Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)

Part 22

Chapter 223,644 wordsPublic domain

[597] _Piero Minerbetti 1398, c. 17, p. 400. — Pompeo Pellini Ist. di Perugia, p. II, l. XI, p. 100-107._

Ma Giovan Galeazzo non rinunciava così facilmente alle speranze che aveva una volta concepite: il papa aveva congedato il Broglio, ed il duca di Milano, senza prenderlo al suo servizio, lo persuase con grossi regali a rientrare nel Sienese e nel Perugino l'anno 1399 per guastarne i territorj, spargendo voce che la compagnia di ventura da lui comandata riceveva soldo dai Fiorentini. Attribuendo in tal maniera le proprie frodi ai suoi nemici, ottenne di seminare la diffidenza fra le tre più grandi repubbliche della Toscana[598].

[598] _Piero Minerbetti 1399, c. 3, p. 404. — Sozomeni Pistor. Hist., p. 1167._

La repubblica di Siena non era meno esausta, nè meno debole della Perugina. Una lunga guerra con Firenze, i guasti delle compagnie di ventura, e più di tutto la violenza e l'imprudenza del proprio governo, alla testa del quale vedevansi uomini della più abbietta classe del popolo, concorrevano a ruinare lo stato: per colmo di mali la peste erasi manifestata in questa città; poichè questa fatale epidemia aveva in sul declinare del secolo ricominciate in Italia le sue stragi con non minore violenza di quello che avesse fatto cinquant'anni prima. I Sienesi nello stato d'estrema debolezza, cui trovavansi ridotti, erano estremamente agitati, perchè vedevano prossima al suo termine l'alleanza convenuta per dieci anni con Giovanni Galeazzo, il 22 settembre del 1389. Sebbene in suo cuore il duca non desiderasse meno di loro di rinnovare questo trattato, andava però promovendo difficoltà; ingrandiva i suoi passati servigj, e dichiarava di non volere per l'innanzi proteggere che i proprj sudditi. Accrescendo in tal modo l'inquietudine de' Sienesi, li fece all'ultimo risolvere di darsi a lui. Le condizioni furono regolate dopo lunghe conferenze; e fu convenuto, che il luogotenente del duca a Siena avrebbe due voci nella signoria, e che questa, e il senatore ed il capitano del popolo verrebbero conservati nell'antica loro autorità. Obbligatasi il duca a non accrescere le imposte, a non mutare le leggi, e finalmente a non trasmettere a verun altra persona la propria sovranità, che doveva conservarsi ereditaria di maschio in maschio nella sua famiglia. Il consiglio generale di Siena accettò il 6 di novembre queste convenzioni, ed il giorno 11 dello stesso mese, nell'ora indicata dagli astrologi, otto procuratori nominati dalla città fecero cessione agli ambasciatori del duca di Milano della sovranità della repubblica di Siena[599].

[599] _Annali Sanesi an. 1399, t. XIX, p. 413. — Malavolti Storia di Siena, p. II, l. X, p. 185. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 872._

L'esempio di Siena fece una gagliarda impressione sopra gli abitanti di Perugia. Il duca di Milano aveva mandati nella loro città ambasciatori, i quali adoperavano ogni mezzo di seduzione per guadagnarli. Aveva assoldato Ceccolino dei Michelotti, ch'era sottentrato nel credito di Biordo, suo fratello: egli distribuiva regali tra i più riputati cittadini, ed adulava il basso popolo promettendogli feste e piaceri. Invano gli ambasciatori fiorentini cercavano coi loro discorsi di riaccendere l'amore di libertà, invano offrivano l'assistenza della loro repubblica per difendere Perugia. I medesimi priori di Perugia proposero al consiglio generale di dare la signoria al duca di Milano sotto condizioni press'a poco uguali a quelle convenute coi Sienesi. Ottocento cavalli vennero introdotti in città da Otto Bon Terzo, uno de' generali del Visconti, e nell'istante indicato dagli astrologi, il 21 gennajo 1400, un'ora avanti il tramontare del sole, la bandiera del duca di Milano fu innalzata nella piazza di Perugia e portata in processione intorno alle mura[600].

[600] _Piero Minerbetti 1399, c. 14, p. 414. — Sozom. Pistor. Hist., p. 1169. — Bern. Corio Istor. Milan., p. IV, p. 281. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 875._ — Il trattato trovasi in compendio presso il Pellini, _Istor. di Perugia, p. II, l. XI, p. 117._

E per tal modo, dopo l'ultima pace stipulata col duca di Milano, i Fiorentini vedevano questo principe dilatare le sue conquiste tutt'all'intorno del loro territorio. Siena, Pisa e Perugia dalla parte della pianura, i conti di Poppi e di Bagno ed i feudi degli Ubertini dal lato delle montagne erano passati sotto il suo dominio, e non pertanto i Veneziani, garanti dell'ultimo trattato, non osavano parlare per impedire i progressi di Giovanni Galeazzo[601].

[601] _Leon. Aret., l. XI._

Sotto un altro punto di vista l'isolamento de' Fiorentini era ancora più terribile, perchè lo spirito di libertà s'andava spegnendo in tutta l'Italia. Genova, Perugia e Siena eransi volontariamente date ad un padrone; Pisa era stata venduta; Lucca e Bologna, che ancora pretendevano di essere libere, trovavansi in preda ad interne dissensioni che presagivano vicina la loro ruina; Venezia, chiudendosi nelle sue lagune, pareva che pensasse di abbandonare l'Italia all'infelice sua sorte; Roma stagnava ne' vizj della schiavitù: il regno di Napoli e la Lombardia avevano perfino dimenticato il vocabolo libertà e questa terra così ferace in altri tempi di cittadini e di eroi pareva abbandonata da tutte le virtù e da tutti i sentimenti sublimi. Un tiranno vile e perfido si adoperava nel distruggere in Italia tutto quanto portava ancora l'impronta della lealtà e dell'onore; non si riprometteva prosperi successi che In ragione de' crescenti vizj dei popoli, e rallegravasi quando Vedeva un governo abbracciare la sua fraudolente politica, tenendosi allora sicuro di poterlo presto soggiogare. Tali erano i funesti presagi che accompagnavano la fine del quattordicesimo secolo. Per ultimo la peste si manifestò contemporaneamente in molte parti dell'Italia, ed i popoli, atterriti da così grande calamità, riconoscevano i gastighi che si erano meritati, e piegavansi innanzi alla divina maestà per implorare la sua misericordia.

CAPITOLO LVI.

_Processioni de' penitenti bianchi. — Paolo Guinigi si rende padrone della signoria di Lucca. — Guerre civili a Bologna; Giovanni Bentivoglio usurpa l'autorità sovrana. — Deposizione di Wenceslao; Roberto di Baviera, suo successore, attacca senza profitto Giovanni Galeazzo. Questi si rende padrone di Bologna; muore improvvisamente._

1399 = 1402.

Mentre l'Italia teneva con inquietudine aperti gli occhi sopra le pratiche di Giovanni Galeazzo, e che non sapeva prevedere in qual luogo i Fiorentini troverebbero soccorsi per difendersi da questo terribile avversario, l'attenzione dei popoli fu distratta dai progetti ambiziosi del duca di Milano da un universale movimento di divozione, che per alcuni mesi allontanò gli uomini da tutti gl'interessi temporali, per non occuparli che intorno all'eterna salute. Grandi calamità percuotendo l'Europa, facevano credere vicina la fine del mondo, e tremare i Cristiani innanzi alla collera di Dio. Bajazette, Ilderim, sultano del Turchi, aveva ridotta Costantinopoli quasi nella sua totale dipendenza; nel 1399 aveva invase l'Ungheria e la Polonia, e minacciava tutta l'Europa. Dietro di lui un conquistatore ancora più formidabile, Timour o Tamerlano, sultano di Samarcanda, pareva apparecchiarsi alla conquista dell'universo. L'incapacità di tutti i sovrani d'Occidente abbandonava i loro stati all'anarchia ed alla ruina. L'imperatore Wenceslao era ugualmente spregievole e dispregiato; Sigismondo d'Ungheria, suo fratello, era perduto nell'amore de' piaceri; Carlo VI, re di Francia, preso da follìa, e Riccardo II d'Inghilterra era stato deposto per dar luogo a suo cugino Enrico IV, duca di Lancastro. Lo scisma che divideva la Chiesa aveva palesati ai Cristiani i vizj de' loro pastori; perciocchè questi si andavano reciprocamente accusando e calunniando; mentre i devoti non dubitavano che la divisione della Cristianità non provocasse sopra di lei la collera del cielo, e che la peste, che ricominciava con violenza le sue stragi, non fosse un castigo dell'oltraggiata divinità.

Un prete oltramontano, che gli uni dicono spagnuolo, altri scozese, altri provenzale, scelse quest'istante per predicare la penitenza. Dietro le sue esortazioni tutti i suoi uditori vestironsi di bianco, e portando crocifissi innanzi a sè, recaronsi fino alla vicina città cantando inni per implorare la misericordia del cielo, e per invitare gli uomini alla pace ed alla penitenza. Questa pratica di divozione fu introdotta in Italia dalla banda del Piemonte, e mentre passò di città in città attraverso alla Lombardia, valicò ancora le Alpi liguri. Gli abitanti della Polsevera, uomini, donne, fanciulli, in numero di cinque mila, entrarono in Genova il 5 luglio del 1399, coperti di bianche vesti[602]. Insegnarono ai Genovesi l'inno _stabat mater dolorosa_ ch'era stato recentemente composto, e dopo avere in nove giorni terminato il loro pellegrinaggio, ed avere ridotti tutti coloro ch'erano in guerra a riconciliarsi gli uni cogli altri, tornarono alle proprie case.

[602] _Giorg. Stella Ann. Gen., l. III, p. 1172, t. XVII._

Appena partiti questi, i Genovesi si mossero per imitarli. Dopo avere divotamente ascoltata la messa in sullo spuntar del giorno, dopo essersi confessati e comunicati, tutti si vestirono di bianco, o piuttosto con alcune lenzuola si fecero certe grandi sottane di tela, che coprivano tutto il loro corpo, ed il volto. Il venerabile arcivescovo di Genova, Giacomo del Fiesco, troppo debole e troppo vecchio per camminare, montò un cavallo coperto pure di bianco, ed in tal modo condusse la processione. Tutti gli uomini, tutte le donne, tutti i fanciulli lo seguivano appajati, cantando le litanie, e prostrandosi di tanto in tanto per implorare sulla terra la celeste pace e misericordia. In questo divoto spettacolo eravi qualche cosa di seducente; coloro che avevano osato di porlo in ridicolo, non potevano meglio che gli altri preservarsi da un sentimento che solo animava tutto un popolo. La processione visitando tutte le chiese, tutte le cappelle di reliquie, in Genova e ne' contorni, continuò per nove giorni il suo cammino e le sue litanie. Il decimo giorno si riaprirono le botteghe, e tutti si restituirono ai consueti affari; soltanto i più zelanti ed i più robusti consacrarono questi nove giorni a portare più verso il levante questa nuova divozione. Alcune processioni genovesi giunsero a Lucca ed a Pisa, e comunicarono ai Toscani la loro istituzione. Lazzaro Guinigi capo di una famiglia guelfa che in allora governava Lucca con un'autorità quasi assoluta, non vide senza inquietudine l'arrivo di questa processione di maschere, che poteva nascondere qualche stratagemma del duca di Milano, o de' Pisani suoi nemici. Quando si fu rassicurato da questo primo timore, concepì un'altra inquietudine, vedendo il movimento popolare che eccitava questa pratica religiosa, e l'immensa folla che di già apparecchiavasi ad uscire di Lucca in processione. Temette che la città non rimanesse vuota e senza difensori, e che i suoi nemici ne approfittassero per attaccarlo. In conseguenza la signoria di Lucca vietò alle processioni dei bianchi di uscire dalle mura; ma non potè impedire, che circa tre mila penitenti, che facevano portare un crocifisso avanti a loro, non si recassero a Pescia, ove visitarono le chiese, e persuasero le famiglie nemiche a riconciliarsi. Proseguirono poi il loro viaggio per Pistoja alla volta di Firenze; in tutti i luoghi per dove passavano vennero ricevuti con entusiasmo; ed in Firenze la signoria li fece alloggiare e nutrire a spese del pubblico. Ne' susseguenti giorni si videro arrivare nella stessa città simili processioni da Pistoja, da Prato e da Pisa, le quali seguivano l'esempio loro dato dai Lucchesi, e tutte furono accolte colla stessa ospitalità[603].

[603] _Piero Minerbetti, c. 8, p. 409. — Sozomeni Pistor. Hist. p. 1168._

Quando tutti gli stranieri penitenti furono partiti, i Fiorentini dal canto loro si apparecchiarono a cominciare la loro corsa di divozione; ed i priori per impedire il più che potevano a queste religiose compagnie d'allontanarsi dalla città, diedero loro per guide pubblici ufficiali. Il vescovo di Firenze accompagnato da quaranta mila persone, visitava le chiese del vicinato, e riconduceva ogni sera i suoi penitenti a dormire in città e nelle proprie case; ma un'altra truppa, condotta dal vescovo di Fiesole, si pose in cammino alla volta d'Arezzo, e quando giunse a Filigne si trovò composta di ventimila penitenti[604].

[604] _Piero Minerbetti, c. 9, p. 410._

E per tal modo in tutto il tempo che si continuarono queste pie scorrerie, non fu commessa violenza alcuna, nè tramata alcuna frode; e quando le processioni giugnevano ancora ne' luoghi nemici, vi entravano confidentemente, e vi si ricevevano con ospitalità. Dalla Toscana questa pratica venne portata negli stati del papa, e da questi nel regno di Napoli. Corse tutta l'Italia dall'una all'altra estremità, e non venne fermata che dal mare[605].

[605] _Chron. Placent., t. XVI, p. 569. — Ann. Mediol., t. XVI, p. 832. — Math. de Griffonibus Memor. Histor., t. XVIII, p. 207. — Ann. Estens. Jacobi de Delayto, p. 957. — Jannotii Manetti Histor. Pistor., p. 1069. — Poggio Bracciolini Histor. Flor., p. III, p. 279. — Platina Histor. Mant., l. IV, p. 792. — Ann. Bonincontrii, p. 79. — Ann. Forolivien., p. 200. — Comment. Leon. Aretini de rebus suo temp. gestis, t. XIX. p. 919. — Corio Stor. Milan., p. IV, p. 281._

Per altro il papa era ben lontano dall'incoraggiarla; trovandosi sempre in guerra coll'antipapa e co' suoi proprj baroni e colle città del suo stato, ogni movimento eccitava la sua diffidenza, onde condannò le processioni dei bianchi come contrarie alla disciplina della Chiesa.

Ma non fu appena calmato questo universale movimento di divozione, che si videro manifestarsi nuove trame del duca di Milano. Voleva egli staccare i Lucchesi dall'alleanza de' Fiorentini, e la fermezza di Lazzaro Guinigi, che allora reggeva questa repubblica, faceva vani tutti i suoi tentativi. Pure un fratello di Lazzaro, che batteva la carriera militare, aveva preso servigio sotto Giovanni Galeazzo, ed era in allora di guarnigione a Pisa. Il governatore di questa città lo chiamò un giorno in sua casa: «Felicitatevi, gli disse, che il duca di Milano, nostro padrone, è intenzionato di farvi signore di Lucca; tutti i partigiani della vostra casa vi seconderebbero se vostro fratello avesse cessato di vivere, in quanto a me io tengo ordine di sostenervi con tutte le truppe di cui posso disporre; d'altro più non si tratta che di vedere se l'uomo cui sono riservate tante grazie, vuole rendersene degno.» Il giovane Guinigi, che in ogni tempo era stato riputato uomo leggiere, si lasciò abbagliare da tali offerte; assunse tutti gl'impegni che volle il governatore, e la medesima sera passò a Lucca, ove chiesta avendo una segreta conferenza col fratello, tosto che si trovò con lui solo lo uccise a pugnalate. Subito dopo scese in piazza per chiamare il popolo alle armi, siccome aveva concertato di fare col governatore di Pisa, ma l'orrore del commesso delitto riunì tutte le persone contro di lui; e Michele Guinigi ch'era in allora gonfaloniere lo fece arrestare, e condannare immediatamente a morte[606].

[606] _Piero Minerbetti, c. 16, p. 416._

Giovanni Galeazzo non aspettavasi migliore successo da questa cospirazione. Voleva la morte di Lazzaro Guinigi e l'aveva ottenuta. La peste, che si manifestò subito dopo in Lucca, favorì gli ulteriori suoi progetti. Nella state del 1400 si videro spesso morire in un solo giorno cento cinquanta persone della città. Perirono quasi tutti i capi della casa Guinigi; Michele il gonfaloniere, un altro Lazzaro, Bartolomeo, e tutti coloro che godevano della pubblica considerazione, morirono gli uni dopo gli altri[607]. I loro amici, i loro clienti fuggivano nelle campagne e ne' più lontani paesi per evitare la mortalità; ed i Ghibellini di già si lusingavano d'una vicina vendetta contro la casa Guinigi, che gli aveva tanto tempo tenuti in basso stato[608].

[607] _Gio. ser Cambi Cron. di Lucca, t. XVIII, Rer. It., p. 799._

[608] _Ivi, p. 804._

Paolo Guinigi, il più giovane de' figli di Francesco, era rimasto a Lucca: dotato di scarsi talenti e non risoluto, la di lui ambizione non era superiore ai suoi mezzi. Ma un intrigante notajo, ser Giovanni Cambi, che ci lasciò la storia di una rivoluzione di cui fu principale agente, si rese padrone del suo spirito, e lo determinò ad approfittare delle circostanze per innalzarsi alla tirannide. Gli fece credere che s'egli non attaccava verrebbe attaccato in breve, e s'incaricò di tutte le negoziazioni e di tutti gl'intrighi che lo dovevano condurre allo scopo. Guinigi cominciò coll'abjurare il partito guelfo, e l'alleanza de' Fiorentini, onde chiedere soccorso a Giovanni Galeazzo, il sostenitore di tutti gli usurpatori; ed il duca ordinò al governatore di Pisa di secondare il Guinigi con tutte le forze di cui poteva disporre[609].

[609] _Gio. ser Cambi Cron. di Lucca, t. XVIII, Rer. It., p. 806._

Il gonfaloniere e gli anziani, che la sorte aveva designati per governare Lucca nei mesi di settembre e di ottobre del 1400, erano creature della casa Guinigi, onde gli permisero di corrompere i soldati, di introdurre contadini in città, di occupare con gente armata il palazzo e le strade vicine. Nella notte del 14 ottobre, e nella susseguente mattina il gonfaloniere avendo adunati i dodici consiglieri della balìa, dichiarò loro che per la sicurezza di Lucca e della famiglia Guinigi, e pel mantenimento della libertà medesima, egli credeva necessario di nominare Paolo Guinigi capitano della città e delle milizie[610]. La balìa rigettò questa proposizione, e la ricusò egualmente il consiglio ch'era adunato; ma Paolo Guinigi era sulla piazza circondato dai soldati e dai contadini armati; il podestà erasi dichiarato per lui, ed il gonfaloniere gli rimise, in nome della repubblica, lo stendardo del popolo ed il bastone del comando[611].

[610] _Ser Cambi Cron. di Lucca, p. 806._

[611] _Ivi, p. 807, 808._

La limitata autorità che fu in allora attribuita a Guinigi, non bastò a soddisfare questo nuovo signore, o piuttosto il suo intrigante consigliere. Il primo prese motivo da una trama da lui scoperta per domandare ed ottenere un assoluto potere; in principio del susseguente anno soppresse la signoria degli anziani, e si alloggiò egli stesso nel pubblico palazzo[612].

[612] _Ivi, 811._

Mentre i Fiorentini vedevano con estrema inquietudine la città di Lucca staccarsi dalla loro alleanza, e l'usurpatore, che l'aveva fatta serva, cercare l'appoggio del tiranno di Lombardia, venivano informati che quest'ultimo, ossia il governatore che aveva mandato a Perugia, erasi per sorpresa impadronito della città d'Assisi[613]. Di già la guerra pareva inevitabile, quando il solo generale in cui avessero piena confidenza, messer Broglio, morì di peste il 15 luglio ad Empoli[614]. La loro città era pure travagliata dallo stesso flagello; ma mentre vi spargeva lo spavento, sorprendeva ancora taluno de' loro nemici. Uguccione di Casale, signore di Cortona, morì quando si apparecchiava a lasciare l'alleanza della repubblica per accettare quella del Visconti, e suo figlio Francesco che gli successe, rimase fedele ai Fiorentini. Nello stesso tempo morì Roberto conte di Popi; egli aveva sempre fatto la guerra ai Fiorentini, ed era l'alleato di tutti i loro nemici; ma morendo supplicò la repubblica ad accettare la tutela de' suoi figli. La signoria accolse la sua domanda ed amministrò la tutela di questo nemico con non minor prudenza che generosità[615].

[613] _Piero Minerbetti, 1400, c. 2, p. 420._

[614] _Ivi, c. 5, p. 422. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 878._

[615] _Bonincontrii Miniat. Ann., p. 81._

In novembre di quest'anno, si scoprì in Firenze una cospirazione, nella quale i Ricci, gli Alberti, alcuni Adimari, Strozzi e Medici erano entrati per ricuperare la loro antica parte al governo. Alcuni de' congiurati avevano trattato, senza saputa degli altri, col duca di Milano, l'anima di tutte le congiure d'Italia; ed i movimenti che si osservarono nelle sue truppe a Siena ed a Pisa, convinsero, ch'egli solo avrebbe raccolti tutti i frutti della cospirazione, se ella non veniva scoperta. I più colpevoli de' suoi capi perirono sul patibolo[616]. Ma non era per anco passato lo spavento cagionato da questa trama, che una nuova rivoluzione privò di libertà l'ultima delle repubbliche che rimanesse attaccata al partito fiorentino.

[616] _Piero Minerbetti, c. 11, p. 428. — Sozomeni Pistor. Histor., p. 1170. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 879._

La repubblica bolognese era da qualche tempo governata dalla fazione che portava il nome dello scacchiere, essendo stata la contraria fazione de' Maltraversi esiliata. Trovavansi alla testa della prima nel 1398 due cittadini dotati di sommi talenti, e che godevano grandissima riputazione, Nanne Gozzadini e Carlo Zambeccari. Ambiziosi ambidue volevano elevarsi oltre il grado che si conviene a cittadini d'uno stato libero, e pensarono di formarsi un partito separato, per soppiantarsi vicendevolmente, ed occupare la sovranità. Il Gozzadini sceglieva i suoi partigiani nella fazione dominante, e per piacer loro perseguitava o esiliava quelli della contraria parte. Lo Zambeccari all'opposto assumeva la protezione degli oppressi, e colla sua dolcezza e moderazione aveva intorno a sè riuniti tutti coloro ch'erano affezionati al partito Maltraversa[617]. Il 6 maggio 1398 fece prendere le armi al popolo, e costrinse il senato ad accordare un'amnistia generale, ed a richiamare tutti i fuorusciti[618]. Quest'atto di clemenza accrebbe molto il credito dello Zambeccari, e la sua pubblica riconciliazione coi Gozzadini che tenne dietro a quest'avvenimento, pareva promettere un nuovo periodo di prosperità alla repubblica di Bologna.

[617] _Jacobi de Delayto Ann. Esten., t. XVIII, p. 931._

[618] _Cherub. Ghirardacci Stor. di Bologna, t. II, l. XXVII, p. 496. — Mathei de Griffonibus Memor. Histor. p. 205._

Ma, sebbene questa pacificazione fosse stata consolidata da matrimonj tra le due famiglie, Nanne Gozzadini la turbò bentosto. Egli si associò Giovanni Bentivoglio, gentiluomo i cui talenti ed attività uguagliavano la smisurata ambizione, e dopo avere seco convenuto intorno ai mezzi di sollevare il popolo, impegnò Giovanni, conte di Barbiano, capitano ch'era stato lungamente al soldo dei Bolognesi, a secondarlo colla sua compagnia di ventura. I partigiani dei Gozzadini, e tutta la fazione dello scacchiere doveva prendere le armi in principio del 1399, occupare la porta della strada san Donato, per aprirla al Barbiano, ed introdurre in città i suoi soldati. Il Gozzadini s'impadronì realmente di questa porta; ma il Barbiano, ritardato da un impreveduto ostacolo, non arrivò all'ora convenuta. Carlo Zambeccari al primo allarme aveva ragunata una numerosa e determinata truppa, e gli sarebbe stato agevole cosa l'opprimere i suoi nemici; ma tostocchè questi offrirono proposizioni di pace, egli dichiarò che non verserebbe il sangue de' suoi concittadini, qualunque fosse il danno che gliene verrebbe dalla sua clemenza. Chiese che il Gozzadini ed il Bentivoglio deponessero le armi coi loro alleati, ed uscissero di città. Il primo fu relegato a Genova, l'altro a Zara, e la sedizione fu compressa senza spargimento di sangue[619].

[619] _Math. de Griff. Mem. Hist., p. 206. — Cron. Miscel. di Bol., p. 564. — Cher. Ghirardacci Stor. di Bol., l. XXVII, p. 500._