Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)

Part 23

Chapter 233,664 wordsPublic domain

Lo stesso partito eccitò nel medesimo anno una seconda sedizione, che venne egualmente compressa dai talenti e dal coraggio di Carlo Zambeccari. Questo cittadino acquistava ogni giorno una maggiore considerazione, ed un maggiore ascendente nella repubblica, quando la peste si manifestò in Bologna e portò la desolazione ne' consiglj. In uno stesso giorno morirono Carlo Zambeccari ed i suoi più zelanti partigiani, Obizzo Lazzari e Giacomo Griffoni. Questi due uomini soli avrebbero potuto prendere il suo luogo, e farne scordare la perdita[620]. Il partito Maltraversa, che richiamato dall'esilio dallo Zambeccari, erasi posto sotto la sua protezione, venne assai più maltrattato dalla peste che il contrario partito. Il senato si trovò bentosto costretto a richiamare dal loro esilio Nanne Gozzadini e Giovanni Bentivoglio. Questi, appena ritornati, fecero prendere le armi ai loro partigiani, attaccarono i Maltraversi, di cui uccisero un gran numero, e forzarono il senato ad esiliare quasi tutti i capi della casa Zambeccari[621].

[620] _Cherub. Ghirardacci, l. XXVII, p. 505. — Math. de Griff., p. 206. — Ann. Esten. Jacobi de Delayto, p. 956._

[621] _Cherub. Ghirardacci, l. XXVII, p. 507._

Appena Gozzadini e Bentivoglio si videro vincenti che si divisero per cogliere i frutti della vittoria. Il Gozzadini ricercò tutti i suoi partigiani nel popolo e furono le persone della classe infima che cercò di promuovere agl'impieghi. Il Bentivoglio per lo contrario prese i nobili sotto la sua protezione, ed ottenne di farsi risguardare come loro capo. Gli storici bolognesi lo fanno discendere da un bastardo del re Enzio che morì prigioniero in questa città. Ma questa favolosa origine prova soltanto che la famiglia dei Bentivoglio non era antica, nè aveva avuta uomini che la illustrassero, poichè se ne cercava l'origine in così vicini tempi[622]. Per altro siccome al Bentivoglio non bastava l'appoggio dei nobili, si riconciliò colla vinta fazione dei Zambeccari, ed ottenne dal senato il decreto del loro richiamo[623]. Siccome non aveva altro scopo che il suo personale innalzamento, e non quello del partito, sapeva meglio che il suo avversario riunire sotto la sua condotta uomini di contrarj interessi e di opposti principj.

[622] Infatto Giacomo di Delayto dice che la famiglia Bentivoglio non era illustre. _Ann. Estens., t. XVIII, p. 962._

[623] _Cherub. Ghirardacci, l. XXVIII, p. 511._

In tutto il 1400 i due capi di parte continuarono le loro pratiche l'uno contro l'altro senza venire alle mani. Mentre il Gozzadini confidava nel favore del popolo, il Bentivoglio, sicuro dell'amicizia dei nobili e de' Maltraversi, aveva inoltre contratta una segreta alleanza con Astorre Manfredi, signore di Faenza, che trovavasi allora in guerra coi Bolognesi; e colla sua mediazione entrò pure in trattato col duca di Milano, sempre apparecchiato a soccorrere tutti i cospiratori.

Quando il Bentivoglio ebbe tutto apparecchiato, e che si credette sicuro dell'esito con alcune prove che aveva fatte delle proprie forze, il 27 febbrajo del 1401, diede ordine a suo figlio Bente Bentivoglio di prendere le armi co' suoi partigiani e soldati, mentre egli medesimo trattenne nel palazzo pubblico Nanne e Bonifaccio Gozzadini, che vi si trovavano nello stesso tempo che il Bentivoglio. La piazza pubblica fu vivamente attaccata da Bente e valorosamente difesa da Gozzadino Gozzadini; ma rimasto gravemente ferito quest'ultimo, e molti riputati cittadini uccisi dall'una parte e dall'altra, ed il popolo mostrando alla fine di decidersi a favore dei Bentivoglio, rimasero questi padroni del campo di battaglia e del palazzo pubblico.

Giovanni Bentivoglio usò moderatamente della vittoria, rese la libertà ai Gozzadini prigionieri, offrì loro la sua amicizia, richiamò gli esuli, e dopo avere nel corso d'un mese ricompensati i suoi partigiani, accarezzati i vinti nemici ed adulato il popolo, si fece proclamare signore di Bologna, il 28 marzo 1401, da un consiglio generale di quattro mila cittadini[624].

[624] _Cherub. Ghirardacci, l. XXVIII, p. 517. — Math. de Griffonibus Mem. Hist., p. 208. — Cron. Miscella di Bologna, p. 567._

La notizia della rivoluzione di Bologna riempì Firenze di costernazione. La lega formata contro il Visconti per la difesa della libertà italiana era disciolta. Più non rimaneva alcun popolo libero alleato della repubblica; e, ad eccezione di Francesco da Carrara, tutti i principi, de' quali aveva abbracciati gl'interessi, eransi staccati dalla sua causa. Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, che i Fiorentini avevano difeso con tanto dispendio nell'ultima guerra, erasi nel successivo anno riconciliato col Visconti, colla mediazione di Carlo Malatesta suo generale[625]. Il marchese Niccola d'Este cercava dal canto suo di assicurarsi la neutralità nella prossima guerra, e quest'anno stesso si recò a Milano per farsi amico del duca[626]. Non perciò la signoria di Firenze si scoraggiò: mandò ambasciatori a Giovanni Bentivoglio per felicitarlo intorno alla sua nuova dignità, e per persuaderlo a non abbandonare l'alleanza dei Guelfi, ch'era sempre stata utile a Bologna. Infatti il Bentivoglio, sebbene di già entrato in negoziazioni col duca, non volle farsi suo alleato, e promise di conservare la neutralità[627]. Ma la signoria, che poco contar poteva sopra di lui, stese nello stesso tempo le sue viste fuori d'Italia, e si sforzò di trarre profitto da una rivoluzione accaduta in Germania, per attirare da questa contrada in Lombardia un difensore dei diritti del popolo, un vendicatore degli oppressi.

[625] _Platina Hist. Mantuana, l. IV, p. 789-791._

[626] _Gio. Battista Pigna Stor. de' Princ. d'Este, l. V, p. 442. — Cron. di Piero Minerbetti, 1401, c. 7, p. 361._

[627] _Leon. Aretino, l. XII. — Cherub. Ghirardacci, l. XXVIII, p. 522._

L'autorità imperiale erasi in Germania ormai ridotta al nulla; il capo di quella confederazione era privo di mezzi costituzionali, per dirigere quel corpo composto di tanti membri indipendenti, e per mantenere la pace fra tanti rivali. Le guerre civili, e le ricompense che gli elettori avevano chieste per ogni elezione[628], avevano tutte dissipate le entrate imperiali, e tutte annullate le prerogative e le giurisdizioni che la costituzione aveva riservate ai signori abituali. Per molto tempo i Tedeschi avevano risguardata ogni concessione strappata agl'imperatori come un acquisto fatto a favore della libertà; ma in sul declinare del quattordicesimo secolo, riconoscevano alla fine che l'indebolimento della primitiva costituzione della Germania altro risultamento non aveva avuto, che continue guerre interne, o piuttosto uno stato permanente di assassinio, ed al di fuori un'estrema debolezza, che poteva diventare ruinosa all'epoca in cui i progressi dei Turchi minacciavano tutta l'Europa.

[628] _Wahl capitulation._

Quando i principi secolari ed ecclesiastici cominciarono a sentire le tristi conseguenze della debolezza degl'imperatori, invece di convenire che l'avevano provocata essi medesimi col loro spirito di indipendenza, ne accusarono l'incapacità del monarca ch'essi avevano spogliato; ed il carattere di Wencislao, in allora regnante, dava verosimiglianza all'accusa. Questo principe, dopo due deboli esperimenti per ristabilire la pace in Germania[629], erasi chiuso nel suo regno di Boemia, come se il rimanente dell'impero non lo riguardasse; ed ancora ne' suoi stati ereditarj la sua ghiottonerìa e la sua negligenza l'avevano reso tanto spregevole, che i suoi sudditi l'avevano tenuto due volte in prigione.

[629] La pace d'Egra del 1389, che doveva osservarsi per sei anni, e la seconda pace di Francoforte del 1398, che doveva durare dieci anni.

Le lagnanze ed i rimproveri de' Tedeschi consigliarono finalmente gli elettori ad adunarsi nel 1399 a Marpurgo per deporre Wencislao come incapace[630]. Essi procedettero con estrema lentezza. Il 22 marzo 1400 diedero udienza agli ambasciatori dell'imperatore; e siccome le sue giustificazioni non soddisfacevano, citarono il monarca a comparire personalmente a Rensè, l'undici agosto. Wencislao non ubbidì, ed il 20 agosto del 1400 quattro elettori lo dichiararono decaduto dalla dignità imperiale[631]; ed all'indomani elessero in sua vece Roberto, elettore palatino.

[630] _Schmidt Hist. des Allemands, l. VII, c. 10, t. V, p. 36._

[631] I tre elettori ecclesiastici e l'elettore palatino.

La capitolazione che imposero al nuovo monarca l'obbligava a prendersi cura degli affari d'Italia. Desideravano i principi che l'imperatore si trovasse di bel nuovo abbastanza ricco e potente per difendere la Germania; ma essi non intendevano di spogliare sè medesimi per arricchirlo. Parve loro che il migliore spediente fosse quello di riempire il tesoro imperiale a spese dell'Italia. Il commercio aveva arricchita questa contrada, mentre la Germania era rimasta povera; le entrate di Firenze, di Venezia, di Genova, o di Bologna superavano quelle dei duchi d'Austria o di Baviera, e le ricchezze di Giovanni Galeazzo sorpassavano quelle di tutto l'impero. Credevano i Tedeschi questa sproporzione ancora più grande, e risguardavano l'Italia quale inesauribile sorgente di danaro. Sarebbesi detto che l'investitura accordata da Wencislao al duca di Milano li privasse d'un'entrata esigibile, e togliesse all'impero una delle sue provincie, poi ch'essi obbligarono espressamente Roberto, il nuovo re de' Romani, ad annullare tale investitura, ed a ricondurre il milanese sotto l'immediata sovranità dell'impero. Per pagare le spese di questa guerra gli assegnarono l'entrata delle città d'Italia che occuperebbe[632].

[632] _Schmidt Hist. des Allemands, l. VII, c. 10, p. 44._

Per soddisfare alle condizioni imposte, Roberto aveva spediti ambasciatori in Italia per notificarvi la sua elezione. Questi ambasciatori giunsero a Firenze il 30 gennajo del 1401; chiesero che la repubblica accordasse la sua amicizia all'eletto imperatore e lo ajutasse a farsi riconoscere dal papa. Infatti i Fiorentini nominarono deputati per accompagnare a Roma gli ambasciatori dell'imperatore; ma nè le loro istanze, nè quelle di Francesco da Carrara[633], non persuasero Bonifacio IX ad esporsi alla collera del duca di Milano.

[633] _Memorie di Jacopo Salviati, uno degli ambasciatori fiorentini, t. XVIII, Deliz. degli Erud., p. 199. — Piero Minerbetti, 1400, c. 12, p. 430. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 882._

I Fiorentini trovavansi ancora in pace con questo duca, se pure può darsi il nome di pace ad uno stato di diffidenza, e di vicendevoli ingiurie. Ogni giorno vedevansi sviluppare nuove trame formate dal Visconti. In agosto di quest'anno Riccardo Cancellieri coi suoi partigiani tentò di dare Pistoja in mano al duca di Milano. I Panciatichi, da più secoli rivali della sua famiglia, lo prevennero e lo cacciarono fuori di città, ma egli sorprese il castello della Sambuca, e di là continuò per tre anni una guerra da pirata nel territorio di Pistoja; la quale non si terminò che colla soppressione di tutti i privilegj di Pistoja, e coll'intera unione di questa città allo stato fiorentino[634].

[634] _Piero Minerbetti, 1401, c. 6, p. 438. — Jannotii Manetti Hist. Pistor., p. 1070. — Cron. di Lucca di ser Giovan Cambi, p. 824. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 884._

Dopo tante offese i Fiorentini più non dovevano avere rispetti per il duca di Milano. Roberto loro scriveva dal canto suo di volere caldamente agire contro il Visconti che aveva cercato di farlo avvelenare dal suo medico[635]. Prometteva di condurre in Italia sufficenti forze per togliere al Visconti tutti gli stati che aveva usurpati. Francesco da Carrara doveva aprirgli l'ingresso della Lombardia, ed i Fiorentini pagargli nel mese di ottobre duecento mila fiorini per le spese della guerra, ed un'eguale somma sei mesi più tardi, quando si troverebbe di già nel territorio del duca di Milano[636].

[635] _Piero Minerbetti, 1401, c. 4, p. 436. — Sozomeni Pistor., p. 1172._

[636] _Piero Minerbetti, c. 8, p. 440. — Leoni Aretino, l. XII._

La guerra d'Italia dovendo farsi a nome della nazione germanica, ed in forza di un decreto del collegio elettorale, Roberto ordinò all'armata dell'impero di adunarsi a Trento. A seconda delle costituzioni avrebbe dovuto ammontare a trenta mila cavalli, ma non se ne trovarono a Trento quindici mila[637]. Roberto, preso il comando dei Bavari, ch'erano tre mila, affidò a Francesco da Carrara gl'Italiani emigrati di Lombardia, lasciando le truppe dell'impero sotto gli ordini del burgravio di Norimberga, e del duca Leopoldo d'Austria[638]. Prima di porsi in cammino, Roberto aveva intimato a Giovanni Galeazzo di evacuare tutte le città dell'impero che ingiustamente occupava, cui il Visconti rispose d'esserne stato investito dal legittimo imperatore Wencislao, e che non si lascerebbe spogliare da un usurpatore[639].

[637] _Piero Minerbetti, c. 10, p. 442. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 885._

[638] _And. Gataro Istor. Padov., p. 841._

[639] _Bernard. Corio Stor. Milanesi, p. IV, p. 284._

Gli apparecchi che il duca aveva fatti per difendersi erano proporzionati all'importanza della guerra. Aveva levata una straordinaria contribuzione di seicento mila fiorini ne' suoi stati, ed aveva posto ai confini un esercito di tredici mila cinquecento corazze, o dodici mila fanti[640]. Era quest'armata comandata da Giacomo del Verme di Verona, ed era quasi tutta formata di soli soldati italiani. Trovavansi sotto di lui quasi tutti i capitani che da circa vent'anni eransi resi famosi nelle guerre d'Italia. Il conte Alberico di Barbiano, Facino Cane, Ottobon Terzo di Parma, Galeazzo di Mantova, Taddeo del Verme, Galeazzo ed Antonio Porro di Milano, il marchese di Monferrato, Carlo Malatesta di Rimini, ed altri. Tutti questi capitani avevano più volte comandate intere armate; ognuno di loro aveva un corpo di truppe separato ch'erasi volontariamente attaccato alla di lui fortuna, e che dipendeva da lui solo[641].

[640] _Piero Minerbetti, c. 9, p. 441. — Ann. Mediol., c. 163, p. 834._

[641] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 841._

Da lungo tempo le truppe italiane più non avevano combattuto contro armate tedesche; ma gl'Italiani come i Tedeschi, rammentando le vittorie delle antiche compagnie avventuriere, non dubitavano della superiorità degli oltramontani. I Fiorentini menavano di già trionfo, quando Roberto entrò il 21 di ottobre sul territorio di Brescia, ed il duca di Milano, per evitare una disfatta, aveva ordinato ai suoi generali di chiudersi nelle città fortificate.

Ma Giacomo del Verme ed i suoi capitani avevano una più adequata opinione del proprio valore, e delle loro truppe. Dopo avere assaggiato il nemico in alcune scaramucce, ed avere così renduta ai soldati italiani la sicurezza che dovevano avere, Giacomo del Verme uscì di Brescia il terzo giorno ed attaccò il primo l'armata imperiale. La Germania e l'Italia impararono con eguale sorpresa dall'esito di questa battaglia a conoscere la superiorità della cavalleria italiana. I Tedeschi non avevano altrimenti perfezionata la loro armatura o la loro tattica nel corso dell'ultimo secolo, ed i freni e le briglie erano troppo deboli perchè potessero signoreggiare il loro cavallo nel calore della pugna. Per lo contrario gl'Italiani, dopo che avevano riaperta la carriera militare, avevano fatto uso del loro ingegno inventore e della loro industria per rendere più forte l'armatura, per avvezzarsi a più rapide evoluzioni, per rendere più docili i cavalli e perfezionarne il movimento[642]. Il primo incontro tra le due armate decise della vittoria; il burgravio di Norimberga, opposto al marchese di Monferrato, fu rovesciato da cavallo; il duca Leopoldo d'Austria, che combatteva contro Carlo Malatesta, fu fatto prigioniere; e l'armata imperiale sarebbe stata tutta disfatta, se Giacomo da Carrara non ne proteggeva la ritirata con un corpo di cavalleria italiana che serviva sotto l'imperatore[643].

[642] _Leon. Aret., l. XII. — Ejusdem Comment. Rer. suo temp. gest. 919._

[643] _Andrea Gataro Stor. di Pad., p. 842. — Pog. Bracciol. Hist. Fior., p. 282._

Tale rotta scoraggiò affatto gl'imperiali, perchè non potevano ascriverla nè ad inferiorità di numero, nè a sorpresa, nè a svantaggio di terreno, nè a militare astuzia. Leopoldo d'Austria, fatto prigioniero, non fu sordo alle proposizioni di Giovanni Galeazzo; venne rilasciato il terzo giorno, ma per seminare nel campo imperiale il sospetto e la diffidenza. Dichiarò ben tosto, e lo stesso fece l'arcivescovo di Colonia, di voler tornare in Germania. Le istanze dell'imperatore e degli ambasciatori fiorentini non valsero a ritenerli; e dopo la loro partenza Roberto medesimo si trovò così debole, che ritirossi verso Trento[644].

[644] _Piero Minerbetti, c. 10, p. 443. — Cron. di Lucca di Gio. Ser Gambi, t. XVIII, p. 826. — Sozomeni Pistor. Hist., p. 1174._

Per altro l'imperatore non sapeva risolversi a rivedere la Germania senza vendicarsi della ricevuta rotta; non voleva pure rinunciare del tutto ai sussidj dei Fiorentini, de' quali non aveva avuta che la più piccola parte. Il 6 di novembre tornò dunque a dietro, ed entrò in Padova con quattro mila cavalli; perciocchè era stato costretto a licenziare le truppe dell'impero che avevano chiesto il loro congedo, e non rimanevagli danaro per pagare la piccola armata che non abbandonò le sue insegne. Perciò entrando in Padova, chiese avanti ogni altra cosa se erano giunti in questa città ambasciatori fiorentini che potessero sovvenirgli alcuni sussidj[645].

[645] _Piero Minerbetti, c. 12, p. 444._

Gli ambasciatori ch'egli aspettava con tanta impazienza arrivarono poco dopo, ma non disposti a prestarsi a tutti i suoi desiderj. Erano già stati pagati all'imperatore cento dieci mila fiorini a conto de' promessi sussidj, ed i Fiorentini si lagnavano ch'egli non aveva dal canto suo soddisfatte le condizioni del trattato. Non aveva, essi dicevano, condotto abbastanza gente per assalire il Visconti, ed inoltre non aveva mostrata la debita perseveranza. Non era già per trattenersi tre giorni nel territorio del duca di Milano e per licenziare in appresso l'armata, che il collegio degli elettori lo aveva invitato a scendere in Italia; nè la repubblica gli aveva per così piccola cosa aperti i suoi tesori. Firenze non gli rimproverava una disfatta, essendo ogni generale esposto agl'infortunj della guerra; ma gli rinfacciava il congedo accordato alle truppe dell'impero, quando poteva ancora tenere la campagna. Non pertanto offrivano gli ambasciatori di pagare i novanta mila fiorini, ch'essi ancora gli dovevano, purchè guarantisse d'impiegargli nel fare la guerra al Visconti[646].

[646] _Piero Minerbetti, c. 12, p. 445._

Siccome si accusavano vicendevolmente di aver male osservato il trattato, l'imperatore ed i Fiorentini lasciarono la cosa in arbitrio de' Veneziani; e Roberto passò a Venezia, ove fu ricevuto con molta magnificenza. Il senato di Venezia vedeva con estrema inquietudine l'ingrandimento di Giovanni Galeazzo, e senza osare di dichiararsi apertamente contro di lui, favoriva i suoi nemici il meglio che poteva. Non pertanto la signoria sperava di aver celate al duca le sue pratiche, ed evitata la sua collera, perchè questi dissimulava il suo risentimento, e non ne faceva lagnanza. Scordavano i Veneziani che il Visconti divideva sempre i suol nemici prima di combatterli. Il doge ed il suo consiglio cercarono di riconciliare l'imperatore coi Fiorentini; esortarono il primo a mettersi in campagna, i secondi a somministrare il danaro, rifiutando essi di nulla fare, quasi che non si trattasse della loro libertà e di quella dell'Italia. Durante queste negoziazioni l'armata di Roberto andava ogni giorno diminuendo, ed il suo indebolimento scoraggiava gli ambasciatori fiorentini. Il trattato stava per rompersi, e l'imperatore era già apparecchiato a tornare in Germania, ma fu trattenuto; i Fiorentini pagarono sessantacinque mila fiorini a conto, ed egli promise di mantenere il suo quartiere generale in Padova, e di ricominciare in primavera la guerra con maggior vigore[647].

[647] _Piero Minerbetti, c. 14, p. 447. — And. Gataro Stor. Padov., p. 845. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 887._

Ma le sue forze non erano più temute, e Giovanni Galeazzo invece di pensare a dividere i suoi nemici, non temette di provocarne un nuovo. Dichiarò la guerra a Giovanni Bentivoglio, ed in dicembre spedì contro di lui Alberico da Barbiano, personale nemico del signore di Bologna. Mentre il Bentivoglio si adoperava per giugnere alla signoria, aveva promesso al Visconti di cedergli poi la sovranità di Bologna per un convenuto prezzo; ma quando si trovò in possesso della medesima più non pensò a cederla[648]. Alberico adunò tutti i nemici del Bentivoglio e gli emigrati bolognesi ne' suoi castelli di Barbiano e di Luco in Romagna. Col loro ajuto occupò in principio del 1402 molti castelli in su quel confine; ma una malattia fermò le sue conquiste, e diede opportunità al Bentivoglio di sorprendere il suo campo con una compagnia di corazzieri fiorentini, e di ricuperare i castelli che aveva perduti[649].

[648] _Piero Minerbetti, c. 3, p. 435._

[649] _Ivi, 1401, c. 1, p. 449. — Ghirard. Stor. di Bol., l. XXVIII, p. 527._

Intanto Luigi, duca di Baviera, ed il vescovo di Spira erano passati a Firenze come ambasciatori di Roberto. Questi, vedendo il suo onore compromesso, desiderava la continuazione della guerra, ma trovavasi privo di mezzi; e se la repubblica non provvedeva sola a tutte le spese della sua armata, gli era impossibile il mantenerla[650]. I dieci della guerra a Firenze opinarono, che quando Roberto altro non doveva essere che il generale delle loro truppe, ogni altro capitano costerebbe alla repubblica meno di un imperatore, e le sarebbe più subordinato. Risposero adunque di essere apparecchiati ad eseguire il loro trattato di sussidj, purchè Roberto adempisse dal canto suo ai suoi obblighi, e ricusarono di fare ulteriori sagrificj[651]. L'imperatore, dopo il ritorno de' suoi deputati, rinunciò finalmente alla sua spedizione, ed il 15 aprile prese la strada della Germania[652].

[650] _Piero Minerbetti, c. 17, p. 450._

[651] _Ivi._

[652] _Ivi, 1402, c. 1, p. 453. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 889._

Giovanni Galeazzo attaccando il Bentivoglio l'aveva sforzato a gettarsi tra le braccia dei Fiorentini; era stata fra loro stipulata il 20 marzo 1402 una stretta alleanza[653]; ed ancora prima la repubblica aveva di già mandato nello stato di Bologna Bernardone, suo generale, colla maggior parte de' suoi corazzieri. Giacomo del Verme vi entrò nel mese di maggio con sei mila cavalli e guastò tutte le campagne. Subito dopo una seconda armata, sotto gli ordini di Alberico da Barbiano, venne ad accamparsi a tre miglia dalla città. Bernardone, che aveva da prima tracciato il suo campo a Casalecchio, voleva ritirarsi innanzi a forze superiori, e chiudersi in Bologna, persuaso che il Barbiano non sarebbe per intraprendere l'assedio di questa città. Ma Giovanni Bentivoglio, con una presunzione non giustificata da veruna gloria militare, volle arrischiare una battaglia. Bernardone, che gli era subordinato, scrisse a Firenze per rappresentare la pericolosa sua situazione, ne, ed aspettando riscontro, fortificò, come seppe meglio, il suo campo di Casalecchio[654]. Il 26 giugno venne attaccato da Alberico; i Bolognesi, che detestavano il giogo del Bentivoglio, rifiutarono di combattere[655], e malgrado la vigorosa resistenza de' corazzieri il campo fiorentino, fu forzato, Bernardone fatto prigioniere, come pure due figliuoli di Francesco da Carrara, e la più parte de' suoi cavalieri[656].

[653] _Piero Minerbetti, c. 22, p. 453._

[654] _Poggio Bracciolini, l. IV, p. 288._

[655] _Cherub. Ghirard., l. XXVIII, p. 532._

[656] _Piero Minerbetti 1402, c. 7, p. 457. — Cron. di Bolog., p. 571. — Bonincont. Miniat. Ann., p. 87. — Sozomeni Pistor. Histor. p. 1175. — Andrea Gataro Stor. Padov., p. 853._