Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)

Part 2

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Quegli in cui Urbano aveva maggiore fiducia per amministrare lo stato della chiesa era appunto l'Albornoz, che in una legazione di quattordici anni aveva riconquistata e sottomessa alla santa sede la totalità del dominio ecclesiastico. Albornoz al suo arrivo in Italia non aveva trovati fedeli al papa che i due castelli di Montefiascone e di Montefalco[24]; mentre all'arrivo d'Urbano tutte le città della Romagna, della Marca, dell'Umbria e del patrimonio, ubbidivano alla santa sede. Il papa, avendo domandato conto al cardinale del danaro speso nella sua lunga amministrazione, questi gli mandò per risposta un carro compiutamente carico delle sole chiavi delle città, che aveva ridotte in di lui potere[25]. Ma era di poco giunto Urbano in Italia quando Albornoz morì a Viterbo il 24 agosto del 1367, seco portando il dolore della corte di Roma e dei popoli, che avevano condonati a' suoi rari talenti la strana unione delle incumbenze di generale d'armata e di prelato[26].

[24] _Vita Urbani V, ex Bosqueto, p. 618._

[25] _Pompeo Pellini Storia di Perugia, t. 2, in 4.º, p. I, l. VII, p. 1025._

[26] _Raynaldi An. Eccl. 1397, § 15, p. 469._ La città d'Orvieto aveva riconosciuto Albornoz per suo diretto signore; ed alla morte del legato si diede al papa in forza d'una deliberazione del consiglio generale, senza stipulare la riserva delle sue libertà. _Cron. d'Orvieto, p. 692._

Questo grande politico aveva, prima di morire, reso l'ultimo servigio al papa, conchiudendo in suo nome un'alleanza con tutti i nemici de' Visconti. La lega che fu segnata a Viterbo l'ultimo di luglio e pubblicata il 5 agosto, comprendeva l'imperatore, il papa, il re d'Ungheria, ed i signori di Padova, Ferrara e Mantova[27]. Vi prese parte ben tosto ancora la regina di Napoli, la quale, avendo perduto suo marito, Luigi di Taranto, il 26 maggio del 1362, si era lo stesso anno rimaritata in terze nozze col figliuolo del re di Majorica, Giacomo d'Arragona, cui per altro non aveva accordato il titolo di re!

[27] _Raynaldi An. Eccl. 1367, § 17, p. 469._

I fratelli Visconti apparecchiavansi dal canto loro a combattere questa formidabile coalizione; e si erano segretamente alleati a tutte le compagnie di ventura che guastavano il paese. Il bastardo Visconti, figliuolo di Barnabò, che ne aveva egli medesimo formata una, adunò tutte le altre al suo soldo, e fece in tal modo la più bell'armata, che si fosse ancora veduta in Italia[28]. Galeazzo, il secondo fratello Visconti, che da qualche tempo aveva stabilita la sua dimora in Pavia, preparavasi pure a modo suo a combattere i suoi nemici. Il fasto e le vanità occupavano tutti i suoi pensieri. Il Petrarca, che viveva nella di lui corte, faceva plauso alla di lui magnificenza ed alla protezione che accordava alle arti ed alle lettere; ma i suoi sudditi gemevano sotto il peso delle gabelle; lo detestavano i suoi ministri e soldati non pagati, e le città da lui dipendenti non erano tenute fedeli che dal terrore che ispiravano le sue crudeltà[29].

[28] _Bernardino Corio Stor. Mil. p. III, p. 238._

[29] _Petri Azarii Chron., c. 14, p. 402._

Galeazzo riponeva la sua vanità ne' parentadi coi più gran re del cristianesimo. Egli fece sposare in marzo sua figliuola Violante a Lionello, duca di Chiarenza, figliuolo del re d'Inghilterra; e per ridurre questo principe ad un tale matrimonio, gli aveva offerti, colla figlia, duecento mila fiorini di dote e la sovranità di cinque città del Piemonte[30]. Pretendeva con ciò Galeazzo d'attaccare più saldamente ai proprj interessi la compagnia inglese: ed infatti Giovanni Acuto alla testa di questa truppa formidabile penetrò nel territorio di Mantova che pose a fuoco e a sangue. Ma ben tosto il nodo di quest'alleanza colle compagnie di ventura si ruppe per un inaspettato avvenimento: Lionello, duca di Chiarenza, morì dopo pochi mesi, vittima della sua intemperanza.

[30] Alba, Cuneo, Cerastro, Mondovì e Braida. Le nozze vennero celebrate con insolita magnificenza. La corte sedeva a varie tavole, secondo il rango de' personaggi; ma il Petrarca fu ammesso a quella de' principi sovrani. _Bern. Corio Stor. Mil. p. III, p. 239._

Intanto Carlo IV giunse il 5 di maggio a Conegliano con una ragguardevole armata, cui si unirono gli alleati d'Italia, onde si vide alla testa di forze superiori di molto a quelle de' Visconti[31]. Ma Acuto trattenne alcun tempo quest'armata nello stato di Mantova rompendo le dighe dell'Adige, che inondò il campo dell'imperatore[32]. D'altra parte Barnabò, cui era nota l'avarizia di Carlo, approfittò di questo ritardo per fargli aggradire riguardevoli doni, persuadendolo con tale mezzo a trattare di pace, ed a licenziare la sua armata. In tre mesi che le truppe imperiali passarono in Italia non s'impadronirono del più debole castello de' Visconti, o di Cane signore della Scala loro alleato; avevano in cambio ruinati i signori di Mantova e di Ferrara, amici di Carlo IV, e furono vergognosamente congedate, sotto la sola condizione che i Visconti renderebbero ai Gonzaghi Borgoforte, che avevano loro tolto[33].

[31] La cronaca di Piacenza (_t. XVI, p. 509._) pretende che avesse sotto il suo comando cinquanta mila cavalli, cosa probabile se aveva nell'esercito molte truppe leggiere, ed Ungari.

[32] _Chron. Estense, t. XV, p. 491._

[33] _Bernardino Corio Stor. di Milano, p. III, p. 241. — Chron. Estense, t. XV, p. 491._

Estrema fu l'indignazione di tutta l'Italia quando fu noto così vergognoso trattato. Eransi adunati cinquanta mila uomini dalle estremità della Boemia a quelle del regno di Napoli, e dall'Ungheria alla Provenza, per liberare l'Italia dalla tirannide de' Visconti e dagli assassinj delle compagnie, e questa formidabile coalizione era stata disciolta dal suo capo, come se avesse ottenuto il suo scopo mercè la restituzione d'un miserabile castello. Frattanto Carlo IV senza prendersi cura del biasimo universale, quando a tale prezzo poteva ammassare danaro, innoltravasi verso la Toscana coi deboli avanzi della sua armata.

Era l'imperatore chiamato in questa provincia dalle preghiere dei Lucchesi, che, oppressi dai Pisani da loro detestati, avevano a Carlo IV consacrato l'affetto ed il rispetto loro fino dal tempo in cui questo monarca, in allora principe di Boemia, governava Lucca a nome di suo padre il re Giovanni[34]. Molti Guelfi di questa città, forzati ad emigrare, avevano acquistate grandi ricchezze commerciando in Francia, ed offrivano all'imperatore di pagargli al più alto prezzo la libertà della loro patria.

[34] _Beverini Annales Lucenses mss. ex archivio Lucense, l. VII, p. 958._

Giovanni Agnello, signore di Pisa, trattava dal canto suo con Carlo IV, da cui desiderava la conferma dell'usurpato titolo di doge; ma lo vedeva con rincrescimento avvicinarsi alla testa di mille duecento corazzieri, e già s'accorgeva che la speranza di vicina rivoluzione rendeva arditi i malcontenti, e facevagli trovare opposizione perfino nel proprio consiglio. Ottenne da Carlo la promessa di essere nominato vicario imperiale di Pisa, e di vedere raffermata in tal modo la sua autorità; a questo prezzo acconsentì di rinunciare alla più importante conquista che avesse mai fatta la repubblica di Pisa, e per difesa della quale le nemiche fazioni eransi più d'una volta riconciliate. Il 23 agosto del 1368 consegnò Lucca a Marcovaldo, vescovo d'Augusta, che ne prese possesso a nome dell'imperatore. Questa città era stata suddita dei Pisani fino dal 6 luglio 1342[35].

[35] _Croniche di Pisa, t. XV, p. 1048. — Paolo Tronci Annali di Pisa, p. 417. — Beverini Annales Lucensium, 1. VII, p. 959._

Carlo IV entrò in Lucca il 5 di settembre. A breve distanza da questa città aveva incontrato Giovanni Agnello, e l'aveva armato cavaliere; onore che il signore di Pisa rese subito a due suoi nipoti e ad altri suoi compatriotti. Il monarca, il doge ed i nuovi cavalieri, entrati in Lucca, salirono sopra palchi innalzati nella piazza di san Michele, ove Agnello doveva essere dichiarato vicario imperiale in presenza del popolo; ma tutto ad un tratto il palco, su cui egli trovavasi, crollò sotto il peso di coloro che vi erano saliti; molti rimasero morti, ed Agnello si ruppe una coscia. Il tiranno obbligato a letto più non poteva farsi temere, onde gli amici della libertà presero tosto a Pisa le armi sotto la condotta di Pietro d'Albizzo di Vico, facendo eccheggiare tutte le strade delle grida di _viva l'imperatore e morte al doge_. All'istante forzarono la guardia ducale, saccheggiarono il palazzo del conservatore, ed elessero nuovi anziani per governare la repubblica secondo le antiche leggi. Alla notizia di questa rivoluzione tutti gli esiliati rientrarono in Pisa, tranne Pietro Gambacorti; mentre Agnello, ritenuto a letto in Lucca, risolse all'indomani di spogliarsi di tutti i diritti che poteva avere alla signoria, dopo averla conservata poco più di quattro anni[36].

[36] _Croniche di Pisa, t. XV, p. 1050. — Beverini Annales Lucenses, l. VII, p. 960._

Carlo IV non si affrettava punto di rendere a Lucca la libertà, risguardando questa città quale residenza sicura e comoda per tener vivi i suoi maneggi nelle repubbliche toscane, acquistarvi nuovi diritti, e per lo meno scroccarne assai danaro: in breve una rivoluzione che il suo avvicinamento aveva fatta scoppiare in Siena, gli offrì l'occasione, che andava cercando, di vendere la sua protezione.

Quando l'imperatore, tredici anni prima, erasi recato a Siena, un movimento popolare da lui spalleggiato, aveva esclusa dal governo l'oligarchia dominante. Dopo tale epoca i ricchi mercanti, che formavano questa oligarchia, erano stati dichiarati, come la nobiltà, incapaci di aver parte al governo popolare. Di loro e delle loro famiglie erasi formato nello stato un ordine separato, che dicevasi il monte dei nove, a motivo della suprema magistratura che aveva occupato, e ch'era stata abolita nell'atto che ne era stato spogliato. Ma i borghesi di uno stato alquanto inferiore, che, dopo i nove, erano pervenuti alla nuova magistratura dei dodici, avevano camminato così esattamente dietro le orme de' loro predecessori, che si erano egualmente usurpata tutt'intera la suprema autorità; onde il monte dei dodici, da loro formato, non era meno odioso al popolo che quello dei nove.

I dodici, temendo principalmente l'odio della nobiltà, cercarono di far rinascere le antiche sue contese per indebolirla. Le due illustri famiglie de' Tolomei e de' Salimbeni erano sempre state a Siena i capi delle parti guelfa e ghibellina. Finsero i dodici d'essere divisi nelle stesse fazioni, ed eccitarono le due famiglie a dar mano alle armi l'una contro l'altra, promettendo a ciascuna di favoreggiarla: ma i nobili, il di cui odio ereditario erasi quasi spento sotto le persecuzioni sostenute in comune, si manifestarono i mutui soccorsi loro promessi dai magistrati; onde vergognandosi d'avere sparso il proprio sangue per soddisfare alla segreta gelosia de' plebei, convennero di vendicarsene praticando i medesimi modi adoperati con loro. Finsero un accrescimento di odio gli uni contro degli altri, fecero venire dai proprj poderi i loro vassalli, ed adunarono soldati nelle loro case senza che i dodici si opponessero a questi apparecchi, che credevano destinati alla vicendevole distruzione dei nobili. Frattanto questi si erano guadagnati tutti i capi del monte dei nove e molti plebei malcontenti, ed avevano riuniti in città ottomila uomini sotto le insegne delle due armate guelfa e ghibellina. Tutt'ad un tratto le due armate si unirono il 2 settembre del 1368, ed i loro capi chiesero alla signoria il possesso del palazzo e di tutti i luoghi forti. I dodici sorpresi da così subito avvenimento non ebbero pur tempo d'impugnare le armi per difendersi; onde ritiraronsi nelle loro case, e rinunciarono al governo che avevano tenuto tredici anni[37].

[37] _Cronica Sanese, t. XV, p. 196. — Malavolti Storia di Siena, p. II, l. VII, p. 129._

I nobili, padroni della repubblica, dichiararono di volere ristabilire a Siena il governo consolare, sotto il quale questa città aveva fiorito nel dodicesimo secolo. Nell'ordine dei nobili distinguevansi cinque famiglie d'una rimota antichità, i Tolomei, i Salimbeni, i Piccolomini, i Saracini, i Malavolti. Cinque consoli furono scelti in cinque illustri famiglie, altri cinque nel rimanente della nobiltà e tre nell'ordine dei nove, che furono di bel nuovo messi a parte del governo[38].

[38] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 197._

Ma il popolo, ch'era stato lungo tempo in possesso delle magistrature, non poteva pazientemente soffrire di esserne escluso, e nell'agitamento d'una fresca rivoluzione, ogni parte ricorse all'imperatore e lo scelse arbitro. Carlo accettò con piacere le funzioni di mediatore, promise a tutti la sua protezione, ma si assicurò specialmente dei Salimbeni, di già disposti a separarsi dal loro ordine, e fece all'istante partire con ottocento cavalli Malatesta Ungaro, uno de' signori di Rimini, che nominò vicario imperiale a Siena.

I nobili non volevano aprire le porte a questa piccola armata prima di vedere sanzionati i loro diritti con un trattato, ma il monte dei dodici ed il popolo erano più desiderosi di affidarsi all'imperatore, perchè avevano meno da perdere. Niccola Salimbeni, uno de' consoli, tradì i suoi colleghi per unirsi al popolo, ed il 24 di settembre fece entrare Malatesta Ungaro per la porta che gli era stata affidata. La nobiltà, sebbene sorpresa, si difese nelle strade, e soltanto dopo essere stata superata in più di dieci zuffe sostenute di posto in posto, uscì finalmente di città e si ritirò ne' suoi castelli[39].

[39] _Malavolti Storia di Siena, p. II, l. VII, p. 130._

Il popolo vittorioso era chiamato a dare una nuova forma al governo, ed a regolare la distribuzione dei diritti politici tra i diversi ordini dello stato. Non credette di potere abolire il passato, non essendo possibile che i cittadini rinunciassero ad affezioni ed a passioni ereditate dai loro antenati, ed alle quali andavano debitori della loro forza e della loro importanza. Perciò i nuovi legislatori riconobbero l'esistenza dei due monti dei nove e dei dodici, ne formarono un terzo, nel quale raccolsero i cittadini stranieri alle due precedenti oligarchie, e questo nuovo ordine, più numeroso che gli altri due, ebbe dalla riforma, da cui era nato, il nome di monte dei riformatori. La signoria fu composta di dodici magistrati, tre de' quali presi dalla prima classe, quattro dalla seconda e cinque dalla terza. La stessa proporzione si osservò nella formazione dei due consiglj che dovevano assecondare la signoria, completando in unione alla medesima il governo[40].

[40] _Orlando Malavolti Storia di Siena, p. II, l. VII, p. 130._

L'imperatore, che tuttavia soggiornava in Lucca, vedeva con piacere le rivoluzioni di Pisa e di Siena indebolire le due repubbliche e prepararle a porsi sotto la sua dipendenza. Avrebbe ancor voluto eccitare qualche turbamento in Firenze, ond'essere poi chiamato a prendere qualche parte nel governo di quella ricca repubblica e cavarne danaro. Egli aveva fatti agli ambasciatori fiorentini amari rimproveri perchè la signoria avesse occupato Samminiato, Prato e Volterra, da lui riclamate come terre dell'impero, ed, appena giunto a Lucca, aveva spediti i suoi corazzieri ad occupare Samminiato ed a fare delle scorrerie nel territorio fiorentino. Ma tosto che la repubblica, determinata di difendere i proprj diritti colle armi, ebbe assoldata gente da guerra, Carlo si raddolcì[41]. Trovavasi allora in così pressante bisogno di danaro che aveva impegnata in Firenze medesima la sua corona per sedicimila fiorini, la quale non aveva potuto ricuperare che prendendo questa somma a prestito dai Sienesi[42]. Abbandonò dunque le sue pretese e partì alla volta di Siena, ove si trattenne pochi giorni, passando di là a Roma.

[41] _Sozomeni Pistoriensis Hist., t. XVI, p. 1084. — Leonardo Aretino Storia Fiorentina, l. VIII._

[42] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 200._

Il papa non aveva motivo di essere soddisfatto della condotta tenuta dall'imperatore, che bruscamente abbandonando la guerra intrapresa contro i Visconti, aveva rovesciate tutte le speranze della Chiesa; ma Carlo si prese cura di riconciliarsi con Urbano colla più umile e rispettosa condotta; e mostrò di non avere altro scopo, rendendosi a Roma, che di abbassare la dignità imperiale innanzi a quella del pontefice. Si trattenne prima a Viterbo per visitarlo, poi essendo giunto a Roma prima di lui, tornò addietro per aspettarlo a porta Angelica, di dove s'incamminò a piedi avanti al papa, prendendo il suo cavallo per le briglie e guidandolo fino al palazzo del Vaticano. I Romani, lungi dall'insuperbirsi per gli atti di rispetto renduti al loro vescovo, concepirono un profondo disprezzo pel monarca, che tanto si umiliava a' suoi piedi. L'imperatore fece coronare dal papa la sua quarta consorte, e dopo avere servito il pontefice alla messa come diacono col libro e col corporale, lasciò Roma e riprese la strada della Toscana[43].

[43] _Vita Urbani V ex Bosqueto t. III, p. II, p. 622. — Cronica d'Orvieto ad finem, p. 694._ — Il Cronacista di Rimini dice di questo imperatore. _E per certo, se io non ti avessi promesso da principio di scrivere della sua venuta, non avrei intinta questa carta, perchè me ne vergogno, in suo servizio, t. XV, p. 912._

Al suo ritorno a Siena, il 22 dicembre, vi trovò la discordia risvegliata dagli intrighi di Malatesta Ungaro, il vicario che vi aveva lasciato. Durante l'assenza dell'imperatore, i dodici avevano eccitata una nuova sedizione, sperando di ricuperare la loro antica autorità; ma il tumulto non altro aveva ottenuto che di procurare maggior potere al monte dei riformatori; eransi aggiunti tre nuovi membri alla signoria, e si erano presi in quest'ordine, il più povero degli altri ed il più numeroso. I dodici, delusi per la seconda volta dalle proprie loro pratiche, erano più che prima irritati contro il governo. Porsero dunque avidamente orecchio alle segrete proposizioni dell'imperatore, ch'erasi impegnato di vendere al papa Siena ed altre città della Toscana, e aveva chiamato presso di sè il cardinale Gui di Monforte, legato di Bologna, con un grosso corpo di cavalleria, onde dare esecuzione al contratto[44].

[44] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 203._

Carlo IV, assicuratosi dei dodici e dei Salimbeni, domandò che la signoria mettesse in sua mano i cinque più importanti castelli del suo territorio[45], e che i gonfalonieri ed i soldati della milizia gli prestassero giuramento di fedeltà. Quest'inchiesta venne comunicata al consiglio generale che la rigettò con grandissima maggiorità di voti. Ricusò pure d'accrescere il potere de' dodici come l'imperatore desiderava[46]; il quale offeso da queste due negative, risolse di adoperare la forza. Dietro i di lui suggerimenti il 18 gennajo 1369 la fazione dei dodici diede mano alle armi, di concerto coi Salimbeni, per iscacciare di palazzo tre cittadini dell'ordine de' nove, che sedevano nella signoria. Nello stesso tempo Malatesta Unghero si portò sulla gran piazza colla sua cavalleria, e l'imperatore, armato di tutto punto, si pose alla testa de' suoi corazzieri e di quelli della chiesa. Tre mila corazzieri trovavansi allora riuniti in Siena sotto gli ordini di un monarca straniero. I tre signori dei nove, ai quali era stato portato l'ordine di uscire di palazzo per parte di Malatesta Unghero, si erano effettivamente ritirati, malgrado le istanze dei loro colleghi. Ma questi, rimasti soli, non si smarrirono; fecero suonare la campana d'allarme, ed ordinarono al capitano del popolo, Matteino Menzano, d'attaccare l'imperatore colle compagnie della milizia.

[45] Massa, Montalcino, Grossetto, Telamone e Casole.

[46] _Orlando Malavolti, l. VII, p. 133._

Il pubblico palazzo trovavasi di già in parte occupato dai ribelli della fazione dei dodici e dei Salimbeni; ma essi ne furono cacciati dal popolo furibondo. Malatesta Unghero stava sulla piazza della Fontana con ottocento gendarmi, che furono respinti, uccisa la maggior parte de' cavalli, ed egli stesso costretto a fuggire verso il palazzo de' Malavolti, ove cercò di afforzarsi. L'imperatore, circondato dai principi tedeschi, dai suoi capitani e da tutto il rimanente della cavalleria, avanzavasi verso il palazzo, e di già era giunto fino _alla croce del travaglio_, quando venne impetuosamente attaccato dalle compagnie del popolo. La sua truppa fu ben tosto disordinata, ucciso colui che portava lo stendardo imperiale, e Carlo obbligato a ripararsi verso la piazza de' Tolomei, ove si fortificò nei palazzi di questi gentiluomini emigrati. Per più di sette ore egli difese i suoi trinceramenti, ed in questa lunga pugna si perdette molta gente da ambe le parti. Più della metà de' soldati di Carlo erano feriti, e quattrocento de' più valorosi caduti morti ai suoi fianchi, i suoi corazzieri avevano perduti più di mille duecento cavalli, quando finalmente fu superata la barricata ch'egli difendeva, ed il monarca costretto a fuggire nelle case de' Salimbeni[47].

[47] _Cronica Sanese di Neri di Donato p. 205._

Mentre ancora durava la battaglia, la signoria aveva di già fatti richiamare i suoi tre colleghi dell'ordine dei nove, che la fazione dei dodici aveva cacciati di palazzo; furono ricondotti ai loro seggi a suono di trombette, coperti di ghirlande, e con un tralcio di ulivo in mano.

Il capitano del popolo non inseguì l'imperatore nelle case dei Salimbeni, sebbene gli fosse agevole il farlo prigioniere. Credette di dovere moderatamente usare della vittoria verso il primo monarca della cristianità, e mostrargli tutti i riguardi nell'istante in cui più non poteva temerlo. Ma egli lo fece pregare per mezzo dei Salimbeni di uscire di città; e per rendere più efficace la sua preghiera, fece a suono di tromba bandire la proibizione di somministrare vittovaglie a lui o alla sua truppa.

«L'imperatore (dice uno storico sienese contemporaneo) era rimasto solo colla più grande paura che abbia giammai avuta verun miserabile. Gli occhi di tutto il popolo armato erano verso di lui rivolti; egli piangeva, si scusava, ed abbracciava coloro che lo avvicinavano; diceva d'essere stato tradito dal Malatesta, dal podestà, dai Salimbeni e dai dodici; e raccontava in qual modo e quali offerte erangli state fatte. Francesco Bastali, ch'egli indicava come colui che aveva avuta parte in questa negoziazione, venne arrestato e dato in mano del capitano del popolo; cercaronsi pure gli altri traditori. Frattanto l'imperatore trattava colla signoria e col popolo: dava alla prima il vicariato perpetuo dell'impero nella città e suo territorio, ed accordava al popolo un'amnistia generale, e più grazie che non gli erano domandate. Così tremante qual era ed affamato, pareva che avesse del tutto perduta la ragione; voleva andarsene, poi vedeva di non poterlo, non avendo più nè cavalli, nè danaro, nè compagnia; e con molti stenti il capitano gli fece ricuperare parte di ciò che aveva perduto[48].» Quando Carlo ebbe finalmente ripreso un poco di coraggio, domandò che in ricompensa dell'affronto che gli era stato fatto, e delle grazie ch'egli aveva accordate alla signoria, la repubblica gli pagasse una pensione di venti mila fiorini in quattro rate. I Sienesi vi acconsentirono, e gli passarono la prima somma immediatamente, per porlo in istato di uscire dalla loro città.

[48] _Neri di Donato Cronica Sanese, t. XV, p. 206._ — F. M. Pelzel trascorre rapidissimamente questi avvenimenti, ed in particolare la seconda spedizione in Italia del suo eroe. _Karl der vierte römischer Kaiser, t. II, p. 811._