Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)

Part 7

Chapter 73,684 wordsPublic domain

Frattanto i cardinali temevano d'annunciare al popolo che l'eletto papa non era romano, tanto più che per antica consuetudine era permessa una grande licenza nel momento dell'elezione, e che il popolo s'arrogava il diritto di saccheggiare il palazzo del nuovo pontefice. Siccome le grida raddoppiavano innanzi al Vaticano, il cardinale Orsini s'affacciò ad una finestra, e fece fare silenzio, dicendo al popolo che il papa era nominato. Quando gliene fu chiesto il nome, rispose: _andate a san Pietro, e lo saprete_. Il vocabolo di san Pietro, ripetuto nella folla, fece credere che fosse stato eletto il cardinale di san Pietro: tutta la città tripudiò e la casa del Tebaldeschi, cardinale di san Pietro, fu saccheggiata da cima in fondo. Mentre il popolo vi accorreva, i cardinali avevano fatto entrare in Vaticano l'arcivescovo di Bari con molti altri prelati. Il popolaccio di ritorno dal saccheggio, vedendo che non aprivasi il palazzo, ne atterrò le porte per rendere omaggio al cardinale di san Pietro; e l'inquietudine de' cardinali raddoppiò, quando videro che il popolo credeva di avere ottenuto quanto desiderava, e che conveniva disingannarlo. Cercarono perciò di salvarsi colla fuga gli uni per la gran porta che il popolo aveva atterrata, altri per le camere dei cappellani, e quando nel fuggire si scontravano nella folla, la confermavano nel suo errore. I Romani si precipitavano nella piccola cappella ov'era rimasto il cardinale di san Pietro, l'adoravano e gli chiedevano la benedizione. Il vecchio Tebaldeschi poteva gridare a posta sua: «non sono io l'eletto, io non sono papa; nè voglio esserlo.» La debole sua voce non era udita in tanto tumulto, e que' medesimi che potevano udirlo, credevano che dicesse così per modestia[190]. Più l'errore andava accreditandosi e più i cardinali temevano l'istante in cui il popolo verrebbe tolto d'inganno; perciò la maggior parte di loro uscì di città dopo aver detto ai loro amici che il vero papa era l'arcivescovo di Bari. I cardinali Orsini e sant'Eustachio si rinchiusero a Vicovaro, Roberto di Ginevra a Zagarolo, quelli di Limoges, d'Aigrefeuille, di Poitou, di Viviers, di Bretagna e di Marmoutiers ritiraronsi in castel sant'Angelo, il cardinale di sant'Angelo si riparò a Guardia, e gli altri di Firenze, di Milano, di Montmayeur, di Glandeve e di Luna, rimasero soli nelle proprie case.

[190] _Thomas de Acerno, p. 721._ — Secondo il Rinaldi che riferisce le deposizioni di molti vescovi, quelli che venivano informati dell'elezione del Bari volevano ucciderlo, _t. XVII, p. 6_.

Frattanto l'arcivescovo di Bari era in Vaticano, e non meno atterrito degli altri, stava nascosto in una segreta camera, mentre il popolo saccheggiava tutte le provvigioni fatte per il conclave. La susseguente mattina, il 9 aprile, quest'arcivescovo mandò Tommaso d'Acerno, vescovo di Lucera, dal quale abbiamo presa la maggior parte di queste particolarità, ad intendere dai cardinali cosa foss'egli, e cosa dovesse fare. Il cardinale di Fiorenza rispose che l'arcivescovo di Bari era il vero e legittimo papa; mandò ad informare dell'accaduto i banderali, che stavano adunati in Campidoglio, e siccome il popolo erasi calmato, i banderali promisero che il nuovo pontefice sarebbe accetto al popolo, e riconosciuto, sebbene non romano. Frattanto i cinque cardinali rimasti in Roma recaronsi in Vaticano presso l'arcivescovo di Bari, che per anco non aveva accettata la sua elezione. Fu d'uopo spedir varj messi ai cardinali chiusi in sant'Angelo, prima che si potesse persuaderli ad uscire[191]. Vennero finalmente ad unirsi agli altri; ed allora il cardinale di Firenze, come decano, presentò l'arcivescovo di Bari al sacro collegio con un sermone su questo testo; _Talis debebat esse, ut esset nobis pontifex impollutus_: l'eletto prese per testo della sua risposta: _timor et tremor venerunt super me, et contexerunt me tenebrae_. Per uniformarsi al suo testo non parlò che dello spavento che gli cagionava così alta dignità, e della sua incapacità di occupare degnamente il pontificato. Il cardinale di Firenze interruppe questo discorso, pregandolo di lasciare per allora da un canto la spiegazione e la parafrasi del suo testo; poichè non costumavasi di fare in quell'istante un discorso formale; e lo strinse a dire positivamente se accettava l'elezione che di lui era stata fatta in nome del Signore. L'arcivescovo di Bari rispose che l'accettava, prese il nome d'Urbano VI, ed i cardinali, avendo intuonato il _Te Deum_, l'innalzarono sul trono[192].

[191] _Thomas da Acerno, p. 722._

[192] _Additam. ad Ptolom. Lucensem, p. 684._

Nei successivi giorni i cardinali d'Aigrefeuille, di Limoge e di Poitou, che avevano avuta la principale parte nell'elezione d'Urbano VI, chiesero e da lui ottennero alcune grazie. Durante la settimana santa i cardinali, ch'eransi allontanati, tornarono a Roma, e tutti assistettero alla coronazione il giorno di Pasqua, e l'accompagnarono in pompa alla basilica di san Giovanni di Laterano[193].

[193] _Thomas de Acerno, de creat. Urbani VI, p. 723. — Theodorici a Niem de Schismate, Editio Basileæ in fol. 1566, l. I, c. 2, p. 2._ — Una lettera dei 16 cardinali per comunicare ai loro colleghi rimasti in Avignone l'elezione unanime d'Urbano VI è riportata dal _Raynaldi an. 1378, t. XVII, p. 8_.

Per tal modo l'elezione del capo della Chiesa era compiuta: il tumulto del popolo che l'aveva accompagnata non aveva altrimenti determinata la scelta de' cardinali, che per lo contrario temevano d'avere con questa medesima scelta provocato lo sdegno del popolo. Altronde essi avevano riconosciuta e confermata nella calma un'elezione ch'era stata accompagnata da alcune burrascose circostanze. Ma comunque regolare fosse quest'elezione, era essenzialmente cattiva, perciocchè la scelta dei cardinali difficilmente avrebbe potuto cadere sopra un uomo più imprudente, più collerico, più vano, e più proprio a farsi odiare. A questi difetti soltanto conviene attribuire l'abbandono in cui si trovò ben tosto, quando l'intero collegio de' cardinali, che l'aveva creato e riconosciuto, dichiarossi contro di lui.

Urbano cominciò ad alienare i prelati della sua corte con i suoi sforzi per la riforma della Chiesa. Petrarca aveva spesse volte rimproverato agli ecclesiastici francesi la loro ghiottonerìa; Urbano volle ridurli a non avere che un solo piatto sulla mensa, ed egli medesimo ne dava l'esempio. Volle altresì frenare la simonia, e minacciò di scomunicare i cardinali che accettassero doni. Queste lodevoli riforme non erano nè annunciate, nè eseguite colla debita moderazione e prudenza. In altre occasioni il pontefice si fece ancora conoscere mancante di queste virtù. Egli annunciò la sua ferma disposizione di non lasciar più Roma, ed ordinò ai cardinali di prepararsi a passarvi gl'inverni. I banderali di Roma avendolo pregato di fare una nuova promozione, secondo la costumanza degli altri pontefici, egli rispose in presenza de' cardinali oltramontani, che non solo aveva determinato di fare una promozione, ma che la farebbe così numerosa, che d'ora innanzi i cardinali romani ed italiani sarebbero nel sacro collegio più potenti che gli stranieri. Il cardinale di Ginevra, che trovavasi presente a questa risposta impallidì per la collera, ed uscì all'istante. Ne' concistori segreti Urbano VI usava ancora minore ritenutezza; interrompeva i cardinali coi più offensivi discorsi; hai parlato abbastanza, diceva ad uno; taci, che non sai quello che tu ti dica, diceva ad un altro. Ed una volta giunse perfino all'eccesso di chiamare _sciocco_ il cardinale Orsini[194], e di dire al cardinale di san Marcello, quando questi tornò dalla sua legazione di Toscana, che aveva rubato il danaro della Chiesa: _tu ne menti come un Calabrese_, rispose lo sdegnato prelato, che sentiva come gentiluomo francese l'ingiuria che gli si faceva[195].

[194] _Item cardinali de Ursinis dixit quod erat unus sotus. Thomas de Acerno, p. 725._

[195] Giovanni della Grange, del titolo di san Marcello, cardinale vescovo d'Amiens. _Ap. Raynald. an. 1378, § 45, p. 22._

I cardinali, cui la rozzezza del papa riusciva insopportabile[196], ottennero gli uni dopo gli altri la licenza di ritirarsi ad Anagni, ove, in conformità degli ordini dati da Gregorio, avevano fatti degli apparecchi per passarvi l'estate. Urbano VI, che dopo la loro partenza era rimasto in Roma, invece di seguirli, come n'aveva avuto prima intenzione, andò a stabilirsi a Tivoli, e loro ordinò di raggiugnerlo. I cardinali, che avevano fatte ragguardevoli spese, e che si trovavano senza danaro, non volevano abbandonare tutti gli apparecchi che avevano fatti ad Anagni, ed esporsi a maggiori spese a Tivoli, ove non eranvi case in istato di riceverli. Mentre disputavano intorno a quest'ordine, riscaldando l'odio loro contro Urbano VI col ricordare le ingiurie da lui ricevute, Onorato Caietano, conte di Fondi, venne a ritrovarli ed aggiunse la sua collera all'odio loro. Egli aveva prestati mille fiorini a Gregorio XI, ed Urbano ricusava di restituire questa somma, e perfino di riconoscere il debito, pretendendo che il suo predecessore avesse erogata tale somma in suo privato uso e non a vantaggio della Chiesa. Aveva fatto di più; inasprito da questa contesa, aveva dichiarato il conte di Fondi decaduto dalla contea di Campania, e gli aveva sostituito il suo personale nemico, Tommaso di S. Severino. Il conte di Fondi aveva di già cercato di farsi giustizia colle armi, e si era colla forza reso padrone di alcuni castelli della Campania[197].

[196] _Theodorici a Niem de Schism., l. I, c. 4, 5 e 6, p. 5._

[197] _Thomas de Acerno, p. 726._

Era la fine di giugno quando i cardinali si erano ritirati ad Anagni; l'arcivescovo d'Arles cameriere del defunto papa Gregorio XI, andò a raggiugnerli, portando loro la tiara ed i giojelli della corona. Il comandante di castel sant'Angelo, creatura del cardinale di Montmayeur, ricusò di più oltre ricevere gli ordini d'Urbano VI; il cardinale d'Amiens procurò l'alleanza di Francesco di Vico, signore di Viterbo, prefetto di Roma e ribellatosi contro la Chiesa[198]. Finalmente il cardinale di Ginevra, che aveva avute colla compagnia de' Bretoni troppo strette relazioni pel suo onore, trattò con questa compagnia per farla passare in Anagni al servizio de' cardinali. I Romani vollero fermarlo al passaggio del ponte Salario, ma vi furono rotti colla perdita di più di cinque cento uomini. I cardinali, resi orgogliosi da questa vittoria e dal sentimento delle loro forze, dichiararono al papa che più non ritornerebbero presso di lui, nè a Tivoli, nè a Roma; consultarono seriamente se dovevano dargli un coadjutore per amministrare la Chiesa, e dopo qualche incertezza, deliberarono di annullare piuttosto la sua elezione sotto pretesto che non era stata libera.

[198] _Additam. ad Ptol. Lucens., 687._

Ma non si ridussero subito a quest'estremo, perchè i cardinali italiani, non meno scontenti del papa di quel che lo fossero i francesi, temevano non pertanto di entrare in disamine, e di far passi, che potessero richiamare la santa sede al di là dai monti. Cercavano adunque di farsi mediatori tra i due partiti. Tutti e quattro assistettero a diversi concistori tenuti da Urbano VI a Tivoli; quelli di Firenze, di Milano, e l'Orsini stabilirono la loro dimora a Subiaco presso Anagni, e quando i cardinali francesi abbandonarono in agosto Anagni per recarsi a Fondi, colà invitati dal conte di quella città, i tre italiani li seguirono fino a Suessa. Il quarto, Tebaldeschi, cardinale di san Pietro, tornò a Roma col papa, e colà morì, dichiarando quando stava per spirare, ch'egli teneva Urbano VI per legittimo pastore della Chiesa[199].

[199] _Thomas de Acerno, p. 728._ — La dichiarazione del Tebaldeschi è stampata negli _Annali ecclesiastici, p. 19_.

La morte del Tebaldeschi privò Urbano VI del solo cardinale che gli fosse rimasto veramente fedele; i tre italiani senza rifiutarlo, e senza volere compiutamente associarsi agli oltramontani, avevano cessato di ubbidirgli; ed i francesi, poichè furono sicuri dell'appoggio del re di Francia e della regina Giovanna, pronunciarono di comune consentimento, il 9 agosto 1378, che la santa sede era vacante. Dichiararono che Bartolomeo Prignani, che facevasi chiamare Urbano VI, era stato illegalmente eletto in mezzo ad un popolo ammutinato; e perchè essi formavano più de' due terzi del sacro collegio, protestarono solennemente contro un'elezione, che dichiaravano nulla, poichè l'avevano fatta contro la loro volontà.

Urbano VI, ch'era rimasto solo a Roma, ove non aveva potuto richiamare nè pure i cardinali italiani, fece nella festa dei quattro tempi di settembre una promozione di ventinove nuovi cardinali. I cardinali anziani inaspriti da tale notizia, tennero il 20 settembre un concistoro a Fondi nel quale determinarono di chiudersi in conclave per procedere all'elezione di un nuovo papa. La scelta cadde ben tosto sopra Roberto di Ginevra; i suoi talenti ed il suo carattere fecero loro dimenticare la carnificina di Cesena, e lo scandalo della guerra di Romagna. Roberto prese il nome di Clemente VII; i cardinali italiani non vollero dargli le loro voci, ma nemmeno tornarono a Roma. Essi ritiraronsi in diverse ville della Campania, o ne' castelli degli Orsini, senza prendere apertamente parte nello scisma, che incominciò a quest'epoca a dividere il cristianesimo[200]. La Spagna e la Francia seguirono colla regina di Napoli le parti di Clemente VII; l'Italia, la Germania, l'Inghilterra, l'Ungheria ed il Portogallo s'attaccarono ad Urbano VI. Intanto l'autorità pontificia fu quasi distrutta dalla divisione della Chiesa fra due uomini, niuno de' quali poteva conciliarsi il rispetto del mondo cristiano.

[200] _Thomas de Acerno, p. 729. — Theodoricus a Niem de Schismate, l. I, c. 9 e 10, p. 9._

In uno de' concistori da Urbano VI preseduti a Tivoli coll'assistenza de' quattro cardinali italiani, egli aveva sottoscritta la pace colla repubblica fiorentina a condizioni affatto diverse da quelle che aveva domandato Gregorio XI nel congresso di Sarzana. Le ostilità non eransi rinnovate dopo lo scioglimento di questo congresso, non avendo la repubblica voluto esasperare il nuovo pontefice; ed aveva cercato di buon ora di approfittare delle difficoltà in cui trovavasi ravvolto, per riprendere il trattato. Ella acconsentì di pagargli per i danni della guerra settanta mila fiorini entro un anno, e cento ottanta mila nello spazio di quattro anni; ed in cambio la repubblica venne assolta con tutti i suoi alleati dalle censure ecclesiastiche nelle quali era incorsa[201].

[201] _Thomas de Acerno, p. 727. — Gino Capponi del tumulto de' Ciompi, t. XVIII, p. 1111._ — La pace tra il papa e Perugia fu soscritta verso lo stesso tempo, e pubblicata il 4 di gennajo 1379. — _Pompeo Pellini Hist. di Perugia, p. I, l. IX, p. 1238._

Potrebbe taluno maravigliarsi come, dopo tante vittorie ottenute in una giusta guerra, la repubblica acconsentisse ancora a pagare indennizzazioni ad un nemico ch'ella non poteva più temere; ma tutte le guerre delle altre potenze colla Chiesa eransi terminate nello stesso modo, ed i popoli si credevano obbligati di cancellare con un clamoroso soddisfacimento lo scandalo dato alla cristianità, combattendo il comune pastore. Altronde Firenze non era omai più in istato di proseguire le sue vittorie, come non lo era il papa di vendicarsi. L'una e l'altra potenza erano nello stesso tempo indebolite da un'interna discordia, che loro non permetteva di pensare agli affari esterni. L'anno 1378 non fu meno funesto alla pace di Firenze, che a quella della Chiesa: essa fu l'epoca della più violenta rivoluzione della repubblica, e del gran scisma della Chiesa.

Le due fazioni che dovevano scuotere lo stato, avevano annunziata la loro esistenza durante la guerra colla Chiesa; erano esse nate dalla divisione tra gli Albizzi ed i Ricci, di cui abbiamo altrove parlato. I primi, alleati colle più antiche famiglie guelfe, che cominciavasi allora ad indicare col nome di nobiltà popolare, erano secondati dalla magistratura di parte guelfa. Pietro degli Albizzi, Lapo di Castiglionchio e Carlo Strozzi erano capi di questa fazione. Il capo dell'opposta parte, Uguccione dei Ricci, era morto, dopo avere in parte perduta la sua popolarità; ma Giorgio Scala e Tommaso Strozzi l'avevano rimpiazzato. La fazione loro era la democratica; pure vi si trovavano altresì i Ricci, gli Alberti ed i Medici, che, come i loro avversarj, facevano parte della nobiltà popolare. Le loro famiglie di origine egualmente plebea, eransi da lungo tempo, per mezzo del commercio, innalzate ad una grande ricchezza e ad un grandissimo credito.

La fazione dei Ricci era stata gagliardamente abbassata nel 1372, quando un gran numero de' suoi membri vennero esclusi dal governo o ammoniti come Ghibellini; ma ella si era rialzata in tempo della guerra colla Chiesa. L'intera repubblica pareva che avesse adottati i principj dei Ghibellini; e gli otto della guerra, che avevano procurato alle armi di Firenze così grandi successi, e che erano stati così gloriosamente riconfermati d'anno in anno, appartenevano tutti al partito dei Ricci o dei Ghibellini[202].

[202] _Leonardo Aretino, l. IX, in principio._

Due magistrature di parte esistevano dunque nella repubblica in opposizione l'una coll'altra; e si videro con maraviglia, verso il fine della guerra colla Chiesa, i capitani di parte guelfa, resi arditi dalla gelosia che gli otto della guerra avevano in fine eccitata, attaccarsi ai loro clienti, talvolta a loro medesimi per ammonirli come Ghibellini. Furono veduti fare un irremissibile delitto ai figliuoli dell'avere i loro antenati fatta guerra alla Chiesa uno o due secoli prima; mentre essi, mentre la repubblica, trovavansi in guerra colla Chiesa; mentre questa spigneva i suoi attacchi con un vigore che gli antichi Ghibellini non avevano conosciuto[203].

[203] In aprile del 1378 i capitani ammonirono Giovanni Dini, uno degli otto della guerra e de' più rispettati uomini dello stato. _Marchione de Stefani, l. IX, Rub. 786, p. 207. — Scipione Ammirato, l. XIII, p. 213._

La parte guelfa, resa forte dall'unione di tutti coloro ch'erano gelosi degli otto della guerra e dall'antica nobiltà, pensò di potere approfittare alla morte di Gregorio XI dei trattati di pace colla Chiesa per ricuperare un assoluto impero sopra la repubblica. Avevano essi troppo inasprita l'opposta fazione, perchè fosse ancora possibile un riconciliamento; perciò erano essi determinati di cacciare fuori di città i loro avversarj, dietro l'esempio degli antichi guelfi, e d'impadronirsi a viva forza del palazzo dei priori[204]. Era in aprile del 1378, quando i tre capi di parte deliberarono intorno a questo progetto. Lapo di Castiglionchio ne voleva affrettare l'esecuzione, tanto più che le borse donde si tiravano a sorte i priori, essendo quasi vuote, sapevasi che vi restava ancora una signoria affatto ghibellina, di cui Salvestro de' Medici, uomo intraprendente, ed uno de' più pericolosi avversarj dei Ricci, sarebbe gonfaloniere. Quando questi magistrati sarebbero in seggio, si poteva temere che essi medesimi non cominciassero l'attacco. Pietro degli Albizzi per lo contrario voleva differire fino alla prossima festa di san Giovanni, per approfittare dell'affluenza dei contadini, che in tal giorno accorrevano da ogni banda alla città, confondendo tra questi gli uomini di cui volevano servirsi. Lapo acconsentì di mal animo a questo ritardo; furono prese delle misure insufficienti per impedire che Salvestro de' Medici occupasse la carica di gonfaloniere, e si aspettò in riposo la prossima estrazione[205].

[204] _Macchiavelli delle Ist. Fior., l. III, p. 212._

[205] _Scipione Ammirato, l. XIII, p. 714. — Marchione de Stefani, l. IV, Rub. 787, p. 208._

Questa diede la signoria dei mesi di maggio e di giugno, alla testa della quale si trovò Salvestro de' Medici come gonfaloniere[206]. Il Medici d'accordo con Benedetto Alberti, Tommaso Strozzi e Giorgio Scali, erano risoluti di opporsi alle usurpazioni segrete dei grandi. Volevano impedire ai capitani di parte guelfa di cambiare la costituzione in oligarchia coll'ajuto delle vane accuse di ghibellinismo. La sorte aveva designato Salvestro de' Medici il 18 giugno per essere prevosto; dignità che gli dava il diritto di proporre ai consigli nuove leggi e riforme[207]. Egli ne approfittò per far adunare il consiglio del popolo, mentre in un'altra sala del pubblico palazzo egli presiedeva al collegio delle compagnie. Propose a quest'ultima assemblea una legge, che rinnovava l'ordinanza di giustizia contro i grandi, che minorava l'autorità dei capitani di parte, e che apriva agli ammoniti una strada per ricuperare gli onori dello stato. Questa legge incontrò una gagliarda opposizione nel collegio. Allora Salvestro, abbandonando il suo luogo senz'essere osservato, passò nella sala ove stava adunato il consiglio del popolo. «Io aveva creduto, diss'egli, che il mio dovere di gonfaloniere mi obbligasse a reprimere l'insolenza de' grandi, ed a correggere leggi, il di cui abuso forma l'infelicità della repubblica; ma ho trovato tra i nemici del popolo una così gagliarda opposizione, che lungi dal poter apportare rimedio al male, non mi è pure permesso di far conoscere ai miei concittadini i regolamenti che aveva proposti. Poichè trovomi nell'impossibilità di fare il bene, non voglio più lungo tempo occupare una carica, di cui la pubblica diffidenza mi toglie d'esercitarne la più augusta funzione. Io rinuncio al gonfalone, e torno a casa mia per vivere da privato[208].» Nel pronunciare queste parole Salvestro scese dalla tribuna. Ma il suo discorso aveva eccitato in consiglio il più vivo fermento. Entraronvi i priori ed il collegio per calmare il tumulto, e ritennero Salvestro de' Medici, che partiva, o fingeva di partire. Frattanto tutto il partito degli Albizzi era dai plebei minacciato; Carlo Strozzi venne preso al collare da un plebeo, che gli disse essere giunto il termine della potenza de' grandi[209]. E perchè le parti si riscaldavano, Benedetto degli Alberti s'avvicinò alla finestra, e chiamò i cittadini alle armi, gridando _viva il popolo!_ All'istante si chiusero le botteghe, la piazza si empì di persone armate, che colle loro acclamazioni diedero subito a conoscere, ch'erano del partito degli otto della guerra e de' plebei. Dall'altro canto i gentiluomini e gli amici degli Albizzi eransi adunati nel palazzo della parte guelfa, ma non trovandovisi che in numero di circa trecento, si separarono volontariamente. Il collegio intanto s'accorse d'essere il più debole, onde approvò la legge proposta da Salvestro de' Medici, che prima aveva rifiutata. Questa legge venne immediatamente portata al consiglio del popolo, che la sanzionò[210].

[206] _Gino Capponi Tumulto de' Ciompi. Rer. Ital., t. XVIII, p. 1103._

[207] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 790, t. XV, p. 4._

[208] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 214. — Gino Capponi Tumulto dei Ciompi, p. 1104. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 717._

[209] _Gino Capponi, t. XVIII, p. 1105._

[210] _Macchiavelli Stor. Fior., l. III, p. 216._

Il movimento popolare pareva calmato, i cittadini ed i consiglieri del popolo si ritiravano in pace alle case loro; ma ognuno era d'opinione che la contesa non fosse finita; che i vinti non soggiacerebbero alla disfatta, e che i vincitori non sarebbero contenti della loro vittoria. Di già i più timidi si premunivano contro le rivoluzioni credute inevitabili. Gli uni afforzavano le case loro, altri trasportavano nelle chiese o ne' monasteri i loro più preziosi effetti, onde porli in sicuro; le botteghe non si aprivano, e l'aspetto della città annunziava la diffidenza o la guerra.