Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)
Part 20
1393 Pietro Fregoso, Clemente Promontorio, Francesco Giustiniani,
1394 Antonio di Montalto II, Nicolò Zoalio, Antonio Guarco, Antonio Adorno IV.
— _Uberti Folietæ Hist. Genuens., l. IX, p. 495._
Come nelle guerre civili del precedente secolo le famiglie nobili avevano avuto de' vassalli che loro erano affezionatissimi, così le famiglie borghesi avevano clienti sempre apparecchiati a versare il loro sangue, e ad esporre i loro beni per il personale trionfo del capo della loro fazione. Lo scopo di tutte queste guerre civili pareva limitato ad innalzare sul trono ducale l'idolo dell'uno o dell'altro partito. Ma il potere de' nobili e quello de' grandi cittadini aveva un altro fondamento: i primi comandavano a contadini nati ne' loro feudi, e che vivevano sui loro poderi, i secondi comandavano a marinaj e ad artigiani che facevano lavorare. I Genovesi esercitavano il commercio marittimo coll'attività di un popolo libero; i mercanti non aspettavano, stando ne' loro fondachi, i risultamenti delle loro speculazioni, scorrevano i mari sopra navi destinate ugualmente alla guerra ed al commercio; vivevano sempre insieme ai marinaj che tenevano al loro soldo, che avvezzavano all'ubbidienza ed al rispetto, e che si affezionavano coi beneficj. Spesso ogni figlio d'una casa numerosa comandava un vascello, ed alcune migliaja d'uomini venivano perciò assoldati da una sola famiglia, cui l'abitudine, la riconoscenza e l'amore assicuravano la loro ubbidienza.
Inoltre i capi dei varj partili erano uomini eminentemente distinti. Antonio di Montalto, ch'era assai giovane, aggiugneva a straordinario valore rara moderazione e clemenza. Antoniotto Adorno, cui un'insaziabile ambizione non lasciava un istante di riposo, era dotato di un vasto e raro ingegno, aveva grandi e nobili maniere, cuore generoso, nome rispettato da tutti i principi d'Europa, e la sua gloria aveva acquistato grandissimo lustro nella spedizione fatta sulle coste di Barbaria l'anno 1388 per reprimere le piraterie dei Mori. Aveva assediato nella sua capitale il re di Tunisi, e costrettolo a dare la libertà a tutti gli schiavi cristiani, a pagare una somma di danaro per le spese della guerra, e promettere che in avvenire i suoi sudditi non eserciterebbero la pirateria[553]. Quattro volle Antoniotto Adorno aveva ottenuto di sedere sul trono ducale, ed avrebbe meritato un distinto rango tra i grandi uomini, se una smisurata ambizione non gli avesse fatto in più circostanze adoperare i suoi talenti a danno della patria.
[553] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. IX, p. 491._
La famiglia degli Adorni era attaccata alla fazione ghibellina, ed Antoniotto aveva coltivata l'amicizia di Giovanni Galeazzo Visconti, e lo aveva favorito nel trattato di pace, di cui era stato mediatore, tra questo principe e la repubblica fiorentina. Aveva invece ottenuto in tempo del suo esilio l'assistenza del Visconti, allorchè aveva tentato di riavere colle armi la dignità ducale. Ma i soccorsi di Giovanni Galeazzo erano sempre interessati; egli prendeva parte nelle turbolenze di Genova, sperando di ricuperare sopra questa città l'autorità di cui aveva goduto l'arcivescovo di Milano suo pro-zio; e le moltiplicate rivoluzioni del 1393 e 1394 gli davano speranza di giugnere a questo scopo. In questi due anni diede potenti soccorsi ad Antoniotto Adorno in allora esiliato; ma quando lo vide ristabilito sul trono ducale col favore della rivoluzione del 3 settembre 1394, cercò di rovesciarlo, e si affezionò il partito di Montalto e di Guarco per fargli guerra.
Questa mala fede, che nulla aveva provocato, apri finalmente gli occhi ad Antoniotto Adorno, il quale vide che un segreto nemico avvelenava tutte le fazioni della sua patria, e s'avanzava verso il compimento de' suoi odiosi progetti col rapido indebolimento della repubblica; vide che l'autorità di verun doge non potrebbe consolidarsi finchè Giovanni Galeazzo sarebbe sempre apparecchia o a soccorrere tutti i ribelli e tutti i nemici dell'ordine; vide finalmente che Genova non era abbastanza forte per resistere sola ad un così ambizioso vicino.
Nel 1396 Carlo VI era re di Francia; e di già questo monarca era stato preso da quegli accessi di follìa, che spesso rendevanlo incapace di governare, e che lasciarono il regno in balìa delle rivali fazioni di Borgogna e d'Orleans. Una nazione che avrebbe voluto compiutamente sottoporsi all'autorità monarchica, non sarebbesi lasciata tentare di darsi un sovrano, che ne poteva farsi ubbidire dai suoi sudditi, nè preservarli dalle guerre civili e straniere. Ma se i Genovesi si determinavano di riconoscere un re, non volevano in pari tempo che fosse abbastanza destro ed ambizioso per usurpare tutti i poteri dello stato, ed assicurarsi per sempre la di lei sudditanza. La vera debolezza e l'apparente forza di Carlo VI erano forse ciò che loro meglio conveniva. Il suo solo nome poteva difenderli contro le aggressioni di Giovanni Galeazzo, ed intimidire le rivali fazioni; ma egli doveva coll'amore non col timore governare un paese lontano e separato da' suoi stati da alte montagne. Antoniotto Adorno per dare la pace alla sua patria, e più ancora per isventare i progetti di Giovan Galeazzo, trattò coi ministri di Carlo VI, sotto la di cui protezione offrì di porre la repubblica di Genova.
Il trattato venne finalmente sottoscritto il 25 ottobre del 1396 dopo lunghe dispute sia coi ministri regj sia colle diverse fazioni genovesi. Prometteva il re di mandare un vicario francese per governar Genova coll'autorità esercitata dal doge, e sotto le stesse leggi. Il consiglio della repubblica doveva avere lo stesso numero di Guelfi e di Ghibellini, di cittadini e di nobili; ma il presidente doveva sempre essere Ghibellino. Il vicario del re doveva avere due voci in consiglio, ove tutto si sarebbe deciso a pluralità di suffragi. Carlo non poteva nè stabilire nuove imposte, ne immischiarsi in verun modo nelle finanze della repubblica. Non aveva pure in sua mano le fortezze dello stato, tranne dieci castelli datigli per sua sicurezza. Per ultimo i Genovesi si riservarono la particolare loro alleanza coll'imperatore de' Greci e col re di Cipro, la scelta tra i partiti che dividevano, in tempo dello scisma, la Chiesa, e l'integrità del loro territorio; prometteva il re di Francia di non trasmettere ad altri sovrani una sovranità unicamente accordata alla sua persona[554].
[554] _Ubert. Folieta Genuens. Hist., l. IX, p. 510. — Georg. Stellae Ann. Genuens., l. III, p. 1151._
Sotto tali condizioni, quando fossero state osservate, la repubblica di Genova veniva a conservare la sua libertà tutta intera, acquistando per la protezione del re di Francia maggiore sicurezza senza detrimento della sua gloria. Ma il popolo era troppo riscaldato dalle passioni, per rimanere subordinato a così temperata autorità; ed i vicarj reali erano troppo stranieri ad una libera costituzione per rimanere entro i limiti della medesima. Antoniotto Adorno morì nella peste del 1397 in privata condizione, nella quale era volontariamente entrato, prima che le passioni del popolo, calmate da questo trattato, scoppiassero di nuovo. Ma nel 1398 la guerra civile, riaccesa dai partiti di Montalto e di Guarco, e continuata poi dai Ghibellini contro i Guelfi, si manifestò con tanto furore, che il vicario reale fuggì a Savona, e cinque grandi battaglie si diedero nell'interno della città dal 12 agosto al primo di settembre. Trenta de' più magnifici palazzi furono bruciati, e spianati moltissimi pubblici e privati, edificj di modo che i danni della repubblica ammontarono a più d'un milione di fiorini. Lo spossamento universale costrinse all'ultimo le due fazioni a fare la pace, e Colardo di Calleville, vicario reale nominato da Carlo VI, tornò in Genova per governare la repubblica con più estesi poteri che prima non aveva[555].
[555] _Ubertus Folieta Hist. Genuens., l. IX, p. 514._
Il duca di Milano aveva presa parte il quest'ultima guerra civile, siccome aveva fatto nelle precedenti; sovvenne di truppe e di Danaro Antonio di Guarco ed Antonio di Montalto, ma l'aveva fatto assai celatamente, per non provocare la collera della Francia; onde per tema di compromettersi non aveva raccolto alcun frutto delle sue pratiche. Giovanni Galeazzo ad una smisurata ambizione aggiugneva una grandissima timidità. Sebbene fosse sempre in guerra, non vedeva mai le sue armate, chiudevasi nel suo castello di Pavia di dove usciva poche volte e sempre circondato da numerosa guardia. Tra i suoi generali aveva uomini riputatissimi per talenti e per valore, ma non pertanto la guerra trattata per mezzo loro aveva sempre un carattere di timidità. Non permetteva mai d'attaccare se non sapeva di avere una marcata superiorità di forze, e quando aveva a fronte un'armata di uguali forze ordinava di non avventurare alcuna battaglia generale; faceva chiudere le sue truppe nella città, abbandonando le campagne alla licenza militare, ed aspettando che il tempo o le sue pratiche avessero indeboliti i nemici. Con tanta pusillanimità perdette vantaggi quasi sicuri, e non ottenne giammai dalla sua situazione o dalle sue forze tutto quanto poteva sperarne.
Ma più che nelle armi otteneva vantaggio dalle sue negoziazioni, perciocchè aveva l'arte di dividere e di sciogliere le leghe che si andavano formando contro di lui, addormentando con false promesse e con vane lusinghe d'amicizia coloro che voleva attaccare. Poco suscettibile di collera o di risentimento, non entrava mai in guerra per vendicarsi: ma nè l'amicizia, nè la memoria di passati servigi lo trattenevano quando aveva risolto di nuocere. Non arrossiva di apparire perfido e bugiardo, e non aveva altro consigliere che la propria ambizione modificata dalla timidità. Pare che le sue parole non avrebbero dovuto ispirare veruna confidenza, e che a forza di mentire avrebbe dovuto ridursi in situazione di non poter più ingannare: ma gli uomini, principalmente quando sono deboli, non si disabusano giammai interamente dell'illusione della parola. Rendesi necessario troppo coraggio per cercare un'increscevole verità, che un potente nemico tenta di nasconderci; troppa risolutezza vuolsi a considerare sempre di fronte un imminente pericolo, dal quale si può allontanare lo sguardo; finalmente l'esclusione d'ogni verità nelle relazioni socievoli cagiona una così desolante confusione, che non può sopportarsi. Un impostore non è mai tanto screditato perchè la sua parola non possa più ingannare.
I Fiorentini ebbero soli in Italia il coraggio di giudicare Giovanni Galeazzo; e malgrado le sue carezze ed i giuramenti lo tennero sempre d'occhio come un nemico apparecchiato a piombare sopra di loro; invece i piccoli principi e i deboli popoli, erano tutti l'uno dopo l'altro vittime de' suoi artificj. Bonifacio IX e la repubblica di Venezia partecipavano di questo acciecamento; essi non ardivano rivocare in dubbio la fedeltà del duca di Milano, o sospettare soltanto che non avesse a mantenere i trattati che lo legavano; quindi non prendevano le necessarie misure per difendere, il primo lo stato della Chiesa, l'altro il dominio di san Marco, qualunque volta Giovanni Galeazzo avesse determinato di attaccarli.
Alla testa del governo fiorentino trovavasi sempre la fazione degli Albizzi, che aveva ripigliata l'amministrazione degli affari l'anno 1381, dopo l'espulsione de' Ciompi. Questa fazione, composta d'antichi Guelfi e di cittadini per ricchezze e per natali prossimi alla nobiltà, aveva sempre avuti per capi i migliori politici dell'Italia; uomini che abbracciavano a colpo d'occhio il presente e l'avvenire, e gl'interessi tutti de' principi d'Europa; uomini che avevano saputo chiamare dalle estremità della Francia e della Germania alleati alla repubblica fiorentina; uomini finalmente che non perdevano il coraggio nelle calamità, che per variare delle circostanze non rinunciavano alla data fede, ed alla protezione della libertà d'Italia, che riguardavano come proprio debito. Maso degli Albizzi, capo di questa fazione, eccitava, a dir vero, la gelosia de' suoi concittadini; e gli Alberti ed i Medici facevano di quando in quando alcuni sforzi per rialzarsi. Donato Acciajuoli, che dopo l'Albizzi era il maggior cittadino di Firenze, e che fin allora era stato con lui d'accordo, tentò egli medesimo nel gennajo del 1396 di far richiamare gli esiliati e di ristabilire qualche eguaglianza tra i due partiti; ma fu prevenuto e confinato a Barletta, insieme a molti altri che avevano preso parte nella sua congiura[556]: onde Maso degli Albizzi meglio assicurato nell'interno col bando dell'Acciajuoli, fu in libertà di volgere tutta l'attenzione ai maneggi del duca di Milano.
[556] _Piero Minerbetti 1395, c. 14, p. 354. — Memor. Storiche di Ser Naddo, p. 158. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 849._
Giovanni Galeazzo aveva trattato con quasi tutti i capitani delle compagnie di ventura. Egli loro assicurava una mezza paga costante, mercè la quale questi avventurieri si obbligavano a tornare al suo servizio colla loro piccola armata, quando il duca ne aveva bisogno. Mentre stavano a mezza paga guerreggiavano per conto loro, e vivevano col saccheggio in mezzo a' paesi che il duca non proteggeva contro di loro. In tal modo Giovanni Galeazzo indeboliva in tempo di pace coloro che voleva poi attaccare; quando si riconciliavano con lui, non perciò erano liberati da queste armate, le quali continuavano le ostilità in proprio nome. Quando il Visconti voleva in piena pace sorprendere qualche piazza, cassava una delle compagnie al suo soldo, dandole ostensibile congedo, ed incaricandola segretamente dell'esecuzione del suo progetto. Se andava a male, dichiarava di non essere risponsabile della sua condotta; ma se l'intrapresa riusciva, egli ne raccoglieva solo tutto il frutto. I Fiorentini, sempre vigilanti, non permisero quasi mai a queste compagnie d'invadere il loro territorio, ma non seppero impedire che non guastassero spesso quello de' loro alleati. Dopo inutili lagnanze determinarono di adottare lo stesso diritto delle genti, usando rappresaglie sopra gli alleati del duca di Milano, e facendo loro sentire in seno alla pace le vessazioni de' soldati, delle quali eransi essi lagnati lungo tempo. Assoldarono adunque Bartolomeo Boccanera di Prato con una compagnia di due mila cavalli e di mille pedoni; non molto dopo lo congedarono, ordinandogli celatamente di entrare nello stato di Pisa.
Bartolomeo prese la strada di questa città in giugno del 1396 con i Gambacorti ed il conte Niccola di Montescudajo; ma essi si avanzarono fin presso alle mura senza che, come lo avevano sperato, si facesse internamente alcun movimento[557]. Giovanni Galeazzo mandò sei mila cavalli in Toscana per difendere la signoria di Pisa, ed i Fiorentini non raccolsero che pentimento e vergogna dall'intrapresa loro, come sempre accade alle persone dabbene, quando vogliono adoperare le armi de' malvagi. Presero per altro nuove truppe al loro soldo sotto gli ordini di un gentiluomo di Guascogna detto Bernardo di Serres[558]; intavolarono nello stesso tempo negoziazioni per riconciliare la signoria di Pisa e la repubblica di Lucca, tra le quali eranvi state alcune ostilità.
[557] _Piero Minerbetti, 1396, c. 3, p. 359._
[558] Gli storici fiorentini lo chiamano _Bernardone_. — _Piero Minerbetti, c. 4, p. 361. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 854._
Maso degli Albizzi dall'altro canto era passato in Francia, come ambasciatore dei Fiorentini, per assicurare alla repubblica i soccorsi di questa potenza, in caso che di nuovo scoppiasse la guerra con Giovanni Galeazzo. La casa di Francia aveva oramai coll'Italia interessi più immediati, dopo che la signoria di Genova erasi data al re, e dopo che la città di Asti era venuta in mano del duca d'Orleans come dote di Valentina Visconti. Carlo VI acconsentì dunque il 29 settembre 1396 a firmare un'alleanza difensiva, in forza della quale il re e la repubblica si guarentivano vicendevolmente l'integrità de' loro stati. I Fiorentini promettevano al re, quando fosse attaccato in Italia, un'armata ausiliaria di tre mila cavalli; in cambio il re prometteva di spedire in loro ajuto, nel caso di bisogno, un'armata degna di portare le sue insegne e di essere capitanata da un principe del sangue. Se gli alleati erano attaccati, e se difendendosi facevano conquiste, quelle di Lombardia dovevano appartenere alla Francia, e quelle di Toscana alla repubblica[559].
[559] _Piero Minerbetti, c. 7, p. 363. — Sozomeni Pistor. Hist., t. XVI, p. 1162. — Memor. Stor. di ser Naddo di Montecatini, p. 158. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 853._
Quest'alleanza rialzò il coraggio dei Fiorentini e de' loro confederati d'Italia, che vennero ammessi a prendervi parte. Per altro non procurò loro verun reale vantaggio. Un avvenimento, accaduto circa lo stesso tempo all'altra estremità dell'Europa, privò tutt'ad un tratto i Francesi di uomini e di danaro, e gli alienò per alcun tempo da lontane intraprese. Un migliajo di cavalieri francesi, il fiore della nobiltà del regno, erano passati in Ungheria sotto la condotta di Giovanni conte di Nevers, figliuolo del duca di Borgogna, per difendere Sigismondo contro il formidabile Bajazette Ilderim, che pareva disposto a tentare la conquista di tutta la Cristianità. La loro presunzione fu cagione della disfatta del re d'Ungheria, accaduta a Nicopoli il 28 settembre; ma il loro valore rese lungo tempo incerta una battaglia nella quale perirono cento mila uomini. Tutti i cavalieri francesi morirono combattendo, o furono uccisi dopo la vittoria, tranne ventiquattro signori, che col conte di Nevers furono ammessi a riscattarsi; fu portata la taglia del solo duca di Nevers a dugento mila fiorini, e quella degli altri cavalieri, tra i quali distinguevansi Enguerrando di Coucy, il maresciallo Boucicault, ed il conte d'Eu, esaurì di danaro la Francia[560].
[560] _Piero Minerbetti, c. 8, p. 364. — Jo. de Thwrocz Chron. Ungar., l. IV, c. 8, p. 221. — Gibbon Decline and fall of the Empir. Rom., c. 64, t. XI, p. 242._
Ma la repubblica fiorentina non si era appoggiata alla sola alleanza del re di Francia. I dieci della guerra si erano data cura d'accrescere le milizie dello stato, ed avevano spedito Bernardone con tutte le loro truppe a Pescia in principio del 1397, per impedire l'invasione del loro territorio. Dal canto suo Alberico da Barbiano aveva condotti sei mila cavalieri nello stato di Lucca; e questo generale avventuriere aveva seco i più valorosi capitani d'Italia. La compagnia di san Giorgio, da lui formata vent'anni prima aveva loro servito di scuola; Pagolo Orsini e Pagolo Savelli di Roma, Ottobon Terzo di Parma, Ceccolino de' Michelotti di Perugia, Broglio di Chieri in Piemonte, e Luca di Canale[561] erano i suoi principali luogotenenti; questi rialzavano l'onore della milizia italiana e ravvivavano lo spirito guerriero di questa nazione. Il conte Alberico di Barbiano riceveva un soldo da Giovanni Galeazzo, ed era venuto a Lucca per suo ordine; ma non pertanto egli pretendeva di essere entrato in Toscana come condottiere, non come generale del duca di Milano. Barbiano vide con piacere l'armata fiorentina stabilirsi a Pescia perchè egli non aveva intenzione d'attaccare la Val di Nievole, ma di aspettare l'effetto di una congiura tramata a Samminiato.
[561] _Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 69._
Samminiato, posto a metà strada tra Firenze e Pisa, è un forte castello fabbricato sulla sommità d'un colle, di dove scuopresi una vasta estensione di pianure. L'Arno gli scorre alle falde, ed i due fiumi l'Elsa e l'Era vi mettono foce uno a destra e l'altro a sinistra di Samminiato. Questa terra, oggi dichiarata città, conteneva circa sei mila abitanti, i quali eransi molto tempo conservati liberi, ma erano in appresso caduti sotto il dominio de' Fiorentini per colpa delle divisioni nate tra le famiglie de' Mangiadori e de' Ciccioni[562].
[562] _Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 70._
Benedetto Mangiadori aveva ricorso a Giovanni Galeazzo per iscuotere col di lui ajuto questo giogo straniero. Erasi egli stabilito in Pisa; ma il 17 marzo si presentò avanti a Samminiato, un'ora prima di mezza notte, con diecisette compagni d'armi. Pretendeva di aver cose importanti da comunicare ad Antonio Davanzati, vicario fiorentino, ed entrò immediatamente col suo seguito nella corte del pubblico palazzo, ove fu ricevuto senza diffidenza. In tutte le città i palazzi del governatore erano fortificati; quello di Samminiato appoggiavasi alle mura ed aveva due uscite, una nell'interno della piazza, l'altra nella campagna. Il Mangiadori, ammesso all'udienza del vicario, sguainò la spada, slanciossi sopra di lui e l'uccise: il corpo del governatore coperto di ventotto ferite, e quello d'uno de' suoi ufficiali, vennero gittati in sulla piazza dai congiurati, che si trovarono in tal modo padroni del palazzo; essi poi liberarono tutti i prigionieri, chiamarono a riprendere le armi per ricuperare la libertà gli abitanti di Samminiato; ed accesero fuochi per dare il convenuto segno a Pisa, ond'essere soccorsi[563].
[563] _Ann. Bonincontrii Miniat., p. 71. — Marangoni Chron. di Pisa, p. 815. — Piero Minerbetti, c. 12, p. 368. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 856._
In fatti gli abitanti di Samminiato presero le armi, e rimasero alcun tempo indecisi intorno a ciò che loro convenisse di fare; ma in ultimo ascoltarono l'affetto loro pei Fiorentini, attaccarono con molto coraggio il palazzo difeso da Mangiadori e dai suoi compagni prima che loro giugnessero i soccorsi di Pisa. Volle l'accidente che il capitano di Giovanni Galeazzo, che s'avanzava per sostenere Mangiadori, si scontrasse in un corpo di Fiorentini che inseguivano alcuni banditi. Egli tenne sicuro, vedendoli, che l'intrapresa di Samminiato fosse mal riuscita, e si ritirò. Mangiadori, dopo avere resistito lungo tempo, fuggì a traverso ai precipizj, sui quali s'innalzano le mura della città, seguito dai pochi suoi compagni che non erano stati uccisi, o fatti prigionieri[564].
[564] _Sozomeni Pistoriensis, t. XVI, p. 1163. — Leonardo Aretino, l. XI._
Era stata annunciata a Firenze la morte del vicario di Samminiato, e la perdita di questa fortezza; tale notizia aveva sparsa nel popolo la più alta costernazione. Se Giovan Galeazzo restava padrone di così forte piazza, nel centro della Toscana, gli sarebbe stato agevole lo spingere ogni giorno le sue scorrerie fin sotto alle mura di Firenze, e di ruinare la repubblica con una lenta guerra senza timore di essere ridotto ad una battaglia, o forzarlo a dare addietro. Ma quando seppesi in appresso, che la città era salvata, e che il palazzo del vicario era stato ripreso dai cittadini, la trepidazione fece luogo al desiderio della vendetta. I priori adunarono immediatamente un consiglio di seicento _richiesti_, loro fecero il quadro degl'intrighi del duca di Milano e delle innumerevoli infrazioni de' trattati di pace, e chiesero se non tornava meglio di esporsi ad un'aperta guerra, piuttosto che riposare ancora sui giuramenti di un uomo perfido, che non rispettava le più sacre promesse. Di comune assenso i cittadini domandarono la guerra, e sollecitarono la signoria a spingerla vigorosamente[565].
[565] _Piero Minerbetti, c. 13, p. 370. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 857._