Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)

Part 6

Chapter 63,482 wordsPublic domain

I Fiorentini, informati dell'arrivo di Gregorio XI, gli spedirono, per parte loro, ambasciatori a Roma, per chiedergli la pace a giuste condizioni[162]; ma perchè i loro trattati non ottennero il desiderato fine, ricominciò la guerra con vigore, e Bolsena si ribellò mentre il papa trovavasi nelle sue vicinanze. I Fiorentini confermarono per la seconda volta gli otto della guerra nel loro impiego. Questi magistrati non erano in origine stati creati che per un anno, ma avevano coronati i loro talenti con tanta prosperità che il popolo non poteva risolversi a dar loro dei successori. Gli otto persuasero Giovanni Acuto, che aveva terminato il tempo del suo servigio col papa, a passare al loro soldo colla compagnia inglese[163]. Ma d'altra parte Rodolfo da Camerino che fin allora era stato generale dei Fiorentini, abbandonò il loro partito, malcontento che non gli si concedesse di conquistare la città di Fabbriano, ch'erasi dichiarata libera, e sulla quale vantava alcuni diritti[164]. Il papa accolse Rodolfo con singolari dimostrazioni d'onore, e gli affidò immediatamente il comando della compagnia dei Bretoni, colla quale il signore di Camerino tenne tribolati gli alleati de' Fiorentini nella Marca d'Ancona[165].

[162] _Cronica Sanese, p. 252._

[163] _Cronica di Pisa, p. 1072. — Scipione Ammirato, l. XIII, p. 705._

[164] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. II, p. 237._

[165] _Leon. Aret., l. VIII. — Ann. Bonincontri Miniaten., p. 27._

Il conte Lucio Lando di Svevia andò allora ad attaccare Rodolfo, con tre mila cavalli fiorentini, quasi alle porte di Camerino, sua capitale; gli uccise dugento soldati, gli prese lo stendardo con mille prigionieri, e lo sforzò a fuggire quasi solo a Tolentino[166]. In appresso i Fiorentini presero san Lupidio, santa Maria Serra, e più altre castella nella Marca d'Ancona[167].

[166] _Chron. Esten., p. 494._

[167] _Sozomeni Pistoriensis Hist., p. 1103._

Il papa desiderava la pace coi Fiorentini, ma voleva che la loro devozione la rendesse per lui più vantaggiosa. Mentre trovavasi ancora in Avignone, la signoria gli aveva spedita santa Catarina da Siena per cercare d'addolcirlo. Il papa rimandò la santa a Firenze, assicurandola che avrebbe poste in sua mano le condizioni della pace. Ma sebbene le virtù e la conosciuta santità di Catarina ispirassero la più alta venerazione ai capi della repubblica, essi non credettero di dover consultare intorno agl'interessi della loro patria gli scrupoli d'una donna entusiasta[168]. Gregorio mandò dal canto suo ambasciatori a Firenze; e questi, che speravano di fare maggiore impressione sul popolo che sul governo, non vollero esporre la loro missione che in presenza d'un parlamento adunato. In questo recitarono un artificioso discorso: il pontefice, essi dissero, ben sapeva che il popolo non voleva la guerra; la quale era l'opera di alcuni capi ambiziosi che si arricchivano nella pubblica miseria, che di già avevano conservato il loro impiego oltre il tempo fissato da tutte le leggi, e si lusingavano di ridurre ben tosto in servitù quel popolo, che traviavano in nome della libertà. Gregorio chiedeva soltanto che i Fiorentini deponessero i loro perfidi magistrati, ed in appresso era disposto ad accordar loro la pace a quelle condizioni ch'essi medesimi avrebbero desiderato. Il gonfaloniere rispose agli ambasciatori a nome del popolo. Che lunghe ingiurie abbisognarono, e le prove della più sfrenata ambizione degli ecclesiastici per istaccare i Fiorentini dal partito della Chiesa, cui si mostrarono tanto tempo fedeli: che tante offese avevano finalmente stancata la loro sofferenza, ond'erano unanimi nella presa opposizione: che non pertanto desideravano sempre i Fiorentini la pace, ma che dovevasi ben credere che le condizioni della pace dovessero essere svantaggiose a coloro che avevano imprudentemente provocata la guerra[169].

[168] _Raynaldi Ann. Eccles. 1377, § 2, p. 552. — Marchione de Stefani, l. IX, Rub. 773, p. 179._

[169] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. II, p. 237. — Scipione Ammirato, l. XIII, p. 707._

Il pontefice, irritato da questa risposta, raddoppiò le pene ecclesiastiche pronunciate contro i Fiorentini, e scrisse di nuovo, non più a tutti i sovrani, ma a tutte le città, per persuaderle a confiscare le proprietà de' suoi nemici. Dall'altro canto i Fiorentini, che fino a tale epoca avevano osservato gl'interdetti pronunciati dal pontefice, risolsero di non rimanere soggetti ad un'ingiusta sentenza. Fecero aprire tutte le chiese, e costrinsero i preti a celebrare l'ufficio divino colla stessa solennità, come se l'interdetto non fosse stato pronunciato[170].

[170] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 239. — Marchione de Stefani, l. IX, Rub. 772, p. 178. — Cronica Sanese, p. 256._

Un nipote del papa aveva tentato, alla testa de' Bretoni, di entrare nella Maremma di Siena, e fu forzato di dare a dietro in faccia ad Acuto. Ma più che le armi tornarono utili gl'intrighi alla corte pontificia. Erasi scoperta in Bologna una congiura in favore dei Pepoli, in sul finire del precedente anno, e Taddeo degli Azzoguidi era stato esiliato da questa città con una parte della fazione dello scacchiere[171]. Il restante di questa fazione, fedele alla libertà ed agl'interessi de' Fiorentini, mutò nome in quest'occasione, e si chiamò Raspanti. Le famiglie de' Bentivogli, Salicetti, Azzoguidi, Bianchi e Gozzadini entrarono nella nuova fazione de' Raspanti, e sotto questo nome governarono la repubblica.

[171] _Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXV, p. 358._

Ma in marzo del 1377 la sorte diede ai Bolognesi un gonfaloniere ed otto anziani dell'opposta fazione, o de' Maltraversi. Questi, dopo avere guadagnato destramente il favore del popolo, ed assicurata la loro autorità, fecero arrestare in un solo giorno tutti i capi dei Raspanti, e spedirono al legato del papa, che allora trovavasi a Ferrara, per domandargli una tregua, onde trattare con lui una pace separata. Gregorio XI accolse avidamente quest'offerta, e non si mostrò difficile nelle condizioni. Domandò soltanto che fosse ricevuto in Bologna un vicario pontificio, non per comandare in effetto, ma per averne soltanto l'apparenza: e perchè non si concepisse veruna diffidenza, nominò per tale incumbenza uno degli ambasciatori della repubblica, che era dottore di legge[172]. Acconsentì espressamente che Bologna continuasse a governarsi liberamente ed in comune[173]; ed a tali condizioni essendo stata il 21 agosto segnata la pace in Anagni, si pubblicò a Bologna in principio di settembre[174].

[172] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 515._

[173] _Chronicon Estense, t. XV, p. 501._

[174] _Ghirard. Stor. di Bol., l. XXV, p. 364._

Circa lo stesso tempo il prefetto di Vico fece pure una separata pace colla Chiesa[175]; onde i Fiorentini, vedendosi abbandonati dai due più potenti alleati, pensarono seriamente a mettere fine alla guerra. Il vescovo d'Urbino, ambasciatore del papa, propose loro di prendere per arbitro un loro alleato, Barnabò Visconti, ed infatti i Fiorentini acconsentirono di aprire, sotto la sua mediazione, un congresso a Sarzana. Barnabò recossi il primo in questa città in principio del 1378. Vi giunsero poco dopo il cardinale d'Amiens e l'arcivescovo di Narbona legati del papa. Il conte di Brienne e l'arcivescovo di Laon arrivarono in appresso come ambasciatori del re di Francia; ed in breve vi si adunarono i deputati fiorentini e quelli delle città alleate.

[175] _Cronica Sanese, p. 255._

Le conferenze cominciarono il 12 di marzo, e si potè allora travedere dietro quali segrete intelligenze aveva il papa scelto arbitro il suo più antico nemico, e l'alleato de' Fiorentini. Barnabò Visconti aveva convenuto col papa di dividere con lui il danaro che farebbe pagare alla repubblica. Propose nella sua qualità di arbitro, che i confederati dessero al papa l'enorme somma di ottocento mila fiorini per le spese della guerra. Le decisioni degli arbitri venivano risguardate come inappellabili; tutti gli alleati de' Fiorentini più omai non li secondavano che assai mollemente, e gli ambasciatori delle repubbliche si videro forzati d'aprire la negoziazione su questa base; e forse la pace sarebbesi conchiusa a condizioni svantaggiosissime per gli alleati, se la notizia della malattia del papa, attaccato dalla pietra, e poco dopo quella della sua morte, accaduta in Roma il 27 marzo del 1378, non avesse sciolto il congresso di Sarzana[176]. Tutti gli ambasciatori tornarono a casa loro senza nulla avere conchiuso, ed il gran scisma d'Occidente, che tenne dietro alla morte di Gregorio XI, permise ben tosto ai Fiorentini di trattare colla Chiesa sotto più favorevoli auspicj[177].

[176] _Chron. Estense, t. XV, p. 502. — Cronaca Riminese, p. 918._

[177] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. II, p. 240. — Sozomeni Pistor. Hist., p. 1104. — Cronica Sanese, p. 257. — Cronica di Bologna, p. 516._

CAPITOLO L.

_Gran scisma d'Occidente. — Congiura de' Ciompi a Firenze. — La regina Giovanna spogliata del regno da Carlo di Durazzo._

1378 = 1381.

L'accanita guerra nella quale le repubbliche italiane avevano preso parte contro la corte di Roma, fu tutt'ad un tratto sospesa dalla morte di Gregorio XI, la quale mutava i rapporti delle potenze e de' popoli d'Italia. L'odio contro i Francesi, che avevano usurpate tutte le dignità e tutti i poteri della Chiesa, aveva strascinati gl'Italiani a muovere guerra alla chiesa medesima; e dopo la morte di Gregorio XI, lo stesso odio attaccò gl'Italiani alla difesa del suo successore. I pontefici ed i prelati d'Avignone avevano congiurato contro la libertà italiana; perfida ed ambiziosa era la loro politica, formidabile la loro potenza. Avevano essi introdotta in Italia la feroce banda de' Bretoni; facevano servire ai loro progetti la versatilità e la perfidia de' tiranni lombardi; erano sicuri dell'ubbidienza della regina Giovanna di Napoli, della protezione e degli ajuti del re di Francia; e per ultimo la superstizione, sebbene molte volte conculcata, rilevavasi e tornava opportuna in loro soccorso, tostocchè i loro avversari provavano qualche sinistro. Tutta questa potenza venne distrutta dal gran scisma d'occidente; la corte di Roma venne privata dell'appoggio degli oltramontani, e le sue ricchezze divise tra due competitori e dissipate in una guerra civile, più non bastarono ad assoldare armate, ed a corrompere traditori; onde il pontefice italiano si trovò in balìa di quelle repubbliche, che il suo predecessore voleva distruggere. Fortunatamente l'odio di queste erasi spento col pericolo che avevano corso.

Gregorio XI era morto a Roma nella notte del 27 marzo del 1378; e le esequie e le novene celebrate pel riposo dell'anima sua durarono fino al 7 d'aprile. In tal giorno i cardinali entrarono in conclave, dopo avere nominato per invigilare alla loro sicurezza, otto ufficiali, cioè due vescovi, tre laici romani e tre francesi[178].

[178] _Vita Gregorii XI penes Baluzium Scr. Ital. t. III, p. II, p. 662._

La chiesa romana aveva allora ventitre cardinali, sei de' quali erano rimasti in Avignone, ed un altro trovavasi legato in Toscana. Soli sedici entrarono dunque in conclave nel palazzo del Vaticano[179], de' quali undici erano francesi, uno spagnuolo, e quattro italiani[180].

[179] _Addimenta Codicis Patavini ad Ptolom. Lucensem, t. III, p. II, p. 677._

[180] Ecco la nota di tutti i cardinali che componevano allora il sacro collegio; che è necessario di ben conoscere per intendere la storia dello scisma.

I cardinali assistenti al conclave furono

_Uno spagnuolo._ _creato l'an., morto l'an._

Pietro di Luna, cardinale diacono, del titolo di santa Maria in Cosmedin 1375 1424

_Quattro Italiani._

Francesco Tebaldeschi, romano, cardinale prete del titolo di santa Sabina, arciprete di san Pietro 1368 1378

Pietro Corsino, fiorentino, card. prete del titolo di San Lorenzo 1370 1405

Giacomo Orsini, romano, card. diacono del titolo di san Giorgio in Velabro 1371 1379

Simone da Borsano, milanese, card. prete di san Giovanni e Paolo 1375 1381

_Undici Francesi._

Guglielmo d'Aigrefeuille, card. prete di santo Stefano 1367 1401

Giovanni du Cros, vescovo di Limoges, card. prete de' santi Nereo ed Achilleo 1371 1383

Bertrando Lagier, vescovo di Glandeves, card. prete di santa Prisca 1371 1392

Roberto di Ginevra, arcivescovo di Chambray, card. prete de' 12 Apostoli 1371 1394

Pietro Flandrin, card. diacono di sant'Eustacchio 1371 1381

Guglielmo di Nouveau, card. diacono di sant'Agnese 1371 1390

Pietro di Veruche, abate di Montmayeur, card. diacono di santa Maria in velo aureo 1371 1403

Ugo di Montrelaix, card. prete dei 4 santi Coronati 1375 1384

Gui di Malesec, vescovo di Poitiers, card. prete di santa Croce in Gerusalemme 1375 1413

Pietro de Bernier, vescovo di Viviers, card. prete di san Lorenzo in Lucina 1375 1394

Gerardo du Puy, abate di Marmoutier, card. prete di san Clemente 1375 1389

_I cardinali assenti nell'epoca del conclave erano_

Giovanni de la Grange, vescovo d'Amiens, card. prete di san Marcello, in allora legato del papa in Toscana 1375 1402

_I sei Francesi finalmente ch'erano rimasti in Avignone sono_

Pietro di Selvete Montirac vescovo di Pamplona, cancelliere della chiesa, card. prete di sant'Anastasia 1356 1385

Giovanni de Blandiac, vescovo di Sabina, card. di san Marco 1361 1379

Ugo di san Marziale, card. diacono di santa Maria in Portico 1361 1403

Egidio Ascellino di Montaigu, vescovo di Frascati, card. prete di san Silvestro 1361 1378

Angelo de Grimoard, vescovo d'Albano, card. prete di san Pietro _in vincula_ 1366 1387

Guglielmo de Chanac, vescovo di Mandes, card. prete di san Vitale 1371 1394

Durante il tempo consacrato in apparenza alle esequie del precedente papa, i cardinali chiamati ad eleggere il successore avevano di già cominciati gli intrighi preparatorj a così importante nomina. I Francesi, che di lunga mano formavano il maggior numero, erano divisi in due fazioni. I Limosini sollevati alla romana porpora da Gregorio XI da Clemente VI eccitavano la gelosia di tutti gli altri. Non volevasi permettere che la santa sede continuasse ad essere una proprietà d'una sola provincia, e quasi d'una sola famiglia. Altronde, i Limosini, che formavano un partito regolare e numeroso, lusingavansi di dirigere l'elezione a modo loro. In mezzo a tali contese, che non erano chiuse nel sacro collegio, ma di già rendevansi pubbliche, vedevasi l'un partito e l'altro egualmente determinato a non eleggere un italiano. L'avversione de' cardinali francesi pel soggiorno di Roma era abbastanza conosciuto, e si prevedeva che il nuovo pontefice sarebbesi affrettato di ricondurre la corte in Avignone. Questo timore eccitò in Roma il più vivo fermento: il popolo s'attruppò intorno al palazzo del Vaticano il giorno medesimo in cui i cardinali si chiusero in conclave, per vedere se colle sue grida potesse avere qualche influenza nella scelta. _Romano lo volemo lo papa_, gridavano, _romano lo volemo, o almanco italiano_[181]. Nel momento in cui i cardinali erano entrati in conclave, la folla si era con loro precipitata in palazzo, _e questi maledetti romani_, dice il biografo di Gregorio XI, _erano armati, e ricusavano d'uscire_. Per altro dopo un'ora di tumulto, il vescovo di Marsiglia li persuase tutti a ritirarsi, ad eccezione di una quarantina, i quali visitavano tutti gli angoli dell'appartamento sotto colore d'assicurarsi che non vi fossero corazzieri nascosti nel palazzo, e che non vi fosse qualche segreta uscita, o qualche mezzo di comunicazione col di fuori[182]. Mentre praticavano queste indagini, che accrescevano l'inquietudine de' cardinali, il rimanente del popolo, adunato innanzi alle porte, non cessava di gridare, _romano lo volemo, romano_.

[181] _Vita Gregorii XI penes Baluzium, p. 662, 663. — Vita ejusdem ex Bosqueto, p. 654._

[182] _Vita Gregorii XI penes Baluzium, p. 662._

Prima che la plebaglia si fosse ritirata, due de' banderali di Roma vennero in deputazione per parte di questa magistratura, e chiesero udienza ai cardinali, che li ricevettero nella piccola cappella del Vaticano. I banderali rappresentarono al sacro collegio quanto l'intera cristianità aveva sofferto per avere i papi stabilita la loro residenza fuori d'Italia. A Roma i templi ed i sacri edificj ruinavano; alcuni cardinali non avevano pure visitate, in tutto il tempo della loro vita, le chiese di cui portavano il titolo; essi le lasciavano derelitte, sebbene loro ne incumbesse il mantenimento. Lo stato ecclesiastico era stato invaso, dopo partiti i papi, dai tiranni che se lo erano diviso, e non erasi riacquistato dal cardinale Albornoz che dopo un'accanita guerra con grave dispendio del sangue dei popoli, e dei tesori della cristianità. Era poi stato abbandonato a ministri venali, insolenti ed arbitrari, i quali avevano fatta scoppiare una generale rebellione, governando in un modo così diverso dal paterno modo della antica Chiesa. Una guerra generale erasi accesa in Italia, ed il restante del mondo cristiano si era esaurito per volere riacquistare province ch'erano state forzate a ribellarsi. Fu per una veramente particolare disposizione della Provvidenza, aggiugnevano, che il buon papa Gregorio è venuto a morire in Roma, affinchè il senato della Chiesa, dovendosi di nuovo adunare nella di lei capitale, fosse più a portata di conoscere i sentimenti della greggia cui deve dare un pastore, e che i cardinali, organi de' Romani, che in altri tempi sceglievano il proprio vescovo coi loro suffragi, si uniformassero fedelmente alle intenzioni di coloro, che sono incaricati già da alcun tempo di rappresentare[183].

[183] _Vita Gregorii XI ex additam. ad Ptolom. Lucens., 667. — Thomas de Acerno de creatione Urbani VI, Rer. It. t. III, p. II, p. 716. — Raynaldus Ann. Eccles. 1378, § 4, p. 2._

I banderali ritiraronsi per lasciar deliberare i cardinali; poi furono nuovamente introdotti, e Pietro Corsino, cardinale di Firenze, loro rispose a nome del sacro collegio: che maravigliavasi della loro pretesa d'influire sopra un'elezione, alla quale, nè il rispetto, nè il timore, nè il favore, nè le grida del popolo dovevano aver parte; che i cardinali andavano ad udire la messa dello Spirito Santo, e che lo Spirito Santo determinerebbe solo colla sua ispirazione la scelta che farebbero[184]. I banderali si ritirarono poco soddisfatti di questa risposta, ed il popolo rinnovò le grida, _un romano volemo, un romano_.

[184] _Vita Gregorii XI penes Baluzium, p. 663._

Malgrado la fermezza con cui il cardinale vescovo di Firenze aveva risposto, i clamori del popolo non lasciavano d'influire sul sacro collegio. I cardinali esponevansi senza dubbio ad un grandissimo pericolo, se totalmente disprezzavano la volontà di un popolo, pel quale la scelta del suo pastore era della più alta importanza. I Romani non avevano dimenticato, che il diritto di eleggere il papa loro spettava tre soli secoli avanti; e più tardi ancora Luigi di Baviera e Cola da Rienzo avevano rinfrescata la memoria di quest'importante privilegio. Il partito degl'Italiani acquistò in conclave maggiore influenza, e la sua alleanza venne a gara ricercata dalle due opposte fazioni dei Limosini e del cardinale di Ginevra[185]. La sola loro adesione poteva decidere la pluralità dei due terzi dei suffragi necessarj per eleggere un papa[186].

[185] Roberto, avanti che morisse Gregorio XI, erasi adoperato assai per formare un partito opposto ai Limosini, ed erane rimasto capo. _Raynaldi An. Eccl. 1378, § 1, t. XVII, p. 1._

[186] _Additam. ad Ptol. Lucensem, p. 679_.

I Limosini, veduta l'impossibilità di fare che l'elezione cadesse sopra uno di loro, scelsero una delle loro creature, che loro sembrava affatto proprio a conciliare tutti i suffragi; era questi Bartolomeo Prignani, arcivescovo di Bari, nato nel regno di Napoli. Costui era stato chiamato in Avignone dal cardinale di Pamplona, limosino, cancelliere della Chiesa, il quale lo aveva lungo tempo occupato nelle cose della cancelleria. L'arcivescovo di Bari aveva vissuto tanti anni in Francia, che quasi ritenevasi per francese; era suddito della regina di Napoli, protettrice del partito opposto ai Limosini; come italiano doveva piacere ai cardinali di questa nazione; e finalmente l'arcivescovo di Bari, allora in età di circa sessant'anni, godeva opinione d'essere uomo dotto e religioso assai.

Poichè i cardinali d'Aigrefeuille e di Poitiers, capi del partito limosino, ebbero presentite le disposizioni dei loro colleghi, il primo, all'indomani del loro congresso in conclave, chiese, immediatamente dopo la messa dello Spirito Santo, che si raccogliessero i suffragi, sembrandogli che il sacro collegio fosse bastantemente d'accordo[187].

[187] _Additam. ad Ptol. Lucensem, p. 680._

Essendosi tutti posti a sedere, tenendo l'ordine dell'anzianità, il cardinale di Firenze ch'era il primo dei vescovi, nominò ad alta voce per papa il cardinale di san Pietro. Il cardinale di Limoges, ch'era il secondo tra i vescovi, levossi e disse: «Il signor cardinale di san Pietro non ci conviene per papa, perchè è romano; parrebbe, eleggendolo, che noi avessimo ceduto alla violenza, ed ai clamori del popolo; inoltre egli è vecchio ed infermo. Nè il cardinale di Firenze ci conviene meglio perchè appartiene ad una città attualmente in guerra colla Chiesa. Rifiutò egualmente il cardinale di Milano, suddito di un tiranno, e del più acerrimo nemico della religione. Per ultimo il cardinale Giacomo Orsini è romano, ed è troppo giovane. Perciò adunque io eleggo e scelgo per papa il signor Bartolomeo arcivescovo di Bari[188].»

[188] _Thomas de Acerno, de creatione Urbani VI, p. 719. — Additam, ad Ptol. Lucens, p. 681. Raynald. Ann. Eccles._ — Secondo l'abate di Sisterone, e conformemente alla deposizione del vescovo di Recanati e Macerata.

I Cardinali di Glandeve, d'Aigrefeuille, di Ginevra, di Milano, tutti finalmente diedero il loro suffragio all'arcivescovo di Bari, ad eccezione del cardinale di Firenze, che aveva di già emesso il suo, e del cardinale Orsini, che dichiarò di non volere in quel giorno eleggere il papa. Essendosi i cardinali ritirati nelle loro celle per dire le loro ore, si riunirono poco dopo nella cappella e fecero un secondo giro di suffragi. Il cardinale di Firenze si unì alla maggiorità, e diede la sua voce cogli altri all'arcivescovo di Bari, che fu canonicamente eletto. Il solo Orsini si mantenne nella sua opposizione. Aveva aspirato egli stesso al pontificato, ed erasi lusingato di ottenerlo, coll'ajuto delle grida del popolo, che andava sulla piazza ripetendo, _romano lo volemo_[189]!

[189] _Thomas de Acerno, de creatione Urbani VI, p. 720._