Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)
Part 3
I Sienesi avevano valorosamente combattuto per difesa della loro libertà, nell'istante in cui avevano conosciuto il tradimento dei loro ospiti; ma malgrado questa momentanea unione, le fazioni in cui erano divisi non eransi riconciliate; ed appena l'imperatore fu partito, il 25 gennajo, che l'anarchia parve raddoppiarsi. I nobili esiliati facevano la guerra alla repubblica; i dodici ed i Salimbeni eransi resi esosi colla loro associazione ai nemici dello stato; i nove ed i riformatori sforzavansi invano di riconciliare le troppo accanite parti le une contro le altre. La guerra si prolungò parte della seguente state tra la città e le campagne, e non si terminò che il 30 giugno per l'intromissione dei Fiorentini, domandata dalle opposte parti. I nobili furono richiamati in città, rimessi ne' loro diritti, e dichiarati capaci di tutte le magistrature, tranne la signoria. Gli altri ordini continuarono a dividere gli ufficj superiori in una proporzione determinata dalle leggi[49].
[49] _Malavolti Storia di Siena, p. II, l. VIII, p. 137._
L'imperatore, partendo da Siena, aveva da prima avuto intenzione di passare a Pisa; ma informato che questa città trovavasi sotto le armi, temette di trovarsi esposto ad una sedizione somigliante a quella da cui erasi appena sottratto, ed andò direttamente a Lucca, tenendo la strada di Vico Pisano.
I Pisani, dopo avere rovesciato il governo d'Agnello, erano stati sbattuti alcun tempo da diverse fazioni, e l'anarchia gli avrebbe forse ricacciati ben tosto nella servitù, se i più virtuosi cittadini, d'accordo coi gentiluomini, non si fossero uniti per mantenere colle armi in mano la quiete e la libertà. Questa lega, che prese il nome di compagnia di san Michele, ben tosto si vide composta di quattro mila combattenti, e si assunse l'impegno di rimanersi neutrale tra i Bergolini ed i Raspanti. Tostocchè, in grazia del vigore dimostrato dalla compagnia di san Michele, l'ordine fu in Pisa ristabilito, si alzò contro i Raspanti un grido, che fino allora era stato compresso dal timore. La ruina del commercio, la guerra coi Fiorentini, l'accrescimento delle imposizioni, la tirannide di Giovanni Agnello, e la perdita di Lucca, erano state le fatali conseguenze della loro amministrazione. Se la repubblica loro perdonava tanti errori, quali erano dunque quelli che essa ostinavasi a voler punire in Pietro Gambacorta, i di cui parenti erano periti, tredici anni prima, vittime di un'ingiusta sentenza, e di cui lo stesso imperatore aveva riconosciuta l'innocenza, poichè aveva di nuovo accordato il suo favore a quest'illustre esule. In fatti Carlo IV aveva promessa la sua protezione a Pietro, che aveva incontrato a Calcinaja, ed accettatone il dono di dieci mila fiorini[50].
[50] _Bernardo Marangoni Cron. di Pisa, p. 748. — Paolo Tronci Annali Pisani, p. 421._
Dietro le istanze dei due capi della compagnia di san Michele venne annullata la sentenza contro i Gambacorti, e Pietro fu richiamato co' suoi figliuoli in seno alla patria. Questi rientrarono il 24 febbrajo portando in mano rami d'ulivo, mentre i loro concittadini facevano eccheggiare le strade con grida di gioja, e le campane della città suonavano in rendimento di grazie. Pietro Gambacorti, giunto alla cattedrale, fece a nome di tutti gli emigrati la sua offerta ai piedi dell'altare maggiore. Giurò in appresso di mantenere lo stato popolare, di vivere da buon cittadino fra i suoi eguali, e di scordare e perdonare le antiche ingiurie[51].
[51] _Bernardo Marangoni Cron. di Pisa, p. 749. — Tronci An. Pisani, p. 424._ Quest'ultimo è parzialissimo pei Raspanti.
Ma tutti i Bergolini non avevano per anco rinunciato al loro antico odio. Due giorni dopo Pasqua molti di loro presero le armi, ed attaccarono le case dei Raspanti, che volevano bruciare. Gran parte della città andava forse ad essere distrutta, se Pietro Gambacorti non veniva a difendere i suoi nemici, rispingendo gl'incendiarj. _Io ho ben perdonato, loro diceva, io, i di cui congiunti perirono sul palco; con quale diritto ricuserete voi altri di perdonare?_ Gambacorti effettivamente fermò i combattenti, ma non impedì il cambiamento del governo. La parte de' Raspanti venne esclusa dall'amministrazione, tutte le cariche furono date ai Bergolini, e la compagnia di san Michele si sciolse di consentimento de' suoi capi[52].
[52] _Bernardo Marangoni Cron. di Pisa, p. 751._
Trovavasi per altro ancora in mano dei Raspanti una porta fortificata, quella ai Lioni, che i partigiani di Giovanni Agnello non avevano mai lasciata. Altri Raspanti eransi adunati a Lucca presso di Carlo IV, e cercavano di far sentire all'imperatore la facilità di occupare Pisa per mezzo di questa porta. Carlo, strascinato dai loro consigli, fece imprigionare dodici ambasciatori che gli aveva spediti la repubblica, tra i quali contavansi i più distinti uomini dello stato, Pietro d'Albizzo di Vico, Gualandi di Castagneto, e Manfredo Buzzacherino dei Sismondi. L'imperatore, tenendoli come ostaggi, si applaudiva d'averli tolti ai consigli della repubblica. Nello stesso tempo fece avanzare il suo grande maniscalco con tutta la sua cavalleria verso Porta ai Lioni. Ma mentre i Tedeschi entrano in città, i Pisani, chiamati dalla campana d'allarme a difendere la patria, alzano palafitte in faccia alla porta occupata dai nemici. Tutte le panche della cattedrale, ch'era vicina, furono all'istante portate in istrada per formarne un nuovo riparo d'insolita forma, mentre gli arceri salivano sul battistero per combattere da quell'elevato luogo i nemici che occupavano la muraglia della porta. Un ingegnere pisano aveva tagliata astutamente la corda che doveva alzare il ponte levatojo della porta; onde i Tedeschi perdettero molto tempo prima di poter entrare in città, ed incominciare l'attacco[53]. Quando ebbero vinto questo primo ostacolo, ne trovarono un altro maggiore nella ostinata resistenza de' Pisani. Le donne frammischiavansi ai combattenti per incoraggiarli, somministrando loro pietre e dardi. Dopo un'accanita zuffa i Tedeschi si ritirarono, ed il cancelliere dell'imperatore domandò di parlare segretamente cogli anziani. Si suppose che in questa conferenza avesse ricevuto un ragguardevole dono, poichè si osservò, che appena terminata, fece ritirare tutte le sue truppe. Quaranta fanti, che aveva lasciati per guardia alla porta ai Lioni, furono subito forzati ad arrendersi, e le opere interne che formavano di questa porta una specie di fortezza, furono dal popolo spianate[54].
[53] _Cronica Anon. di Pisa, t. XV, p. 1053._
[54] _Bernard. Marangoni Chron., p. 753._
L'imperatore, dopo le rotte avute a Siena ed a Pisa, più non pensava che ad estorcere danaro dalle città toscane, ed a partire alla volta della Boemia. Mandò la sua cavalleria a guastare il territorio de' Pisani, per ridurli così ad un trattato; e nello stesso tempo cercò pure d'inquietare i Fiorentini riclamando certi diritti dell'impero da lungo tempo andati in desuetudine. Permise in oltre al patriarca d'Aquilea, suo fratello naturale, di partire da Lucca alla testa di un corpo di cavalleria, per guastare la Val d'Elsa ed il territorio fiorentino fino a Montespertoli[55]. La signoria impaziente di sbarazzarsi di un dannoso vicino, acconsentì di pagare a Carlo cinquanta mila fiorini, per farlo rinunciare ad ogni diritto sulle terre dell'impero ch'ella aveva riunite al suo territorio. Ella fece ancora per una eguale somma la pace dei Pisani; e Carlo IV a tale prezzo riconobbe la città di Pisa per fedele all'impero; la raffermò nel godimento della sua libertà, e dichiarò questo privilegio inalienabile, di modo che l'autorità d'un solo mai non potesse rimpiazzare quella degli anziani e del popolo[56].
[55] _Marchione di Coppo de Stefani Stor. Fior. l. IX, Rub. 708, t. XIV, p. 71. — Delizie degli Eruditi Toscani._
[56] _Bern. Marangoni Cronaca di Pisa, p. 755. — Paolo Tronci Ann. di Pisa, p. 427. — Scipione Ammirato Istoria Fiorent., l. XIII, p. 667._
I trattati che l'imperatore aveva intavolati a Lucca, erano a lui ben più vantaggiosi, e non pertanto egli otteneva dai Lucchesi la più viva riconoscenza per grazie che loro vendeva a peso d'oro. Il 6 aprile in una solenne adunanza dei più potenti signori tedeschi ed italiani dichiarò la città di Lucca libera ed indipendente dai Pisani, e due giorni dopo ratificò tale dichiarazione con una carta, sotto la bolla d'oro, che consegnò ai dieci anziani[57]. Il popolo di Lucca accolse questo favore con trasporti di gioja, protestò eterna riconoscenza a Carlo IV, mentre l'avaro monarca gli chiedeva duecento mila fiorini pel riscatto della sua libertà. La città, ruinata da lunghe guerre e dall'oppressivo dominio di molti tiranni, non era in istato di sborsare immediatamente così enorme somma, onde Carlo IV, pendente il pagamento, consegnò in pegno la città di Lucca al cardinale Gui di Monforte, che a nome del papa aveva anticipati cinquanta mila fiorini all'imperatore[58]. Lucca, che altro ancora non aveva fatto che cambiare padrone, andava a rischio d'essere venduta al papa, malgrado quella pergamena, che rendevale la libertà. Ma i Lucchesi mostravano tanta gioja, tanto amore e riconoscenza verso l'imperatore, che questi si compiacque di dare ancora maggiore solennità ai privilegi che accordava alla loro repubblica. Il 6 giugno fece adunare il popolo sulla piazza di san Michele, ed in un discorso pomposo confermò il dono fattogli della libertà[59]. Un mese dopo accordò una nuova bolla, con cui dichiarava, che tutta la Val di Nievole doveva rimanere in proprietà della repubblica di Lucca[60]. Frattanto questa provincia, di cui i Fiorentini avevano terminata la conquista nel 1338, era sempre rimasta sotto il loro dominio, nè mai più in appresso venne loro tolta. Carlo IV non pensò pure ad inimicarsi i Fiorentini per riconquistarla, ed i Lucchesi non cercarono mai di rivendicarne il possedimento.
[57] _Beverini Ann. Lucenses, l. VII, p. 965._ — Pelzel non ha conosciute le particolarità della liberazione di Lucca, e passa rapidissimamente sull'azione che in Italia fece maggior onore al suo eroe, _t. II, p. 814_.
[58] _Beverini Ann. Lucenses, l. VII, p. 966._
[59] _Beverini Ann. Lucenses, l. VII, p. 968._
[60] _Ivi, p. 971._
Le nuove grazie di Carlo costavano ai Lucchesi nuovi regali, e gli obbligavano a dare nuove feste; onde l'acquisto della loro libertà non fu compiuto che col prezzo di trecento mila fiorini[61]. Per quanti sforzi facessero i Lucchesi, non giunsero a pagare l'intera somma avanti la partenza dell'imperatore. Questi lasciò la città il 5 luglio e s'avviò per Pescia, Pistoja e Bologna alla volta della Germania. Egli si valse dei tesori acquistati con tanta vergogna per ornare Praga, sua capitale, di sontuosi edificj; ed il magnifico ponte da lui fabbricato sulla Moldava è un insigne monumento della dignità imperiale prostituita in Italia.
[61] _Beverini Ann. Luc., l. VII, p. 966._
I Lucchesi rimasero ancora per lo spazio di un anno sotto l'autorità del cardinale di Monforte; poco mancò che non cadessero in potere di Barnabò Visconti, che cercava ora di sorprendere la città, ora di comperarla dal legato[62]. Finalmente riuscirono, col soccorso de' loro amici, a riunire il danaro necessario per liberarsi dal Monforte. I Fiorentini prestarono loro venticinque mila fiorini, Francesco di Carrara quindici mila, quindici mila il marchese d'Este, e cinquanta mila papa Urbano V[63]; onde in aprile del 1370 il cardinale di Monforte, dopo avere ricevuto tutto quanto gli si doveva, partì da Lucca per tornare in Francia, restituendo agli abitanti le chiavi delle porte della città e della fortezza[64].
[62] _Ivi._
[63] _Ivi._
[64] _Cron. Sanese di Neri di Donato, p. 222. — Scip. Ammirato Istor. Fior., l. XIII, p. 674._
Per tal modo la repubblica di Lucca riebbe la sua libertà dopo esserne rimasta priva dal 14 giugno 1314, giorno in cui una dissensione nel partito guelfo aveva fatti trionfare i Ghibellini, ed aperta la città ad Uguccione della Fagiuola[65].
[65] Osservisi nel t. IV, il c. 28.
In cinquantasei anni di servitù sotto diversi padroni, ma tutti egualmente oppressivi, Lucca aveva perduta la sua popolazione, le sue ricchezze, le manifatture, il commercio, oltre un'importante provincia per così piccolo stato, la Val di Nievole. Ma i suoi cittadini, sottrattisi in piccolo numero al ferro de' nemici, esiliati e dispersi in lontani paesi, o incatenati nella stessa loro patria dalla povertà, non avevano perduto ciò che forma la vita delle nazioni, ciò che può dopo un lungo intervallo rinnovare la loro esistenza, l'amore ardente della libertà. Essi non si avvezzarono giammai alla servitù, nè si risguardarono mai come diventati proprietà de' loro padroni; e sebbene nati in servitù, si sentirono degni della libertà perchè i loro antenati l'avevano posseduta. Essi non lasciaronsi avvilire dalle difficoltà, e ricorsero a vicenda, senza perdere il coraggio, alle armi ed ai trattati; associarono la sorte loro a quella d'un monarca, ch'essi sforzarono a meritarsi quella riconoscenza, che anticipatamente gli prodigavano; tante prove gli diedero d'affetto e di attaccamento, che terminarono col far credere al più avaro ed al più egoista di tutti gli uomini, ch'egli ancora gli amava; e nella miseria loro trovarono immensi tesori per acquistare da lui il più prezioso di tutti i beni.
Le antiche leggi di Lucca erano andate in dissuetudine; la repubblica ne adottò di nuove press'a poco simili a quelle di Fiorenza. La città, prima divisa in cinque porte o quartieri, venne allora distribuita in tre tribù, che presero il nome di san Paolino, san Salvatore e san Martino. La signoria fu composta d'un gonfaloniere e di dieci anziani, che rinnovavansi ogni due mesi. Come in Firenze, si faceva l'elezione per ventiquattro o trenta signorie successive, e la sorte determinava in seguito ogni due mesi l'ingresso in carica dei nuovi magistrati. Un collegio di trentasei _buoni uomini_, che rimanevano sei mesi in carica, doveva formare il privato consiglio della signoria. Un consiglio generale di cento ottanta membri, eletti ogni anno il 15 di marzo, riuniva tutti gli altri poteri dello stato[66]. Finalmente i nobili rimanevano, come a Firenze, esclusi da tutti i principali impieghi[67].
[66] _Beverini Ann. Luc., l. VIII, t. III, p. 9._
[67] _Ivi, p. 24._
La cittadella che Castruccio aveva fabbricata, ed intitolata Augusta, o Gosta, sembrava ai Lucchesi un monumento della passata loro servitù, ed un pericoloso strumento di tirannide per venturi ambiziosi, e la spianarono interamente[68]; e perchè l'antico palazzo della signoria, posto sulla piazza di san Michele, sembrava loro meschino per le speranze che riponevano nell'avvenire, fondarono sulle ruine della distrutta fortezza un nuovo palazzo d'una imponente architettura, che fino ai giorni nostri è stato la residenza del governo[69].
[68] _Marchione di Coppo de Stefani Stor. Fior. l. IX, Rub. 706, p. 69. — Beverini Ann. Luc., l. VIII, p. 18._
[69] _Beverini Ann. Luc., l. VIII, p. 29._
Finalmente la signoria in memoria del beneficio dell'imperatore, istituì, pel riacquisto della libertà, una festa che fu celebrata finchè la repubblica ha esistito con una pompa degna di così grande avvenimento[70]; e volle che il fiorino d'oro, che sarebbe coniato nella sua zecca, portasse, finchè i Lucchesi si conserverebbero liberi, l'effigie di Carlo IV[71].
[70] Gli otto d'aprile d'ogni anno perchè la bolla dell'imperatore era in data degli otto aprile 1369. _Beverini, l. VIII, p. 21._
[71] _Malavolti, Storia di Siena, p. II, l. VIII, p. 135._
CAPITOLO XLIX.
_Intraprese di Barnabò sopra la Toscana. — Gregorio XI attacca i Visconti; tenta di sorprendere la repubblica di Firenze sua alleata; i Fiorentini dichiarano la guerra al papa, e fanno ribellare tutte le città dello stato ecclesiastico._
1369 = 1378.
Se papa Urbano V, riconducendo la corte pontificia a Roma, non cercò che la gloria della santa sede, dovette, non v'ha dubbio, chiamarsi contento della presa risoluzione. Veruno de' suoi predecessori ebbe un regno più brillante; niuno era stato accolto dai popoli con maggiori dimostrazioni d'affetto, nè aveva ridotti più grandi monarchi ad umiliarsi ai suoi piedi. Urbano V vide nello stesso anno gl'imperatori dell'Occidente e dell'Oriente, prostrati innanzi al trono di san Pietro, mostrare al rappresentante degli Apostoli un rispetto ed un'ubbidienza che i loro predecessori erano ben lontani dall'accordargli. Vero è che Carlo IV non aveva ereditato colla corona dei due Federici la loro fierezza o il loro coraggio, e che Giovanni Paleologo, il successore di Teodosio o di Costantino, si vedeva privo di tutta la loro possanza.
Giovanni Paleologo, oppresso dalle armate di Amurat, aveva perduto Adrianopoli e la Romania, e, rinserrato nella sua capitale, temeva ogni giorno d'esserne scacciato, quando risolse di venire ad implorare contro i Turchi i soccorsi degli Occidentali. Abbjurò per la seconda volta lo scisma de' Greci[72]; fu ammesso a baciare i piedi al papa; condusse la di lui mula per la briglia come aveva fatto Carlo IV, e divise gli onori e le umiliazioni degl'imperatori d'Occidente. Ma niun altro frutto raccolse dal suo abbassamento, che inutili bolle e vane raccomandazioni[73]. Il re di Francia, sebbene eccitato in suo favore dal papa, non potè accordargli verun soccorso; e quando il Paleologo, senza danaro e senza soldati, partì alla volta de' suoi stati venne per debiti imprigionato a Venezia. Andronico, il maggiore de' suoi figliuoli, ricusò d'impiegare una parte delle pubbliche entrate per liberarlo, ed il secondogenito, Emmanuele, non lo rese libero che costituendosi prigioniero in sua vece[74].
[72] Aveva di già abbjurato nel 1355 sperando d'ottenere i soccorsi d'Innocenzo VI.
[73] _Raynaldi Ann. Eccles. 1369 § 1, p. 478. — Gibbon Decline and fall of the Roman Empire, cap. LXVI._
[74] _Laonicus Chalcocondyles de rebus Turcicis Script. Byz., t. XVI, l. I, p. 20._
Urbano V aveva ottenuti più importanti vantaggi che non sono quelli d'abbassare i due imperatori ai suoi piedi. Durante la sua dimora di tre anni a Roma, a Viterbo, e a Montefiascone, ottenne, ciò che non osava sperare, di ridurre sotto il suo dominio tutto il patrimonio di san Pietro. La sola repubblica di Perugia erasi conservata indipendente in mezzo ai feudatarj della chiesa; Urbano risolse di forzarla a sottomettersi, e dopo una resistenza alquanto lunga, in ultimo i Perugini riconobbero la suprema signoria del papa, e chiesero per i loro priori il titolo di vicarj della santa sede[75].
[75] In conseguenza d'un trattato soscritto a Bologna il 23 novembre 1370. _Pompeo Pellini Istoria di Perugia, p. I, l. VIII, p. 1081. — Vita Urban. V, ex collect. Bosqueti, t. III, Rer. Ital. p. 623._
L'incostanza di Carlo IV aveva mandato a male il progetto, formato da Albornoz, d'umiliare la casa Visconti, e di disperdere le grandi compagnie, che ella proteggeva; ma l'imperatore non ebbe appen abbandonata l'Italia, che i Visconti, resi più orgogliosi dalla sua ritirata, si provocarono nuovi nemici. Essi forzarono finalmente i Fiorentini a dichiararsi contro di loro; ed il 31 ottobre del 1369 venne conchiusa contro i signori di Milano una lega ben più formidabile di quella che si era disciolta nel precedente anno, avendo in questa presa parte il papa, i Fiorentini, il marchese d'Este, il signore di Padova, Feltrino Gonzaga di Reggio, e le repubbliche di Bologna, di Pisa e di Lucca[76].
[76] _Sozomeni Pistor. Histor., t. XVI, p. 1086._
Lo stesso Carlo IV aveva gittato i semi di questa nuova guerra. Quando giunse in Toscana aveva approfittato di una rivoluzione scoppiata a Samminiato contro i Fiorentini, per prendere questa piccola città sotto la sua protezione, facendola occupare dai suoi corazzieri. Allorchè abbandonò la Toscana, avendo chiamata presso di sè la guarnigione che vi aveva posta, gli abitanti implorarono l'assistenza di Barnabò Visconti, il quale dichiarò subito che li proteggerebbe. Come vicario dell'impero intimò ai Fiorentini di lasciarli quieti, e fece avanzare Giovanni Acuto colla compagnia inglese in soccorso di Samminiato[77].
[77] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. I, p. 216. — Leonardo Aretino Hist. Fior., l. VIII. — Marchione di Coppo Stefani Istor. Fior., l. IX, Rub. 710, 711, p. 72. — Scipione Ammirato Istor. Fior., l. XIII, p. 669._
Era questa città assediata da Giovanni Malatacca, di Reggio di Calabria. Questo capitano de' Fiorentini sembrava in sul punto di ridurre Samminiato, quando la signoria, che desiderava di terminare prontamente la guerra, gli ordinò di dare battaglia all'Acuto, ch'erasi innoltrato fino a Cascina. Il generale fiorentino ubbidì di mal animo, e fu battuto e fatto prigioniero con molti de' suoi migliori ufficiali[78]. Fortunatamente aveva lasciato avanti a Samminiato Roberto, conte di Battifolle, con parte dell'armata. Questi, durante l'assenza del suo generale, guadagnò col danaro uno degli assediati, la di cui casa era appoggiata alle mura, e di concerto con lui vi praticò una breccia, per la quale introdusse le truppe fiorentine il 3 gennajo del 1370[79].
[78] _Ann. Bonincontrii Miniatensis, t. XXI, p. 14 e 15._ Quest'annalista di Samminia ha gettata qualche confusione nelle date.
[79] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. I, p. 217. — Chron. Estense, t. XV, p. 492. — Marchione di Coppo Stefani Ist. Fior., l. IX, Rub. 716, p. 78._
Il papa si felicitava di vedere finalmente i Fiorentini impegnati con lui nella guerra contro il Visconti. Allorchè era stata conchiusa la nuova alleanza aveva spediti due legati a Barnabò per portargli una bolla di scomunica; era questa il segno delle ostilità che in breve ricominciavano. Barnabò udì con apparente calma il messaggio di cui erano incaricati il cardinale di Belforte e l'abate di Farfa; li condusse poi fino sul ponte del naviglio in mezzo di Milano: «Scegliete (disse loro tutt'ad un tratto) se prima di lasciarmi volete mangiare o bevere;» e perchè i legati sorpresi non rispondevano; «non credete già (soggiunse con terribili bestemmie) che noi siamo per separarci senza che voi abbiate mangiato o bevuto, in modo che vi ricordiate poi sempre di me.» I legati guardarono all'intorno, e si videro circondati dalle guardie del tiranno e da un popolo nemico; osservarono il fiume sopra cui si trovavano, ed uno di loro rispose: «Io amo meglio mangiare che chiedere da bere ove trovasi tanta copia d'acqua.» «È bene, rispose Barnabò, ecco le bolle di scomunica che voi mi avete portate, voi non uscirete da questo ponte prima d'avere mangiata in mia presenza la pergamena su cui sono scritte, i suggelli di piombo che ne pendono, ed i legami di seta cui sono attaccati.» In vano i legati riclamarono contro la violazione del doppio loro carattere d'ambasciatori e di ecclesiastici, dovettero sottomettersi, ed eseguire l'ordine del tiranno sotto gli occhi delle sue guardie e di tutto il popolo[80].
[80] _Andrea Gataro Istoria Padovana, t. XVII, p. 162._
Urbano V pensò meno a vendicarsi di tanta offesa che ad allontanarsi da un paese, ove trovavasi impegnato in una continua lotta. Egli regnava, gli è vero, in Italia, ma regnando sospirava il riposo e la sicurezza d'Avignone. Tutta la sua corte lo andava continuamente sollecitando a tornare in Provenza; la sua stessa coscienza gliene faceva un dovere, perchè suppose di potere riconciliare i re di Francia e d'Inghilterra, tra i quali era ricominciata la guerra. Tornò dunque per mare in Avignone nel settembre del 1370[81]; ma vi era da poco giunto quando cadde gravemente infermo, ed il 19 dicembre dello stesso anno morì compianto da tutta la cristianità. Molti fedeli in lui vedevano non solo un virtuoso pontefice, ed un buon sovrano, ma ancora un santo, dotato del dono dei miracoli[82].