Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)
Part 4
[81] Dichiarò con una bolla in data di Montefiascone (26 giugno 1370), che i Romani non gli avevano dato verun motivo di lagnanza, che fosse cagione della sua partenza. _Raynald. Ann. Eccl. 1370, § 19, p. 489. — Vita Urbani V, in Bosqueto, p. 625._
[82] _Fran. Petr. seniles Epist., l. XIII, epist. 13, p. 1026._
I Fiorentini avevano mandato Manno Donati, uno de' loro compatriotti, a Bologna, con ottocento cavalli, per attaccare i Visconti in Lombardia; in pari tempo avevano chiamato Ridolfo di Varano, signore di Camerino, per comandare le truppe che opponevano in Toscana a Giovanni Acuto[83].
[83] _Sozomeni Pistoriensis Hist., p. 1089. — Poggi Bracciolini Hist., l. I, p. 218. — Bern. Marangoni Chroniche di Pisa, p. 759._
Questo generale di Barnabò, dopo avere fatto con infelice esito un tentativo sopra Lucca, erasi avvicinato a Pisa con Giovanni Agnello, il deposto doge, e coi Raspanti fuorusciti. Nella notte del 20 al 21 maggio ottanta de' suoi soldati, diedero la scalata alle mura, e sorpresero la prima guardia senza lasciarle tempo di dare l'allarme; ma un ufficiale dei Gambacorti scoprì gl'Inglesi, che salivano in silenzio sulle loro scale tinte di colore oscuro. Fece suonare campana a martello, ed i Pisani corsero alle armi con tanta celerità e coraggio, che rovesciarono nella fossa o fecero prigionieri i nemici, che di già occupavano la muraglia. Pietro Gambacorti, che si distinse in quest'occasione, fu da' suoi riconoscenti concittadini nominato capitano generale e difensore del comune, coll'autorità ch'ebbe altra volta il conte Fazio della Gherardesca. Dopo tale epoca il Gambacorti fu il capo costituzionale della repubblica[84].
[84] _Cronica di Pisa, t. XV, p. 1057, 1058. — Bernardo Marangoni Chron. Pisana, p. 672._
Acuto dopo ciò condusse la sua armata nelle Maremme. Saccheggiò il castello di Livorno, e guastò parte del territorio pisano. I Fiorentini fecero avanzare contro di lui l'armata della lega, che avevano richiamata in Toscana per opporla a questo generale, e gli mandarono il guanto della sfida; ma egli non giudicò a proposito di accettarlo. Si ritirò da prima nella valle del Serchio, nello stato lucchese, indi prese la strada della Lombardia, passando per Pietra Santa e per Sarzana[85].
[85] _Sozomeni Pistor. Hist., p. 1090._
Verso lo stesso tempo un'altra armata di Barnabò, che assediava Reggio, fu obbligata a ritirarsi[86]. I confederati in tali circostanze ricevettero la notizia della morte d'Urbano V, per lo che risolsero di non ispinger più oltre i loro vantaggi, ma di dare orecchio alle proposizioni d'accomodamento che loro facevano i Visconti; la pace fu ben tosto conchiusa, e con questa venne mantenuto ognuno ne' possedimenti che aveva[87].
[86] _Bern. Corio Storie Milanesi, p. III, p. 243._
[87] _Poggio Bracciolini, l. I, p. 219. — Chr. Estense, t. XV, p. 493._
Questa breve guerra, non illustrata da veruna importante azione, ebbe non pertanto il vantaggio d'unire in una sola lega tre repubbliche lungo tempo rivali, Firenze, Pisa e Lucca. Il risultato della loro alleanza doveva essere quello di dare a Firenze la direzione di tutte le forze della Toscana; perciocchè questa città, superiore in potenza a tutte le altre, era in oltre la sola la di cui prosperità non fosse stata turbata negli ultimi anni; ella aveva date prove di saviezza e di energia; e le rivoluzioni de' vicini stati avevano fatto conoscere i talenti degli uomini che dirigevano i suoi consigli. Tra questi si distinguevano particolarmente Pietro degli Albizzi, Lapo da Castiglionchio e Carlo Strozzi. Tutti tre appartenevano alla fazione, che fino dal 1357 faceva servire l'autorità de' capitani del partito guelfo, e le procedure dell'ammonizione ad allontanare i loro avversarj dal governo. Uguccione dei Ricci, capo d'una famiglia gelosa degli Albizzi, e ben conosciuto per Guelfo, era stato l'inventore di queste parziali leggi. Credevansi gli Albizzi usciti da' Ghibellini d'Arezzo, ed i Ricci avevano pensato che potrebbero venire esclusi dagl'impieghi a cagione della loro origine. Ma le leggi di cui Uguccione aveva voluto valersi contro i suoi rivali, furono rivolte a danno de' suoi partigiani. Gli Albizzi (1371) avevano contratta alleanza coi Bondelmonti e coi capi dell'antica nobiltà; erano essi potenti presso i capitani di parte guelfa, e sebbene non osassero attaccare i Ricci essi medesimi, avevano di già fatti ammonire, o escludere dalle magistrature più di duecento dei loro amici, e procedevano con estremo ardore nel far nascere nuove accuse di ghibellinismo[88].
[88] _Macchiavelli Istor. Fior., l. III, p. 198. — Scipione Ammirato, l. XIII, p. 680, 684._
I Ricci avevano da principio tentato di ristrignere l'autorità de' capitani di parte, ma mutarono pratica quando videro i Guelfi acquistare maggior credito colla lega conchiusa col papa: allora cercarono ancor essi di guadagnare il favore della Chiesa, ed ottennero coi maneggi qualche influenza sopra i capitani di parte; allora si videro le procedure contro i Ghibellini, dirette a vicenda dagli Albizzi e dai Ricci, moltiplicarsi, e tenere tutta la repubblica inquieta ed agitata[89].
[89] _Marchione de Stefani Istor. Fior., l. IX, Rub. 725, p. 92._
Durante tutto il 1371 la violenza delle due fazioni parve che andasse crescendo, e si poteva ragionevolmente temere che la contesa delle due famiglie facesse scoppiare una guerra civile. Ma vedendo il malcontento reso universale, la signoria vi rimediò. Permise ai cittadini che desideravano una riforma di adunarsi a san Pietro Scheraggio[90]. Dietro loro domanda convocò un consiglio di cinquecento _richiesti_ per calmare l'agitazione della repubblica. In questo consiglio gli Albizzi ed i Ricci si accusarono a vicenda. Si rimproverò sopra tutto agli Albizzi d'essersi dato vanto, presso i signori di Ferrara e di Padova, della propria autorità sopra la loro patria, assicurando che non era minore di quella di questi principi ne' loro stati[91]. Il popolo irritato incaricò una balìa di cinquantasei membri di difendere la libertà di Firenze contro queste due ambiziose famiglie; e Pietro dei Ricci ed Uguccione degli Albizzi, cadauno con due de' loro parenti, vennero esclusi per cinque anni da tutte le magistrature, tranne quelle di parte guelfa[92]. Subito dopo quest'esclusione fu estesa a tutti i membri delle due famiglie, e la violenza delle fazioni rimase per qualche tempo sospesa[93].
[90] Le leggi non permettevano ai cittadini di adunarsi in maggior numero di dodici per trattare gli affari dello stato. _Marchione de Stefani, l. IX, R. 731, p. 105._
[91] _Marchione de Stefani, l. IX, p. 107._
[92] _Ivi, R. 732, p. 109._
[93] _Ivi, R. 733, p. 111. — Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 207. — Leonardo Aretino Istor. Fior., l. VIII._
I cardinali, adunati in Avignone, avevano intanto dato un successore ad Urbano V nella persona di Pietro Rogero, conte di Belforte, cardinale diacono di santa Maria nuova, e nipote di Clemente VI. Fu eletto l'ultimo giorno del 1370, e prese il nome di Gregorio XI[94].
[94] _Rayn. Ann. Eccl. 1370, § 25, p. 492. — Fleury Stor. Eccles., l. XCVII, c. 19._
Il nuovo papa ebbe presto motivo di lagnarsi dei Visconti. Feltrino Gonzaga, tiranno di Reggio, era uno degli alleati della Chiesa, come pure il marchese d'Este, signore di Modena e di Ferrara. Quest'ultimo non per tanto prese parte in una congiura tramata contro Feltrino, e fece avanzare verso Reggio una compagnia di mercenarj tedeschi, comandata da un fratello del conte Lando[95]. I nemici di Feltrino, d'accordo col marchese d'Este, aprirono Reggio ai Tedeschi, i quali, dopo avere saccheggiata la città coll'estrema barbarie, invece di consegnarla al marchese d'Este, la vendettero il 17 maggio 1371 a Barnabò Visconti per venticinque mila fiorini[96].
[95] Il conte Corrado Lando, capo della grande compagnia, era stato ucciso presso Novara nel 1363. _Chron. Placent., t. XVI, p. 507_. Il nuovo avventuriere tedesco chiamavasi Lucio Lando.
[96] _Chron. Estense, t. XV, p. 494_.
Barnabò, orgoglioso di tale acquisto, ricominciò la guerra contro gli alleati della Chiesa; assediò Bondeno nello stato di Ferrara, e minacciò Modena, mentre che suo fratello Galeazzo attaccava il marchese di Monferrato con uguale impeto e gli toglieva molte città. Gregorio XI rinnovò coi principi lombardi la lega, che il suo predecessore aveva formata contro i signori di Milano; egli avrebbe voluto che vi prendessero parte anche le città toscane; ma gli Albizzi, i più zelanti partigiani della Chiesa in Firenze, non avevano più parte nell'amministrazione; le relazioni di questa famiglia coi legati di Bologna e di Perugia eransi rese sospette, e temevasi che il papa non fosse entrato nelle trame contro la libertà fiorentina[97]. Le prime azioni di Gregorio XI avevano fatta conoscere la sua ambizione, e resa dubbiosa la sua lealtà. Il cardinale di Burgos, suo legato a Perugia, aveva approfittato di una sedizione, manifestatasi in questa città, per far esiliare i Raspanti, i più zelanti partigiani della libertà. Aveva in appresso gittati i fondamenti di una fortezza per ridurre la città in servitù, ed il suo successore, l'abate di Montmayeur, approfittando del cattivo raccolto, e della carestia che affliggeva Perugia, l'aveva spogliata di tutti i suoi privilegj, e costrettala a riconoscere l'assoluto potere del papa[98]. Credevasi che somiglianti progetti si fossero formati contro le repubbliche della Toscana; e Gregorio XI, che scriveva ai Sienesi per liberarsi da tale sospetto, non lo aveva punto dissipato[99].
[97] _Marchione de Stefani Ist. Fiorent., l. IX, Rub. 738, p. 117._
[98] _Pompeo Pellini Storia di Perugia, p. I, l. VIII, p. 1111._
[99] Veggasi questa lettera riferita dal _Rayn. Ann. Eccles. 1371, § 7, p. 495._
Frattanto Gregorio XI aveva dichiarata la guerra ai Visconti in agosto del 1372. Aveva incaricato il conte Amedeo di Savoja di difendere il Monferrato, essendo morto il marchese Giovanni Paleologo in principio di quest'anno. Un'altra armata formavasi nel bolognese sotto gli ordini del marchese d'Este, alla quale i Fiorentini mandarono il contingente delle truppe, ch'eransi ne' precedenti trattati obbligati di somministrare al papa, poichè giusta il diritto pubblico di que' tempi, potevano farlo senza dichiarare la guerra ai signori di Milano. I Visconti ebbero l'imprudenza di licenziare in tali circostanze Giovanni Acuto, che trovavasi al loro soldo colla compagnia inglese. Questo capitano il più abile di quanti facevano in allora la guerra in Lombardia, passò al servigio del legato e de' confederati, e mutò la fortuna delle armi[100].
[100] _Bernardino Corio Storie Milanesi, p. III, p. 245._
In principio del 1373, Barnabò spedì un corpo di tre mila cavalieri per guastare il territorio di Bologna. Quest'armata s'innoltrò fino a Cesena, ma nel suo ritorno venne sorpresa, mentre passava il Panaro, da Acuto, e rotta[101]. L'armata del papa penetrò subito dopo ne' territorj di Piacenza e di Pavia, ove tutti i Guelfi dei due stati aprirono i loro castelli a Pietro di Beziers, cardinale legato di Bologna. Questi s'avanzò in seguito fin presso Brescia, col conte di Savoja, sperando di approfittare delle intelligenze che aveva in questa città ed in Bergamo. Giovanni Galeazzo, per impedire che scoppiasse qualche congiura, si portò sul fiume Chiesa contro le truppe del papa; ma fu attaccato da Acuto l'otto maggio del 1373, e dopo un'ostinata battaglia rotto e fatti prigionieri quasi tutti i suoi capitani[102]. Dopo tale rotta i Guelfi degli stati de' Visconti si ribellarono da ogni banda. Barnabò incaricò suo figliuolo naturale Ambrogio di ridurre al dovere quelli delle Valli del Bergamasco; ma i contadini della Val san Martino sorpresero Ambrogio il 17 agosto, lo uccisero, e dispersero la sua armata[103].
[101] _Math. de Griffon. Mem. Histor, t. XVIII, p. 183. — Chron. Placent. t. XVI, p. 516._
[102] _Bernard. Corio Stor. Mil., p. III, p. 246. — Chron. Est., t. XV, p. 497._
[103] _Gazata Chron. Regiense, t. XVIII, p. 81. — Chron. Placent. p. 519._
Nel susseguente anno gli affari dei Visconti non procedevano con migliore fortuna; la città di Vercelli cadde in mano de' confederati, e gli stati di Parma e di Piacenza furono guastati dal marchese d'Este. Per altro la guerra non facevasi vigorosamente, perchè le inondazioni, e dopo la peste la carestia travagliarono la Lombardia[104]. Per procurarsi un poco di riposo in mezzo a tante calamità, il papa ed i Visconti, egualmente spossati dagli sforzi che fatti avevano, conchiusero il 6 giugno del 1374 una tregua d'un anno, durante il quale speravano di mettere fine alle loro contese con una pace generale.
[104] _Cronica Sanese, t. XV, p. 241._
Ma Guglielmo di Noellet, cardinale di sant'Angelo e legato di Bologna, lusingavasi di approfittare di questa tregua per mandare ad effetto un'importante intrapresa. La Toscana, non meno che la Lombardia, aveva avute le piogge e le inondazioni che avevano distrutte le sementi, di modo che il frumento scarseggiava ed era carissimo[105]. In Firenze si era manifestata la peste, e dal mese di marzo a quello di ottobre aveva portate al sepolcro sette mila persone. La gelosia eccitata tra gli Albizzi ed i Ricci, non era spenta, e la repubblica chiudeva ancora nel suo seno molti semi di discordia. I Fiorentini, trovandosi in pace con tutti i loro vicini, non avevano sotto le armi che poche truppe, come pure i Sienesi ed i Pisani. Il legato di Bologna, giudicò i Toscani, dice Poggio Bracciolini, a seconda della leggerezza francese; e pensò che s'egli rendeva la carestia più sensibile, il popolo, stretto dalla fame, prenderebbe le armi contro il suo governo, e che la città travagliata dalle sedizioni interne, quanto dalla guerra, si rifugierebbe sotto il suo potere[106].
[105] _Marchione de Stefani Ist. Fior., l. IX, Rub. 746, p. 132._
[106] _Poggio Bracciolini Stor. Fior., l. I, p. 220._
«Dopo che la santa sede erasi trasportata al di là dei monti (dice Leonardo Aretino) i legati francesi governavano tutti i paesi sottomessi alla Chiesa. L'altero loro modo di comandare riusciva quasi affatto insoffribile; essi sforzavansi di allargare l'autorità loro sopra le città libere, ed i loro ufficiali, i loro cortigiani non erano uomini di pace ma di guerra; essi riempivano l'Italia d'oltramontani; in tutte le città innalzavano fortezze con eccessiva spesa, e lasciavano con ciò travedere quanto la servitù dei popoli, cui essi avevano tolta la libertà, era miserabile e forzata; per tal modo rendevano giusti l'odio de' sudditi e la diffidenza de' vicini[107].»
[107] _Lion. Aretinus Historiar., l. VIII._
I Fiorentini tiravano ogni anno una parte de' loro grani dalla Romagna e dal Bolognese; il legato per raddoppiare le difficoltà che provavano, ne vietò tutto ad un tratto l'esportazione. La signoria col sagrificio di sessanta mila fiorini acquistò il frumento in lontani paesi; passò l'inverno, e si vedeva vicino il nuovo raccolto che doveva riempire i vuoti granai. Il legato per privare i Fiorentini di tale speranza fece entrare in Toscana Giovanni Acuto il 24 giugno del 1375 con una numerosa armata, ordinandogli di bruciare le case del territorio fiorentino[108]. Dall'altro canto Gerardo Dupuis, abate di Montmayeur, che comandava a Perugia, colse il pretesto d'una guerra tra i Sienesi ed i gentiluomini della casa Salimbeni, per far guastare il territorio di Siena dalle truppe della Chiesa[109].
[108] _Cron. San. di Neri di Donato, p. 245. — Scipione Ammirato, l. XIII, p. 693._
[109] _Cron. Sanese, p. 242. — Poggio Bracciolini Istor. Fiorent., l. II, p. 221._
Per salvare almeno le apparenze, il legato scrisse ai Fiorentini che Acuto aveva formata una compagnia d'avventurieri colle truppe che la Chiesa ed i Visconti avevano licenziate; ch'egli attaccava la Toscana senza l'assenso della Chiesa, ma che la signoria potrebbe forse farlo ritrocedere col sagrificio di cento, e fors'anco di soli sessanta mila fiorini[110]. In questo medesimo tempo, una congiura scopertasi a Prato, il di cui oggetto era quello di sottomettere questa città alla Chiesa, fece conoscere quale fede meritavano tali proteste[111].
[110] _March. de Stefani Ist. Fior., l. IX, R. 751, p. 139._
[111] _Leonardi Aretini Hist. Fiorent., l. VIII. — Ann. Bonincontrii Miniatensis, p. 23._
La perfidia e l'ingratitudine del legato risvegliarono in Firenze la più alta indignazione. Verun altro stato in Europa erasi fino dalla sua origine mostrato con tanta costanza attaccato alla Chiesa, quanto la repubblica fiorentina. Sebbene avesse di già avuto motivo di lagnarsi del legato, gli aveva mandato per combattere i Visconti quanti soldati aveva, e questo perfido alleato coglieva l'istante in cui la repubblica era stata colpita dalla peste e dalla fame, per darla in balìa di rapaci soldati. I Fiorentini per fare una strepitosa vendetta di tanto tradimento, affidarono tutti i poteri dello stato ad otto magistrati, che chiamarono i _signori della guerra_[112].
[112] I nomi di questi otto signori, che furono poi detti in Firenze gli _otto santi della guerra_, meritano di essere conservati. Erano Alessandro Bardi, Giovanni Dini, Giovanni Magalotti, Andrea Salviati, Guiccio Guicci, Tommaso Strozzi, Matteo Soldi e Giovanni Moni. — _Sozomeni Pistor Hist. p. 1095. — March. de Stefani, l. IX, R. 752, p. 142. — Scip. Ammir. l. XIII, p. 694._
Gli otto della guerra, che volevano prima di tutto salvare il raccolto, aprirono subito un trattato con Acuto, e spedirono in pari tempo ambasciatori al legato, pregandolo di richiamare questo generale. Il legato rispose che Acuto più non trovavasi al suo soldo, e diede copia agli ambasciatori del congedo che diceva di avere dato a questo capitano. Nello stesso tempo diede al capitano segreto ordine di offrire ai Fiorentini di risparmiare il loro territorio contro il pagamento d'una taglia, ma di domandare una così enorme somma che facesse rompere il trattato. Acuto chiese cento trenta mila fiorini, che gli furono pagati senza difficoltà, avendone caricati più della metà sul clero fiorentino. Il legato si affrettò di scrivere al capitano inglese di rompere ogni mercato, ma questi, cui gli ambasciatori fiorentini avevano mostrata la copia del congedo, che avevano portato da Bologna, non volle perdere così ragguardevole somma, ed in oltre prendere sopra di se l'altrui mala fede[113]. Continuò dunque la sua strada a traverso la Toscana, tirando dai Sienesi trentacinque mila fiorini; indi si mise al soldo dell'abate di Montmayeur, legato di Perugia[114].
[113] _Poggio Bracciolini Ist. Fior. l. II, p. 222._
[114] _Cronaca Sanese di Neri di Donato, p. 245. — Cron. di Pisa, p. 1068. — B. Marangoni Cron. di Pisa, p. 772._
Non avendo questa spedizione ottenuto al suo scopo, Gregorio XI scrisse ai Fiorentini per giustificarla; diceva che Acuto non era da lui dipendente nelle poche settimane, che aveva passate in Toscana, sebbene avanti e dopo questa breve campagna fosse notoriamente al soldo de' suoi legati[115]. Ma d'altra parte raccontaronsi a Firenze ed in tutta l'Italia alcuni fatti dell'abate di Montmayeur, legato di Perugia, che resero sempre più odioso il governo degli ecclesiastici. Quest'abate, che fu in tale occasione creato cardinale, aveva seco condotto un suo nipote. Questi, innamoratosi della moglie d'un gentiluomo perugino, s'introdusse celatamente in sua casa, e la sorprese sola in camera. La donna spaventata volle sottrarsi alla brutalità del suo rapitore, e passare per una finestra in un'attigua casa; ma le sdrucciolò un piede, e cadendo nella strada rimase uccisa. Tutto il popolo, compassionando l'infelice, corse all'abate chiedendo giustizia contro suo nipote. «E che, rispos'egli, credevate voi dunque che i Francesi fossero eunuchi!» e così rinviò gli accusatori. Pochi giorni dopo lo stesso nipote rapì la consorte d'un altro cittadino. Il marito avendola riclamata innanzi ai tribunali, il legato condannò suo nipote a perdere la testa se non rendeva la sposa a suo marito prima che passassero cinquanta giorni[116].
[115] Lettera di Gregorio XI, presso _Raynaldi Ann. Eccl. 1375, § 13 e 15, p. 536_.
[116] _Gazata Chron. Regiense, t. XVIII, p. 85._
Siccome estrema era l'indignazione contro i ministri del papa, la signoria e gli otto della guerra fecero adunare a Firenze un numeroso consiglio di _richiesti_. Luigi Aldobrandi, gonfaloniere di giustizia, si fece a parlare eloquentemente contro le superstiziose paure, che potevano opporsi alla difesa della libertà. Dimostrò che le censure ecclesiastiche erano senza forza quando venivano pronunciate da uomini perfidi ed ambiziosi, che adoperavano la maschera della religione per servire all'ambizione ed avidità loro. Propose, quale intrapresa degna della generosità fiorentina, la liberazione di tutti i popoli che gemevano sotto il superbo e tirannico governo de' legati francesi del papa; e per ultimo confortò la signoria a cercare l'alleanza di Barnabò. «Io lo so bene, diss'egli, che il tiranno milanese agirà sempre a seconda del suo personale interesse, e non guarderà giammai al nostro; ma è questi un caldo nemico dei preti e della potenza de' Francesi in Italia; un odio comune accomunerà i nostri interessi[117].»
[117] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 223-226._
Il discorso del gonfaloniere essendo stato applaudito, ed il consiglio avendo autorizzati gli otto della guerra a prendere contro la Chiesa le più energiche misure, questi cercarono di rendersi forti colle alleanze. Cominciarono adunque ad assicurarsi nel mese di luglio dell'appoggio di Barnabò Visconti[118]. Le repubbliche di Siena, di Lucca e d'Arezzo presero parte ben tosto alla lega[119], e quella di Pisa vi entrò l'ultima nel gennajo del 1376[120]. Gli otto della guerra avevano scelto per capitano un tedesco chiamato Corrado di Svevia: gli affidarono due stendardi quello del comune, ed un altro, sul quale era scritto a lettere d'oro _Libertà_. Dichiararono in pari tempo ch'erano apparecchiati a soccorrere tutti i popoli, che desideravano di ricuperare la libertà e di scuotere il giogo de' cattivi pastori della chiesa[121]. Nè eglino avevano mal calcolato di trovare amici ed alleati tra i sudditi del papa; perciocchè non ebbero appena offerta la loro assistenza a coloro che volessero liberarsi da un'odiosa tirannide, che la ribellione si rese generale.
[118] _Sozomeni Pistoriensis Histor., p. 1095._
[119] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 245._
[120] _Cronica di Pisa, p. 1070._
[121] _Marchione de Stefani, l. IX, Rub. 753, p. 143. — Chron. Placent. t. XVI, p. 520._
I primi a dichiararsi furono gli abitanti di Città di Castello, l'antico Tiferno. Essi attaccarono furibondi la guarnigione ecclesiastica, e la forzarono a ritirarsi nel castello. I Fiorentini mandarono subito soccorsi ai Tifernati, onde la guarnigione assediata non tardò ad arrendersi.