuovo delitto l'appoggio che Giovanna dava a Clemente, ed i suoi sforzi per dilatare lo scisma. Perciò Urbano VI cercava dì persuadere il re d'Ungheria e Carlo di Durazzo ad attaccare la regina, a spogliarla del trono, ed a prendere possesso d'un'eredità, cui questi principi avevano diritto. Questo negoziato fu continuato con attività mentre Carlo di Durazzo trovavasi nella Marca Trivigiana, ove comandava le truppe che il re d'Ungheria aveva mandato contro Venezia in tempo della guerra di Chiozza.
[247] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1038._
[248] _Giannone Storia civile del regno di Napoli, l. XXIII, c. 3._
Non solo la repubblica fiorentina ebbe sentore di queste negoziazioni, ma seppe in oltre che molti emigrati fiorentini si andavano adunando presso Carlo di Durazzo, invitandolo ad attraversare la Toscana per passare nel regno. Lo assicuravano che il suo avvicinamento basterebbe per rivoluzionare la loro patria, e gli promettevano di ajutarlo potentemente, tostochè avessero ricuperata l'antica loro influenza. Altri emigrati si adunavano a Bologna presso Giannuzzo da Salerno, uno de' capitani di Carlo di Durazzo, e questi ultimi cagionavano maggiore inquietudine ai Fiorentini. La signoria spedì due ambasciatori al principe per affezionarselo, o per lo meno per ispiare gl'intrighi ne' quali cercavasi di ridurlo; ma questi ambasciatori, Tommaso Strozzi e Donato Barbadori, essendo di diverso partito, accrebbero colla contraddizione de' loro rapporti, quando furono di ritorno, l'inquietudine e diffidenza[249].
[249] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 827, t. XV, p. 100. — Leonardo Aretino Hist. Fior. l. IX. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 743._
In novembre per altro fu scoperta una congiura formata dai Ciompi per occupare Figline ed altri castelli del territorio fiorentino. Molti uomini della minuta plebe furono in tale occasione puniti; ma gli artigiani domandavano caldamente che i giudici condannassero altresì gli aristocratici spossessati, i ricchi mercanti, dei quali era notissimo il malcontento, e che supponevansi avviluppati nelle svelate congiure[250].
[250] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 824-826, p. 93._ — Questo nojoso ed insipido storico, quali press'a poco sono tutti quelli che vennero pubblicati nella voluminosa e pedantesca collezione delle _Delizie degli Eruditi Toscani_, si rende assai interessante ne' mesi di novembre e dicembre 1379, perchè in tale epoca era egli stesso priore. Egli era partigiano delle arti minori.
Il 10 dicembre la signoria ebbe avviso che esisteva una nuova cospirazione, e Giovanni Acuto, sebbene non fosse allora al soldo della repubblica, promise di svelarne il segreto, contro una ricompensa di venti mila fiorini. Ma prima che si fosse conchiuso questo mercato, un conte Antonio Alberti svelò la medesima cospirazione per poche centinaja di scudi[251]. Dietro la sua deposizione vennero arrestati Pietro Albizzi, Filippo Strozzi, Giacomo Sacchetti, Donato Barbadori, Cipriano Mangioni, Giovanni Anselmi ed alcuni altri. Carlo Strozzi si salvò colla fuga dagli arcieri; Pietro Albizzi avrebbe potuto difendersi, se avesse accettate le offerte de' suoi amici adunati intorno a lui[252].
[251] _Marchione de Stefani, Rub. 829, p. 105._
[252] _Leonardo Aretino, l. IX._
I prigionieri vennero tradotti innanzi ai rettori[253], che dopo averli esaminati, dichiararono, ciascheduno dal canto suo, di non trovare ragione per condannarli al supplicio. Non pertanto i consoli delle arti ed il popolo chiedevano ad alta voce giustizia. «Questa volta, dicevan essi, non acconsentiremo che si facciano morire de' poveri, e persone senza stato; i soli grandi ed i ricchi devono perire.» Benedetto Alberti dichiarò, che se prima di mezzogiorno i rettori non facevano giustizia, la farebbe il popolo direttamente[254]. Queste parole riscaldarono di più il popolaccio, che nominò quattro cittadini per assistere i rettori e forzarli a fare giustizia. Nello stesso tempo venne posta una guardia innanzi al loro palazzo ed avanti alle prigioni per impedire che i prigionieri fuggissero, o si facessero smarrire. Durante la notte i giudici proseguirono l'interrogatorio de' prevenuti, alcuni de' quali si compromisero assai essi medesimi colle loro risposte per dar luogo ad una motivata condanna.
[253] Con tal nome indicavansi tutti i giudici forastieri, podestà, capitano del popolo ed esecutore, ai quali era confidato il diritto della spada.
[254] _Marchione de Stefani, Rub. 833, p. 114._
La mattina il podestà fece giustiziare due degli accusati, ed il capitano di giustizia condannò egualmente Filippo Strozzi e Giovanni Anselmi. Ma quando si stava per tagliar loro il capo, le spaventevoli grida d'una donna riempirono gli assistenti di terrore. Gli spettatori, le guardie, gli arcieri stessi fuggirono, non dubitando che le truppe di Carlo di Durazzo non fossero entrate in città per liberare i prigionieri. Questi, rimasti soli nella piazza destinata alle esecuzioni, avrebbero potuto egualmente fuggire, tenendo dietro alla folla. Ma lo Strozzi risalendo con fierezza la scala del palazzo di giustizia ripetè due volte al suo giudice: «Dio voglia, capitano, che oggi tu abbia fatto il tuo dovere!» Frattanto il pubblico terrore fu ben tosto dissipato, ed i prigionieri, ricondotti sulla piazza, perdettero la testa[255].
[255] _Marchione de Stefani, Rub. 834. p. 116._
Nell'istante del supplicio il popolo furibondo gridò _gli altri, gli altri_. Il capitano, Cante de' Gabrielli d'Agobbio, che non aveva trovato nel loro interrogatorio motivo di supplicio, si volse verso gli assessori datigli dal popolo: «Andate, disse loro, voi altri, fateli morire; per me, che li reputo innocenti, non ordinerò io mai il loro supplicio.» Il popolo, ch'era armato, rispose con furibonde grida: «se non li fa morire noi taglieremo a pezzi e lui e loro, ed i loro parenti, uomini, donne, fanciulli, e brucieremo le loro case[256].»
[256] _Ivi, p. 119. — Scip. Amm., l XIV, p. 746._
Mentre durava ancora il fermento, Pietro degli Albizzi fece sentire ai suoi compagni d'infortunio che il furore del popolo, e l'abitudine che presa aveva ne' due ultimi anni di far spargere il sangue loro, non lasciavano veruna speranza di salute; che se si sottraevano ad una sentenza giudiziaria, verrebbero immancabilmente con tutti i loro parenti sbranati dal popolo[257]. Perciò i prigionieri fecero dire al capitano d'indicare egli medesimo ciò che dovevano rispondere per essere condannati, dichiarando di essere apparecchiati a confessare tutto quanto si volesse. Il capitano rispose con fermezza, ch'egli non volea già far loro confessare delitti che non avevano commessi; ch'egli per conto suo non aveva verun timore, e ch'essi pure non dovevano averne; ma che parlassero a seconda della loro coscienza, poichè il nuovo interrogatorio cui dovevano soggiacere, deciderebbe della loro vita o della loro morte. I prevenuti si accusarono allora d'avere avute corrispondenze coi nemici dello stato, e somministrarono al giudice sufficienti motivi di condanna.
[257] _Marchione de Stefani, Rub. 835, p. 120._
Non pertanto il capitano comunicò ogni cosa ai priori prima di far eseguire la sentenza, chiedendo il loro parere; ma questi risposero di essere stranieri all'amministrazione della giustizia, e che non volevano prendervi parte. Gli assessori del capitano, approfittando contro di lui della confessione de' prigionieri e del vile abbandono della signoria, lo posero in istato di non potere rispondere ai clamori del popolaccio, ed il venerdì mattina, colla coscienza lacerata dal dolore e dal rimorso, mandò i prevenuti al supplicio. Tutti avanti da morire protestarono di essere innocenti. Donati Barbadori, colui che tanto coraggiosamente aveva sostenuti gl'interessi della sua patria nel concistoro di Gregorio XI, non trovavasi nelle prigioni del capitano del popolo, ma in quelle dell'esecutore. Fu condannato dopo gli altri, e morì nella stessa maniera[258].
[258] _Marchione de Stefani, Rub. 834, p. 119._
Altri meno illustri accusati furono in appresso condotti al patibolo. Costoro, che probabilmente erano i soli cospiratori, lungi dal negare la loro trama, felicitavansi, morendo, che il loro supplicio non impedirebbe l'esecuzione de' loro progetti. Dichiararono di morire contenti per l'antico partito guelfo, e disposti a fare di nuovo ciò ch'erano accusati d'aver fatto[259].
[259] _Marchione de Stefani, Rub. 839, p. 125._
Mentre il governo delle arti minori, per l'odio che portava ai nobili, agli antichi cittadini di parte guelfa, ed al minuto popolo, ricorreva per sostenersi a tali odiosi mezzi, e si macchiava del più puro sangue della nazione, gli esterni pericoli per lui crescevano a dismisura. Carlo di Durazzo, che aveva raccolti gli emigrati fiorentini nel suo campo, erasi finalmente determinato a fare l'impresa del regno di Napoli. Urbano VI pronunciò in principio del 1380 una sentenza di deposizione contro la regina Giovanna, sciolse i di lei sudditi dal giuramento di fedeltà, e fece contro di lei predicare la crociata[260]. Dal canto suo Carlo di Durazzo ebbe impulsi ancora più pressanti che non erano l'esortazioni del papa per risolversi alla guerra. La regina Giovanna meditava di escluderlo dalla di lei successione; per riuscire nel quale divisamento trovò utile di adottare come suo figliuolo, invece di quello che gli aveva negato la natura, un principe guerriero. Scelse adunque il conte d'Angiò, fratello di Carlo V, re di Francia, e tutore di suo figlio Carlo VI. Sperava la regina che questo principe, della seconda razza dei re Angioini di Napoli, le assicurerebbe la potente protezione della Francia, e lo presentò a' suoi sudditi, con sue lettere patenti del 29 giugno 1380, come suo figliuolo e suo successore[261].
[260] _Raynald. Ann. Eccles. 1380, § 1-3, t. XVII, p. 70._
[261] _Raynald. Ann. Eccl, § II, p. 73._
Dall'altra parte Giannuzzo di Salerno, che Carlo di Durazzo aveva mandato a Bologna con tre cento lance e tre cento Ungari, assoldò la compagnia di san Giorgio o degl'Italiani, che aveva da prima servito la Chiesa[262]. Con questa armata passò in Toscana, ragunando sotto le sue insegne tutti gli emigrati di questa provincia. Lusingavasi Giannuzzo d'operare col mezzo loro in Firenze ed in altre città rivoluzioni, che tornerebbero in autorità i suoi amici, e che gli aprirebbero i tesori delle repubbliche[263]. I Fiorentini, per difendersi, presero al loro soldo Giovanni Acuto, ed adunarono sotto i di lui ordini un'armata di mille cinquecento lance[264].
[262] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 521._
[263] _Marchione de Stefani, l. X, R. 846-848, t. XV, p. 138-144._
[264] _Leon. Aretino, l. IX. — March. de Stefani, l. XI, R. 852, t. XVI, p. 9. — Scip. Ammirato, l. XIV, p. 750._
Giannuzzo di Salerno corse gli stati di Siena, Perugia, Lucca e Pisa, e sforzò queste repubbliche a salvarsi colle contribuzioni dal saccheggio delle sue truppe. Attraversò altresì in varie parti il territorio fiorentino, ma Acuto lo seguì sempre assai da vicino, ed impedì ai suoi soldati di allontanarsi per rubacchiare.
Nello stesso tempo Carlo di Durazzo aveva attraversata la Venezia alla testa di cinque mila Ungari, ed era giunto a Rimini[265]. Fece domandare alla repubblica fiorentina del danaro per far l'impresa di Napoli, e la signoria gli rispose che per trattati e per antica amicizia era attaccata alla regnante casa di Napoli; che vedeva con dolore questa casa apparecchiata a dividersi ed a battersi; ch'ella non voleva farsi giudice tra parti e principi, cui era egualmente affezionata; e perciò pregava Carlo a ricevere un dono di quindici mila fiorini, non come un sussidio contro Giovanna, ma come un imparziale attestato del suo affetto[266]. Carlo di Durazzo rifiutò il dono e rimandò corucciato gli ambasciatori. Il 14 settembre fu da' suoi partigiani introdotto in Arezzo, e permise agli emigrati che lo seguivano, di uccidere un deputato fiorentino, che trovavasi in questa città[267]. Dopo qualche atto ostile Carlo offrì egli medesimo di riconciliarsi coi Fiorentini. La repubblica aveva perduto l'antico suo vigore e la sua fermezza nella rivoluzione che aveva scacciata l'aristocrazia. Elia acconsentì il 7 ottobre di pagare a Carlo di Durazzo quaranta mila fiorini, che vennero diffalcati dalla somma che doveva pagare alla Chiesa[268].
[265] _Marchione de Stefani, l. XI, R. 860, p. 18._
[266] _Marchione de Stefani, R. 867, p. 27. — Leon. Aret. l. IX._
[267] Era Giovanni di Mone, uno degli otto signori della guerra, chiamati gli otto santi. _March. de Stefani, l. XI, Rub. 870, p. 29._
[268] _Ivi Rub. 873, p. 33. — Leonardo Aretino l. IX. — Sozomeni Pistor. Hist., p. 1118._
Carlo di Durazzo, detto ancora Carlo della pace, passò dopo a Roma, per concertare col papa l'impresa del regno. Urbano VI gli accordò l'investitura del regno di Napoli sotto le stesse condizioni e riserve che Clemente IV aveva imposte a Carlo I[269]. Chiese solamente per Francesco Prignano, suo nipote, che aveva nominato principe di Capoa, alcuni assai ragguardevoli feudi, che il candidato al trono accordò senza difficoltà[270]. Dopo queste convenzioni accettate da ambe le parti, Carlo di Durazzo fu a Roma coronato dal papa sotto il nome di Carlo III[271].
[269] _Raynald Ann. Eccl. 1381, § 1, p. 80._
[270] _Ivi, § 20, p. 87._
[271] _Giannone Ist. Civ. del regno di Napoli, l. XXIII, c. 5._
Erano omai due anni che il pretendente al trono di Napoli annunciava il suo progetto d'invasione, e conduceva le sue truppe qua e là per l'Italia. Con una ben più rapida marcia e con più ragguardevoli forze l'antico Carlo d'Angiò aveva, nel 1266, conquistato il regno, di cui la di lui pronipote doveva in breve essere spogliata; ma d'altra parte Giovanna non aveva nè i talenti, nè il coraggio di Manfredi. La leggerezza del popolo napolitano, il suo odio contro il principe francese, che la regina aveva adottato, e la preferenza da tutti gl'Italiani accordata ad Urbano VI, avevano alienati da Giovanna i baroni ed i popoli. In oltre ogni spirito militare era affatto spento in quel regno, ed il disordine delle finanze non permetteva di supplire con truppe mercenarie al difetto delle nazionali. Perciò Ottone di Brunswick, il quarto marito della regina, non potè ragunare che un pugno di soldati, che appostò sulla strada di san Germano per impedire al nemico d'avvicinarsi a Napoli; ma quando, il 18 giugno, Carlo gli presentò la battaglia, fu costretto di piegare sopra Cancello e Maddaloni, posizione che la superiorità del nemico obbligollo ad abbandonare pochi giorni dopo. Venne allora ad accamparsi sotto Napoli, fuori di porta Capuana, mentre Carlo giugneva per diversa strada al ponte della Maddalena tra il Vesuvio e la città[272].
[272] _Giornali Napolitani, t. XXI, p. 1041._