Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)

Part 21

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Il conte Alberico di Barbiano, vedendo sventata la sua intrapresa di Samminiato, attraversò il territorio di Pisa e venne ad unirsi presso Siena ad altre truppe di Giovanni Galeazzo. Portò in tal modo la sua armata a dieci mila cavalli, con un ragguardevole corpo d'infanteria[566]. Mentre girava al di fuori intorno ai confini della repubblica fiorentina, Bernardone coll'armata della repubblica seguiva al di dentro la linea degli stessi confini per chiuderne l'ingresso. Ma in ultimo questo generale si lasciò sorprendere da un'astuzia del nemico, che minacciava lo stato d'Arezzo. Bernardo sforzavasi di chiudergli questa provincia, quando Barbiano penetrò per Chianti in Val di Greve, s'innoltrò fino alle porte di Firenze, guastò la Val d'Arno inferiore, e fece in tutte le campagne un'immensa preda, perchè non essendo dichiarata la guerra, i contadini non avevano pensato a riporre nelle terre murate i loro bestiami e gli altri effetti[567].

[566] _Leon. Aretino, l. XI._

[567] _Piero Minerbetti, c. 14, p. 370. — Memor. Storiche di ser Naddo, p. 159. — Ann. Boninc. Miniat., t. XXI, p. 72. — Marangoni Cron. di Pisa, p. 816._

Frattanto dopo dieci giorni di saccheggio l'armata milanese tornò nello stato di Siena, ed i Fiorentini trovarono in breve la maniera d'indebolirla, prendendo al loro soldo Pagolo Orsino, Biordo de' Michelotti e Cecchino suo fratello, che seco conducevano parte della cavalleria del duca. Giovanni di Barbiano, fratello d'Alberico, lo abbandonò ancora esso per andare in Romagna in servigio de' Bolognesi; ed i Fiorentini, invece di temere per sè medesimi, si videro bentosto a portata di mandare considerabili soccorsi a Francesco di Gonzaga, nello stesso tempo attaccato dal Visconti[568].

[568] _Leon. Aretino, l. XI. — Ann. Boninc., p. 73. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 858._

Senza dichiarazione di guerra Giovanni Galeazzo aveva fatti entrare il 31 marzo nel territorio mantovano due armate. Ugolotto Biancardo, governatore di Verona, conduceva la prima, ad aveva fatti condurre in coda diversi battelli, onde attraversare o il lago, o il Mincio a Guarolda[569]. Giacomo del Verme con un'altra armata avanzavasi al mezzogiorno del Po con intenzione di passarlo a Borgoforte. L'uno e l'altro volevano penetrare in quella parte del territorio di Mantova che trovasi tra il lago, il Po, il Mincio e l'Oglio. Questa piccola provincia, chiamata il _Serraglio_, era la più ricca d'ogni altra; perchè nelle precedenti guerre non era mai stata esposta ai guasti de' nemici; ma per lo spazio di tre mesi e mezzo i generali milanesi tentarono invano di gittare un ponte sul Po o sul Mincio, ed in così lungo spazio di tempo la guerra si ristrinse ad alcune rapide incursioni, ed a pochi assedj di castelli. I Mantovani tenevano a Borgoforte un ponte sul Po, la di cui testa era fortificata, e con ciò impedivano ai loro nemici di navigare sul fiume. Giacomo del Verme aveva adunata una flotta di grandi battelli nella parte superiore del Po, ma, fermato al ponte di Borgoforte, non poteva giugnere fino al Serraglio. Quando il 14 luglio un impetuoso vento secondando la corrente delle acque, egli lanciò alcuni vascelli incendiarj contro il ponte che chiudeva il passaggio, e lo bruciò malgrado la coraggiosa resistenza di Francesco da Gonzaga. Le campagne lungo tempo rispettate del Serraglio vennero allora abbandonate ai guasti de' soldati[570].

[569] _Platina Hist. Mantuana, l. IV, p. 763._

[570] _Platina Hist. Mant., l. IV, p. 778. — Jacobi de Delayto Ann. Est., p. 942._

Quando i Fiorentini ebbero notizia di quest'infausto avvenimento, staccarono dalla loro armata Carlo Malatesta, Pagolo Orsini e Filippo di Pisa, con tre mila cavalli per soccorrere il Gonzaga. Soccorrendo l'alleato, calmavano pure nel loro campo una sedizione che stava per iscoppiare. Il loro generale Bernardone, sotto pretesto di ristabilire la disciplina, aveva fatto tagliare la testa, trasportato dalla collera e dalla gelosia, a Bartolomeo Boccanera di Prato, uno de' capitani che servivano sotto di lui. Ma i condottieri erano troppo lontani dal conoscere quella cieca ubbidienza che si esige a' nostri giorni dalle truppe: non credevano essi, che il generale avesse diritto d'ordinare il loro supplicio, e domandavano ad alta voce vendetta contro Bernardone per aver fatto perire uno de' loro compagni d'armi[571].

[571] _Leon. Aretino Hist. Flor., l. XI. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 860._

Mentre che l'armata ausiliaria de' Fiorentini avanzavasi per Ferrara sopra Mantova lungo la destra del Po, rimontava questo fiume una flotta formata dal signore di Padova. Era composta di sette galere veneziane che Francesco da Carrara aveva noleggiate. La repubblica di Venezia, senza voler dichiarare la guerra a Giovanni Galeazzo, secondava nascostamente gli sforzi de' suoi nemici per resistergli; aveva agevolato l'armamento del signore di Padova, e permesso a Francesco Bembo, nobile veneziano, di assumerne il comando. Trecento barche o battelli, somministrati dal Carrara e dal marchese d'Este, accompagnavano le sette galere. Delle due armate milanesi quella di Ugolotto Biancardo era nel Serraglio, ed assediava il castello di Governolo al confluente del Po e del Mincio, e quella di Giacomo del Verme trovavasi accampata in faccia allo stesso castello sull'altra riva del Po verso mezzodì. Un ponte di battelli innanzi a Governolo assicurava la loro comunicazione[572]. Tutte queste posizioni vennero attaccate contemporaneamente il 28 agosto 1397. Il ponte di battelli fu rotto e bruciato dal Bembo, e cento settanta barche milanesi, che stavano ancorate al disopra del ponte, caddero in potere del vincitore. Il Malatesta coi Fiorentini e loro alleati attaccò Giacomo del Verme. Francesco di Gonzaga, secondato da una sortita della guarnigione di Governolo piombò sopra Ugolotto Biancardo, ed i Milanesi vennero rotti su tutti i punti. Sei mila uomini e due mila cavalli furono uccisi o presi, e le molte ricchezze trovate ne' due accampamenti vennero abbandonate al saccheggio[573].

[572] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 826. — Ann. Estens. Jacobi de Delayto, l. XVIII, p. 925._

[573] _Andrea Gataro, p. 830. — Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 937. — Memorie Stor. di ser Naddo da Montec., t. XVIII, p. 169._ Questo cronachista termina il suo racconto con tale avvenimento. — _Sozomeni Pistor. Hist., p. 1164. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 763. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 863._

Dopo questa segnalata vittoria la guerra si andò rallentando finchè si venne a stabilire una tregua. I Veneziani che si erano compromessi con Giovanni Galeazzo, senza che volessero apertamente dichiararsi contro di lui, cercarono di ristabilire la pace in Lombardia: essi temevano di venire alla risoluzione che dovevano prendere in breve, e non pensavano che a guadagnar tempo. Offrirono la loro mediazione alle potenze belligeranti e fu accettata. Dopo otto mesi di negoziati sentirono all'ultimo la difficoltà di conciliare interessi lesi da una lunga serie di perfidie. Si può fondare un trattato sopra la forza e sopra il diritto di conquista; ma è più difficile il negoziare sopra basi stabilite dalla frode e dalla mala fede. Lo spergiuro, più che l'oltraggio o la crudeltà, rende impossibile la pace. Finalmente i Veneziani proposero di mantenere ognuno de' contraenti nello stato in cui si trovava, e senza nulla decidere intorno al diritto, di conchiudere soltanto una tregua di dieci anni, la quale venne infatti soscritta l'11 maggio del 1398, sotto la guarenzia della repubblica di Venezia[574].

[574] _Piero Minerbetti, c. 24, p. 385. — Sozomeni Pistor. Hist., p. 1165. — Jacobi de Delayto Ann. Estenses, p. 930._

Prima che la vittoria ottenuta a Governolo avesse calmata l'inquietudine de' Fiorentini, una sedizione fu in sul punto di rovesciare quel governo che formava la forza e la sicurezza della repubblica. Il 4 agosto otto giovani delle illustri famiglie dei Medici, dei Ricci, degli Spini e de' Cavicciuoli, comparvero armati nelle strade, chiamando il popolo a rovesciare ciò ch'essi chiamavano la tirannia degli Albizzi. Attraversarono Firenze circondati da una folla di gente che gli andava considerando con sorpresa, e li seguiva senza corrispondere alle loro grida. Le spie loro avevano rivelato che troverebbero Maso degli Albizzi sulla piazza di san Pietro maggiore; ma tardarono pochi minuti, ed invece uccisero due suoi clienti, sperando di commuovere il popolo colla vista dello sparso sangue. Si fermarono finalmente nel portico della cattedrale, ove ricominciarono ad invitare i cittadini alle armi ed alla libertà; ma nella folla che li circondava mantenevasi un cupo silenzio. Gli arcieri s'innoltravano per arrestarli, onde, presi da spavento, si rifugiarono in chiesa, ove furono inseguiti ed incatenati. Confessarono innanzi al podestà ed al capitano del popolo che avevano avuto intenzione d'uccidere Maso degli Albizzi, e di rovesciare il governo; onde furono condannati a perdere la testa sulla piazza del palazzo[575].

[575] _Piero Minerbetti, c. 12, p. 378. — Memorie di ser Naddo da Montecatini, p. 167. — Sozomeni Pistoriens. Histor., p. 1164. — Bonincontrii Miniat. Annales, p. 74. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 861._

Mentre continuavansi in Venezia le negoziazioni di pace, Giovanni Galeazzo ne manteneva altre più segrete in ogni città per accrescere il suo potere. La prima delle trame da lui formate scoppiò in Pisa. Jacopo d'Appiano, che aveva usurpata la tirannide in questa città, contava in allora settantacinque anni[576]. Vanni, il maggiore de' suoi figliuoli, che le sue relazioni col duca di Milano, e la sua contesa coi Lanfranchi, avevano armato contro Gambacorta, era morto nel mese di ottobre, ed i suoi fratelli non mostravano nè talenti, nè energia. Il signore di Pisa, inquieto intorno alla sorte di sua famiglia, mandò a chiedere soccorso a Giovanni Galeazzo per mantenere la sua autorità. Infatti il duca fece passare a Pisa Pagolo Savelli con trecento lance, ed incaricò tre ambasciatori d'assicurare l'Appiano della sua protezione e del suo affetto. Ma il 2 gennajo del 1398 questi ambasciatori si fecero aprire a mezza notte la casa del vecchio signore di Pisa, e gli chiesero a nome del loro padrone le chiavi delle cittadelle di Pisa, di Livorno, di Piombino e di Cascina. Jacopo loro rispose che la sua persona ed ogni suo avere appartenevano al duca di Milano, ma che non poteva dargli le fortezze dello stato senza il consentimento degli anziani della repubblica. Promise di adunarli all'indomani mattina, e con questa promessa persuase, non senza difficoltà, gli ambasciatori del duca a ritirarsi. Ma non erano appena usciti dalla sua casa, che si apparecchiò a difendere la signoria che gli si voleva togliere. Adunò i suoi soldati, fece armare il popolo, di già irritato contro il duca per le vessazioni de' suoi soldati, ed allo spuntare del giorno fece attaccare nella sua casa Pagolo Savelli. Questo capitano fu fatto prigioniero unitamente agli ambasciatori, ed i suoi soldati di cavalleria furono parte uccisi, e parte spogliati delle armi e scacciati di città. Un segretario del Savelli palesò innanzi ai tribunali tutta la trama del suo padrone, ed i Pisani, che avevano contro di lui cospirato, furono severamente puniti[577].

[576] _Piero Minerbetti, c. 20, p. 384._

[577] _Piero Minerbetti c. 25, p. 387. — Sozomeni Pistor. Hist., p. 1165. — Bonincontrii Miniat. Ann., p. 15. — Marangoni Cronache di Pisa, p. 817. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 865._

I Fiorentini spedirono immediatamente a Pisa a felicitare la signoria ed il popolo d'essersi sottratti al laccio loro teso dal duca di Milano, protestandosi apparecchiati a difenderli qualora Giovanni Galeazzo facesse contro di loro uso della forza. Gli ambasciatori de' Fiorentini vennero accolti con viva gioja dai Pisani, e pareva che dovesse conchiudersi tra i due popoli una nuova pace; ma Giovanni Galeazzo, sempre padrone di contenere le sue passioni, sapeva simulare la calma quando si credeva che dovesse manifestare la collera. Approvò altamente la condotta de' Pisani, dichiarò che qualunque volta i suoi commissarj abusavano delle loro facoltà, o i suoi soldati delle loro armi, per vessare i principi o i popoli, li vedeva con piacere puniti. Abbandonò i prigionieri al risentimento del signore di Pisa, ed ottenne di farlo dubitare ch'egli avesse avuto parte nella trama[578]. Jacopo d'Appiano fece allora sorgere nuove difficoltà per ritardare il trattato coi Fiorentini, ricusò in appresso di conchiudere una pace separata, e chiese soltanto di essere compreso nella tregua generale, che in questo medesimo tempo trattavasi a Venezia, e che fu pubblicato per dieci anni in tutte le città il 29 maggio del 1398.

[578] _Piero Minerbetti, c. 26, p. 389. — Leon. Aretino, l. XI. — Corio Istor. Milan., p. IV, p. 279. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 866._

Pochi mesi dopo la pubblicazione di questa tregua, Jacopo d'Appiano morì il 5 settembre del 1398. Aveva avuto cura di far riconoscere suo figliuolo Gherardo per capitano del popolo, e di fargli prestare giuramento dalle milizie[579], onde la morte di Jacopo non fu cagione di rivoluzioni. Ma suo figlio, occupando dopo di lui la signoria, si sentiva mal sicuro, onde cercò appoggi all'estero, e fu detto che offrisse ai Fiorentini di entrare nella loro alleanza, se questi volevano mantenere in Pisa a loro spese seicento cavalli e duecento fanti per difenderlo contro gli ammutinamenti de' suoi sudditi. I Fiorentini ricusarono di farsi garanti d'una tirannide[580], desiderando piuttosto di vedere i Pisani rimessi al godimento della libertà, ed i Gambacorti ristabiliti nella loro patria. Giovanni Galeazzo, meno scrupoloso, offrì a Gherardo d'Appiano di comperare la sovranità di Pisa ad altissimo prezzo, promettendogli duecento mila fiorini colla signoria dell'isola d'Elba e di Piombino. Gherardo rimandò gli ambasciatori fiorentini troppo pericolosi indagatori delle sue azioni; fece entrare in città quattro mila uomini delle truppe milanesi; diede loro in mano tutte le fortezze ed in appresso pubblicò il trattato conchiuso col duca di Milano[581].

[579] _Piero Minerbetti, 1398, c. 6, p. 395. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 869._

[580] _Leonardo Aretino, l. XI. — Annales Bonincontrii Miniat., p. 76. — Marangoni Croniche di Pisa, p. 819. — _Tronci pone in dubbio questa negoziazione, _Ann. Pisani, p. 487._

[581] _Piero Minerbetti, c. 13, p. 398. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 870._

I Pisani più non erano in tempo di prendere le armi quando seppero di essere stati indegnamente venduti ad un padrone straniero. Tentarono almeno di smuovere l'Appiano colle loro preghiere; «Poichè volete, gli dissero, rinunciare alla signoria, rendete alla vostra patria l'antica sua libertà. Noi siamo disposti a ricuperarla questa libertà pel prezzo che vi fu offerto dal duca di Milano, ed anche a maggior prezzo se volete. Non caricatevi dell'obbrobrio di vendere come schiavi i vostri concittadini, di vendere uomini la di cui libertà risale a più rimota età che non quella di verun altro popolo toscano. Potremmo noi forse, noi Pisani, piegarci alla volontà d'un principe? Potremo noi soffrire che la passione vinca la ragione, e la forza la giustizia? Vero è che noi abbiamo volontariamente affidata a vostro padre un'autorità sovrana, e siamo apparecchiati a riconoscere questa medesima autorità in voi, suo figliuolo; ma noi vi abbiamo risguardato sempre come nostro concittadino piuttosto che come nostro padrone, e se voi non volete assoggettarvi alla fatica del governo, la vostra patria vi ridomanda quella libertà e quei diritti che aveva soltanto alienati per soverchia confidenza in voi. Colla libertà ella riavrà l'antico splendore, ma sotto il potere d'uno straniero la vedremo in breve perdere la numerosa sua popolazione, il suo splendore, le sue ricchezze[582].»

[582] _Poggio Bracciolini, l. III, p. 279. — Sozomeni Pistor., p. 1166. — Piero Minerbetti, c. 15, p. 399._

Gherardo d'Appiano non si lasciò smuovere dalle preghiere de' suoi concittadini; aveva data la sua parola, e forse più non era in suo potere il rivocarla. In febbrajo del 1399 abbandonò la città e le fortezze di Pisa al commissario del duca di Milano, incaricato di prenderne il possesso, e ritirossi nel castello di Piombino. La signoria che si era riservata abbracciava l'isola d'Elba, ed i Castelli di Populonia, di Suvereto e di Scarlino. Così cominciò il principato di Piombino, che conservossi due secoli nella casa d'Appiano, e che in appresso venne poi riunito alla corona di Napoli[583].

[583] _Ann. Bonincontrii Miniat., p. 77. — Marangoni, Cron. di Pisa, p. 820._ Un altro figlio di Jacopo d'Appiano viveva povero nella Liguria ai tempi di Sozomeno. _Hist. p. 1153_.

Il duca di Milano mandò a Pisa un governatore, che affrettossi di dichiarare ai Fiorentini essere mente del suo padrone d'osservare scrupolosamente la tregua convenuta a Venezia, e di comportarsi da buon vicino[584]. Ma nel medesimo tempo gli emissarj di Giovan Galeazzo avevano persuasi il conte di Poppi, feudo del Casentino, e tutti gli Ubertini a darsi al duca. Questi gentiluomini montanari, rompendo i loro trattati colla repubblica, sforzavansi di provocare una nuova guerra coi loro assassinj[585]. Altri agenti del duca si adoperavano in Perugia per ridurre questa repubblica a proclamarlo suo signore.

[584] _Piero Minerbetti, c. 16, p. 400._

[585] _Piero Minerbetti 1399, c. 1, p. 402. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 871._

Poichè nel 1393 i plebei ed i Guelfi, rientrati in Perugia avevano occupata la suprema autorità, ucciso Pandolfo Baglioni, e costretti i lori nemici a salvarsi colla fuga, questa repubblica, a vicenda travagliata da guerre civili o straniere, non aveva goduto un solo istante di riposo. Molti gentiluomini della Marca d'Ancona, del ducato di Spoleti e del patrimonio di san Pietro, facevano il mestiere di _condottieri_; possedevano in queste province fortezze, ove si ritiravano quando non erano impegnati nel servigio d'alcuno, ed in questi intervalli di riposo saccheggiavano i loro vicini, per tenere esercitati i loro soldati, spingendo talvolta le loro scorrerie fin presso alle porte di Perugia[586]. Tra i nobili ed i cittadini di questa repubblica alcuni pure esercitavano la stessa professione, ed allora prendevano una parte più attiva nelle turbolenze della loro patria: la compagnia di ventura che formavano per servire a qualche principe straniero, era in appresso impiegata talvolta a cagionare rivoluzioni nella repubblica, o a farle la guerra. Braccio da Montone, uno de' più celebri generali italiani del quindicesimo secolo, era signore del castello di Montone, vicino a Perugia. Attaccato alla fazione dei nobili e dei Baglioni egli era stato fatto prigioniere pochi anni dopo l'ultima rivoluzione, e rilasciato poi a condizione di dare il castello ereditato dai suoi antenati in mano ai proprj nemici[587]. Biordo dei Michelotti, altro condottiere, era capo della fazione del popolo a Perugia; la sua compagnia di ventura aveva più volte guastato il territorio di Pisa e di Siena, ed aveva attirate severe rappresaglie sopra i Perugini[588]. Biordo erasi impadronito nel 1395 di Todi, ed in appresso d'Orvieto; si era fatto dichiarar signore di queste due città tolte ai Malatesti, ed aveva in tal modo offeso papa Bonifacio IX, dal quale dipendevano[589]; aveva quindi sforzato questo pontefice a nominarlo suo vicario nelle città da lui occupate[590].

[586] _Piero Minerbetti 1393, c. 30, p. 333._

[587] _Vita Brachii Perus., t. XIX, l. I, p. 444._

[588] _Piero Minerbetti 1394, c. 7, 337._

[589] _Piero Minerbetti 1393, c. 5, p. 348._

[590] _Ivi, c. 16, p. 358_. — L'anno 1397 Biordo dei Michelotti era signore nello stesso tempo di Todi, Orvieto, Assisi, Nocera, ed altri castelli. _Pomp. Peliini Stor. di Perugia, p. II, l. X, p. 89._

Non doveva riuscire agevole cosa il contenere nell'uguaglianza repubblicana, chi, cittadino di Perugia, era principe in alcune vicine città, e comandava senza intervento d'altri ad un'armata assoldata; perciò Biordo de' Michelotti era in qualche modo signore di Perugia. Il di lui credito, del quale per altro egli non aveva ancora abusato, inspirò gelosia ad alcuni cittadini: lo zelo della libertà, o forse l'ambizione d'innalzarsi sopra le ruine di un uomo potente, li trasse in una congiura. L'abate di san Pietro di Perugia, che era della casa Guidalotti, legata ai Michelotti dall'amicizia e dall'attaccamento allo stesso partito, entrò il 10 marzo con suo fratello ed alcuni amici nella casa di Biordo; disse di voler parlargli in disparte, e quando Biordo ebbe licenziate le persone che trovavansi con lui, l'abate gli pose la mano sulla sprilla dicendogli: «Biordo, Biordo, il popolo di Perugia non vuole tiranni.» Era questo il segno convenuto coi congiurati, i quali sguainarono all'istante i pugnali ed uccisero Biordo[591]. La famiglia di Biordo, che non aveva concepito verun sospetto, non s'accorse di nulla, ed i congiurati uscirono senza ostacolo, e recaronsi alla cattedrale per arringare il popolo: ma invece di trovarlo disposto a ricompensarli, non udirono intorno a loro che minacce e voci di vendetta. Ebbero per altro il tempo di fuggire coi cavalli che tenevano a tal uopo apparecchiati, ma le case loro furono dal popolo svaligiate, ed uccisi alcuni de' loro parenti[592].

[591] Biordo aveva in allora quarantasei anni. _Pompeo Pellini, l. X, p. 97._

[592] _Piero Minerbetti 1397, c. 27, p. 390. — Pompeo Pellini, Istor. di Perugia, t. II, l. X, p. 94_.

Papa Bonifacio era probabilmente il principal motore di questa cospirazione, ed aveva fatto avanzare con un corpo d'armata fino a tre miglia da Perugia Malatesta de' Malatesti, uno de' signori di Rimini, per sostenere i congiurati. Ma il popolo affezionato a Biordo più assai che non pensavano il papa o l'abate di san Pietro, non si alienò per la di lui morte dal suo partito, ed il Malatesta fu costretto di ritirarsi senza avere raccolto alcun frutto dalla cospirazione da lui spalleggiata[593].

[593] _Piero Minerbetti, c. 27, p. 391._

Un fratello di Biordo, Ceccolino dei Michelotti, aveva il comando d'Assisi, questa città gli fu tolta per sorpresa dagli abitanti, i quali, essendosi ribellati, si diedero a Broglio, altro condottiere che il papa aveva mandato nel loro paese[594]. Questo con mille cinquecento cavalli guastò quasi tutto il territorio di Perugia; da un altro canto Ugolino dei Trinci, signore di Foligno, stringeva pure i Perugini, i quali trovaronsi in tale angustia, che ricorsero a Giovanni Galeazzo, ed erano sopra pensiero di darsi a lui per difendersi dal papa e dai condottieri[595]. I Fiorentini, avvisati opportunamente di questo trattato, spedirono subito ambasciatori a Perugia, per confortare il popolo a conservare la sua libertà, ed a riconciliarsi colla Chiesa[596]. In pari tempo rappresentarono al papa il pericolo cui si esponeva, spingendo i Perugini alla disperazione, poichè gli sforzava a gettarsi tra le braccia del Visconti. Gli fecero sentire, che se il duca di Milano metteva una volta piede negli stati della Chiesa, non tarderebbe a spogliarla di tutti. Con tali considerazioni lo persuasero a riprendere Perugia sotto la sua protezione mercè il pagamento di dodici mila fiorini, che gli stessi Fiorentini sovvennero ai Perugini; perchè questi erano stati in modo ruinati dalle guerre civili, che non sapevano come pagare così piccola contribuzione[597].

[594] Questo capitano, la di cui famiglia diede in appresso alcuni marescialli alla Francia, discendeva da una delle sette principali famiglie di Chieri, piccola città del Piemonte. Viene spesso chiamato Broglia ed anche Brogliole. _Lodrisio Crivelli de Vita Sfortiae Vicecom., t. XIX, p. 360._

[595] _Piero Minerbetti 1398, c. 11, p. 397._

[596] Fu questa la prima ambasciata di Jacopo Salviati, che ne lasciò memoria. _Delizie degli Erud. t. XVIII, p. 175._