Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)
Part 5
L'abate di Montmayeur aveva spedito Acuto con parte delle sue truppe per liberare gli assediati; ma tosto che i Perugini lo videro partito, presero ancor essi le armi, attaccarono le due fortezze che il legato aveva innalzate in città, le presero in pochi giorni, e le spianarono[122]. Nello stesso tempo Giovanni di Vico, prefetto di Roma fece ribellare Viterbo, di cui era stato lungo tempo signore[123]. Si sollevò pure Montefiascone, e ben tosto con sorprendente rapidità la ribellione si dilatò in tutti gli stati della chiesa. Foligno, Spoleto, Todi, Ascoli, Orvieto, Toscanella, Orti, Narni, Camerino, Urbino, Radicofani, Sarteano[124], riacquistarono la libertà. Nello spazio di dieci giorni ottanta tra città e castelli scossero il giogo della chiesa[125]. Molti vollero darsi ai Fiorentini, ma questi loro mandavano per risposta lo stendardo della libertà, e gli invitavano a costituirsi in repubbliche indipendenti[126]. Frattanto altre città approfittarono del loro soccorso per rimettere i loro antichi signori. Forlì chiamò Sinibaldo degli Ordelaffi, figliuolo di Francesco e di Marzia, suoi eroici difensori, e gli restituì la signoria[127].
[122] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 226. — Scipione Ammirato, l. XIII, p. 695._
[123] _Cronica di Siena, p. 246._
[124] _Ivi, p. 247._
[125] _Chronichon Estense, t. XV, p. 499._
[126] _Marchione de Stefani Istor. Fior., l. IX, Rub. 753, p. 144._
[127] _Ann. Forolivienses, t. XXII, p. 189. — Cronaca Riminese, t. XV, p. 914._
Di quanti signori dipendevano dall'abituale dominio della Chiesa, le si conservò fedele il solo Galeotto Malatesti, e mantenne ubbidienti al papa le città governate dalla sua casa. Galeotto era succeduto nel 1373 a suo fratello Pandolfo, e suo nipote Malatesta Unghero era morto nel precedente anno[128]. Nel cominciamento di questa guerra la Chiesa possedeva sessantaquattro città e mille cinquecento settanta sette castelli. Perdette nel corso di un anno tutti i suoi stati ad eccezione di Rimini e delle sue dipendenze[129].
[128] _Cron. Riminese, p. 914._
[129] _Ivi._ — Agobbio fu una delle ultime a ristabilire lo stato popolare. Questa città si ribellò l'otto settembre del 1376. — _Guernieri Bornio Storia d'Agobbio, t. XXI, p. 935._ — Stando a questo storico Agobbio erasi costantemente conservato libero fino al 1350, mediante un censo di cento lire alla camera imperiale. _Introduzione, p. 922._
Il papa, spaventato da così subita ruina, cercò di svolgere i Fiorentini dalle prese risoluzioni coll'intimidire le loro coscienze. Li citò il 3 di febbrajo del 1376 a comparire innanzi al sacro concistoro per giustificare la loro condotta. In fatti i Fiorentini mandarono tre ambasciatori per trattare la loro causa in Avignone, cioè Domenico Barbadori, Alessandro dell'Antella e Domenico di Silvestro. Vennero introdotti l'ultimo giorno di marzo avanti ai cardinali ed al santo padre; ed in quest'assemblea Donato parlò col coraggio e colla forza di un uomo libero. Dichiarò che nulla avrebbe potuto muovere i Fiorentini a prendere le armi contro la Chiesa, fuorchè la difesa della loro libertà; «ma noi, egli disse, che abbiamo goduto di questa libertà da quasi quattro cent'anni, noi l'abbiamo in modo immedesimata alla nostra natura, e così cara si è renduta al nostro cuore, che non avvi veruno di noi, che per conservarla non sia al tutto disposto a sagrificare la propria vita[130].»
[130] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 229._
L'eloquente difesa di Barbadori cavò le lagrime ai cardinali italiani, ma non fece veruna impressione sui francesi, e quando fu terminata, Gregorio XI pronunciò contro la repubblica una sentenza di condanna. Dopo di avere riepilogate tutte le offese ch'egli aveva ricevute, fulminò l'interdetto contro la città, e la scomunica contro i capi del governo. Ordinò nello stesso tempo a tutti i principi, amici della Chiesa, di confiscare a loro profitto tutti i beni de' Fiorentini che trafficavano ne' loro stati, di prendere le loro persone e venderli come schiavi[131]. Questa parte della pena inflitta a mercanti resi da lunga assenza stranieri alle deliberazioni della loro patria era di una rivoltante ingiustizia; pure, siccome offriva un allettamento alla cupidigia de' principi, venne eseguita in Francia ed in Inghilterra[132].
[131] _Raynaldus Annal. Eccles. 1376, § 1-6, p. 542._
[132] _Marchione de Stefani, l. IX, Rub. 754, p. 145._
Quando Donato Barbadori udì la lettura di questa sentenza, rivoltosi ad un crocifisso, che stava in mezzo all'assemblea. «A te io mi appello, egli gridò, padre onnipossente del genere umano! Tu, che sei giusto giudice e non esposto ad essere ingannato, poichè i suffragi degli uomini ci condannano, io t'invoco testimonio dell'iniquità della loro decisione. Nel tuo ultimo giudizio, tu darai una più giusta sentenza[133].»
[133] _Poggio Bracciolini, l. II, c. 233. — Leonardo Aretino, l. VIII. — Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXV, p. 349. — Scipione Ammirato, l. XIII, p. 698._
Mentre il papa agitava in Avignone la sua lite coi Fiorentini secondo le forme giuridiche, cercava a Firenze di terminarla con un trattato, e vi aveva spediti ambasciatori; ma il trattato fu improvvisamente rotto dalla rivoluzione di Bologna. Gli otto della guerra, che il popolo, malgrado la scomunica del papa, chiamava comunemente gli otto santi, cercavano da lungo tempo di mettere in movimento la fazione dello scacchiere a Bologna; poichè sapeva che l'opposto partito dei Maltraversa godeva del favore del legato[134]. Ma il popolo pareva determinato a rimanere sotto l'ubbidienza della chiesa; quando il legato, che non sapeva in qual modo soddisfare Acuto ed i soldati, ai quali doveva molti soldi arretrati, risolse di cedere loro i due castelli di Castrocaro e di Bagnacavallo che dipendevano da' Bolognesi e dalla chiesa, e che furono dai soldati saccheggiati con inaudita crudeltà[135]. Nello stesso tempo si vociferò che il legato trattava di vendere Bologna medesima al marchese d'Este; onde i Bolognesi più non frapposero dimore, e scossero un giogo, che ogni giorno rendevasi più pesante.
[134] _Cronaca di Bologna, t. XVIII, p. 497._
[135] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 498._
Il più ragguardevole uomo di Bologna era Taddeo degli Azzoguidi del partito dello scacchiere, ed in sua casa la notte del 19 al 20 marzo Roberto de' Salicetti adunò i capi delle due fazioni. Tutti i patriotti di Bologna giurarono nelle sue mani di deporre le antiche loro nimicizie, e di sacrificare, quando il bisogno lo richiedesse, i loro beni e le loro vite per ricuperare l'antica libertà della patria. Frattanto Ugolino di Panico, il conte Antonio Bruscolo, ed alcuni altri gentiluomini avevano adunata una truppa di montanari degli Appennini, che segretamente introdussero in città. I cittadini, dopo essere andati alle case loro a prendere le armi, eransi di nuovo raccolti in silenzio presso Taddeo degli Azzoguidi. Riunironsi le due truppe avanti la croce del mercato, ove ad una sola voce rinnovarono il giuramento d'esporre i loro beni e le loro vite per ricuperare la libertà bolognese. Roberto Salicetti dispose senza rumore la sua truppa presso il castello, ed occupò tutti i capi strada della piazza, indi Taddeo fece chiedere al legato, che fin allora non erasi accorto di verun movimento, le chiavi della fortezza e delle porte della città, dichiarandogli che i Bolognesi d'ora innanzi intendevano di guardarsi da se medesimi. Il legato atterrito fece aprire il castello a Salicetti, ma perchè tardava a dare altresì le chiavi della fortezza, Taddeo si avanzò immediatamente per attaccarla. Tutte le uscite della piazza erano di già state occupate, onde la compagnia inglese non potè montare a cavallo per difendersi; la prima porta della fortezza fu atterrata, mentre da un'altra banda Antonio di Bruscolo occupava il palazzo alla testa de' contadini e lo abbandonava al saccheggio. E perchè si cominciava ad insultare il legato, Taddeo degli Azzoguidi accorse in suo ajuto, e, presolo sotto la sua protezione, lo fece passare nel convento di san Giacomo.
Quando si levò il sole alla mattina del giovedì 20 marzo la rivoluzione era di già compiuta; il gonfalone del popolo volteggiava sulla gran piazza; le tribù e le compagnie delle arti erano adunate per nominare dodici anziani ed un gonfaloniere di giustizia; e subito dopo il consiglio generale pubblicò un'amnistia per tutti i fuorusciti[136].
[136] _Cherub. Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXV, t. II, p. 340._
Quando i Fiorentini ebbero avviso di questi avvenimenti, spedirono ai Bolognesi lo stendardo della libertà con due mila cavalli, cinquecento fanti, e grosse somme di danaro: le fortezze di Bologna vennero spianate, e la nuova repubblica prese parte nella lega formata contro la chiesa[137].
[137] _Cron. di Bologna, l. XVIII, p. 501. — Math. de Griff. Memoriale Historicum, p. 186._
Acuto trovavasi a Granaruolo colla maggior parte della compagnia inglese quando intese la ribellione di Bologna. Sospettava che Faenza s'apparecchiasse a fare lo stesso, e per tale sospetto vi entrò tutt'ad un tratto il 29 di marzo per abbandonare i cittadini al ferro de' soldati: vennero uccise quattro mila persone; molti fuggirono ad Imola o a Forlì, ma le donne e le vergini medesime consacrate agli altari furono ritenute per essere disonorate[138]. Dopo tale carneficina Acuto conchiuse una tregua di sedici mesi coi Bolognesi, per riavere a tale condizione i suoi due figliuoli, e molti suoi capitani, ch'erano stati sorpresi e fatti prigionieri a Bologna nell'istante della rivoluzione[139].
[138] _Cherub. Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXV, p. 343. — Marchione de Stefani Ist. Fior., l. IX, Rub. 758, p. 150._
[139] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 504._
Due nuovi cardinali venivano dal papa spediti in Italia per difendere o ricuperare lo stato della chiesa; Francesco Tebaldeschi, cardinale di santa Sabina, fu incaricato della legazione di Roma, della Sabina, della Campania, della Maremma, del patrimonio e del ducato di Spoleti; e Roberto di Ginevra, che fu poi antipapa sotto il nome di Clemente VII, ebbe le legazioni della Romagna e della Marca d'Ancona[140]. Quest'ultimo aveva commissione di condurre con sè una nuova armata pontificia.
[140] _Ann. Eccles. Raynal., 1376, § 7, p. 544._
Restava ancora in Francia una sola di quelle bande di soldati inglesi e francesi, che si erano riuniti per rubare. Chiamavasi questa la compagnia de' Bretoni, composta di sei mila cavalli e di quattro mila fanti, e si aveva opinione che superasse in ferocia tutte quelle che l'avevano preceduta. Il papa fece interpellare Giovanni di Malestroit che la comandava, se gli dava l'animo d'entrare in Firenze: _se il sole vi entra_, rispose costui, _noi pure vi entreremo_; soddisfatto di questa rodomontata il papa prese la compagnia al suo servigio, e la diede al cardinale di Ginevra, che la condusse in Italia[141]. L'avvicinamento di quest'armata parve ai ministri del papa un sicuro pegno della loro vittoria; non credendo essi che il coraggio che ispira l'amore della libertà potesse resistere al brutale valore de' loro nuovi soldati[142].
[141] _Sozomeni Pistoriensis Historia, p. 1096. — Marchione de Stefani, l. IX, Rub. 759, p. 151._
[142] Gomez Albornoz, nipote d'Egidio, e legato nella Marca, si fece fare una bandiera bianca con queste parole: _Ahora se vedra qui pueda mas, o los Berton o libertas._ — _And. Gataro Storia Padovana, p. 220._
Roberto di Ginevra, attraversando il territorio di Galeazzo Visconti alla testa di questa formidabile armata, entrò con lui in trattato, e lo persuase a segnare una pace particolare col papa; pace vergognosa per la Chiesa, perchè abbandonò senza guarenzia ai loro oppressori tutti i Guelfi, ch'ella aveva indotti a ribellarsi contro i Visconti[143].
[143] _Vita papæ Greg. XI a Bosqueto edita, p. 651. — Chron. Placent. t. XVI, p. 526. — Bernardino Corio Stor. Milan., p. III, p. 249._
Mentre Roberto di Ginevra, dopo essersi lasciate a dietro Alessandria e Tortona, si dirigeva per la strada di Piacenza sopra Ferrara, gli otto della guerra a Firenze avevano scelto per loro generale Rodolfo da Varano, signore di Camerino; l'avevano mandato a Bologna, e posto sotto i suoi ordini un'armata di due mila lance, e sei mila cavalli. Nel medesimo tempo avevano fortificati e muniti di truppe tutti i passaggi degli Appennini, ordinando ai contadini di riporre ne' castelli e luoghi forti i bestiami loro, ed i raccolti[144].
[144] _Poggio Bracciolini Hist. Fiorent., l. II, p. 233. — Cronica Sanese, p. 249._
Barnabò Visconti aveva mandati all'armata della lega a Bologna cinquecento lance, sotto il comando del conte Lucio Lando, ma d'altra parte non aveva opposto verun ostacolo alla compagnia de' Bretoni, quando attraversava i suoi stati; suo fratello aveva di già fatta la pace colla Chiesa, ed egli stesso offriva di acquistare dal papa la città di Vercelli per cento mila fiorini. Rodolfo di Camerino credette adunque di dover diffidare del conte Lando e dei soldati di Barnabò[145]. D'altra parte i Bolognesi temevano di qualche trama nella loro città: vedevano di mal occhio Taddeo degli Azzoguidi, il capo della fazione dello scacchiere, essere troppo premuroso pel richiamo de' Pepoli, antichi capi dello stesso partito; mentre che questa famiglia, doppiamente odiosa per avere usurpata la tirannide, e per avere in seguito venduta la città, era stata la sola eccepita dalla generale amnistia. Rodolfo di Camerino, per questo doppio sospetto, nè volle azzardare una battaglia contro i Bretoni quando giunsero nello stato di Bologna, nè aspettarli in aperta campagna. Roberto di Ginevra per provocarlo ad una battaglia, lo fece interpellare perchè si rimanesse ozioso e chiuso entro le mura d'una città. «Io non n'esco, rispose Rodolfo, perchè voi non c'entriate[146].»
[145] _Cherub. Ghirardacci, l. XXV, p. 349._
[146] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 235._
Il legato cercò in seguito di staccare i Bolognesi dalla lega, promettendo loro il perdono del commesso errore, ed il mantenimento della libertà che avevano ricuperata, purchè riconoscessero la suprema sovranità della Chiesa e l'autorità dei ministri del papa. «Noi siamo apparecchiati a tutto soffrire (risposero i Bolognesi) piuttosto che sottometterci nuovamente a persone, del di cui fasto, insolenza ed avarizia abbiamo fatto così crudele esperimento.» — «Ed io (disse Roberto quando ricevette tale risposta) dite loro, che non mi allontanerò da Bologna finchè non mi sia lavati e mani e piedi nel sangue loro[147].» La condotta del cardinale era veramente degna di così feroce discorso; i suoi Bretoni presero successivamente i castelli di Crespelano, Oliveto e Monteveglio che si arresero loro sotto condizioni, che da essi poi non vennero osservate, perciocchè li bruciarono dopo avere saccheggiate tutte le proprietà degli abitanti[148]. Presero in seguito Pizzano, e passarono a fil di spada tutti coloro che vi trovarono, senza neppure risparmiare i fanciulli da latte[149]. Finalmente chiesero i quartieri d'inverno, ed il legato obbligò Galeotto Malatesti ad aprir loro la città di Cesena, che questo signore aveva persuasa a non ribellarsi[150]. La murata, quel quartiere in cui Marzia degli Ordelaffi aveva alcuni anni prima fatta una così eroica difesa, fu assegnata per loro dimora ai Bretoni. Ma questi barbari soldati, incapaci di disciplina, trattavano una città amica, come se presa l'avessero d'assalto. Forzavano le case de' borghesi per rapir loro gli effetti, le mogli, le figlie; aggiugnevano l'insulto al danno, e finalmente stancarono la pazienza degli abitanti; questi attaccarono all'impensata i Bretoni il primo febbrajo del 1377, ne uccisero più di trecento, e costrinsero gli altri a chiudersi nella murata[151]. Il cardinale di Ginevra, che vi trovavasi ancor esso, mandò Galeazzo Malatesti a trattare coi borghesi per acquietarli, confessò che i suoi soldati avevano meritato quel castigo, ed accordò ai Cesenati un'assoluta amnistia, a condizione che aprissero di nuovo le loro porte. Furono in fatti aperte, ed il cardinale con atroce perfidia abbandonò Cesena ad una universale carneficina[152]. Non contento di lasciare in città i suoi feroci Bretoni, chiamò ancora Acuto che trovavasi cogl'Inglesi a Faenza; e perchè questo capitano mal sapeva risolversi a prender parte a tanta iniquità, il cardinale gli disse: _Io voglio sangue, sangue_: e mentre durava la carneficina fu udito spesso gridare: _uccideteli tutti_[153]: e niuna persona fu risparmiata. I Bretoni prendevano pei piedi i fanciulli alla mammella, e loro schiacciavano il capo contro i muri. I preti, i religiosi, le vergini consacrate agli altari, tutto fu passato a fil di spada. Cinque mila persone perirono in quest'orribile carneficina; e tutta la popolazione di Cesena sarebbe stata distrutta, se alcuni abitanti con una pronta fuga non si fossero prima sottratti ai carnefici[154].
[147] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 235._
[148] _Cronica di Bologna, p. 504._
[149] _Cherubino Ghirardacci, l. XXV, p. 351._
[150] _Cron. di Rimini, p. 915._
[151] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 510._
[152] _Chron. Estense, p. 500._
[153] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 252._
[154] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 236. — Cronica Rimin., t. XV, p. 916. — Leon. Aretino, l. VIII._
Quando la notizia del massacro di Cesena fu portato alle città della lega, vi cagionò più sdegno ancora che spavento. La signoria di Perugia fece celebrare l'ufficio de' morti in tutte le chiese, ordinò una pompa funebre per gl'innocenti uccisi dalle armi dei preti; e tutte le città in guerra colla Chiesa ne imitarono l'esempio[155].
[155] _Cronica Sanese, p. 253._
I Fiorentini avevano mandato lo stendardo della libertà a Roma, siccome a tutte le altre città dello stato ecclesiastico. La repubblica romana era in allora governata da una signoria di tredici banderali dei tredici quartieri della città[156]. Ma i Romani, che ardentemente desideravano di persuadere il loro vescovo a tornare a Roma, erano meno degli altri popoli zelanti della libertà. Avuto avviso che Gregorio XI pensava di restituirsi finalmente alla sua naturale sede, entrarono con lui in trattato, e gli promisero di rendergli la sovrana autorità sopra Roma, tostochè sarebbe giunto ad Ostia. Acconsentirono pure di sopprimere i loro banderali, e intanto il papa confermò altri magistrati, chiamati esecutori di giustizia, sotto condizione che cadauno di loro gli prestasse giuramento di fedeltà[157].
[156] Frammento d'un ms. del Vaticano stampato nelle _Antiqu. Ital., t. II, p. 857. — Bonincontri, Annal. Miniat., t. XXI, p. 18_, fa rimontare all'anno 1370 l'istituzione de' banderali, e quest'epoca fu adottata dallo storico de' senatori di Roma; ma tutta la cronologia del Buonincontri è assai fallace; onde io assegnerei piuttosto all'anno 1375 la creazione di tale magistratura.
[157] Il trattato è stampato presso _Raynaldi An. Eccl. 1376, § II, p. 545_.
Gli otto della guerra di Firenze, informati di questo trattato, addirizzarono, il 26 dicembre 1376, la seguente lettera ai banderali per incoraggiarli a difendere la loro libertà.
«Agli illustri uomini, nostri onorati fratelli, i banderali della città di Roma.
«Sebbene noi abbiamo fino al presente alzata invano la nostra voce per esortarvi a difendere con irremovibile coraggio la vostra libertà e quella dell'Italia, e sebbene noi non abbiamo da voi ricevuto, per mercede di nostre esortazioni, che lettere elegantemente scritte, e vanamente ornate di belle sentenze, pure oggi che vediamo imminente la ruina della vostra libertà, non temeremo di darvi ancora sinceri e salutari avvisi. Noi non possiamo dubitarne, o nostri cari fratelli! e se non siete determinati di accecarvi, voi pure dovete facilmente riconoscere, che il sovrano pontefice, che voi aspettate con sì amichevoli disposizioni, non sente verun affetto per la vostra città; non ne ama il soggiorno, e non viene a risedere nella sua propria sede per consolare il vostro devoto popolo, ma per cambiare la libertà vostra in servitù. Quando domanda l'abolizione delle vostre magistrature che altro desidera egli? che spera egli, se non di atterrare la colonna della romana libertà? Qual freno resterà agli audaci? quale rifugio ai deboli? se la sacra vostra società, da cui dipendono la pace, il coraggio e la tranquillità di Roma, è disciolta all'arrivo della corte? Quando il papa dovesse riporre la città nell'antico suo splendore ed in tutta la sua bellezza, quando sollevasse i Romani a tutta la maestà del loro antico impero, quando ricoprisse d'oro le vostre mura, se ciò deve farsi con pregiudizio della vostra libertà, il dover vostro vi ordina di non accettarlo. Noi vi supplichiamo soltanto di comportarvi come si conviene ai figli de' Romani, presso i quali la libertà e la virtù sono ereditarie. Mentre ancora lo potete, mentre siete ancora in tempo, mentre l'oppressore della vostra domestica libertà non è per anco tra le vostre mura, provvedete, per Dio, alla vostra salute, provvedete a quella del popolo romano: quando voi lo vogliate, quando ne saremo avvisati da qualche segno, noi impiegheremo a favor vostro tutta la nostra potenza, come se si trattasse della nostra propria libertà, della nostra propria salute; imperciocchè noi punto non ignoriamo che quando il vostro popolo sarà caduto sotto il giogo, per leggiere che possa a bella prima sembrare, noi più non saremo abbastanza forti per liberarvi[158].»
[158] Questa lettera, che alla forza de' pensieri unisce il merito della più bella dizione latina, fu scritta da Coluccio Salutati, allora cancelliere della repubblica, e prima segretario d'Urbano V, e di Gregorio XI. Ella trovasi nella _Storia dei Senatori di Roma, t. II, p. 327_; ed in _Rigacci, p. I, ep. 17, p. 58._
In principio del seguente anno i Fiorentini scrissero di nuovo ai banderali di Roma, loro offrendo tre mila lance per difesa della loro libertà[159]. Le generose loro esortazioni ed offerte non rimasero affatto prive d'effetto; per altro i Romani ricusarono di combattere, e non accettarono le truppe offerte dalla repubblica fiorentina: soltanto richiesero dal papa meno umilianti condizioni. Gregorio XI, assicurato d'essere ricevuto in Roma, e convinto che la sua sola presenza poteva calmare l'universale rivoluzione, era partito da Avignone il 13 settembre del 1376, ma non giunse a Corneto che in sul finire dell'anno, trattenuto e respinto costantemente dai venti contrarj per più di tre mesi[160]. Il 17 gennajo rimontò finalmente il Tevere, e sbarcò a san Paolo. I Romani lo accolsero con grida di gioja mentre attraversava la città a cavallo per recarsi al Vaticano. I banderali lo avevano aspettato a porta Capena, entrando egli nella quale, avevano deposte ai suoi piedi la bacchetta del comando; ma la ripresero all'indomani, e continuarono ad amministrare la repubblica quali magistrati di uno stato sovrano, senza che il papa ardisse resistere alla loro volontà[161].
[159] _Stor. diplomat. de' Senatori di Roma, p. 330._
[160] _Cronica Sanese di Neri di Donato, t. XV, p. 251. — Georg. Stellæ An. Genuens., t. XVII, p. 1106._
[161] _Vita Gregorii XI a Bosqueto edita, p. 652._