Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)

Part 8

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Il domani l'altro era giorno di domenica; ed i corpi delle arti e mestieri approfittarono di questo dì di riposo per adunarsi tutti separatamente; nominarono commissarj per conferire coi priori intorno allo stato della repubblica; e le loro deliberazioni accrebbero il fermento. Invece di ristrignersi a confermare l'ultima pacificazione si andò ansiosamente cercando tutto ciò di cui il popolo potev'essere mal soddisfatto; si trovarono dei giusti motivi del suo malcontento, perchè se ne trovano sempre; e mentre si voleva arrecarvi rimedio, si faceva alla moltitudine conoscere che aveva ragione di lagnarsi e di volersi vendicare.

Il popolo di Firenze era diviso in varie corporazioni politiche, i quartieri, le compagnie delle milizie, e le arti. Ognuna di tali divisioni aveva certi diritti e certa parte alla sovranità; ognuna era rappresentata nel governo della repubblica; ma la più importante di queste classificazioni era quella delle arti e de' mestieri; perchè in uno stato mercantile, era la più intimamente legata al lavoro che dava di che vivere ad ogni cittadino. Eravi un rapporto assai più immediato tra tutti gl'interessi, tutta l'esistenza de' mercanti o degli artigiani d'uno stesso mestiere, che non fra i vicini d'uno stesso quartiere, o tra i fratelli d'armi della medesima compagnia. I mestieri che a Firenze avevano un'esistenza politica erano ventuno, de' quali i sette più ricchi ed onorati chiamavansi _arti maggiori_. Questi, ne' quali trovavansi interessati i più ricchi negozianti della repubblica, favorivano la nobiltà popolare, la magistratura dei Guelfi e la parte degli Albizzi. Le arti minori provavano una viva gelosia contro quest'aristocrazia. Eravi in oltre una numerosa classe di artigiani, che non avevano un'esistenza politica, ma che, lavorando per conto d'altri, venivano risguardati come loro dipendenti. L'arte o manifattura della lana, che aveva acquistata in Firenze la più alta importanza, e che teneva il primo rango tra le arti maggiori, aveva sotto la sua dipendenza i cardatori delle lane, i tintori, i tessitori, tutti gli operaj infine che venivano adoperati dai fabbricatori di stoffe. Lagnavansi questi operaj, e forse talvolta a ragione, di non poter ottenere giustizia contro i loro padroni, quando ricorrevano al tribunale civile, che l'arte della lana aveva stabilito per decidere le differenze che nascevano tra i membri[211]. Le fazioni aristocratica e democratica trovavansi dunque di nuovo in contrasto; ma, dopo l'abbassamento dell'antica nobiltà, si era veduto sorgere tra i mestieri l'antico loro spirito, che si manifestava per l'opposizione tra le arti maggiori e minori, e per la gelosia che le arti subalterne nudrivano contro i mestieri da cui esse dipendevano.

[211] _Macchiavelli Istor. Fior., l. III, p. 225._

In questa congiuntura si vide, non senza inquietudine, il martedì 22 giugno, ognuna delle arti spiegare il suo stendardo innanzi alla sua borsa o luogo d'adunanza. I priori, per prevenire la burrasca ond'erano minacciati, adunarono il consiglio del popolo, il quale a loro persuasione nominò una balìa, cui accordò un'autorità dittatoriale per la riforma della repubblica. La signoria, il collegio, gli otto della guerra, i capitani di parte ed i sindaci delle arti, furono tutti ammessi in questa balìa; ma mentre stava deliberando, i corpi de' mestieri eransi di già mossi e recati in sulla piazza coi loro stendardi e le loro armi[212].

[212] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 217._

Questa truppa di gente armata non rimase lungamente in riposo; molti erano inaspriti da lunghe ingiurie, altri animati dall'ambizione, o avidi di saccheggio. Mentre le arti maggiori tenevansi ferme in piazza, le minori ed il basso popolo si mossero per attaccare la casa di Lapo da Castiglionchio[213], il quale travestito da monaco si ritirò nel Casentino, deplorando l'ostinazione di Pietro degli Albizzi, che non aveva voluto prevenire i suoi nemici, attaccandoli il primo, ed accusando la propria debolezza per avere ceduto all'ostinata opinione dell'amico. La casa di Lapo fu saccheggiata e bruciata, come pure quella dei Bondelmonti, ed i palazzi di Carlo Strozzi, dei Pazzi, di Migliore Guadagni, degli Albizzi, e di molti altri capi dei partito guelfo[214].

[213] _Gino Capponi Tumulto de' Ciompi, p. 1106._

[214] _Sozomeni Pistor. Hist., t. XVI, p. 1107. — Marchione de Stefani, l. X, Rub. 792, t. XV, p. 8. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 719._

Uno de' priori, Pietro da Fronte, seguiva a cavallo gl'insorgenti con alcuni arcieri del palazzo, ed ottenne finalmente colle sue esortazioni, colle minacce, e col supplicio di alcuni, di calmare il furore degli altri. La notte fu tranquilla, ma la balìa, spaventata da questo tumulto, risolse all'indomani d'appagare il popolo con nuove concessioni. Preparò una legge in forza della quale gli ammoniti dovevano essere rimessi in possesso dei diritti di cittadinanza, a condizione per altro che per tre anni non eserciterebbero le magistrature; abolì le leggi che davano ai capitani di parte una così formidabile autorità, e dichiarò ribelli Lapo da Castiglionchio, ed alcuni suoi partigiani[215].

[215] Gli atti di questa balìa sono stampati. _Delizie degli Eruditi Toscani, t. XV, Monum., p. 145._ — Vedasi _Macchiavelli, l. III, p. 219. — Gino Capponi, p. 1107._

Si estrassero quindi a sorte i nuovi priori, e la carica di gonfaloniere di giustizia toccò a Luigi Guicciardini. La nuova signoria venne installata il primo luglio, senza cerimonie, nel pubblico palazzo, temendosi che la pompa, che d'ordinario accompagnava tale atto, non eccitasse qualche popolare movimento. I priori, che avevano opinione d'essere uomini pacifici ed imparziali[216], ordinarono a tutti i cittadini di deporre le armi, ed a tutti i contadini d'uscire di città sotto pena capitale. Fecero levare le barricate poste in molti quartieri, e per dieci giorni parve che Firenze avesse ricuperata l'antica tranquillità. Ma tutt'ad un tratto le arti adunaronsi di nuovo gli 11 di luglio, dietro inchiesta degli ammoniti, che trovavano troppo dura cosa l'aspettare tre anni per rientrare in possesso degli onori dello stato. I sindaci delle arti, riuniti alla camera de' sei di commercio, presentarono una petizione alla signoria per ottenere, che tutti coloro che dopo il 1320 avevano esercitato alcuno de' principali impieghi della repubblica, non potessero essere ammoniti come Ghibellini; che se di già ammoniti, rientrassero in tutti i loro diritti; e per ultimo che la magistratura di parte guelfa fosse tolta alla fazione che se l'era appropriata esclusivamente, e che si riempissero di nuovi nomi le borse, dalle quali si estraevano a sorte i capitani di parte. Oneste domande erano abbastanza eque, onde furono immediatamente ammesse dai collegi, dal consiglio del popolo, e dal consiglio comune; perchè il timore che ispiravano i corpi de' mestieri, che sapevansi armati, non permetteva lunghe deliberazioni[217].

[216] _Gino Capponi, p. 1108. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 721._

[217] _Gino Capponi, p. 1109._

I cittadini precedentemente ammoniti come Ghibellini non erano ancora soddisfatti, volendo esercitare vendette contro coloro che lungo tempo gli avevano oppressi; ma si vergognavano di chiedere direttamente proscrizioni, ed avrebbero voluto che la proposizione venisse spontaneamente dalla magistratura. La signoria adunò i sindaci delle arti ed i loro consiglieri, ed il gonfaloniere Luigi Guicciardini rappresentò loro a quali pericoli esponevano la repubblica con queste nuove incessanti domande. «Quanto più noi vi accordiamo, disse loro, più s'accresce il vostro orgoglio, e sempre formate più ingiuriose domande. Voi avete voluto togliere ai capitani di parte la loro autorità, e venne loro tolta; chiedeste che si bruciassero le borse del loro ufficio e si facessero nuove riforme, e vi abbiamo acconsentito; avete domandato che gli ammoniti rientrassero al possesso degli onori dello stato, e l'abbiamo concesso. Per le vostre preghiere abbiamo perdonato a coloro che svaligiarono le case e spogliarono le chiese; per soddisfarvi abbiamo esiliati molti potenti cittadini coperti di gloria; e per favorirvi abbiamo posto freno al potere de' grandi con nuove ordinanze. Qual fine avranno adunque le vostre domande? quanto tempo abuserete ancora della nostra liberalità? Non v'accorgete che ci riesce meno insopportabile una disfatta, che voi la vittoria?... Volete voi dunque colle vostre discordie rendere in tempo di pace schiava questa città, che tanti potenti nemici non soggiogarono colla guerra? Imperciocchè, sappiatelo, che le vostre vittorie sui vostri concittadini non vi apporteranno che servitù; quei beni, che voi avete rapiti o che voi rapirete, non faranno che rendervi più poveri.... Onde noi vi ordiniamo, e se l'onore della repubblica ci permette quest'avvilimento, vi preghiamo, di acquietarvi, accontentandovi di quanto abbiamo fatto per voi, o se ancora dobbiamo accordarvi qualche altra cosa, di chiederla almeno come si conviene a cittadini, e non col tumulto e colle armi[218].»

[218] _Macchiavelli Stor. Fior., l. III, p. 223._ — Trovasi una notabile rassomiglianza tra questo discorso e quello di T. Quinzio Capitolino nel suo quarto consolato, l'anno di Roma 309. Talvolta l'erudizione impedisce a Macchiavelli d'essere originale. _Tit. Livii Dec. I, l. III, c. 67._

I sindaci delle arti, commossi da questo discorso, ringraziarono il gonfaloniere, e gli promisero di occuparsi d'ora innanzi del ristabilimento della pace in città. D'altra parte la signoria nominò una commissione per lavorare con loro intorno alle riforme, che si trovasse ancora conveniente di fare[219].

[219] _Gino Capponi, p. 1109._

Ma le precedenti sedizioni avevano procurati altri nemici alla repubblica; le più basse classi della società erano state poste in movimento da Salvestro de' Medici e da altri demagoghi. Trovavansi allora in Firenze certe persone, che un lavoro meccanico, che la miseria e la privata dipendenza, rendevano incapaci di liberali sentimenti, che non potevano deliberare senza essere quasi ubbriache, nè agire in corpo senza furore; che sotto il nome di libertà non avevano cercato nell'esercizio, di un potere pel quale non erano fatte, che l'occasione d'arricchirsi col saccheggio e colle rapine. Venivano queste indicate col nome di Ciompi, vocabolo francese sfigurato[220], che loro era rimasto fino dai tempi della tirannide del duca di Atene. Appartenevano quasi tutte ai mestieri che non avevano esistenza politica, ed erano sotto la dipendenza dell'arte della lana.

[220] Dal vocabolo _compère_. I soldati francesi chiamavano spesse volte così i loro compagni di libertinaggio. _Marchione de Stefani, l. VIII, Rub. 575, t. XIII, p. 54. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 728_.

Quando i Ciompi videro che le turbolenze stavano per aver fine, ed ebbero di più avviso che la signoria faceva venire un nuovo bargello da città di Castello, temettero che si pensasse a punire i delitti che avevano commessi in tempo della sedizione, e che coloro che gli avevano segretamente eccitati, vergognandosi di così colpevole alleanza, non gli abbandonassero in seguito pubblicamente. Adunaronsi adunque in un luogo detto il Ronco fuori di porta romana[221]. Colà il più ardito di loro si fece così a parlare. «I governi, disse costui, mai non puniscono che i piccoli falli, mentre i grandi colpevoli sono quasi sempre ricompensati. Quando molti soffrono, poche persone pensano a vendicarsi, perchè si soffrono con maggiore pazienza le ingiurie universali, che non le particolari[222]. Cerchiamo adunque col saccheggio e con nuovi attentati di acquistare perdono. Nella presente nostra situazione la prudenza medesima ci ordina di essere audaci, poichè non si esce mai di pericolo che per una pericolosa strada.»

[221] _Gino Capponi, p. 1110._

[222] _Macchiavelli Ist. Fior, l. III, p. 228._

Un Simoncino Buggigatti, un Pagolo della Bodda, un Lorenzo Riccomanni persuasero tutti i Ciompi colle loro esortazioni a giurare d'ajutarsi vicendevolmente e di difendersi. Tutti promisero di prendere le armi tostocchè sapessero che si volesse castigare un solo di loro a cagione de' passati tumulti[223]. Tutti si obbligarono in appresso a cominciare essi medesimi l'attacco per rendersi padroni dello stato. Dopo molte segrete adunanze, risolsero di armarsi la mattina del 21 di luglio, e di riunirsi in quattro piazze d'armi, in separati quartieri[224].

[223] _Gino Capponi Tumulto de' Ciompi, p. 1112. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 723._

[224] Santo Spirito, santo Stefano a Ponte, san Pietro maggiore, san Lorenzo. _Gino Capponi, p. 1114._

La vigilia del giorno destinato all'esecuzione di questa trama, la signoria ebbe avviso de' movimenti che si dava Simoncino Buggigatti e lo fece sostenere. Seppe dalla sua volontaria confessione press'a poco tutto quanto gli premeva di sapere, e sarebbe stata in tempo di prendere le convenienti misure per difendersi; ma perchè aveva adunati i sindaci delle arti, il collegio e gli otto della guerra, alcuno propose di porre alla tortura Simoncino, onde ottenere, se possibile fosse, più estese particolarità. L'uso della tortura era stato adottato da tutti i tribunali italiani col rimanente della giurisprudenza romana[225]; ma non mai forse quest'assurda ed atroce pratica era stata più perniciosa a veruno stato quanto lo fu in allora ai Fiorentini. Dietro la deposizione del Buggigatti eransi di già arrestati due de' suoi complici, quando gli fu dato il tratto nella corte del palazzo del capitano del popolo. La notte era inoltrata, pure un oriuolajo stava ancora lavorando intorno all'orologio della torre del palazzo. Di là vedeva distintamente la corte del capitano illuminata dalle fiaccole de' carnefici. Quest'operajo conobbe Simoncino alla tortura, ed avvisando che la trama, cui aveva parte ancora egli, sarebbe svelata, si affrettò di portarsi a casa sua e chiamò alle armi i suoi vicini del quartiere di san Friano. «Armatevi, sgraziati, disse loro, la signoria fa giustizia, e voi tutti sarete uccisi se non vi difendete[226].»

[225] La tortura era stata adottata anche in Francia, e vi si esercitava crudelissimamente, come, per tacere di tutt'altro, ne fanno ampia prova gli atti della processura contro de' Templari. _N. d. T._

[226] _Gino Capponi, p. 1114. — Macchiavelli Storia Fiorentina, l. III, p. 232. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 725._

Allo spuntare del giorno il 21 luglio tutta la città trovavasi armata ed i priori non avevano sotto i loro ordini che ottanta cavalli; avevano bensì ordinato ai gonfalonieri di portarsi sulla pubblica piazza colle loro compagnie di milizie, ma ognuna di queste compagnie aveva voluto custodire il proprio quartiere onde salvarlo dall'incendio e dal saccheggio, di modo che di sedici gonfalonieri, due soli si presentarono avanti al palazzo; e questi ancora si ritirarono subito, quando si videro abbandonati dai loro colleghi[227].

[227] _Marchione de Stefani Ist. Fior., l. X, Rub. 795, t. XV, p. 18._

Mentre questi uscivano dalla piazza gl'insorgenti, che si erano adunati a san Piero Maggiore, vi entrarono e chiesero i loro prigionieri. Quando videro che si tardava a renderli, bruciarono la casa del gonfaloniere, Luigi Guicciardini. I priori diedero allora la libertà ai tre uomini che avevano fatto sostenere, e perchè gl'insorgenti non si separavano, mandarono tre deputati per trattare con loro[228]. Quando questi deputati scesero nella piazza, gli arcieri del palazzo cessarono di tirare per non ferirli, e questo istante di sospensione permise agl'insorgenti d'impadronirsi del gonfalone di giustizia, che stava sospeso alle finestre dell'esecutore. Questo venerato stendardo venne dai faziosi portato in tutti i luoghi in cui esercitarono i loro furori. Essi passavano di casa in casa per darle al sacco ed al fuoco, spesse volte indotti a ruinare una famiglia dietro l'accusa d'un solo privato nemico. Tutto il giorno si passò in tal maniera; ben tosto i faziosi vollero mostrare un disinteresse, che pareva incompatibile con questo spaventevole disordine. Ordinarono che tutti gli effetti preziosi, di coloro ch'essi dichiaravano sospetti, fossero bruciati colle case che li contenevano, e punirono come colpevoli di furto coloro che tentavano di sottrarre alcuna cosa all'incendio[229].

[228] Guerriante Marignolli, uno de' priori, con Salvestro de' Medici e Benedetto Alberti. — _Gino Capponi Tumulto de' Ciompi, p. 1115._

[229] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 795, p. 19._

In sull'ora dei vesperi, s'avvisò il popolaccio d'armare cavaliere Salvestro de' Medici, e dopo di lui Tommaso Strozzi e Benedetto Alberti. Ben tosto altri e poi altri ancora vennero rivestiti della medesima dignità, ed in quella sola notte il popolo ne armò sessantaquattro. I principali cittadini ricevevano tremando quest'onore; se lo avessero ricusato, arrischiavano d'essere uccisi all'istante[230]. Si videro allora alcuni uomini, tra i quali Luigi Guicciardini, cui era stata bruciata la casa quella mattina, essere armati cavalieri la sera dallo stesso popolaccio[231].

[230] _Gino Capponi, p. 1117._ — Marchione de Stefani dà la nota dei cavalieri, _l. X, Rub. 795, p. 22_.

[231] _Macchiavelli, l. III, p. 234. — Sozomeni Pistor. Hist., p. 1109. — Cronica Sanese, t. XV, p. 259. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 727._

All'indomani, 22 luglio, gl'insorgenti attaccarono e presero a viva forza il palazzo del podestà. Fecero in appresso giugnere alla signoria, che si era afforzata nel palazzo pubblico, le condizioni, che volevano da lei ottenere. Chiedevano tra le altre cose che l'arte della lana non nominasse più un giudice straniero; che venissero create tre nuove corporazioni pei mestieri, che più non volevano essere subordinati alle antiche arti; che in avvenire due dei priori si tirassero sempre dalle arti nuove, tre dalle quattordici minori, e tre dalle maggiori; per ultimo che venissero accordate grazie pecuniarie a coloro che il popolo aveva creati cavalieri, per formare un'entrata conveniente al nuovo loro stato. Volevano ancora che si cancellassero i nomi dei loro amici dalle liste degli ammoniti; che si confinassero i loro nemici, o che venissero posti nel numero de' magnati; che fosse sospesa per due anni la procedura di ogni debito minore di cinquanta ducati; che si escludessero per dieci anni dal governo tutti coloro le di cui case erano state bruciate; ed andavano continuamente facendo nuove inchieste, egualmente sovversive dell'ordine e della costituzione[232]. Ma quando il popolo minuto comincia a dettare le sue volontà, non avvi più forza nella nazione che vaglia a resistere. Tra i cittadini interessati nel mantenimento dell'ordine, gli uni cercavano a difendersi nelle proprie case, altri seguivano il popolaccio, cercando di moderarne il furore. In verun luogo una forza nazionale opponevasi alla forza, che distruggeva la nazione. I priori, assediati in palazzo, vedendo che niuno veniva in loro ajuto, si fecero a deliberare intorno alle domande de' Ciompi; le approvarono, e fecero poi suonare le campane per adunare il consiglio del popolo. I consiglieri riunironsi in palazzo, e le proposizioni dei Ciompi furono ammesse senza contraddizione.

[232] _Gino Capponi, d. 1119._

Il consiglio del comune, che doveva dare forza di leggi a queste deliberazioni, non potev'essere adunato lo stesso giorno che quello del popolo. Intanto la plebaglia pareva che s'andasse calmando, e faceva sperare che deporrebbe le armi, purchè la signoria rinviasse i soldati che aveva chiamati in suo soccorso, e che si erano avanzati fino a Poggio a Cajano, e purchè le chiavi delle porte si consegnassero ai sindaci delle arti[233].

[233] _Gino Capponi, p. 1121._

Ma all'indomani, quando il consiglio del comune era di già adunato, il popolo occupò la piazza, facendola risuonare colle sue grida per ispaventare in tal modo i consiglieri, e persuaderli a fare sollecitamente quanto chiedevano i Ciompi. Queste minacce non erano punto necessarie, perchè i consiglieri erano in modo atterriti che non avrebbero frapposto un solo istante. Non pertanto Guerriante Marignolli, uno de' priori, scese, sotto colore di assicurarsi che la porta fosse ben chiusa, e fuggì vilmente per sottrarsi ai pericoli, cui erano esposti i suoi colleghi. Mentre egli cercava modo di ridursi a casa, fu dal popolo riconosciuto, il quale prese a dire schiamazzando, che tutti i priori dovevano imitarlo, discendere nella piazza ed abdicare il governo. Ben tosto Tommaso Strozzi venne introdotto in palazzo, onde partecipare, per parte del popolo e delle arti, lo stesso ordine alla signoria[234]. Invano i priori cercarono di trattare col mezzo di Tommaso Strozzi e di Benedetto Alberti, che pareva avessero ambidue grandissima influenza sul popolo. Venne loro risposto, che se i priori non si ritiravano, sarebbe posto il fuoco alla città ed ai loro palazzi, ed uccise le loro spose e i figli. Gli otto della guerra, i collegi, i consiglieri del comune gli esortavano tutti a partire per salvare la città dal maggiore infortunio. Due de' priori Alamanno Acciajuoli e Niccolò del Nero dichiararono, che quando ancora non potessero ritenere i loro colleghi, essi non deporrebbero l'autorità, che la patria loro aveva confidata, prima che spirasse la carica loro; ma il gonfaloniere più timido, cui di già era stata bruciata la casa, e che credeva di vedere ben tosto i suoi figliuoli uccisi, raccomandossi a Tommaso Strozzi che lo fece uscire, e dietro lui, uno appresso l'altro, fuggirono pure i priori, onde, trovandosi soli, Acciajuoli e del Nero si scoraggiarono, e consegnarono le chiavi del palazzo al prevosto delle arti, che le ricevette a nome del popolo[235].

[234] _Gino Capponi, p. 1122. — Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 237. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 729._

[235] _Gino Capponi, p. 1123. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 730._

Vennero allora aperte le porte del palazzo, ed il popolaccio vi entrò. In questo momento un cardatore di lane, chiamato Michele di Lando, teneva il gonfalone della giustizia, di cui il popolo si era impadronito due giorni prima. Quest'uomo, che aveva vesti stracciate e camminava a piedi nudi, salendo alla testa del popolo la grande scala della signoria, quando giunse nella sala d'udienza de' priori, si volse al popolo affollato, e gli disse: «questo palazzo v'appartiene, questa città è nelle vostre mani; qual è al presente la vostra sovrana volontà?» Il popolo rispose ad una voce, ch'esso doveva essere il gonfaloniere di giustizia, e riformare la signoria. Michele di Lando in quell'istante avrebbe potuto farsi tiranno, e regnare sopra Firenze con l'appoggio del minuto popolo; egli avrebbe avuto un impero più assoluto che non fu quello del duca d'Atene, ma fortunatamente per la repubblica Michele amava sinceramente la sua patria e la libertà, e malgrado la parte che aveva presa alla sovversione dello stato, di già pensava ai mezzi di rimettere l'ordine[236].

[236] _Macchiavelli Istor. Fior., l. III, p. 239. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 731._

Gli otto della guerra erano i soli di tutta l'antica magistratura, che fossero rimasti in palazzo; e siccome era il loro partito che aveva cominciata la rivoluzione, siccome essi medesimi vi avevano avuta parte, credevano di raccogliere i frutti della vittoria, ed avevano di già nominata una nuova signoria, alla testa della quale volevano mettere Giorgio Scali[237]. Ma Michele di Lando, avvertito del loro divisamento, fece loro sapere che il popolo aveva riconquistato per sè medesimo il diritto di governarsi, che saprebbe dirigersi senza i loro consigli, onde ordinava loro d'uscire all'istante dal palazzo[238]. Per tal modo coloro che avevano osato scatenare il popolo, sperando di farlo agire per sè medesimi, e di frenarlo a voglia loro, furono i primi a trovarsi delusi dalla loro fallace politica.

[237] _Gino Capponi, p. 1124._

[238] _Macchiavelli, l. III, p. 240._